Perché non può aumentare l’impatto ambientale e sanitario a Portoscuso.


Portoscuso, zona industriale di Portovesme

E’ scontato per chiunque abbia soltanto un paio di neuroni funzionanti nella scatola cranica e anche solo uno straccio di coscienza.

L’impatto ambientale e sanitario non può aumentare a Portoscuso.

In alcun modo, nemmeno un microgrammo in più di metalli pesanti.

La situazione ambientale e sanitaria di Portoscuso è già un inferno sulla Terra.

Lo dimostra senza possibilità di minimizzazioni la relazione di monitoraggio ambientale 2014 dell’A.R.P.A.S.

Ne parla – in modo estremamente chiaro –Pablo Sole, su Sardinia Post.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Portovesme, bacino “fanghi rossi” bauxite (foto Raniero Massoli Novelli, 1980)

da Sardinia Post, 5 giugno 2017

L’inferno sotto Portovesme. (Pablo Sole)

Dall’arsenico allo zinco, nelle viscere di Portovesme scorre un fiume di veleni. E che sotto le fondamenta dell’area industriale non gorgogliasse acqua di fonte, lo si sapeva. “Il problema di maggior rilievo – si legge nell’ultima relazione pubblicata dall’Arpas – è costituito dalla presenza di contaminanti inorganici […] e si segnalano superamenti dei limiti per alcune sostanze nocive”. Quel che l’asettico e rigoroso frasario scientifico non dice, però, è che quei “superamenti” si traducono in numeri da far tremare i polsi.

Il carcinoma polmonare figura tra gli effetti più nefasti del cadmio, elemento chimico relativamente raro. Non a Portovesme. Per legge la sua concentrazione non dovrebbe superare i 5 microgrammi per litro d’acqua (1 microgrammo equivale a 0,000001 grammi) ma quando i tecnici dell’Arpas hanno analizzato un campione prelevato in uno dei pozzetti di controllo dell’Alcoa, i microgrammi/litro oscillavano tra 123.000 e 151.000. In proporzione: 30mila volte oltre soglia. E la situazione peggiora anno dopo anno, visto che nel 2013 il livello di cadmio aveva fatto registrare un picco massimo di 20mila microgrammi/litro e un anno dopo si è toccata quota 151mila. È andata ‘meglio’ in uno dei piezometri della Portovesme srl: valore minimo 7.700 microgrammi, valore massimo a 28.000. Numeri che per Domenico Scanu, successore di Vincenzo Migaleddu alla presidenza di Isde – Medici per l’ambiente, testimoniano una “situazione critica” (leggi).

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, striscione operai Allumina

Una precisazione: la falda segue le ‘correnti’, quindi le sostanze nocive possono essere prodotte in un punto e trasportate poi da tutt’altra parte. È per questo motivo, ad esempio, che nel pozzetto S124 installato all’interno della centrale termoelettrica Enel ‘Sulcis’ – a valle di Eurallumina – sono stati rilevati 1 milione e 100mila microgrammi di alluminio in un litro d’acqua. Soglia di legge: 200 microgrammi.

Prima che il suo uso venisse vietato a causa dell’alta tossicità, il tallio veniva impiegato in particolare per la produzione di topicidi. Nelle acque sotterranee non dovrebbe superare una concentrazione di 2 microgrammi per litro, ma nel pozzetto 2 della centrale Enel ‘Portoscuso’ il valore minimo si è attestato a 2.500 microgrammi, quello massimo a 5.700 (ovvero 2.850 volte la soglia).

Mortale e neurotossico (nel migliore dei casi) il mercurio è accettabile nella misura di 1 microgrammo/litro. Dice l’Arpas che nel pozzetto 2 della Portovesme srl, su quattro campionamenti il valore più basso è stato pari a 572 microgrammi, quello più elevato si è ‘fermato’ a 593.

Poi c’è l’arsenico. Soglia di legge: 10 microgrammi. Rilevazioni nel peziometro S148 della centrale Enel ‘Sulcis’: picco a 3.100 microgrammi. E ancora, manganese, ferro, solfati: tutti pesantemente oltre soglia, in proporzioni inimmaginabili. E non manca nemmeno il fluoro, che non è certo prerogativa della Fluorsid. Ma le acque di falda dove vanno a finire? L’avremmo voluto chiedere ai responsabili del laboratorio dipartimentale Arpas del Sulcis, che hanno validato i prelievi: raggiunti telefonicamente, hanno preferito non parlare.

