La Cina contribuisce più di tutti gli altri Stati ad avvelenare la Terra.


Cina, Pechino, smog

Moderato ottimismo nelle recenti riunioni del G20 a Roma e del COP26 a Glasgow per gli impegni presi nella lotta ai cambiamenti climatici.

C’è ancora moltissimo da fare perché si giunga a misure realmente efficaci.

Ben pochi impegni e fumosi (è il caso di dirlo) ha assunto la Cina, per esempio.

La Cina è di gran lunga la maggiore responsabile delle emissioni di CO2 (anidride carbonica) nel mondo.

Gli impianti di aziende cinesi, come la China Baowu, emettono più CO2 di interi Stati come il Pakistan.

Lo spaventoso consumo del suolo e di risorse naturali è sfrenato e privo di regole.

C’è veramente ancora molto da fare…

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Cina, speculazione immobiliare

da TG Com 24, 29 ottobre 2021

Studio: la Cina inquina più di Stati Uniti, India, Russia e Giappone messi insieme.

I colossi industriali del Paese arrivano a produrre più emissioni di Co2 rispetto a intere nazioni: è allarme climatico.

Secondo uno studio dell’ente di ricerca Rhodium Group, lo scorso anno la Cina ha generato la stessa quantità di Co2 di Stati Uniti, India, Russia e Giappone messi insieme. Il Paese fa parte dei primi cinque inquinatori al mondo, responsabili del 60% delle emissioni globali, e la sua produzione di carbonio è in aumento ogni anno.

Le emissioni della Cina sono così vaste che alcune aziende creano più inquinamento di intere nazioni. E’ il caso di China Baowu, il principale produttore di acciaio al mondo, che lo scorso anno ha immesso più Co2 dell’intero Pakistan. O ancora China Petroleum & Chemical, ausiliare del gigante petrolifero statale Sinopec Group, che ha contribuito al riscaldamento globale più di quanto non abbia fatto il Canada, undicesima nazione per emissioni. 

Le aziende cinesi più grandi hanno diretta influenza anche sull’aumento delle temperature globali. Mentre i leader mondiali si dirigono a Glasgow per la Cop26, la conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite, l’impatto e il ruolo dei titani industriali cinesi continua ad essere centrale, nonostante le società non siano presenti nei negoziati dell’Onu.

La promessa del presidente cinese Xi Jinping però rimane quella di azzerare le emissioni entro il 2060: le aziende dovranno convertirsi a energie rinnovabili e cambiare completamente il loro assetto di produzione. La Cina afferma che presto rilascerà una mappa dettagliata delle emissioni previste per il prossimo decennio. Nel frattempo, le aziende statali hanno annunciato piani che prevedono un aumento molto più rapido di energia pulita rispetto a quanto suggerito dagli obiettivi ufficiali. 

Tuttavia, la Cina ha già imposto la prima battuta d’arresto: la riduzione dell’uso del carbone non sarà possibile prima del 2026. Anzi, per il momento la produzione aumenterà di 100 milioni di tonnellate per sopperire alla carenza di energia

gli Stati che emettono più anidride carbonica (elaborazione Antonio Massariolo su dati 2019, 2021)

11 ottobre 2021

Le crisi energetiche spaventano Cop-26: l’India rischia il collasso e aumenta la produzione di carbone.

A meno di tre settimane dall’inizio della Conferenza sul clima di Glasgow, la mancanza di gas e carbone rende difficile la svolta ecologica.

Tra le strade tracciate per fronteggiare la sfida climatica, durante il vertice Pre-Cop26, è stata inserita anche la decarbonizzazione obbligatoria, ovvero lo stop all’utilizzo del carbone come risorsa energetica. L’India tuttavia, che già produce il 70% dell’elettricità utilizzando il carbone, ne aumenterà l’estrazione per affrontare la grave crisi energetica in atto.

Nel Paese più della metà delle 135 centrali elettriche a carbone stanno utilizzando l’alimentazione a vapore, poiché le scorte del combustibile sono estremamente basse. Dopo la seconda ondata pandemica la domanda di energia è aumentata notevolmente e contemporaneamente i prezzi globali del carbone sono aumentati del 40%. Inoltre le importazioni dell’India sono scese ai minimi storici degli ultimi due anni, nonostante il Paese sia secondo importatore mondiale di carbone e contemporaneamente anche sede della quarta più grande riserva del mondo.

Secondo gli esperti consultati dalla Bbc, al momento non è possibile importare più carbone per sopperire alle carenze interne, per via del costo elevato sui mercati mondiali e l’impatto inflazionistico. Uno dei motivi della crisi potrebbe derivare dal fatto che, negli ultimi anni, la produzione dell’India è stata rallentata dall’impegno del paese nel ridurre la sua dipendenza dal carbone, in vista degli obiettivi climatici.

Il rincaro dei beni energetici aveva interessato nei giorni scorsi anche la Cina, che, per sostenere l’economia interna e le sue aziende, aveva ordinato a settantadue grandi miniere di aumentare la produzione di carbone. La crisi si è poi intensificata a causa delle inondazioni, che, nello scorso weekend, hanno costretto le miniere cinesi a chiudere, facendo arrivare i prezzi del carbone a livelli record.

Una situazione parallela è stata segnalata anche dal Qatar, maggior esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, che si trova nel mezzo di una crisi del mercato, con i prezzi alle stelle ed un’offerta che non riesce a tenere il passo con l’impennata della domanda. Il ministro dell’Energia Saad Al-Kaabi ha affermato che, nonostante il Qatar stia spendendo miliardi di dollari per aumentare la produzione, farà fatica a incrementarla a breve termine.

