Prati, campi o boschi?


Veneto, paesaggio

Quanto costa sostenere l’agricoltura e l’allevamento?

Ha un senso e se si quale?

Un articolo di Luca Frasconi, giovane naturalista fiorentino, che non mancherà di suscitare riflessioni e valutazioni forse contrastanti.

Buona lettura!

Gruppo d’intervento Giuridico odv

da Tomorrow News, 6 ottobre 2020

Troppi lupi? La verità è che diamo troppi soldi alla pastorizia. (Luca Frasconi)

Tanti anni fa in Italia il lupo era sull’orlo dell’estinzione. Oggi, complice l’abbandono della campagna, sta velocemente recuperando il terreno perduto. Non tutti ne sono contenti. Il suo ritorno risveglia il millenario conflitto con il mondo della pastorizia. Gli allevatori lamentano perdite e scarso sostegno. Si incolpa il lupo di far chiudere aziende e causare ingenti danni economici.

Ma è proprio così? Non tutti sanno che la pastorizia è un’attività incentivata con fondi pubblici, senza i quali, in molti casi, non potrebbe stare in piedi. In Europa tutta l’agricoltura lo è, nell’ambito della Politica Agricola Comunitaria (PAC).

Questi incentivi erano in origine giustificati da nobili intenti. La realtà però ha preso una piega diversa. Di fatto l’Unione Europea usa il denaro pubblico per sostenere attività agricole di cui potremmo fare spesso tranquillamente a meno. Grazie a questi aiuti economici infatti sopravvivono molte più aziende di quelle che sarebbero necessarie e sfamare la popolazione di tutta l’Europa. Ciò sottrae inutilmente spazio alla Natura e inasprisce il conflitto con la fauna selvatica che compete con il bestiame per spazio e risorse.

Ha ancora senso spendere tutti questi soldi?

Olzai, S. Angelo, pecore al pascolo

La dipendenza dai fondi pubblici

La PAC pesa per il 39% del bilancio dell’Unione, ossia per quasi 60 miliardi di euro all’anno. Questo denaro proviene dalle tasse pagate dai contribuenti. Non è dunque gratis, soprattutto per paesi come il nostro che ricevono dalla UE meno di quanto versano. Gli agricoltori ottengono questi soldi in vari modi, dalle detrazioni ai pagamenti diretti.

Ma quanto “pesano” questi soldi sul loro reddito? Il dato varia a seconda del paese e della coltura considerata. In Italia, mediamente, i fondi pubblici costituiscono circa il 27% del reddito degli agricoltori. Nel settore dell’allevamento e della pastorizia, il 30%.

È facile capire che, senza questi soldi, gran parte delle attività agricole che li ricevono sarebbero semplicemente costrette a chiudere. L’erogazione del denaro pubblico fa sì che ci siano molti più produttori di quanti ce ne sarebbero altrimenti. E che molto più terreno sia sfruttato e coltivato.

branco di Cervi europei (Cervus elaphus)

Le ragioni di questa dipendenza? I bassi prezzi dei prodotti agricoli, a causa del libero commercio.

Ma perché diamo denaro pubblico a questi privati cittadini?

La PAC nacque nel dopoguerra quando la produzione agricola in Europa non era tale da renderla autosufficiente. Al giorno d’oggi l’esborso della PAC in genere si giustifica con i benefici che il capillare sfruttamento agricolo del territorio assicurerebbe. Secondo i suoi sostenitori queste attività, in particolare la pastorizia, permetterebbero di:

1) garantire la sicurezza alimentare della popolazione europea,

2) proteggere la biodiversità,

3) “curare” il territorio prevenendo frane, incendi, alluvioni.

Si tratta di argomentazioni fuorvianti e capziose. Spesso sono fatte in buonafede, rivelando scarsa conoscenza di come funziona la Natura da parte di chi le sostiene.

Sono comunque buone per giustificare agli occhi del pubblico meno attento un esborso alquanto consistente.

fascia di Girasoli ai margini di un campo di Soia, utile per la presenza di insetti e avifauna selvatica

Sicurezza alimentare? Ma quando mai.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quasi nessun paese europeo era autosufficiente dal punto di vista alimentare. Si produceva meno cibo di quanto ne servisse dipendendo dai mercati internazionali.

In 70 anni la situazione è radicalmente cambiata. La UE oggi esporta molto più cibo di quanto ne consumi.

Inoltre l’abbattimento delle barriere doganali facilita l’approvvigionamento degli stati membri. Non si possono imporre dazi tra i paesi UE, né porre limiti all’interscambio tra di essi perché le dogane interne sono state eliminate.

Bosco, radura

Non solo; oltre il 60% dei terreni seminativi d’Europa è destinato alla produzione del foraggio. Come abbiamo detto, non abbiamo niente contro il consumo della carne. Ma produrla su questa scala distrugge più cibo di quanto ne renda disponibile. È un fatto: solo il 10-30% del mangime consumato dagli animali viene convertito in cibo per l’alimentazione umana . Dunque, qualora ci trovassimo in ristrettezze, basterebbe dedicare anche solo una parte di questi terreni alla coltivazione dei cereali per aumentarne drasticamente la produttività.

In queste condizioni è veramente difficile pensare che qualche paese membro possa rimanere a corto di cibo.

La miglior prova che il cibo non ci manca sta nell’imponente flusso di export che dal nostro paese raggiunge il resto del Mondo. Per esempio l’Italia esporta il 18% del Prosciutto San Danieleil 30% del Prosciutto di Parmail 40% del Parmigiano e del Gorgonzola. Ma anche metà di tutto il Pecorinoil 56% di tutta la pastal’80% del Chianti Classico e, in anni recenti, anche quasi tutto il Provolone.

Non si può sostenere che il cibo ci manchi se poi ne esportiamo così tanto. Se davvero mancasse non lo faremmo. Né destineremmo così tanti terreni alla produzione di vino e spumante.

I fondi europei all’agricoltura e la pastorizia dunque non servono più a garantire la sicurezza alimentare. Di fatto servono a incentivare le esportazioni producendo nel frattempo un effetto dumping non irrilevante.

Bisonti europei (Bison bonasus)

Non si scherza sulla Biodiversità

Dopo la fine dell’ultima Glaciazione gli alberi si diffusero rapidamente in tutta l’EuropaGran parte del Continente era ricoperto di foreste. Ma con l’arrivo dell’agricoltura e della pastorizia la faccenda cambiò. Nei fatti, quasi tutte le foreste delle aree planiziali, facili da coltivare, sono state tagliate.

I pascoli e i seminativi sostituirono i boschi. Insieme alla flora cambiò la fauna.

Gli animali legati al bosco, che hanno bisogno degli alberi per trovare cibo e riparo, ridussero di molto il loro areale.

Gli animali legati all’ambiente aperto invece prosperarono. Si tratta di animali originari delle steppe dell’Asia, come l’allodola o la lepreSenza il taglio delle foreste l’Europa sarebbe sempre stata per loro un ambiente marginale. Ma il taglio degli alberi creava habitat simili a quelli in cui essi si erano evoluti. È l’azione dell’uomo che ne ha permesso la diffusione.

Aquila reale (Aquila chrysaetos)

Oggi l’abbandono della campagna cambia di nuovo le carte in tavola. I boschi tornano e per il cervo, il lupo ed il picchio l’ambiente si fa più favorevole.

Non ho niente contro l’allodola. Ma ha senso spendere miliardi per tutelare una specie comunque fuori posto? Ha senso se per farlo danneggiamo gli interessi della fauna realmente nativa?

È un chiaro esempio della sindrome degli shifting baselines. La fauna campestre vive da così tanto tempo intorno a noi che la consideriamo “ naturale”.  Ma la sua diffusione è un artefatto delle attività umane.

Non si può neanche dire, come alcuni fanno, che nei prati ci sia più biodiversità che nei boschi. Si tratta semplicemente di specie diverse.

Per esempio, nei boschi non ci sono gli sgargianti insetti dei campi. Ma ci sono i colorati coleotteri del legno, guarda caso uno dei gruppi animali più diversificati, rari e minacciati del nostro Paese.

Con meno fondi all’agricoltura e alla pastorizia la fauna campestre non sparirebbe. Ma ci sarebbe indubbiamente più spazio per quella nativaperché meno territorio sarebbe coltivato.

Cervo europeo (Cervus elaphus)

Una frana di sciocchezze

Un’altra popolare teoria suggerisce che la pastorizia possa, in qualche modo, porre un freno al dissesto idrogeologico. Ci viene ripetuta in continuazione, come un rosario. Ci si guarda bene però dallo spiegare come questo possa avvenire.