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

I dati risalgono al 2014 e sono i più recenti disponibili. Sono stati pubblicati diversi mesi fa sul sito istituzionale dell’Arpas ma sono passati sotto silenzio. Anche perché l’agenzia regionale non ha certo brillato in trasparenza. In homepage, del report, nessuna traccia. Si va per tentativi alle sezioni ‘monitoraggi’ e ‘controlli’, come logica vorrebbe: niente di niente. I dati sulle concentrazioni di veleni che schizzano oltre qualsiasi soglia concepibile, l’Arpas li ha rubricati alla voce ‘progetti’. Quasi fossero un obiettivo da raggiungere in itinere.

Il quadro risulta ancor più inquietante se si tiene conto del fatto che certe sostanze sono tipiche di alcuni cicli di lavorazione, a partire dall’alluminio e dallo zinco. Eppure nemmeno la chiusura degli stabilimenti dell’Eurallumina e dell’Alcoa, avvenute anni e anni fa, ha determinato un abbassamento delle concentrazioni di queste sostanze, a comprovare la grave (e forse irreversibile) compromissione del territorio. Nel frattempo si parla di progetti per la messa in sicurezza della falda con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati – dalla Regione al ministero dell’Ambiente passando per le multinazionali proprietarie degli impianti – attraverso le cosiddette ‘Conferenze decisiorie’. Definizione quanto meno beffarda: si tratta di consessi talmente ‘decisori’ che la prima riunione si è tenuta dieci anni fa (leggi) e ancora oggi si discute su quanto debbano pagare, in proporzione al danno cagionato, i responsabili del disastro.

Contemporaneamente, però, procede spedito con l’adesione convinta di Regione e ministero dell’Ambiente, il progetto di ampliamento del bacino dei fanghi rossi dell’Eurallumina. Una montagna di scarti tossici che oggi s’innalza verso il cielo per dieci metri: secondo il progetto si dovrebbe salire fino a 42 metri. L’unico ad opporsi – insieme con le associazioni ambientaliste – è stato un architetto salernitano, il Sovrintendente ai Beni paesaggistici per il sud Sardegna Fausto Martino. Che ha detto una cosa semplice: la compromissione dei luoghi non può giustificare un ulteriore stupro del paesaggio e del territorio, semmai invoca prepotentemente l’avvio di un serio progetto di bonifiche secondo il principio del ‘chi inquina paga’. Politica e imprenditori l’hanno massacrato, nel nome dell’imprescindibile e vitale ‘sviluppo industriale’. Spesso tenuto in piedi da sovvenzioni pubbliche miliardarie e nonostante tutto miseramente crollato, lasciando un’eredità non proprio appetibile.

 

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, cartelli bonifica bacino “fanghi rossi”

(foto Raniero Massoli Novelli, S.D., archivio GrIG)

 

 

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  1. Mara
    giugno 7, 2017 alle 8:15 am

    L’articolo è angosciante. Penso che la realtà sia addirittura peggiore, purtroppo. I pazzi incoscienti che vogliono aumentare il bacino dei fanghi rossi dovrebbero impararlo a memoria. Anche gli operai (mi spiace davvero per loro) che si aggrappano a un lavoro moribondo e dovrebbero lottare se mai per lavorare al ripristino ambientale. Profumatamente pagati perché sarà un lavoro pericoloso. Dovrebbe pagare CHI ha inquinato, se fossimo un Paese civile, ha perfettamente ragione Fausto Martino.

  2. Carlo Forte
    giugno 7, 2017 alle 10:03 am

    Lavorare?

  3. poldo
    giugno 7, 2017 alle 8:35 pm

    Aggiungerei che gli ultimi dati ISTAT (anch’essi del 2014) sulla concentrazione di morti per cause tumorali è al secondo posto in Sardegna. Nel 2014 tasso nazionale più alto (si proprio il più alto, anche della campagna con le terre dei fuochi). Aggiungerei anche che quando le falde sfociano in mare tutto diventa alimento per il nostro prelibato pesce e i nostri ancor migliori molluschi che fanno da filtro a queste sostanze, catturandone le migliori. Aggiungerei anche che se le falde non sfociano in mare potranno sempre essere usate per innaffiare i nostri ortaggi o quelli delle aziende agricole per darci delle ottime verdure made in Sardigna, al piombo (o cadmio che sia). Vorrei anche aggiungere che l’arpas, ente limpido come l’acqua che analizza, sta a comando della politica e quindi se un’azienda è da salvare, è da salvare è bo. La politica che comanda è quella che poi si schiera parte civile per comparire puntualmente sulla Nuova o sull’Unione per farci credere che loro il dovere ambientale l’hanno adempiuto in pieno orgoglio sardo.
    Quindi cari sardi, state tranquilli che se non sara il grasso di pecora o quello del maialetto a intasarci le vene, ci sarà sempre un bel tumore al colon che penserà a porre fine alla nostra vita. Anzitempo

  4. Sparviero
    giugno 8, 2017 alle 6:35 pm

    …e intanto nel territorio comunale di Carbonia a guida M5stelle si apprestano a dare il via libera alla nuova discarica di Genna Luas a servizio della Portovemse Srl!