I travagli di Cina, India e Qatar riflettono il binomio critico che esiste tra ripresa economica post-pandemia e gli obiettivi per il clima richiesti da Cop-26: con le materie prime che scarseggiano è difficile non ricorrere all’aumento della produzione di combustibili inquinanti. La sfida adesso sembra essere questa: raggiungere un equilibrio che permetta sia di soddisfare la domanda di elettricità sia di ridurre la dipendenza dalle centrali a carbone e dal gas naturale, fortemente inquinanti. 

foglie nel bosco

(foto A.N.S.A., da mailing list ambientalista, S.D., archivio GrIG)

 

  1. Belinda
    novembre 5, 2021 alle 11:15 am

    Ma gli altri stati fanno produrre TUTTO in questa Cina tanto zozzona, fingendo di essere piu’ virtuosi… Se ognuno di questi Stati riprendesse a produrre in casa propria, magari con nuovi criteri ecologici, potremmo invertire la rotta…possibilmente facendo anche delle drastiche rinunce consumistiche! Ma nessuno mi sembra disposto ad invertire davvero la rotta in termini di Made in Italy ecc. , riduzione degli allevamenti intensivi, riduzione della carne (la consumiamo ogni giorno), riduzione dei fast food, riduzione del consumo di prodotti usa e getta (e non mi riferisco solo al take away, ma all’abbigliamento e beni di consumo poco durevoli) Sara’ utopia? Chissa’, io sono certa invece, che e’ l’unica vera strada per salvare o perlomeno preservare piu’ a lungo il nostro martoriato e sfruttato pianeta

    • Riccardo Pusceddu
      novembre 5, 2021 alle 7:47 PM

      Stavo per scrivere un commento simile quindi grazie per avermi risparmiato la fatica.
      La colpa e’ tutta dei consumatori occidentali che continuano a comprare i prodotti cinesi. Oggi sono andato in due delle scuole che i miei figli frequentano e le mascherine anti covid erano fatte in Cina. Poi a casa ho fatto il test obbligatorio post rientro in Inghilterra ed erano anche quelli fatti in Cina. Come dire, oltre il danno anche la beffa!

  2. Amico
    novembre 5, 2021 alle 2:36 PM

    Forse più che gli stati sono le Imprese che per trarre un maggior profitto delocalizzano la dove la produzione ha costi inferiori. Vi è una bella differenza posto che quei maggiori guadagni non entrano nelle tasche ne degli stati ne dei cittadini. Che poi ognuno di noi debba fare la sua parte concordo. Ma chiedere al cittadino il cui stipendio al massimo gli consente di arrivare a fine mese di sobbarcarsi gli oneri di questa politica commerciale selvaggia non mi pare giusto, ne per taluni possibile. Che siano le multinazionali o come spesso accade i grandi brand ad evitare tale percorso, a mio parere, poco virtuoso. La stessa cosa sta succedendo all’interno dell’europa. Delocalizzazioni selvaggie dovute a minori costi di produzione. Con quali risvoli negativi? Tanti sia in termini di sfruttamento del lavoro che di regole impattanti sull’ambiente. Su questo gli stati e la politica dovrebbero incidere, ma con la Cina, visto il regime, viene difficile.

  3. novembre 5, 2021 alle 2:56 PM

    A.N.S.A., 5 novembre 2021
    Smog a Pechino, chiuse le autostrade e i parchi giochi delle scuole.
    È probabile che la situazione persista fino a sabato. La Cina ha aumentato la produzione di carbone di un milione di tonnellate per alleviare la carenza di energia che ha costretto le fabbriche a chiudere negli ultimi mesi. (https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/11/05/cina-smog-a-pechino-stop-autostrade-e-parchi-giochi-scuole_f4ee83c7-ebcd-4aa9-b810-838002ca1ffe.html)

    Le autostrade e i parchi giochi delle scuole di Pechino sono stati chiusi oggi a causa del forte inquinamento, mentre la Cina – il principale produttore al mondo di gas serra responsabili del cambiamento climatico – aumenta la produzione di carbone in seguito ad una crisi energetica provocata da rigidi obiettivi di emissioni e prezzi record del combustibile fossile.

    Secondo l’ufficio meteorologico nazionale, una fitta foschia di smog ha avvolto parti della Cina settentrionale, con visibilità in alcune aree ridotta a meno di 200 metri.

  4. capitonegatto
    novembre 6, 2021 alle 1:03 PM

    La delocalizzazione e’ un fenomeno inevitabile vista la priorita’ al profitto. Il consumismo di beni , non essenziali sempre in aumento , e al prezzo piu’ basso, sono il motore del degrado del pianeta. Es. , era necessario rottamare milioni di televisori in tutta Europa ?

    • donatella
      novembre 7, 2021 alle 9:00 am

      grazie capitonegatto, tutto sta chiuso nella tua osservazione, senza dire altro

  5. novembre 8, 2021 alle 9:58 am

    da Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2021
    Dall’accordo di Parigi alla Cop26, l’analista: “La Cina inquina per fare alta tecnologia, ma anche Stati Uniti, Russia e India non rinunciano ai loro piani di sviluppo”.
    L’INTERVISTA – Marco Di Lillo traccia un confronto tra il contesto geopolitico della Cop 21 e quello della conferenza di Glasgow, dopo la pandemia. Ed evidenzia il ruolo dell’Europa, la situazione dei paesi in via di sviluppo e il paradosso delle terre rare, minerali strategici per la transizione: renderle impiegabili industrialmente è un processo altamente inquinante. (Luisiana Gaita): https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/08/dallaccordo-di-parigi-alla-cop26-lanalista-la-cina-inquina-per-fare-alta-tecnologia-ma-anche-stati-uniti-russia-e-india-non-rinunciano-ai-loro-piani-di-sviluppo/6382336/

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