Vediamo i fatti. Branchi di erbivori al pascolo divorano qualunque pianta commestibile trovino sulla loro strada. Insieme all’erba mangiano  anche le giovani plantule di molte specie arboree. Se il pascolamento si mantiene intenso nel tempo la naturale rigenerazione delle foreste ne risulta impedita.

Dovremmo dunque concluderne che, secondo i sostenitori di questa curiosa teoria, i prati proteggano meglio dei boschi i versanti dall’erosione. Naturalmente è una balla, e la scienza lo dimostra. Le loro supposizioni, del resto, non si basano sulla ricerca scientifica, ma sulla visione idillica e nostalgica che molti europei hanno della vita in campagna.

campo di grano

Per la cronaca, la ricrescita dei boschi non fa aumentare l’erosioneCasomai è la deforestazione che lo fa. I rimboschimenti sono da sempre uno degli strumenti più efficaci contro il dissesto idrogeologicoE con meno greggi al pascolo avremmo certamente più boschi.

Ci viene suggerito inoltre che il pascolo di capre e pecore diminuisca il rischio di incendi riducendo la biomassa vegetale presente sul territorio. Questo è indubbiamente vero. Ma non sarebbero forse in grado di farlo anche i nostri erbivori selvatici? Dobbiamo proprio spendere fior di quattrini per un servizio ecologico che la Natura ci fornirebbe gratuitamente?

La verità è che, dove sono protetti, i cervidi raggiungono densità elevate. Potrebbero pascolare con la stessa efficienza dei nostri animali domestici. Questo però in genere non succede perché la caccia ne deprime artificialmente il numero.

Perché si cacciano con tale intensità? Spesso proprio per far spazio al bestiame, con cui competono per i pascoli. Le loro popolazioni rimangono così perennemente al di sotto della densità che tenderebbero a raggiungere naturalmente. Non possono svolgere il loro servizio ecologico di erbivori e dobbiamo pagare gli allevatori per farlo al loro posto. Geniale.

Stambecco (Capra ibex)

Amare conclusioni

Ad una attenta analisi i fondi all’agricoltura e alla pastorizia sono probabilmente tra le cause della loro fragilità.

Fanno che sì che troppa gente possa rimanere in affari.

Troppe aziende producono troppo cibo facendo scendere troppo il prezzo. Il settore rimane così eternamente dipendente dagli aiuti, senza realizzare nessuno dei suoi ecologici obiettivi. I fondi all’agricoltura dunque non contribuiscono realmente né a sfamarci, né a proteggere l’ambiente.

Al contrario inducono a sfruttare ancora più terreno di quello che sarebbe realmente necessario, sottraendo spazio alla Natura e intensificando il conflitto con la fauna selvatica.

Certo, il libero commercio non aiuta gli agricoltori. In un mercato senza dazi, il prezzo lo fa chi ha un più basso costo del lavoro. Ma quel mercato libero che da una parte li danneggia è lo stesso che gli permette di esportare così tanto Parmigiano, vino e prosciutti fuori dall’Italia e dall’Europa.

campo di mais

Tali incentivi inoltre distorcono il mercato. Generano un effetto dumping che danneggia economie più povere che hanno meno mezzi per “sponsorizzare” i loro prodotti sul mercato globale.

Né si più dire che la PAC abbassi il prezzo degli alimenti per il consumatore. Non salda egli forse il resto nell’atto di pagare le tasse?

Se davvero vogliamo aiutare i poveri a pagarsi da mangiare faremmo meglio a potenziare il collaudato strumento dei buoni pasto. Invece incentiviamo attività economiche private spesso di dubbio valore ambientale.

È pur vero che il settore pubblico finanzia comunque un mucchio di roba senza senso. Dubito perciò che questa grossa barzelletta possa finire a breve. Ci sono in gioco troppi interessi e una lobby che pensa al suo tornaconto.

Ma se proprio dobbiamo continuare a finanziarli almeno la smettano gli allevatori di infamare il lupo. Quella maggioranza di cittadini che gli paga gli aiuti è la stessa che chiede la convivenza con i grandi predatori.

bosco e girasoli

(foto per conto GrIG, P.F., S.D., archivio GrIG)

  1. capitonegatto
    dicembre 13, 2020 alle 11:08 am

    Come non essere d’accordo con i temi posti da quest’articolo. E’ comprensibile che chi riceve sussidi non sia d’accordo, ma e’ sempre lo stesso tema anche nel campo sanitario :
    prima l’economia e poi la salute o viceversa ? Un equilibrio va trovato con la diversificazione , che richiede tempo, ma va iniziata. Ragioniamoci sopra , li dove il re vino, e il re ovino, non vuole arretrare .

  2. donatella
    dicembre 13, 2020 alle 6:04 PM

    Mondo guidato da interessi più o meno sensati, personali e leciti, invece la Natura ha il suo equilibrio più o meno ruvido e comprensibile ma non tratta certo di denaro

  3. Porico.
    dicembre 13, 2020 alle 6:06 PM

    Gli allevatori nostrani sono dipendenti pubblici non censiti.

  4. amico
    dicembre 13, 2020 alle 8:37 PM

    Concordo sostanzialmente su tutto quanto scritto nell’articolo. Bisogna però aggiungere che tutta la filiera agricola europea ed anche nord americana è drogata dai finanziamenti pubblici, Questo perché in mancanza non reggerebbe mai i prezzi e la concorrenza dei prodotti provenienti dall’asia o dall’africa. Si potrebbe fare una scelta di importare tutto e forse si risparmierebbe. Ma a che prezzo? Sfruttamento umano, minori compresi, ed anche dell’eco sistema. In certi stati non si mettono tanti problemi su certi argomenti. Forse la scelta migliore dovrebbe essere quella di spendere bene i denari pubblici. Ma questo è un altro argomento.

  5. valerio gennaro
    dicembre 14, 2020 alle 3:48 PM

    Posso avere il vostro riferimento telefonico?
    Avete riferimenti a Genova e/o in liguria?
    Grazie.

  6. edi
    dicembre 15, 2020 alle 1:03 PM

    E’ vero che l’europa ha un bilancio di export agroalimentare positivo, ma dovuto ai vini ed al valore aggiunto di alimenti come quelli per l’infanzia, cioccolata, pasta ecc. Mentre importa prodotti per l’alimentazione animale. L’Italia in particolare ha un saldo negativo per l’agroalimentare ed importa prodotti lattiero caseari più di quanto ne esporti. Mentre e esporta molti vini. Dovremmo quindi smantellare anche le vigne e far fare il vino ai californiani ed ai cinesi? Il problema è l’agricoltura e l’allevamento industriale intensivo che nutre gli animali con prodotti a basso costo, i quali alimentano il disboscamento della fascia equatoriale. Cerchiamo di vedere il mondo intero, perché il desiderio di ritorno ad una natura primordiale nel nostro paese, che comunque ha ancora un residuo di coltura contadina che si integra con l’ambiente ed ha dato luogo ad una grande diversità culturale ed agroalimentare, porterebbe ad una distruzione totale delle diversità globale per uniformarla ad un unico modello naturalistico ideale; copiato tra l’altro dagli Americani che hanno vaste aree scarsamente popolate dove sorgono i grandi parchi dove predomina la vita naturale (intesa con poche influenze antropiche), ma che per contro sfruttano al massimo altri territori rendendoli per sempre improduttivi. L’europa ed in particolare l’Italia hanno un’altra storia fatta di lunghe e sapienti interazioni fra uomo e natura che stiamo rischiando di perdere. Ricordo che non è meno importante della biodiversità naturale quella delle specie coltivate e delle razze animali, anche esse frutto del connubio uomo natura (per me sempre naturale poiché anche l’uomo fa parte dell’insieme) . Per l’allevamento il problema è quello di fare grandi produzioni con alimenti di importazione, tra l’altro con molti alimenti OGm prodotti da multinazionali, molto made in USA. Agli allevatori darei anche di più per abbandonare il modello industriale e vedere pascoli stabili ben tenuti che in fatto di difesa del suolo non sono da meno del bosco. Mi pare che l’autore, nella sua analisi che parte dal postglaciale, giunga troppo presto a giudizi e conclusioni senza i necessari approfondimenti storici e dell’attualità, prendendo come unico riferimento i grandi autori dell’ecologia. Odum sicuramente lo è stato e tanto di cappello per il suo enorme contributo, ma sicuramente non ha studiato l’ecologia dei nostri atavici sistemi agro pastorali e probabilmente se l’avesse fatto anche l’ecologia avrebbe avuto un arricchimento e sviluppato un diverso approccio ambientale. Perché limitarsi a scopiazzare senza aggiungere mai niente di nuovo?

