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Presentata opposizione al rilascio della concessione demaniale marittima per la centrale eolica off shore al largo della Sardegna.


Mar di Sardegna, progetto di centrale eolica offshore (tratto da documentazione procedura di scoping)

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico odv (GrIG) ha presentato un atto di opposizione (28 gennaio 2021) al rilascio della concessione demaniale marittima richiesta dalla Ichnusa Wind Power s.r.l. di un’ampia area demaniale, di mare territoriale e d’interesse nazionale al largo del Sulcis per realizzarvi una centrale eolica off shore.

La concessione richiesta ha ad oggetto l’occupazione di:

– m² 2.617,00 di zona demaniale (ZD) (fg. 6, part. 1269 e 1353 del Comune di Portoscuso) per la realizzazione di un cavidotto interrato sul molo di ponente del porto di Portovesme (SU), che si estende dalla testata del molo sino all’uscita dell’area portuale fino ad allacciarsi alla stazione Terna Sulcis esistente;

– m² 196.920,00 di specchio acqueo (SP) nell’antistante mare territoriale per la realizzazione di un cavidotto sottomarino, dal molo di ponente del porto di Portovesme (SU) sino al limite delle acque territoriali ad ovest della Sardegna.

– m² 2.538.674,00 di specchio acqueo (SP) oltre il confine del mare territoriale per la prosecuzione dell’elettrodotto marino e per l’installazione di n. 42 turbine con fondazione floating.

Come noto, la Ichnusa Wind Power s.r.l., società energetica milanese decisamente minimalista e parca di informazioni (ma non di relazioni), ha presentato un progetto per la realizzazione di una centrale eolica off shore, con 42 “torri eoliche” altre 265 metri, su una superficie marina di 49 mila metri quadri, a circa 35 chilometri (circa 19 miglia marine) dalla costa dell’Isola di San Pietro e del Sulcis (Sardegna sud-occidentale).

La potenza prevista è di 12 MW ciascuna per complessivi 504 MW, mentre “l’impianto eolico sarà formato da due sottoparchi costituiti da 21 turbine ciascuno. La distanza geometrica minima tra le singole turbine è 1800 metri“.  Le “torri” eoliche saranno galleggianti, e “costituiscono un innovativo sviluppo tecnologico del settore eolico che permette di realizzare parchi eolici offshore su fondali profondi” (Floating Offshore Wind Farm – FOWF).

La durata prevista della centrale eolica sarebbe di 30 anni e il cavidotto di collegamento dovrebbe approdare sulla terraferma a Portoscuso.

centrale eolica a mare

Al momento il progetto è stato presentato al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare per la fase di scoping (verifica preliminare), che precede la predisposizione dello studio di impatto ambientale finalizzato alla procedura di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) (qui la documentazione presentata).

In parole povere, il progetto è tuttora in alto mare, sebbene proceda lentamente: oltre il sensibile impatto ambientale, assolutamente tuttora non valutato, sarebbe oltremodo assurdo vincolare una così ampia estensione di aree demaniali, di mare territoriale e d’interesse nazionale per un così lungo termine temporale in assenza di qualsiasi autorizzazione per la realizzazione e la gestione della progettata centrale eolica off shore.

Tutto legittimo, anche se rimangono sospese parecchie domande sulla reale utilità per la collettività (non per l’azienda proponente) di un progetto energetico comunque impattante sull’ambiente e le varie componenti ambientali (fra le tante cose, lì passa la rotta migratoria del Tonno rosso, finora bellamente ignorata dal progetto), non sostitutivo delle fonti energetiche fossili ora utilizzate (non esiste alcun obbligo giuridico in tema) e non utile al comparto regionale, che già esporta quasi la metà dell’energia elettrica prodotta.

Innanzitutto, a chi servirebbe un così rilevante quantitativo di energia, oltre a chi lo produce (e ci guadagna)?

