Industrie e carbone nel Sulcis, un dramma volutamente senza fine.


Portovesme, bacino “fanghi rossi” bauxite (foto Raniero Massoli Novelli, 1980)

Ecco una finestra sulla situazione tanto drammatica quanto penosa delle industrie del Sulcis, aperta da Gian Antonio Stella, colonna de Il Corriere della Sera.

Buona lettura, magari con qualche riflessione.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

da Il Corriere della Sera, 11 marzo 2017

Sardegna. Sulcis, il paradosso del piano miniere che prevede di importare carbone.

L’idea di un nuovo complesso industriale alimentato da una grande centrale termica. Il «no» degli ambientalisti. (Gian Antonio Stella)

Vi pare sensato importare carbone nel Sulcis? La nonna dei minatori sardi Vincenza Urru, che come scrisse il cugino di Grazia Deledda Salvatore Cambosu credeva che il carbone sardo fosse oro zecchino maledetto da un sortilegio che lo trasformava in combustibile appena toccato, non potrebbe capire mai. Come non capiva Indro Montanelli che già mezzo secolo fa, in «Italia sotto inchiesta», sorrideva: «Bisogna attribuire a nonna Vincenza un certo potere divinatorio perché infatti quel carbone sarebbe stato più prezioso dell’oro solo se lo si fosse lasciato dov’era». Avrebbe evitato di buttare cifre folli in un carbone «di cattiva qualità e di costosa estrazione. Nella Ruhr un minatore ne estrae in media 575 tonnellate all’anno; qui, 156». Al punto che «dal ’46 la Carbosarda, che gestiva tutta la produzione del Sulcis, ne ha venduto il carbone a un prezzo ch’è la metà esatta del suo costo». L’«accanimento terapeutico» più cervellotico di tutti i tempi.

Carbonia, miniera di Serbariu (anni ’50)

La politica, cocciuta

Eppure, a distanza di ottant’anni da quel 1937 in cui Mussolini accese le illusioni di fare del bacino carbonifero del Sulcis («Due milioni di tonnellate entro il 1941!») una roccaforte energetica fascista e incitò gli italiani a «vivere intensamente nella “mistica dell’autarchia”», la politica pigra e ripetitiva insiste ancora, cocciutamente, lì.
Solo l’opposizione di Italia Nostra, di Legambiente, del Fai e del soprintendente paesaggistico Fausto Martino ha bloccato infatti (finora) l’ennesimo progetto «di rilancio». Cioè la riapertura, col nuovo «piano Sulcis», dell’Eurallumina, lo stabilimento di Portovesme finito in mano alla russa Rusal che produceva ossido d’alluminio dalla lavorazione di bauxite ed è ferma per problemi economici (coi lavoratori in cassa integrazione) dal lontano 2009. Ne vale la pena? Gli ambientalisti dicono di no: per alimentare il complesso industriale, infatti, è prevista la costruzione da parte di Euralenergy» (in società con la Regione) di una grande «centrale termica cogenerativa alimentata a carbone». Carbone che come dicevamo, essendo stata dismessa l’ultima miniera locale, dovrebbe arrivare da fuori. Una beffa. L’ultima per una terra di miniere che mai, viste le entrate-uscite, avrebbero dovuto essere aperte.
Basti rileggere quanto scriveva nel 1955 in «Aria fritta» Ernesto Rossi: «Rapportando le perdite al numero dei dipendenti si può dire che la Carbosarda avrebbe conseguito i medesimi risultati finanziari se avesse potuto tener chiuse, senza spesa, le miniere, e avesse pagato 40 mila lire al mese a ognuno dei suoi dipendenti, purché tutti rimanessero a casa, a coltivare i loro orticelli». Quarantamila: cinquemila in più, dice il «Sommario di statistiche storiche» dell’Istat, rispetto alle 35.136 che prendeva allora un minatore.

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Conti, salari e perdite.