  7. dicembre 15, 2020 alle 8:47 PM

    Questo articolo contiene una quantità di affermazioni sbagliate spaventosa. Giusto per chiarire, sono una piccola allevatrice che ha scritto un libro secondo cui bisognerebbe ABOLIRE i contributi all’agricoltura. Non ne prendo e vorrei che non ne prendessero neanche gli altri. Ma non posso sopportare tante falsità. Non so nemmeno da dove cominciare!

    Innanzitutto, gran parte dei contributi vengono dati all’agricoltura industriale e all’allevamento intensivo, e quelli ai pastori sono relativamente recenti. L’allevamento a pascolo, molto più ecologico, è ingiustamente penalizzato per una serie di motivi su cui non mi dilungo, e diventa completamente insostenibile se i predatori non vengono non dico eliminati (non sarei d’accordo neanch’io) ma controllati sì. Adesso sono protetti al di là di ogni ragionevolezza.
    Se non controlliamo orsi e lupi l’unica alternativa è tenere gli animali allevati nei capannoni a fare vite orribili, perché tutti gli esperimenti per far “convivere” gli allevatori con il lupo senza poterlo cacciare quando attacca si sono dimostrati fallimentari, nonostante la propaganda. Chiedetelo a un pastore vero, che non può neanche più difendere il suo gregge.
    E con gli animali nei capannoni non solo loro vivono male, ma si riducono a mangiare cereali che potrebbe mangiare anche l’uomo – per cui decidiamoci: vogliamo che gli animali mangino cibi che per noi non sono commestibili, o vogliamo che mangino il nostro cibo? L’articolo qui è completamente contraddittorio su questo punto.

    Altro errore: il fatto che dall’Italia esportiamo carne non c’entra niente con l’autosufficienza alimentare, perché questa carne (ampiamente sovvenzionata) viene prodotta alimentando gli animali con mais e soia in gran parte ogm importati dalle Americhe, spesso pena la deforestazione. Quindi non solo non siamo autosufficienti dal punto di vista alimentare (secondo dati del ministero di qualche anno fa produciamo solo l’80% del cibo che consumiamo), ma gli animali allevati al pascolo non avrebbero bisogno di mangimi d’importazione prodotti deforestando foreste vergini. Certo, producendo così non mangeremmo così tanta carne rispetto ad adesso, ma sarebbe prodotta più eticamente.

    Riguardo alle frane, qui ammetto di non essere esperta ma vivendo in montagna ho visto con i miei occhi che sotto agli alberi c’è più erosione perché la terra è nuda (rispetto al prato), e che quando cade un albero porta giù con sé grosse zolle. Ma questo è normale: le montagne nei milioni di anni sono destinate a disfarsi. Che però il bosco sia meglio del prato per controllare l’erosione non mi sembra del tutto sicuro; non dappertutto per lo meno.

    Un’enorme stupidaggine è che i cervi vengono cacciati per far posto ai pascoli. Ma quando mai?? I cervi vengono cacciati perché altrimenti si riproducono troppo e muoiono di fame, e se c’è un danno che fanno non è ai pascoli, visto che non si fermano mai a lungo a brucare, ma alle coltivazioni VEGANE di fagioli e mais che vengono completamente distrutte dalla fauna selvatica. Quindi un’alimentazione vegetariana è ancora più incompatibile con la fauna selvatica di quanto lo sia l’allevamento al pascolo. Ma questo i sedicenti ambientalisti non lo sanno e dicono cose a caso perché non osservano ma partono da preconcetti.
    Riguardo all’opportunità di avere così tanti cervi che impediscono al bosco di ricrescere, andiamo a chiedere quanto bene funziona questa cosa agli scozzesi, che gli sparano dagli elicotteri perché ce ne sono troppi ed è tutta brughiera e non si salva un albero…

    Sì dirà: ma il lupo serve proprio a questo, a mangiare i cervi! Certo. Se ce n’è pochi, di lupi. Ma se non si abbattono un po’ di lupi e orsi questi si sviluppano a dismisura e vanno a predare qualsiasi animale domestico trovino (compresi asini, vitelli, persino i cani sbranano). Fino all’uomo. Perché crediamo che tutto il folklore europeo da duemila anni abbia il lupo cattivo? Tutta propaganda dei pastori?
    Per cui, di nuovo, la soluzione secondo gli “ecologisti” è rinunciare a tradizioni antichissime di pastorizia che garantiscono il benessere animale, chiudere gli animali nei capannoni, e lasciare che i lupi si riproducano all’infinito fino ad attaccare anche noi (fino a qualche generazione fa era normale che ogni tanto i lupi aggredissero le persone).

    Chi si dice “ecologista” perché difende i grandi predatori a oltranza e schifa l’allevamento a pascolo non ha mai alzato il naso e visto come *in natura* i predatori proteggono il proprio territorio dagli intrusi. Non avete mai visto una coppia di cornacchie inseguire un rapace? Non sapete che tutte le popolazioni che vivono più in equilibrio con il loro ambiente, dai mongoli agli Indiani d’America ai siberiani agli africani prima degli europei, cacciavano dal proprio territorio i grandi predatori, senza per questo mai sterminarli del tutto?

    Continuate a demonizzare la civiltà rurale anziché cercare di lavorare con essa, poi vivremo in un bel mondo di megalopoli e soia in bei campi produttivi, e saremo contenti.

    E, lo ripeto, lo dico da persona secondo cui i contributi vanno aboliti, ma almeno prima di parlare mi sono informata, a differenza di chi scrive cose come quelle sopra.

    • dicembre 16, 2020 alle 10:44 PM

      “se non si abbattono un po’ di lupi e orsi questi si sviluppano a dismisura e vanno a predare qualsiasi animale domestico trovino (compresi asini, vitelli, persino i cani sbranano). Fino all’uomo. Perché crediamo che tutto il folklore europeo da duemila anni abbia il lupo cattivo?”

      Ma non crede di esagerare? Ma non crede di essere fuori dal mondo reale?

      Circa 2 mila Lupi in tutta Italia, circa 150 Orsi fra Alpi e Appennino in tutta Italia.

      E dove sarebbe l’invasione, dove sarebbero i Lupi che aggrediscono l’uomo?

      Ma cerchiamo di essere seri…

      Stefano Deliperi

      • dicembre 17, 2020 alle 8:14 am

        Stefano, intanto un po’ di rispetto per favore. E io non ho scritto che adesso i lupi aggrediscono l’uomo (gli orsi sì in realtà), ma che lo facevano in passato e che se non gestiamo la situazione potrebbe succedere.
        Comunque, per entrare nel merito: innanzitutto c’è chi ipotizza che i dati su lupo e orso in Italia siano sottostimati (conosco personalmente allevatori che mi hanno detto che le autorità si rifiutano di riconoscere gli attacchi per non ammettere che questi animali sono arrivati), e soprattutto che senso ha una statistica a livello nazionale, quando è chiaro che lupi e orsi sono concentrati in una piccola parte del paese, quella montana, e creano problemi soprattutto sulle Alpi, dove sono stati reintrodotti di recente con metodi spesso discutibili? (Qui in Friuli VG sono arrivati da sé dalla Slovenia, il che forse è meglio) Se gli italiani in toto sono tanto preoccupati della conservazione, come dicevo, potrebbero creare habitat per orsi e lupi in pianura, anziché scaricare tutto sulla montagna.

        E no, non esagero, non sono fuori dalla realtà, anzi ci sono proprio dentro: semmai molte delle voci che si levano a tutela di questi animali vengono proprio da persone che non vivono in montagna e credono a quello che leggono su media non di settore e non locali. Io, preciso, sono per tutelare lupi e orsi, ma entro certi limiti di convivenza con l’uomo, finché l’uomo c’è.
        Se le interessa veramente conoscere la situazione sul territorio, consiglio siti come ruralpini.it che hanno voci dalla montagna, voci autentiche, che danno un’idea della gravità del problema. Nessuno da solo ha tutta la verità, ma aiutano a trovare un po’ di prospettiva.
        Facile dire ai montanari di accettare qualsiasi cosa sia stata pensata per loro, senza che possano mai gestire il proprio territorio in autonomia, mentre gli altri stanno al sicuro in città fantasticando di mondi selvaggi in cui non sono però costretti a vivere. Come a lei, suppongo, non piacerebbe perdere da un giorno all’altro casa, lavoro e fonte di reddito, ai pastori non piace non poter difendere le greggi dall’attacco dei lupi nemmeno nell’istante in cui questo avviene, ed essere costretti ad abbandonare l’attività in cui credono e che amano. Mi pare ragionevole.