Tonno rosso (Thunnus thynnus)

Attualmente (dati piano energetico ambientale regionale) in Sardegna abbiamo i seguenti dati relativi alle fonti di produzione energetica: 78% termoelettrica, 11% eolica, 5% bioenergie, 5% fotovoltaico, 1% idroelettrico.  Fonte termoelettrica: 42% carbone; 49% derivati dal petrolio; 9% biomasse.   

Tuttavia, oltre il 46% dell’energia prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato, quando possibile, vista la limitata capacità dei due sistemi di trasporto dell’energia (cavidotti SAPEI e SACOI) , complessivamente 1.400 MW. 

Il terzo collegamento – fra la Sicilia e la Sardegna – recentemente annunciato dal Governo nazionale e oggetto di un accordo fra Regione Siciliana, Terna s.p.a. e Cassa Depositi e Prestiti (settembre 2019) – non ha finora incontrato il favore della Regione autonoma della Sardegna, che punta sul metano.    

Carloforte, litorale di Stea

Quindi, allo stato, se tale energia sostituisse con un qualche meccanismo giuridicamente coattivo oggi non esistente le fonti fossili più inquinanti (petrolio e derivati, carbone) allora il progetto potrebbe avere utilità collettiva oppure non avrebbe alcun senso, sarebbe semplicemente dannoso al contesto socio-economico locale (pesca, turismo)..

In proposito sarebbe opportuno puntare sullo sviluppo della ricerca e la realizzazione di sistemi di accumulo energetico.

L’Isola di San Pietro, il Sulcis, la Sardegna non hanno minimamente bisogno di diventare una “piattaforma di produzione energetica” per lucrosi interessi particolari privati.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

centrale eolica off shore, Germania

(rendering progettuale, foto da mailing list ambientalista, A.N.S.A., S.D. archivio GrIG)

  1. sardo
    gennaio 30, 2021 alle 12:22 PM

    Complimenti vivissimi e grazie da sardo. Mi raccomando se potete verificate anche l’espansione della centrale eolica di Ulassai nei Tacchi di Jerzu con la prevista installazione di altri 10 megatorri eoliche finalizzata a produrre energia non accumulabile utile solo alla ditta installatrice. Se dovesse andare avanti quel progetto i Tacchi d’Ogliastra subirebbero una nuova devastante mazzata con buona pace delle tante prospettive di turismo indirizzato a valorizzare le bellezze paesaggistiche così violentate.

  2. capitonegatto
    gennaio 30, 2021 alle 6:22 PM

    Fornire energia pulita tramite impianti eolici o solari, e’ difficile , perche’ questi impattano sul territorio solido e marino, e sulla economia turistica e non solo. Ma occorre porsi la domanda su quali altre energie pulite abbiamo ora o nell’immediato futuro , se vogliamo contribuire alla diminuizione di Co2 in atmosfera ? E’ un bel quesito decidere dove e come mettere questi impianti, senza la consapevolezza e adesione dei cittdini, che devono anche vedere un ritorno economico tangibile e adeguato. E’ solo una decisione politica, che libera da condizionamenti , deve guidare questa transizione ecologica, che necessariamente va discussa in modo serio con tutte le comunita’ coinvolte , anche con decisioni di varianti ai progetti.

  3. Stefano
    gennaio 30, 2021 alle 11:07 PM

    Le fonti alternative sono materia complessa e come tale dovrebbe essere affrontata. Un piano energetico nazionale serio dovrebbe essere secondo me la prima cosa. Voglio dire la capacità di mettere a sistema tutte le risorse a scarso impatto ambientale esistenti, lo sfruttamento di aree industriali dismesse, i tetti di grandi edifici per il fotovoltaico ad esempio. Tutto ciò e altro ancora prima di pianificare opere colossali che devastano il paesaggio e delle quali non si capisce la reale utilità. Ma guarda caso sono invece molto utili a coloro che ne traggono profitto economico. Nel caso specifico poi, credo proprio che le coste del Sulcis abbiano già dato abbastanza con Portoscuso e il poligono militare di Capo Teulada.

  1. aprile 20, 2021 alle 2:58 PM

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