Bacino dei fanghi rossi e usi civici.


Portovesme, bacino “fanghi rossi” bauxite (foto Raniero Massoli Novelli, 1980)

Gian Antonio Stella, su Il Corriere della Sera, scrive da par suo di Portoscuso e della sua disastrosa realtà.

Il bacino dei “fanghi rossi” è una folle discarica di residui della lavorazione della bauxite per ottenere alluminio primario posta sulla costa di Portoscuso, nell’area industriale di Portovesme.

E’ stato realizzato nel 1978 – prima i residui si scaricavano a mare al largo di Carloforte, come i “fanghi rossi” di Scarlino – ed è stato ampliato fino a 159 ettari.

bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte

Portoscuso, Eurallumina, bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte

Con l’attuale progetto di ripresa degli impianti Eurallumina, comprendente anche la nuova centrale a carbone, sarebbe ampliato a 178 ettari, con argini alti mt. 46 sul livello del mare.

Una parte ricade su terreni a uso civico, rientranti nel demanio civico di Portoscuso, accertato nel 2005 (cioè 27 anni dopo la realizzazione).

Tutta l’area è tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e ricade nel parco geo-minerario della Sardegna.

Il Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Sardegna meridionale Fausto Martino è uno dei pochi autentici e appassionati difensori dell’ambiente in questa splendida e disgraziata Isola nel bel mezzo del Mediterraneo e ritiene gli usi civici l’unica ancora di salvezza contro l’ampliamento del disastro ambientale incombente.

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, centrale termoelettrica Enel

Gli usi civici con il disastro ambientale di Portoscuso-Portovesme hanno, però, davvero ben poco a che fare: il progetto di ripresa degli impianti Eurallumina (fermi dal 2009) comprensivo della centrale a carbone c’entra ben poco con gli usi civici.  La trasformazione avvenuta è irreversibile: quei terreni non potranno mai ritornare a vedere l’utilizzo collettivo per pascolo o legnatico, per esempio. Ha senso solo il trasferimento dei diritti su altri terreni con effettivo valore ambientale.

Portoscuso soffre una situazione ambientale-sanitaria, addirittura peggiorata negli ultimi anni, che non consente alcun nuovo progetto industriale con aumento dei carichi inquinanti, per giunta fuori da ogni logica economica.  Lo diceva anche l’attuale Presidente della Regione Pigliaru prima di diventare Presidente.

La recente legge regionale Sardegna n. 11/2007 prevede interventi esclusivamente finalizzati a ripristino e bonifiche ambientali nei demani civici in assenza di titolo per l’occupazione dei terreni (art. 36), come in varie aree minerarie del Sulcis, introduce la valutazione paesaggistica congiunta con il Ministero per i beni e attività culturali attraverso l’istituto della copianificazione nei casi di permuta e alienazione di terreni a uso civico (art. 37), rende permanente la possibilità del trasferimento dei diritti di uso civico in caso di reali benefici per la collettività locale titolare dei diritti (art. 38).

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, impianti Alcoa

Inoltre, finalmente, l’ipotesi di sdemanializzazione di terreni a uso civico che abbiano perso irreversibilmente le loro caratteristiche morfologiche viene vincolata al trasferimento dei diritti di uso civico in terreni di valore ambientale messi a disposizione da parte del Comune interessato e dalla Regione (art. 39), così da non impoverire ambiente e patrimonio delle comunità locali nei casi di trasformazioni irreversibili di terreni a uso civico.

Anche nei casi di sdemanializzazione e trasferimento dei diritti di uso civico la valutazione congiunta del valore paesaggistico è attuata attraverso l’istituto della copianificazione, mentre vengono previste procedure per la regolarizzazione degli atti di alienazione eventualmente intervenuti.

Riguardo il bacino “fanghi rossi” prima di questa legge non era giuridicamente possibile nemmeno la bonifica ambientale (se mai avverrà), perchè in parte non di proprietà dell’industria inquinante (che dovrebbe fare la bonifica).

Non è il meglio possibile, ma è un grande passo in avanti per la corretta gestione delle terre collettive.

Un primo importantissimo passo verso la legalità e la corretta gestione di diritti collettivi e di un patrimonio che interessa 4-500 mila ettari di coste, boschi, pascoli, terreni agricoli e quasi tutti i territori comunali dell’Isola.