        Giusto per dare un’idea, io vivo in montagna dove l’orso c’è ma finora non causa grossi problemi – anche se attacca animali e distrugge alveari – e il lupo non è arrivato. Vedendo le mie pecore al pascolo giorno e notte, un trentino che si occupa di agricoltura mi ha detto: questa cosa ormai in Trentino te la scordi, è troppo pericoloso. Per dire.

      • dicembre 17, 2020 alle 11:24 am

        Gaia, assoluto rispetto per tutti e per tutte le opinioni, ma è necessario anche vedere la realtà in tutti i suoi aspetti.

        Esistono tante “balle” sui Lupi (qui ne trova alcune: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2020/12/16/favole-sempre-favole-sul-lupo/) ed è in corso il Piano di censimento e monitoraggio nazionale (vds. https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2020/10/06/parte-la-predisposizione-del-piano-nazionale-per-il-lupo-in-italia/) che andrà a fare, se possibile, ancora più chiarezza sulla realtà del Lupo in Italia, forse 300 esemplari in tutto l’Arco Alpino.

        Il Lupo in Italia, negli ultimi due secoli non ha aggredito proprio nessun bipede umano e spesso e volentieri una buona recinzione e Cani da guardia eliminano o riducono gli eventuali attacchi al bestiame domestico. Per giunta si tratta di interventi sovvenzionati da fondi pubblici.

        Fondi pubblici che talvolta sono rifiutati da aziende agricole, perchè “non convenienti” al solito modo di condurre l’azienda, che in tante situazioni frutta soldi pubblici senza far molta attività (vds. https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2018/01/03/il-lupo-guastafeste/).

        Così come sono indennizzati i danni realmente prodotti dal Lupo (non la Pecora morta e poi scannata per ottenere soldi, tanto per capirci).

        Vogliamo dire come stanno alcune cose nel Trentino-Alto Adige/Sud Tirol?

        In Alto Adige/Sud Tirol è stimata (2017) dalla stessa Provincia autonoma la presenza di ben sei (6!) esemplari di Lupo, mentre “i danni da lupo risarciti nel 2017 nel complesso ammontano a € 9.680,00”, una cifra semplicemente ridicola a fronte della valanga di soldi pubblici annualmente trasferiti dallo Stato alle province autonome di Bolzano e Trento: come riporta lo stesso sito web istituzionale della Provincia di Bolzano, “ogni cittadino residente in Alto Adige ha ricevuto in dote dallo Stato italiano 8.964 euro in un anno, ogni residente in Trentino 7.638 euro. Le due province sono in testa alla classifica”.

        La presenza dell’Orso (2017) è addirittura occasionale ed erratica, senza nuclei stabili, i danni, integralmente risarciti, a impianti di produzione del miele (apiari) ammontano alla folle cifra di euro 8.848,00.

        Per capirci, bastano in pratica i trasferimenti annuali statali per due residenti a coprire tutti i danni causati da Lupi e Orsi in Alto Adige/Sud Tirol.

        In Trentino si stimano (2017) due piccoli branchi (Lessinia, Asiago) e tre coppie (Folgaria, Val di Fassa- Val Badia, Val di Non) di Lupi e 49-66 Orsi (rapporto P.A.T. 2016). Sono ben noti i casi mal gestiti delle uccisioni degli Orsi Daniza (2014) e K12 (2017).

        Nella Provincia di Trento l’installazione delle recinzioni anti-lupo è gratuita per gli agricoltori, in Provincia di Bolzano sono stati stanziati fondi in proposito, ma vengono scarsamente richiesti, così come sono integrali gli indennizzi per i capi di bestiame predati.

        Nel 2017 sono stati 144 gli episodi di predazione da parte degli Orsi e la Provincia autonoma di Trento ha risarcito gli allevatori per 83.000 euro. Per il Lupo, le predazioni sono state 49 e il risarcimento è ammontato a 47.000 euro. Nello stesso anno i danni per altro genere di sinistri sono stati 66 e hanno previsto un risarcimento apri a 70.000 euro.

        Lei dice “Se gli italiani in toto sono tanto preoccupati della conservazione potrebbero creare habitat per orsi e lupi in pianura”, ma non c’è assolutamente bisogno di questo, perchè il Lupo se ne va per conto suo in qualsiasi ambiente naturale e semi-naturale dove trova le condizioni di sopravvivenza, anche sul mare, per capirci (vds. https://www.telestense.it/il-ritorno-dei-lupi-nellarea-del-delta-del-po-il-piano-di-conservazione-dellente-parco-intervista-20201117.html), mentre le ricordo che il tanto vituperato progetto di reintroduzione dell’Orso in Trentino è stato voluto dalla Provincia autonoma di Trento, dopo ampio coinvolgimento della comunità locale e viene sostenuto da cospicui fondi pubblici, in buona parte comunitari.

        E c’è chi ci convive benissimo (https://youtu.be/qzATSqcXchs), così come anche accade in Abruzzo.

        Nel caso del Trentino, poi, l’obiettivo esplicitato dell’assurda legge provinciale che prevede di poter sparare a Lupi e Orsi “problematici” “al fine di conservare il sistema alpicolturale del territorio montano provinciale” potrebbe esser ottenuto molto meglio con la lotta al devastante inquinamento da pesticidi, che rende il Trentino “il secondo territorio nazionale dove si trova la maggior quantità di principi attivi per ettaro di superficie agricola utilizzata”, secondo il recente Rapporto nazionale pesticidi nelle acque 2018 dell’I.S.P.R.A.

        I “problemi” ci sono e vengono affrontati, ma, se permette, mi fido più di ricerche scientifiche che di ignoti “allevatori che … hanno detto che le autorità si rifiutano di riconoscere gli attacchi per non ammettere che questi animali sono arrivati”. Fucili e piombo lasciamoli al passato, oggi non ce n’è bisogno.

        Buona giornata.

        Stefano Deliperi

        convivenza fra allevatore di api e Orso in Trentino

        Lupi tenuti a bada da un solo Cane Pastore abruzzese

        Lupi sul Delta del Po

        Lupo che divora una Nutria nel Mantovano

      • dicembre 17, 2020 alle 11:55 am

        ..e qui parla un signore che il Lupo lo conosce davvero.

        da Il Corriere della Sera, ed Roma, 16 dicembre 2020
        LA STORIA. Lupi alle porte di Roma, l’esperto: «Sono in aumento, ma non attaccano l’uomo. Gli allevatori mettano reti e cani».
        Rosario Fico, responsabile dell’Istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana, sulle stragi di pecore. «Una decina di branchi in azione». «Abbatterli è dannoso, va salvaguardato l’equilibrio naturale».
        Lupi alle porte di Roma, l’esperto: «Sono in aumento, ma non attaccano l’uomo. Gli allevatori mettano reti e cani»shadow. (Fabrizio Peronaci) (https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/20_dicembre_14/lupi-porte-roma-l-esperto-sono-aumento-ma-non-attaccano-l-uomo-allevatori-mettano-reti-cani-f4cd38ba-3e01-11eb-9065-1ec87c08befd.shtml)

        «È il loro mestiere, se l’allevatore non protegge a dovere le pecore, o le mucche, o i vitelli, i lupi cosa devono fare? Fanno semplicemente i lupi…» Alle polemiche di queste ore, seguite alle allarmate denunce per le stragi di ovini tra la Cassia e la Salaria, sulla Laurentina, sul litorale, il super-esperto risponde con competenza e ironia. Rosario Fico, dirigente dell’Istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana, soprannominato lo “Sherlock Holmes” della medicina forense veterinaria, in quanto esperto di indagini sui reati contro gli animali, si occupa di lupi da 40 anni.

        Dottore, pare che i suoi amici siano scesi in città. Gli allevatori sono arrabbiati perché si ritrovano le greggi sterminate.
        «Il problema è che ci vuole una gestione adeguata alla presenza del lupo. Ma per inquadrare il tema, sarebbe bene rifare la storia dall’inizio…»

        Proviamoci, in sintesi.
        «Il problema si è posto nel momento in cui l’uomo, con lo sviluppo della pastorizia, ha deciso di occupare le aree dove erano presenti gli erbivori selvatici. Nel corso del Novecento ovini, bovini e anche cavalli si sono sostituiti a caprioli e cervi, e per il lupo si è creato un nuovo equilibro, legato al sistema di difesa degli allevatori, che però non sempre viene gestito al meglio».

