Sulcis allo sbando.


Portovesme, bacino “fanghi rossi” bauxite (foto Raniero Massoli Novelli, 1980)

Un viaggio nel Sulcis inquinato, ammalato, depredato, assistito, allo sbando.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

da Il Fatto Quotidiano, 14 gennaio 2021

Sulcis, un territorio ferito (e malato) per l’industrializzazione selvaggia. E abbandonato.

Processi e bonifiche mancate: a lungo multinazionali e partecipate di Stato hanno fatto incetta di beni e risorse, per poi chiudere e andare via, lasciando un territorio profondamente segnato dalla disoccupazione, dall’inquinamento (ancora da risanare) e dalla malattia. (Maria Cristina Fraddosio)

“Tecnici, lavoratori! Oggi 18 dicembre dell’anno XVII dell’era fascista nasce con questo semplice rito inaugurale il più giovane comune del Regno d’Italia: Carbonia”. A parlare alla piazza gremita di bocche affamate ed esultanti, per il neonato comune e l’auspicato benessere che le miniere tutt’attorno avrebbero prodotto, era Benito Mussolini, che quel giorno del 1938 sbarcò nel porto di Sant’Antioco, in Sardegna, dove lo attese all’arrivo una gigantesca montagna di carbone disposto a forma piramidale. A ben guardarla oggi questa parte sud-occidentale dell’isola, di quei fasti annunciati non vi è traccia. La grande industria qui ha inscenato uno spettacolo ingannevole. Una sorta di ratto delle Sabine (con tanto di sindrome di Stoccolma secondo alcuni). Un rapimento, un furto, un’incursione predatoria e poi il vuoto, la disoccupazione, la contaminazione, la malattia, lo scoloramento, in alcuni borghi, per giunta dell’identità. Non più viticoltori, non più pastori: i terreni arsi dai veleni, le acque contaminate e la penuria che ha pervaso tutto nell’oblio ultradecennale dei governi centrali, politiche assistenzialiste a parte.

Nel Sito di interesse nazionale del Sulcis, Iglesiente, Guspinese non restano che gli ultimi scampoli del glorioso sviluppo industriale sepolto tra fanghi e macerie. Metalli pesanti, cadmio, alluminio, arsenico, piombo, zinco, carbone, ferro, fluoruri, mercurio, diossina. Tanto è grande il Sito di interesse nazionale, il più grande d’Italia con 10.639 ettari dopo Casale Monferrato, tanto è sconfinata la lista degli inquinanti e dei comuni coinvolti. Trentanove ne conta l’Istituto superiore di sanità nello studio epidemiologico Sentieri dello scorso anno. “La mortalità per le principali cause – si legge nel rapporto – è in eccesso per le malattie dell’apparato respiratorio in uomini e donne”. Si registrano eccessi riconducibili alle esposizioni ambientali del sito, “per il tumore dello stomaco in entrambi i generi, per il tumore della pleura negli uomini e dell’asma tra le donne”.

Risale al 30 novembre 1990 il decreto che definiva questa come “Area ad elevato rischio di crisi ambientale”. Due anni dopo, a Radio Radicale, l’allora avvocato Romeo Ferrucci, poi magistrato della Corte dei Conti, ebbe a dire: “Essendomi trovato per caso nella cittadina di Portoscuso, che è a 70 chilometri ad ovest di Cagliari, ho constatato che questa era al centro del disastro ambientale forse più grave, più degradato, più generalizzato e più micidiale per la salute dell’uomo”. Fu lui il promotore del Comitato nazionale per la tutela della salute degli abitanti del Sulcis, a cui aderì anche l’attore Gian Maria Volonté. Romeo denunciò la paralisi istituzionale, “l’ossequio al potere economico” delle società di Stato da parte della politica e della magistratura stessa. È del ’93 il Piano di disinquinamento. Il Sin è stato istituito nel 2001. È stato perimetrato più volte, l’ultima nel 2016. L’inquinamento rilevato interessa circa 264mila abitanti. Di accordi di programma tra il ministero dell’Ambiente e gli enti locali ce ne sono stati tanti. Nel 2007, nel frattempo, viene dichiarato lo stato di emergenza che si è protratto fino al 2012. In questo lasso temporale è stato avviato un regime straordinario e nominato il Commissario delegato (ovvero il presidente della Regione). Successivamente è stato stipulato un protocollo d’intesa, detto “Piano Sulcis”. Per il risanamento le risorse pubbliche assegnate ammontano a 166,4 milioni di euro. Tuttavia l’inquinamento resta: l’ultimo rapporto del ministero dell’Ambiente rivela che i progetti di messa in sicurezza conclusi riguardano il 9% dei terreni e il 6% della falda.