L’unica cosa sensata sarebbe destinare risorse e maestranze alle necessarie bonifiche ambientali, chi vuole proseguire ottusamente il suicidio ambientale e sanitario se ne prenda pubblicamente le responsabilità, sia amministratore pubblico, sindacalista, lavoratore.

Senza alcun alibi.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Portoscuso, zona industriale di Portovesme, striscione operai Allumina

da Il Corriere della Sera, 8 agosto 2017

 IL REPORTAGE.  Sardegna, il prezzo del lavoro nel Sulcis: raddoppiano i fanghi tossici.

Gli operai senza lavoro e i dubbi sul piano di rilancio. Per riattivare la fabbrica un bacino con nuove scorie di 178 ettari e più alto dello stadio di San Siro. Battaglia ambientalista.    (Gian Antonio Stella)

Di qua gli ambientalisti e gran parte della pubblica opinione, di là i dipendenti di Eurallumina da otto anni in cassa integrazione e il governo regionale.

Il conflitto tra occupazione e ambiente

«Basta con il no a tutto», urla angosciato da mesi uno striscione davanti ai cancelli chiusi. «Lavoro, ambiente, salute devono convivere. La mancanza del lavoro uccide dignità, libertà, speranza. I nemici del lavoro sono i nemici del territorio». Sono una tragedia, otto anni passati così, appesi al sogno comprensibile ma infetto della ripresa produttiva di un’area altamente inquinante sviluppatasi cinquant’anni fa a Portovesme, a ridosso di Portoscuso, Sardegna sudoccidentale. Otto interminabili anni di vuoto. Di attesa. Di trattative. Di promesse. E sarebbe indecente dare una risposta liquidatoria: prima l’ambiente, poi gli operai. Non meno indecoroso, però, è il modo in cui la politica, incapace di dare a Portoscuso e al Sulcis un progetto alternativo all’accanimento terapeutico sul carbone e l’industria più avvelenata, insiste su ricette finora fallimentari. Come, appunto, la riattivazione della raffineria di bauxite.

I costi e la produzione

«La Sardegna non produce bauxite e, persino con favorevolissime condizioni di costo (e non è questo il caso), sarebbe anti economico importare allumina ed esportare alluminio», scriveva nel 2012, nelle vesti di economista, l’attuale governatore Francesco Pigliaru. «Non c’è un mercato al mondo in cui questo accade», accusava sicuro. Spiegando che «mentre si discute di Alcoa, in Russia e in Arabia Saudita — dove esiste un costo dell’energia incomparabilmente più basso — realizzano impianti grandi 5 o 6 volte lo smelter di Portovesme, con enormi economie di scala capaci di ridurre ulteriormente i costi. Il problema supera i confini regionali: riduzioni importanti di capacità produttiva sono in programma in tutta Europa. Una classe politica seria dovrebbe dirsi e dire che ragioni strutturali e non di congiuntura impediscono che queste produzioni possano continuare a offrire un credibile futuro economico». Parole d’oro. Eletto governatore, ha cambiato idea. Al punto di adeguarsi al disegno dei russi del gruppo Rusal, attuali proprietari dello stabilimento chiuso. Disegno che Fausto Martino, soprintendente all’archeologia, alle belle arti e al paesaggio per Cagliari e la Sardegna meridionale, descrive spiegando che la bauxite per la produzione di allumina «dovrà essere importata dall’Australia o dalla Nuova Guinea», che la fabbrica sarebbe alimentata da una nuova «centrale a carbone» (anche questo importato da fuori visto che le miniere del Sulcis sono chiuse da anni dopo decenni e decenni di bilanci in rosso per la cattiva qualità del materiale) e infine che, oltre alla costruzione di una gigantesca gru e a varie strutture industriali, è previsto appunto un raddoppio del Bacino dei Fanghi Rossi. Per capirci: un allargamento di 19 ettari (26 campi da calcio, per restare al paragone di prima) di superficie, da 159 a 178 ettari. E un incremento dell’altezza dei bordi della smisurata tinozza, destinata ad accogliere nuovi fanghi rossi destinati a essere risanati fra chissà quanti secoli, sino a 46 metri. L’altezza, lo dicevamo, di un edificio di 15 piani. O se volete delle gradinate più alte dello stadio di San Siro.