        Sta dicendo che le stragi di pecore sono colpa degli allevatori?
        «Dico che con un sistema di protezione adeguato il problema non si porrebbe. Basterebbe seguire il modello Abruzzo».

        Vale a dire?

        «Gli allevatori che hanno occupato i territori dove pre-esisteva il lupo, mandando le greggi a pascolare, hanno dovuto attrezzarsi per proteggerle. Ma attenzione, non servono le mitragliatrici. Anzi, abbattere i lupi ha un effetto contrario. Bastano recinti di corda, oppure elettrificati, come si usano oggi, e un numero adeguato di cani. Di giorno si apre, si va al pascolo, il pastore controlla, certo, non se ne va a fare altro, e poi la sera si rientra, si munge e si richiude. Tutto normale. Ci sono momenti dell’anno più delicati, questo è vero, quando nascono i vitelli, più vulnerabili, oppure durante lo svezzamento, quando si separano dalle madri. Ma basta fare le cose per bene e tutto si risolve. I lupi restano fuori e non ci saranno perdite».

        Ma è vero che sono in aumento?
        «Certo, la crescita è dappertutto. Io lavoro a Grosseto, e qui il lupo è stato avvistato alla Feniglia e a Porto Ercole. Se nessuno gli fa niente, tutto fila liscio. Si tratta di una specie dinamica, flessibile, onnivora. Il lupo mangia tutto, non è necessariamente un predatore».

        Anche cani e gatti?
        «Certo, può capitare! Se hanno proprio fame e vedono un cane alla catena, perché no. Ma evitiamo allarmismi. La dieta dei lupi al 70% è costituita da cinghiali: negli anni Ottanta, senza volerlo, sono stati i cacciatori a salvare il lupo dall’estinzione, quando, per rinfoltire il carniere, le associazioni venatorie hanno deciso il ripopolamento, poi sfuggito di mano. E siccome i cinghiali hanno una mortalità neonatale molto alta, i lupi hanno ringraziato e si sono trovati il pasto pronto, senza faticare».

        Il lupo attacca l’uomo?

        «Assolutamente no, salvo che in una situazione. Se l’uomo alimenta il lupo artificialmente, facendogli avere più volte del cibo, ad esempio un bel pezzo di carne, e all’improvviso smette. Per il resto, nessun pericolo. Pensi che negli anni Ottanta, quando ero veterinario nel parco nazionale d’Abruzzo, i lupi quasi ogni sera venivano a passeggio nel centro di Civitella Alfedena, senza creare problemi. Io dicevo scherzando che andavano a trovare i compagni reclusi…»

        Possiamo quantificare? Quanti saranno alle porte di Roma?
        «Difficile fare cifre. Di certo sono cresciuti, grazie appunto ai cacciatori, paradossalmente, per il fatto dei cinghiali. Saremmo nell’ordine di dieci-dodici branchi, da tre a sei-sette esemplari ciascuno».

        Un centinaio di lupi a ridosso dei palazzi di periferia…
        «Non c’è da spaventarsi! Tutto il litorale è interessato, e poi il Parco di Veio, la zona a nord, il versante verso l’Appenino. Da Roma fino in Toscana è una continuità. Con una corretta gestione, l’equilibrio naturale funziona».

        Il litorale sorprende, no? La strage maggiore è segnalata a Lido dei Pini, lontano dalla montagna.
        «Nessuno stupore. In Calabria da secoli il lupo arriva al mare attraverso le fiumare. La temperatura mite è compatibile. Il fatto che i lupi vengano associati ad habitat di bosco, con neve e temperature rigide, è frutto di una percezione distorta. E’ stato l’uomo, avendo invaso i loro spazi naturali, a spingerli in quelle aree di rifugio».

        Gli allevatori sostengono che il lupo non si accontenti di uccidere una sola pecora. Ne sgozza tante, e poi si nutre…
        «Il lupo intanto non sgozza, assolutamente! La tipica predazione è indolore e efficace: uno o due morsi alla gola, dietro l’orecchio, vicino la trachea, e si va a intercettare nervo vago e arteria carotide interna. L’animale a quel punto collassa in dieci secondi e neanche soffre».

        Però è vero che il lupo ne sbrana magari dieci per mangiarne una?
        «In generale no. La norma è che uccide un solo capo, quello che gli serve. Succede, di rado, se accerchiato, chiuso in un recinto o in una stalla. Allora si agita e poiché un solo morso può essere letale il bilancio si aggrava. Si chiamano casi di overkilling».

        Risulta anche a lei, come molti insinuano in queste ore di polemiche, che per avere l’indennizzo gli allevatori mettano talvolta in conto allo Stato bestiame morto per altri motivi?
        «Sì, mi risulta. È successo, e succederà ancora. L’unica cosa che unisce l’Italia è il desiderio di aggirare le leggi, per ottenere il massimo guadagno con il minino sforzo. Comunque le truffe si possono arginare con controlli adeguati e perizie medico-legali serie. Il vero allevatore non pensa agli indennizzi, ma impedisce al lupo di provocargli i danni».

        D’altra parte il lupo fa il lupo.
        «Certo. Non è come noi, che troviamo il piatto di pasta pronto. I lupi devono vivere, e per una questione di risparmio energetico, per non stancarsi troppo nella caccia, più che predatori sono necrofagi, come dicevo. Si cibano con gli animali morti che trovano, per lo più cinghiali. E siccome oggi si mangia oggi e domani non si sa, può accadere che uccidano una pecora in più per procurarsi cibo di riserva».

        I lupi sono intelligenti…
        «Altroché! In Spagna hanno fatto uno studio, seguendoli di notte, e verificato che un branco per attraversare un’autostrada ha percorso l’intero quadrifoglio, prendendo la rampa di uscita in una corsia e poi quella in entrata, sulla carreggiata opposta».

        Un allevatore che ha contato 60 pecore uccise ha detto: da quando sono arrivati nella mia zona non dormo più, la mia vita è cambiata.
        «Ma non perché i lupi siano cattivi! Se la protezione è adeguata, l’equilibrio è salvo. Se invece si pensa di risolvere il problema abbattendoli, si commette un errore. Perché un branco esperto si alimenta di quel che trova, senza affaticarsi. Se invece lo destrutturi, gli esemplari giovani si agitano, fuggono, vanno a predare su pecore e bovini, e magari attaccano indistintamente. È la stessa faccenda che si vede nella storia italiana: se sostituiamo i vecchi esperti con i giovani inesperti si fanno casini…»

        Si sta riferendo alla politica?
        «No, no! Per carità! (ride) Non mi faccia dire altro, io mi occupo di lupi…»

  8. Edi
    dicembre 16, 2020 alle 8:22 am

    A parte i contributi da dare al settore agro forestale, secondo me opportuni per chiedere un impegno aggiuntivo per la realizzazione di interventi di salvaguardia del territorio che non vengono più fatti perché hanno costi proibitivi (manutenzione dei terrazzamenti, opere idraulico forestali, ecc), ci troviamo abbastanza d’accordo, probabilmente per il fatto di avere anche piegato la schiena ed esserci sporcati direttamente le mani con la terra. Se in Sardegna dovessimo ripristinare la fauna locale originaria (non è chiaro fino a quali anni si dovrebbe fissare il paletto 8000-10000anni o più?) dovremmo sterminare il muflone, importato dal medio oriente, il crervo sardo, che si è evoluto dal cervo europeo introdotto nell’isola e perfino il cinghiale. Animali originariamente importati per la caccia che non hanno mai avuto grandi predatori come il lupo. Poi magari passiamo anche alla flora ed alla vegetazione, anche se si dovrebbe seguire l’ordine inverso per rispettare la piramide ecologica. Yellowstone è unico come è unico il nostro ambiente.

    • dicembre 16, 2020 alle 8:57 am

      Edi, non voglio intasare la sezione dei commenti, comunque se ti interessa ho scritto un libriccino sul perché secondo me i contributi andrebbero aboliti (https://www.ibs.it/perche-bisogna-abolire-contributi-all-libro-gaia-baracetti/e/9788863585865). Funzionano molto diversamente – e molto peggio – da come la gente pensa.
      Vivo in montagna, e vedo che la montagna già in realtà riceve una marea di fondi, non ne servono altri. Sarebbe meglio piuttosto evitare di costruire o abitare in zone veramente marginali, dove davvero non ha senso stare. Tanto del “dissesto” non deriva dall’abbandono, ma dal voler costruire in zone completamente inadatte e pericolose.
      Non so in Sardegna, ma nel Nord Italia alcune delle aree terrazzate / abitate erano sul serio improponibili, meglio lasciarle alla natura che “mantenerle”. Per quanto riguarda i terrazzamenti utili, se la tassazione non penalizzasse la manodopera e avvantaggiasse i macchinari e il consumo di materie prime vergini, questo basterebbe perché si tornasse a terrazzare a mano. Adesso costa meno una colata di cemento di un muretto a secco, ma è voluto, non casuale – anzi, spesso è dovuto proprio a quei “contributi” che secondo te andrebbero aumentati. Assurdo ma è così.
      Anche certe opere forestali, come le piste, fanno più danni che altro. Secondo me bisogna distinguere tra opere necessarie, e dove invece è meglio lasciare che la natura faccia il suo corso, perché la vita per l’uomo lì non ha molto senso e qualche spazio naturale deve pur esserci.
      Come quasi sempre, un equilibrio è meglio di un estremo.