    • poldo
      giugno 9, 2017 alle 4:47 pm

      Potresti pubblicare qualche atto a riguardo? Grazie

      • giugno 9, 2017 alle 6:24 pm

        gli atti sono richiamati in questo e in altri articoli presenti sul blog attraverso i link di riferimento. Pubblicarli integralmente richiederebbe uno spazio non disponibile su questa piattaforma web 😉

  5. giugno 9, 2017 alle 2:50 pm

    non pare che l’efficacia sia pari all’impegno, però…

    dal sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna
    Bonifiche, rapporto sull’area industriale Portovesme. Spano: pubblica amministrazione procede secondo principio “chi inquina paga”.
    “L’Amministrazione pubblica sta portando avanti un grande lavoro, specie negli ultimi anni, per la messa in sicurezza dei suoli e delle acque nell’area Industriale di Portovesme” commenta l’assessora regionale della Difesa dell’Ambiente Donatella Spano. (http://www.regione.sardegna.it/xml/getpage.php?cat=7877)

    CAGLIARI, 8 GIUGNO 2016 – Il Coordinamento per l’attuazione del Piano Sulcis, dietro la regia del responsabile Salvatore Cherchi, ha redatto un rapporto sulle bonifiche dei suoli e della falda nell’area Industriale di Portovesme che riepiloga le principali azioni di bonifica e/o di messa in sicurezza dei suoli e della falda acquifera realizzate nell’area industriale di Portovesme, con investimenti a carico totale delle aziende che le hanno in attuazione (Alcoa, Portovesme srl, Eurallumina, Enel, Ligestra). Tutte le azioni sono state deliberate da decreti del Ministero dell’Ambiente in quanto riferite a un Sito d’Interesse Nazionale (SIN) e al termine di complessi procedimenti conclusi con conferenza di servizi decisoria. I procedimenti hanno fortemente impegnato l’Assessorato Regionale dell’Ambiente, la Provincia di Carbonia-Iglesias, il Comune di Portoscuso, Arpas, Ispra e altri pubblici soggetti, oltre le Aziende interessate. Di grande portata le risorse impiegate, oltre 200 milioni di euro.

    IMPEGNO NEL SULCIS. “L’Amministrazione pubblica sta portando avanti un grande lavoro, specie negli ultimi anni, per la messa in sicurezza dei suoli e delle acque nell’area Industriale di Portovesme” commenta l’assessora regionale della Difesa dell’Ambiente Donatella Spano. “Il risultato del lavoro coordinato fra Regione Sardegna, Ministero Ambiente e istituzioni locali ha condotto al varo di programmi operativi con costi interamente a carico delle aziende sulla base del principio chi inquina paga”. L’esponente della Giunta si sofferma sulle risorse: “tra attività realizzate, in corso o già deliberate, sono in campo risorse aziendali per oltre duecento milioni di euro” e sulla prevenzione di criticità future: “la messa in sicurezza dei suoli avviene con metodi che prevengono il rischio di futuri inquinamenti dei terreni e delle acque sotterranee a causa dell’attività industriale. La Regione, di concerto con il Ministero dell’Ambiente e le Istituzioni locali, agisce infatti perché siano simultaneamente conseguiti gli obiettivi del risanamento, della prevenzione del rischio e del lavoro nell’industria”.

    BONIFICHE E MESSA IN SICUREZZA. Le Aziende sono responsabili dell’attuazione, sotto il controllo delle autorità competenti. Si tratta di impegni che attualmente ammontano a oltre 170 milioni di euro per costi di investimento e a oltre 56 milioni di euro per costi di gestione calcolati per difetto su 5 annualità. Su determinati interventi, per esempio la bonifica della falda acquifera, si stima una durata decennale. In ogni caso, la conclusione del programma è subordinata all’esito di monitoraggio pluriennale. I programmi in corso di realizzazione valgono circa 150 milioni di euro. L’azione più rilevante (da avviare, sebbene già decretata) riguarda il “barrieramento idraulico consortile”. Intanto sono già attivi gli impianti per la messa in sicurezza d’emergenza (MISE) negli stabilimenti e lungo il perimetro del bacino fanghi rossi.

    ———–

    sintesi principali programmi bonifiche area industriale Portovesme: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_50_20170608161740.pdf

    • poldo
      giugno 9, 2017 alle 5:02 pm

      Non è che poi le autorità competenti verranno accecate dalle sabbie del Sahara???

  1. giugno 7, 2017 alle 11:00 pm

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