Italia, S.I.N. (marzo 2013)

Quella che storicamente ha rappresentato una delle aree minerarie più importanti d’Italia oggi non c’è più. È tutto dismesso e costituisce un immenso patrimonio di archeologia industriale divenuto un Parco geominerario storico ambientale. Di quel passato resta l’eco di un avvenimento storico, noto come l’eccidio di Buggerru: il 4 settembre 1904 i minatori protestarono per le dure condizioni di lavoro imposte dai francesi. Di tutta risposta, arrivò la Fanteria. Morirono tre lavoratori, un quarto successivamente. La rivolta della classe operaia andò propagandosi sull’isola. E la notizia raggiunse Milano, dove di lì a poco venne indetto il primo sciopero generale. I lavoratori sardi non ebbero la meglio quel giorno, né negli anni a venire: a lungo multinazionali e partecipate di Stato hanno fatto incetta di beni e risorse, per poi chiudere e andare via, lasciando un territorio profondamente segnato dalla disoccupazione (con fiumi di cassintegrati da mantenere), dall’inquinamento (ancora da risanare) e dalla malattia. Ciò che resta è tutto concentrato in un piccolo borgo marinaro di 5mila abitanti, noto per le tonnare e per una storia politica densa di veleni, in cui non sono mancati casi di corruzione, concussione e atti minatori: Portoscuso e l’adiacente zona industriale Portovesme. Di qui sono passate numerose società estere che in alcuni casi, a detta dell’amministrazione comunale, non hanno pagato nemmeno l’Ici. A lungo c’è stata la società americana che trattava l’allumina, l’Alcoa, ma è andata via. Restano comunque siti industriali di particolare rilievo: la centrale Enel a carbone, la discarica ex Alumix, oggi della società Ligestra, la Portovesme srl (un tempo di Eni), che tratta ingenti carichi di fumi d’acciaieria (finiti non di rado alle cronache per la presenza di materiale radioattivo) e la raffineria che produce allumina dalla bauxite Eurallumina Spa, appartenente al gruppo russo Rusal.

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, impianti Alcoa

“Stiamo combattendo per farci riconoscere i danni ambientali – denuncia il primo cittadino Giorgio Alimonda – dal 2005 attendiamo che venga messa in opera la barriera idraulica. Ad oggi sono stati effettuati solo degli interventi spot di messa in sicurezza di emergenza”. La prima richiesta del 2006 porta la firma dell’attuale vicesindaco Ignazio Atzori: “Con la presente l’amministrazione comunale – si legge – pur senza rinunciare alla continuità produttiva e alle possibilità di sviluppo del polo industriale, chiede al Ministero e agli altri enti competenti di avviare le procedure di danno ambientale nei confronti delle aziende che nel corso della pluridecennale attività industriale hanno causato il degrado ambientale del territorio”. Nel frattempo sono state emesse varie ordinanze sindacali con cui si è vietato di vendere vino, uva, olive, zucchine, pomodori, peperoni, coltivati sul territorio, ed è stato raccomandato alla popolazione di non consumare i prodotti del posto. “L’ultima ordinanza – spiega – è del 2014. Da alcune analisi sul latte è emersa la presenza di diossina, lo abbiamo dovuto smaltire a spese del Comune e non abbiamo neanche un registro tumori”.

bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte
Portoscuso, Eurallumina, bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte

Un’enorme ferita a cielo aperto, a ridosso del mare, a pochi metri dalla banchina da cui ci si imbarca per l’isola di Carloforte, è il bacino di fanghi rossi: oltre 150 ettari contenenti tonnellate di scarti industriali della Eurallumina. A tal proposito, dal 2009 è in corso presso il tribunale di Cagliari il processo a carico di Vincenzo Rosino e Nicola Candeloro, rispettivamente ad e direttore dello stabilimento (che da allora è chiuso, sebbene abbia ottenuto la Valutazione di impatto ambientale per la riapertura): entrambi sono stati rinviati a giudizio, su richiesta del pm Marco Cocco, per deposito non autorizzato di rifiuti pericolosi, oramai prescritto, e per disastro doloso, per cui prosegue il processo. Ma le parti civili (in alcuni casi cittadini ammalatisi) temono intervenga la prescrizione. Dalle intercettazioni sarebbe anche emersa l’ipotesi che i vertici della srl sapessero preventivamente delle ispezioni di alcuni dirigenti pubblici. “La produzione primaria di alluminio – spiega Stefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico – è da rivoluzione industriale ottocentesca perché oggi quasi tutto è riciclato, ma si continua nella maniera più vecchia ed energivora. Si preferisce con il sostegno pubblico su connottu, ovvero ciò che si conosce già”. Angelo Cremone, dell’associazione Sardegna Pulita, più volte minacciato per il suo impegno ambientalista, denuncia: “L’unica sentenza che ci ha soddisfatto è stata quella alla Portovesme, in cui sono stati condannati due dirigenti per smaltimento di rifiuti pericolosi con cui è stato costruito il piazzale dell’ospedale oncologico di Cagliari. Gli altri sono sempre finiti con assoluzione. Non si è bonificato nulla e addirittura oggi vogliono costruire una nuova centrale a gas, un rigassificatore e nuove discariche. È assurdo, perché questo piccolo fazzoletto di terra non ce la fa più a rigenerarsi e la gente ha paura”.

Portoscuso, zona industriale di Portovesme

(foto Raniero Massoli Novelli, per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)

  1. gennaio 31, 2021 alle 8:29 am

    E la cosa ancor più grave è che ogni melmata di questa pluridecennale triste storia, dal mega inquinemto di aria, mare (dove si è sempre pescato e lo si fa tutt ora) e territorio, alla attività industriale sempre zavorrata di soldi pubblici, alla mancata bonifica (sempre settore dove sono stati mangiati soldi anche UE) è sempre stata fatta sotto gli occhi di tutti, dalle istituzioni omertose, al cittadino chino e schiavo di una fantomatica promessa di lavoro.
    ….un lavoro da killer:ammazzare il proprio territorio

  2. capitonegatto
    gennaio 31, 2021 alle 12:00 PM

    Sembra un paesaggio lunare, e forse alla luna guardavano coloro che avrebbero dovuto controllare quello che sarebbe avvenuto. Costoro sono ancora vivi per espiare lemloro colpe ? Altro che giustizialismo.

  3. Stefano
    gennaio 31, 2021 alle 3:49 PM

    Triste ascoltare qualcuno che si dice disposto a barattare la salute in cambio del posto di lavoro. Discorsi così ne ho sentiti spesso e ogni volta mi chiedo se vi sia piena consapevolezza di ciò che abbiamo perduto e continueremo a perdere se non cambierà qualcosa. E come possa essere così limitata e ottusa la nostra classe dirigente per aver portato tanta gente a ragionare così. E come non riesca a immaginare altre possibilità di creare lavoro e benessere sociale senza avvelenare l’ambiente. Dovremo farglielo capire noi con grandi mobilitazioni prima che sia troppo tardi.

  4. Stefano
    gennaio 31, 2021 alle 4:00 PM

    Vorrei puntualizzare ciò che ho scritto in precedenza : non biasimo chi sceglie il lavoro pur conoscendo i rischi che comporta, so bene che si tratta di scelte dettate dalla disperazione. È ignobile mettere esseri umani nella condizione di non poter scegliere.

  5. Donatella
    febbraio 1, 2021 alle 11:57 am

    Per il risanamento le risorse pubbliche assegnate ammontano a 166,4 milioni di euro. Mancano invece cervello e volontà di bene

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