  9. dicembre 16, 2020 alle 9:11 am

    Scusate, ma veramente questo post è scandaloso: l’autore sostiene cose che i link che mette non dicono!! Dice che è “una balla” e una “curiosa teoria” che i prati proteggono dall’erosione meglio dei boschi, e poi mette un link che dice che *nonostante il terreno attorno agli alberi piantati in un pascolo resti esposto all’erosione*, l’impatto in realtà è limitato… questa è una cosa ben diversa dal dire che il bosco è meglio del prato contro l’erosione! L’articolo semmai dice il contrario, che è meglio il prato, o che sono uguali! Facile nascondersi dietro ai link sperando che nessuno controlli…
    Riguardo al link sui cervi, anche questo dice il contrario di quanto indicato. Intanto, stiamo parlando di Cortina, un’eccezione più che la regola dato che è una zona turistica di lusso, non una montagna di pastori e cacciatori, non più credo. Comunque, stando all’articolo i cervi sono comunque talmente tanti che muoiono di fame se c’è un inverno duro, quindi andrebbero abbattuti in ogni caso, e non si abbattono per far spazio ai pascoli, come dice l’autore di questo post, ma per proteggere il fieno per gli animali allevati (presumibilmente al chiuso), quindi anche qui si sta facendo dire a un link il contrario di quanto dice in realtà… gli animali al pascolo solitamente usano recinzioni temporanee, quindi dove pascolano le pecore il cervo o il capriolo non sono un grosso problema (se non perché abbattono le reti passando); il problema c’è quando gli animali sono troppi in ogni caso e rovinano *il fieno*, ma l’articolo se la prende con il pascolo, non con la fienagione… devo dedurre che l’autore non sa la differenza tra pascolare e dare fieno e non ha idea di cosa stia parlando?
    Vergognoso, veramente.

    • pietro paolo
      dicembre 16, 2020 alle 10:54 am

      Gaia i suoi argomenti sono ben centrati e parrebbero anche fondati, quello che mi fa specie e che finisca sempre a dare le colpe solo ai selvatici, ok sono un problema, però il ragionamento mi pare possa avere incongruenze quando vediamo l’uomo che i selvatici li foraggia ad esempio, quindi tutti i suoi ragionamenti sono corretti sinche’ l’uomo si comporta bene, ma ne siamo sicuri che lo faccia?

      • dicembre 16, 2020 alle 11:48 am

        La mia personale opinione è che i selvatici siano “un problema” solo perché non abbiamo una vera visione “ecologica”, cioè complessiva e di relazione.
        Innanzitutto, è giusto che anche alle specie selvatiche si lascino spazi per sopravvivere; inutile lamentarsi di cinghiali e caprioli dappertutto se a quelle povere bestie non viene lasciato (in pianura) il minimo habitat. Chiaro che vanno sui campi: dove devono andare? Al tempo stesso, l’ecologia è equilibrio dinamico, per cui quando una specie si riproduce eccessivamente qualcosa interviene a ridurne i numeri. Anche noi umani sottostiamo alle stesse leggi, a lungo andare. Per cui, è assurda questa insistenza di certo ambientalismo a non voler mai abbattere neanche un solo orso o lupo, neanche quando la situazione è palesemente squilibrata.
        Infine, non penso sia sensato scaricare tutta la responsabilità di mantenere luoghi selvaggi solo sulla montagna, che ha già – ora – molta natura, chiedendo ulteriori “sacrifici” agli abitanti, e niente a tutti gli altri. Perché invece di tormentare pastori e malgari non andiamo nell’orrenda pianura Padana, nelle zone devastate dall’agricoltura intensiva, dal cemento e dall’urbanizzazione senza freni e non proviamo a creare LÌ, dove ce n’è più bisogno, boschetti, corridoi ecologici, parchi urbani, ripristinare i fiumi, e così via?

        Riguardo al foraggiare i selvatici, dipende. Finché è qualche blocco di sale va bene, ma effettivamente creare dipendenze dal cibo umano è rischioso. Non è lo stesso, però, con le nostre “casette per uccelli” con semi e grasso, o per gli scarti dei pic nic che lasciamo in mezzo ai prati pensando che qualcuno li mangerà?

    • Edi
      dicembre 17, 2020 alle 8:11 PM

      Grazie Gaia per avermi fatto conoscere “ruralpini” e grazie al Prof. Michele Corti. Non più soddisfatto da tempo dalla trasformazione dei concetti di climax, di vegetazione potenziale di rinaturalizzazione, in dogmi al quale l’ambiente dovrebbe essere per forza di cose ricondotto ovunque e comunque, mi fa piacere scoprire delle persone che valutano altre prospettive, maggiormente legate alla storia ed alla cultura contadina. Ambienti alpini e mediterranei, molto diversi, ma con problematiche di spopolamento e trasformazione del territorio molto simili.

      • dicembre 17, 2020 alle 8:39 PM

        È una prospettiva interessante e poco rappresentata, anche se personalmente non la condivido sempre del tutto. Penso che se un territorio si spopola naturalmente non necessariamente è un male, le Alpi sono montagne molto, troppo popolose, la terra è poca. Altra cosa è rendere la vita impossibile a chi ci abita con iniziative assurde.
        Saluti.
        Gaia

  10. dicembre 17, 2020 alle 6:15 PM

    Stefano, rispondo qui, cercando di essere breve, anche perché copincollare interi articoli non mi sembra buona forma nei commenti.
    Mi sono informata molto sulla vicenda, conosco come si gestiscono gli animali e conosco molti allevatori. Poi chiaro, se uno non vuole essere convinto, ascolta solo una parte, quella che conferma la sua visione (veterinari ed esperti di animali selvatici e personale dei parchi, è ovvio che stanno dalla parte dei lupi e non da quella degli allevatori, è nel loro interesse).
    Dunque, gli errori in quello che lei dice o cita:
    1. reti e cani non bastano, anzi direi che non funzionano proprio, a quanto so. I lupi abbattono le reti, scavano o scavalcano. Gli animali stessi, presi dal panico per i lupi, possono distruggere le reti per scappare e anche farsi male o morire (so di un’allevatrice a cui è successo: persa la pecora, persa la rete, e ha dovuto pure pagare per smaltire la carcassa! Questa è la realtà al di là della propaganda).
    Avere abbastanza cani per allontanare i lupi significa incorrere in costi altissimi che a quel punto rendono insostenibile una piccola attività, e ricevere poi spesso l’ordine di tenere chiusi o legati i cani per proteggere gli escursionisti, e a quel punto i cani non possono fare il loro lavoro. I pastori si trovano in una posizione impossibile.
    Riguardo alle reti permanenti, peggio ancora: si divide l’habitat in maniera innaturale e si impedisce a TUTTI gli animali selvatici di spostarsi per proteggerne alcuni… ancora più assurdo.
    2. non è normale chiudere gli animali di notte, tutt’altro: spesso è la sera tardi e al mattino che le pecore preferiscono pascolare. Per gli erbivori è necessario avere accesso al cibo sempre, non solo in alcune ore del giorno. Oppure, se le si chiude bisogna dare il fieno, e allora salta tutto il pascolo e si incasinano il latte e la carne. Inoltre, se si vogliono evitare sia malattie che problemi da sovrapascolo, gli animali non dovrebbero tornare in uno stesso posto prima di qualche mese. Quindi rinchiudere gli ovini ogni sera non è buona pratica e non è ecologico, checché ne dica l’esperto (di un’altra cosa)

    3. non sempre i risarcimenti arrivano, inoltre richiedono costi e burocrazia. Ma non è neanche questo il punto: si pensa che siccome un pastore è risarcito, allora tutto a posto! Si pensa che uno non si senta straziato a vedere i propri amati animali fatti a pezzi e lasciati lì, oppure che i pastori, a differenza di tutti gli altri, non abbiano problemi a veder distrutto tutto il loro lavoro regolarmente, pur di ricevere un risarcimento. Lei andrebbe nello studio di un falegname, darebbe fuoco a tutto, e poi pretenderebbe di placarlo con un risarcimento in denaro? Cosa direbbe a un medico a cui è morto il paziente: cosa ti importa, tanto lo stipendio ce l’hai lo stesso?
    Anni a costruire un gregge, a scegliere gli animali migliori, a fare selezione, distrutti in un attimo, ma di che ti lamenti, prendi i soldi e stai zitto!