Non bastassero le perplessità sui nuovi investimenti (Sergio Rizzo calcolò nel 2014 che se la Carbosulcis avesse dato 7.300 euro per 13 mensilità a ciascuno dei 444 dipendenti sopravvissuti avrebbe chiuso il 2012 con perdite inferiori ai 42,2 milioni di rosso) dominano le paure per nuovi disastri ecologici. Come spiega Legambiente, infatti, i nuovi veleni aggrediranno terreni già stuprati, dove il piano di disinquinamento del 1993 «che avrebbe dovuto concludersi in 4 anni, dopo oltre vent’anni non si è ancora concluso».
La stessa Asl locale raccomandava nel 2013 di non dare ai bambini piccoli «prodotti ortofrutticoli provenienti da terreni ubicati nel Comune di Portoscuso». Preoccupazione ribadita un anno fa dal servizio igiene di Carbonia a proposito proprio della raffineria di produzione di alluminio: «La zona ad alto rischio ambientale di Portoscuso presenta un aumento di patologie a carico del polmone come asma bronchiale nei bambini, broncopneumopatie in genere e tumori polmonari degli adulti maschi…».

Portoscuso, bacino c.d. fanghi rossi

Il bacino e i fanghi rossi.

Bene: questo bacino che già ospita «abbancamenti per circa 20 milioni di metri cubi di fanghi rossi residuati da 30 anni di produzione dell’Eurallumina, che occupano un immenso bacino esteso per 150 ettari con una altezza di 25 metri sul livello del mare», accusa Legambiente, verrebbe ulteriormente violentato da un ampliamento. Risultato? Verrebbe raddoppiata l’altezza della discarica, scrive nella relazione il soprintendente al paesaggio Fausto Martino, «generando un’enorme collina artificiale di scarti tossici, alta circa 46 metri slm, la cui posizione — a ridosso della costa — ne comporta l’elevata visibilità da innumerevoli punti di belvedere accessibili al pubblico tra cui quelli oggetto di specifica tutela». Valutazione Impatto ambientale? Mai: «L’intervento confligge con le finalità di tutela definite per l’area interessata poiché incrementa l’impatto paesaggistico del complesso industriale esistente…». Insomma, lo stupro di un territorio non può essere usato (tanto il danno è minore…) per nuovi stupri.

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, impianti Alcoa

Lavoro e prospettive.

Certo, come sottolineano un po’ tutti, è impensabile non farsi carico delle enormi difficoltà occupazionali di un’area dove, come racconta «Addio» di Angelo Ferracuti, la vita è durissima e la disoccupazione giovanile «ha un tasso del 73,9%». Ma è pensabile che l’unica prospettiva in un paradiso naturale come la Sardegna siano ancora il carbone e l’industria pesante, dopo tanti risultati fallimentari?
Assolutamente no, risponde Stefano Deliperi, che con il Gruppo di intervento giuridico dà battaglia da anni. E tira fuori un articolo su «La Nuova Sardegna» del 2012.
Indimenticabile la conclusione, che si rifà a Ernesto Rossi: «Provate a immaginare cosa sarebbe successo se i soldi spesi per il carbone del Sulcis fossero stati attribuiti non all’impresa ma, appunto, ai lavoratori. Potenzialmente, ogni lavoratore avrebbe avuto a disposizione una dote iniziale di un miliardo, avrebbe potuto godere per vent’anni di una rendita mensile di circa 1.400 euro, e a fine periodo il capitale iniziale sarebbe rimasto invariato».
Sapete chi firmava quel pezzo di buon senso? Gli economisti Alessandro Lanza e Francesco Pigliaru. Il quale, oggi, è presidente della Regione Sardegna che vorrebbe risuscitare quel sistema del carbone e dell’industria pesante intorno al quale Montanelli nel 1963 sentiva già «odore di morto». Proponendo appunto quella alternativa che nessuno ha mai cercato seriamente di avviare.

 

Masua, scarico di fanghi tossici in mare (1978)

(foto Raniero massoli Novelli, Regione autonoma Sardegna, Sardinia Post, S.D., archivio GrIG)

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