    Lupi e orsi se non attaccano l’uomo è perché hanno imparato ad avere paura, punto. Stiamo facendo l’enorme errore di fargliela perdere: siccome per l’appunto, come dice lo stesso esperto, sono animali molto intelligenti, stanno piano piano imparando che non devono aver paura ad avvicinarsi a greggi e centri abitati, e i danni sono sempre più preoccupanti. Ma continuiamo con la favola che bastano le reti, contro ogni evidenza, evidentemente ne sa più un esperto di lupi di come si gestiscono le pecore di un esperto di pecore…

    Mi fa male sentire queste cose, e non perché io voglia veder sparire lupi e orsi, voglio che continuino ad esistere, ma quando davanti alla competenza e all’evidenza e alla ragionevolezza si insiste con le esagerazioni, capisco che non si può trovare un punto d’incontro in questa società, e qualcuno dovrà soccombere.

    • dicembre 17, 2020 alle 8:06 PM

      abbia pazienza Gaia, vivo in una regione, la Sardegna, dove il Lupo e l’Orso non ci sono mai stati e le Pecore, da sempre, vengono ricondotte all’ovile di sera.

      Senza alcun problema, per Pecore e latte (il problema, semmai, è venderlo a un prezzo decente, ma questo è un altro paio di maniche) da secoli e secoli.

      Dei “costi altissimi” per tenere i Cani da gregge è la prima volta in assoluto che ne sento parlare. Forse anche migliaia di pastori sardi (e non solo sardi) non ne sono a conoscenza.

      Le reti sono, ovviamente, per i luoghi di ricovero, come in tanti fanno senza grandi difficoltà e con soddisfazione da anni e con ampio, se non totale, finanziamento pubblico (vds. https://ec.europa.eu/environment/nature/conservation/species/carnivores/pdf/42-Wolfnet.pdf; https://grandicarnivori.provincia.tn.it/Danni-e-misure-di-prevenzione/Misure-di-prevenzione/Opere-di-prevenzione-distribuite-dal-1989-al-2015; http://www.parcoabruzzo.it/pagina.php?id=465), così come interessanti soluzioni come il collare anti-lupo (https://www.ildolomiti.it/ambiente/2020/dalla-calabria-arriva-il-collare-anti-lupo-video-che-tiene-lontani-i-predatori-con-gli-ultrasuoni).

      Poi, se tutto questo non interessa, perchè l’allevatore vuole prendere un bel po’ di soldi pubblici (es. https://www.altoadige.it/cronaca/bolzano/gli-alpeggi-d-oro-e-il-lupo-guastafeste-1.1338168) e contemporaneamente vuol sparare a Orsi e Lupi, rimarremo senz’altro su posizioni distanti, molto distanti.

      Buona serata.

      Stefano Deliperi

      il collare anti-lupo

      una “crudelissima” banda di Orsi a spasso in un paese abruzzese

      • dicembre 17, 2020 alle 8:56 PM

        Il paragone non regge: la Sardegna non è l’arco alpino (e poi, se per l’appunto non ha lupi e orsi, cosa c’entra?). Non tutte le pecore sono da latte, come quelle sarde. Non tutto l’anno si munge. Non tutti i territori sono adatti ad avere ovili in cui riportare le pecore la sera.

        Io, ad esempio, qui una cosa del genere non potrei assolutamente farla. Le mie pecore d’estate pascolano la sera tardi e al mattino presto, come in molte altre zone delle Alpi; pascolano dove non ci sono ovili né ce ne potrebbero essere, e rinchiuderle ogni sera sarebbe impossibile, un enorme aumento del carico di lavoro (e già questa attività rende poco così), e deleterio dal punto di vista sia dell’ambiente che del loro benessere. Questo lo posso garantire. Le pecore che non vengono munte, e anche molte che lo sono, vengono lasciate sempre all’aperto, non solo di giorno.
        E poi, di che ovili stiamo parlando? Recinti? In quelli i lupi possono entrare (o possono far scappare le pecore). Stalle? Come si fa a costruire un ricovero notturno abbastanza grande per centinaia di pecore, dove non ci sono queste strutture? Ripeto: sulle Alpi le pecore, e credo anche le capre, stanno sempre fuori.

        Riguardo ai recinti, possono dire quello che vogliono coloro che li costruiscono, li propugnano o li impongono: io so che molti allevatori si lamentano, e sono loro che devono usarli. Se a lei prescrivessero una medicina, e questa non la facesse guarire, ma la facesse stare peggio, crederebbe allo studio della casa farmaceutica o al suo corpo?
        E i recinti permanenti sono molto più dannosi per la vita selvatica di un abbattimento selettivo o un allontanamento. Siamo veramente all’assurdo, a questioni di principio e non di buon senso.

        Cani: un cane da gregge non è un cane antilupo: i cani antilupo sono solitamente più grandi, e non ne basta solo uno contro un branco. Se uno ha un gregge molto piccolo, come me, il costo di un cane è proibitivo rispetto al guadagno; inoltre le Alpi sono molto popolate e frequentate, e un cane che sia in grado di inseguire i lupi farebbe lo stesso con i turisti e i loro cani, e infatti se dico che ci sono problemi in questo senso è perché è successo. Certo, se avessimo a disposizione aree immense in cui ci sono solo pastori, allora potremmo tenere greggi enormi e cani grandi come asini che correrebbero per chilometri per far scappare i lupi: ma chi ha mai pensato che una cosa del genere potesse funzionare su una montagna iper-antropizzata e iper-turistica come quella alpina?

        Il discorso che lei fa sui contributi è proprio il contrario: solo chi è interessato a ricevere contributi (a cui come ho scritto sono assolutamente contraria) se ne può fregare se perde capi. Chi invece vuole vivere veramente di pastorizia, non può accettare un rimborso economico per la morte di un animale: vuole averlo vivo, mungerlo, tosarlo e farlo riprodurre.

      • dicembre 17, 2020 alle 10:16 PM

        Gaia, il paragone regge benissimo: le Pecore in Sardegna sono da latte, da lana, da riproduzione e vengono portate negli ovili a prescindere da Lupi e Orsi (che non ci sono mai stati). Dubito che non vi siano sostegni e aiuti di ogni genere per realizzare ricoveri per gli allevamenti sulle Alpi.
        Da quanto ho capito, vive sulle Alpi Friulane, che le chiedo di salutarmi visto che non le vedo da troppo tempo. Non ha “problemi” causati da Lupi e da Orsi e vuol condurre il suo gregge come ha sempre ritenuto di voler fare: le auguro ogni fortuna, così come le confermo che per il settore vi sono tanti sostegni (che a lei non piacciono) e tante soluzioni per tenere a bada Lupi e Orsi (che lei non ha in zona).
        C’è veramente un forte sostegno per agricoltura e allevamento anche sulle Alpi e non riconoscerlo è un errore enorme. Almeno uguale a chi pensa che 300 Lupi e 100-120 Orsi su tutto l’Arco Alpino costituiscano un serio “problema”.
        Buona serata.

        Stefano Deliperi

      • Pietro Paolo
        dicembre 18, 2020 alle 8:39 am

        “Dei “costi altissimi” per tenere i Cani da gregge è la prima volta in assoluto che ne sento parlare. Forse anche migliaia di pastori sardi (e non solo sardi) non ne sono a conoscenza.”
        questa affermazione è correttissima Stefano,
        volevo solo sottolineare appunto che il pastore non paga proprio i costi di un altro fronte che si apre in quanto i pastori e appresso i cacciatori sono i primi fornitori di cuccioli per alimentare il randagismo , che quando non muoiono prima, investiti dalle auto o chiusi in busta e buttati in cassonetto ecc. ecc., finiscono la loro esistenza in un canile diciamo “poco accogliente” a carico del comune dove è stata fatta la cattura e in questi canili che avrebbero lo scopo non solo di custodire ma anche di far adottare il cane in famiglia non lo fanno o se lo fanno i nr sono risibili, risultato? canili con 500 700 cani e a parte poche eccezioni i cani non usciranno più dalla struttura fino alla morte, quindi i costi non sono mai a carico dei pastori ma si spostano sul pubblico che pagherà circa 3 euro al giorno per farli morire dopo 10 anni di vita pessima in un “canile convenzionato”, soluzione ? legare i contributi pubblici sul benessere animale non solo al gregge, ma includendo anche i cani da pastore mettendo limiti numerici e sterilizzando le femmine tutto verificato dai veterinari ATS che già frequentano le aziende agricole per ovi motivi e ai canili convenzionati dare i soldi pubblici parte per il mantenimento dei cani e parte come premio per l’avvenuta adozione in una famiglia, i canili si svuoterebvero e non avremo cani randagi per la strada.

  11. dicembre 18, 2020 alle 8:25 am

    Uffa, le dico di NO, NON È COSÌ, se dovessi rinchiudere gli animali di notte non potrei applicare i miei ideali ecologici, economici e di benessere animale all’allevamento. Ho appena letto alcune cose sulla pastorizia in Sardegna per rispondere alla sua obiezione, e ho scoperto che infatti era transumante e all’aperto ma adesso si è stanzializzata e intensificata per aumentare la produzione.

    Questo è il risultato della politica attuale in tutta Italia: trasformare praticamente *l’unica forma di allevamento ecologico e rispettoso dell’animale rimasto* – quello ovino oppure di malga – nell’ennesimo sistema di allevamento intensivo ad alto impatto ambientale, in luoghi chiusi, che agli animali non piacciono, e con integrazione di cereali, che non fanno parte della dieta dell’animale in quelle quantità, e di fieno, che aumenta il carico di lavoro per gli allevatori. Poi la terra non riesce a reggere così tanti capi in un luogo solo, viene erosa e inquinata, ma tanto a lei cosa importa, le basta sentirsi dire che si possono mettere le pecore nell’ovile, qualsiasi altra considerazione sull’impatto è secondaria, chi se ne frega se poi l’eccesso di azoto inquina i fiumi, se il terreno si denuda…

    Riguardo al problema dei predatori e se c’è o non c’è: mi era stato proposto di portare i miei animali in altre zone della Carnia, ma sapendo che gira l’orso o che sta arrivando il lupo non l’ho fatto (questo indipendentemente dalle statistiche ufficiali, affidabili fino a un certo punto, parlo con la gente del luogo che vede o non vede le carcasse o le impronte, e SA). Quindi spero che questi animali continuino sì a esserci in Friuli, ma in piccoli numeri e lontano da queste zone dove la convivenza non sarebbe possibile. C’è spazio anche per loro ma non a ridosso di malghe e allevamenti.

    Ma niente, io le posso portare tutte le mie competenze e conoscenze, tutta la mia esperienza personale e diretta, ma lei non mi crederà mai, perché si è fissato su un’idea assoluta e qualsiasi controprova non convince, anche se scendo nei dettagli e le spiego punto per punto.

    Mi arrendo.

    • dicembre 18, 2020 alle 11:20 am

      non so, Gaia, dove si sia documentata, ma in Sardegna esiste tuttora la transumanza nella pastorizia, seppure in misura minore che nel passato, e da sempre si usa ricoverare il gregge negli ovili. Ci sono cuili, medau (ovili) che hanno secoli di età.

      “Se dovessi rinchiudere gli animali di notte non potrei applicare i miei ideali ecologici, economici e di benessere animale all’allevamento” e solo qui sta il punto.

      Nella Regione Friuli – Venezia Giulia ci sono contributi fino al 90% per “per la realizzazione di interventi, manufatti e misure adeguate a preservare il patrimonio zootecnico, il patrimonio agricolo, il patrimonio apistico, i beni utilizzati per l’esercizio dell’attività agricola o di allevamento o altri beni o attività antropiche dai possibili danni provocati dalle specie di interesse comunitario Orso bruno, Sciacallo dorato, Lince e Lupo” (https://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/ambiente-territorio/tutela-ambiente-gestione-risorse-naturali/FOGLIA52/).

      Ma a lei non interessa. E mi pare che il punto sia tutto qui.

      Come le dicevo, le auguro ogni fortuna, così come le confermo che per il settore vi sono tanti sostegni (che a lei non piacciono) e tante soluzioni per tenere a bada Lupi e Orsi (che lei non ha in zona).

      L’interesse collettivo è in favore della ricomposizione degli equilibri ecologici che comprendono il ruolo di predatori di Lupo e Orso. La dieta del Lupo prevede il 50-70% (a seconda delle aree) la predazione del Cinghiale, mentre l’Orso è onnivoro. La loro dieta è costituita da prede selvatiche nella quasi totalità di casi.

      E noi, come Associazione ambientalista, siamo certamente per la ricostituzione degli equilibri ecologici, come dovrebbe essere ogni persona di buon senso, con le tante forme di sostegno – di cui si fa carico la Collettività – per il settore dell’allevamento.

      Chi vuol seguire la sua strada, lo faccia, sapendo bene che Lupo e Orso sono protetti, perchè è nell’interesse della Collettività.

      Buona giornata.

      Stefano Deliperi

  12. dicembre 18, 2020 alle 12:47 PM

    Pietro Paolo, cosa c’entrano i pastori e i cani da gregge con i canili???
    I canili sono pieni di cani di tutti i tipi, moltissimi da compagnia, presi da gente che poi non li ha più potuti tenere o si è stufata. Il fatto che ci siano cani da caccia o pastore nei canili non significa che ce li abbiano portati i pastori (che di solito se li tengono ben stretti), ma magari sono state persone che hanno preso cani inadatti alla propria situazione e poi si sono spaventate di fronte all’impegno che un cane del genere richiede. Qui in paese è pieno di cani pastore presi da persone che non hanno pecore, e infatti sono quasi tutti rinchiusi o legati alla catena perché chi li ha presi ha sbagliato e doveva scegliere un altro tipo di animale.
    I cani pastore NON sono cani antilupo, solitamente sono due tipi di cani diversi, e in entrambi i casi i cuccioli di cani di razze adatte per muovere un gregge o difenderlo (e ripeto che non è la stessa cosa) costano centinaia di euro (diciamo fino a una decina di volte il prezzo per cui si può vendere una pecora) in più mangiano molto essendo cani di media o grossa taglia, contro il lupo devono essere più di uno (un mio amico ne aveva quattro e non hanno fermato un orso), bisogna pagare il veterinario, e così via. Così certo che costano! Non stiamo parlando di bastardini regalati per fare compagnia.. È una spesa notevole e se uno ha poche decine di pecore difficilmente è conveniente. E poi, come ho detto, c’è il problema della convivenza con i turisti e i loro cani.
    Comunque adesso veramente basta, parlare con gente che non sa di cosa sta parlando e continua a ripetere le stesse cose anche quando riceve obiezioni precise, non serve a niente se non a rovinarsi la giornata. Spero che qualcun altro leggendo cosa ho scritto abbia almeno imparato qualcosa o trovato il desiderio di informarsi di più.
    Saluti.

    • Pietro Paolo
      dicembre 18, 2020 alle 1:52 PM

      Quindi questo blog col suo copiaincolla e disinformatia di vecchia scuola Sovietica non fa per lei Gentilissima signora Gaia le suggerisco allora di iscriversi ad un altro blog:
      horagioneioevoinoncapiteuncacchio.it
      tutto minuscolo gestito da specialisti del settore con sede in via Rizzeddu a Sassari qui troverà chi avrà sempre modo di accondiscendere alle sue ragioni.

    • Pietro Paolo
      dicembre 18, 2020 alle 2:18 PM

      Signora Gaia in Sardegna abbiamo 1.800.000 ovini più caprini e bovini a pascolo brado e non quindi i milioni di capi saranno più di 2.5/3, circa 8000 aziende agricole più o meno corredate tutte di cani pastore e tutte ricevono il premio del “benessere animale” , faccia lei 2/3 cani per azienda che si riproducono 2 volte l’anno basta che succeda solo in 1000/1500 di queste aziende faccia una semplice moltiplicazione per 8/10 cuccioli più i cacciatori che mollano cani senza chip questo periodo, perché non funzionano per la caccia, più quelli che lei giustamente dice provenire da chi non riesce più ad occuparsene e li molla per strada e cosi capirà perché i canili sardi sono stracolmi, lei vive in un posto meraviglioso una Micronesia della pastorizia molto legata alle sue belle montagne, qui la pastorizia è un po più gigantesca e i nr che produce di conseguenza nel bene e nel male sono enormi rispetto ai vs mi creda è questa la realtà Sarda se poi lei ha altre informazioni di situazioni solo bucoliche mi spiace per lei ma sono molto errate.

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