Il praere della Consulta

E vogliono andare avanti col progetto? Sì. Anche se si tratta di un’area inserita nel Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche ambientali del Sulcis? Sì. Anche se quel bacino è «soggetto a sequestro giudiziario nell’ambito di un procedimento penale che vede imputati per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti due dirigenti dell’Eurallumina»? Sì. Anche se le recenti analisi dell’Ispra, come ricorda la soprintendenza, hanno «evidenziato una gravissima compromissione del suolo, delle falde idriche e dell’ambiente in generale»? Sì. Anche se i fanghi già contengono «elevatissime concentrazioni di arsenico» pari a «110 volte il limite tollerabile per le acque sotterranee»? Sì. Anche se il comune di Portoscuso vieta «la commercializzazione e il conferimento del latte ovicaprino prodotto da sette allevamenti operanti sul territorio comunale»? Sì. Anche se è proibita la «movimentazione in vita» e la «macellazione dei capi allevati presso le attività produttive del territorio»? Sì. Con una ostinazione degna di più nobili ragioni, la Regione Sardegna guidata da chi incitava cinque anni fa a «sbloccare le bonifiche per rendere credibile la prospettiva di un decente e sostenibile sviluppo basato sulla bellezza paesaggistica», insiste, insiste, insiste. E ha riproposto a luglio la «sclassificazione» degli «usi civici» (che gravano in larga misura sulle aree dei fanghi rossi) a dispetto della sentenza della Consulta che mesi fa ha già chiarito: è incostituzionale. Perché «lesiva del principio di leale collaborazione, sottraendo preventivamente una parte del patrimonio che dovrebbe essere sottoposto alla copianificazione paesaggistica tra Stato e Regione». Il nodo, secondo il soprintendente sardo, è centrale. Al di là degli obblighi imposti dalla legge Soru sui trecento metri di distanza dalla costa, richiamati da Stefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico e da tutti gli altri ambientalisti, dal Fai e Italia nostra, infatti, Fausto Martino sostiene che la conferma degli «usi civici» è di fatto l’ultima carta che può giocarsi la sovrintendenza perché «da un lato comporta la necessità di assoggettare l’intervento ad autorizzazione paesaggistica» e «dall’altro, l’impossibilità di destinare l’area a discarica di rifiuti speciali» espressamente vietato dal Piano regionale del 2012. Tanto che «il comune di Portoscuso non ha potuto attestare la conformità urbanistica dell’intervento».

La decisione rimandata

Cosa farà il governo, però? Impugnerà la nuova legge regionale sarda o la lascerà passare a dispetto della sentenza della Corte costituzionale? Ha ancora un mese, per decidere. Ieri, all’ultimo Consiglio dei Ministri prima delle ferie, la decisione è stata accantonata. E i giorni passano… E se gli operai in cassa integrazione sperano, tutti coloro che amano l’«altra» Sardegna restano appesi a un incubo. Ma il famoso «risanamento» delle coste a quando è rinviato?

 

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

(foto Raniero Massoli Novelli, S.D., archivio GrIG)

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  1. Mara
    agosto 10, 2017 alle 8:02 am

    Grande Gian Antonio Stella! Con tutti i soldi pubblici spesi finora nell’area e infiniti altri che si spenderanno ancora.. si poteva mantenere a vita il triplo di operai. Si poteva (DOVEVA) iniziare il risanamento oltre 20 anni fa, quando da Portoscuso sono scappata perché l’aria era già irrespirabile. Incomprensibile la posizione del novello Attila Pigliaru.

  2. Giordano Branca
    agosto 10, 2017 alle 8:06 am

    Solo una sana rivoluzione, non necessariamente armata, può risolvere positivamente la situazione.
    Scegliere con attenzione i politici, programmi precisi, non che questo elimini i rischi e una serie ed attenta partecipazione.

  3. Efis
    agosto 10, 2017 alle 9:15 am

    I crimini ambientali non possono essere coperti da scudi “politici” . In un paese legale, persone come gli attuali rappresentanti Regionali, sarebbero posti in condizione di non nuocere .

  4. raniero massoli novelli
    agosto 10, 2017 alle 9:52 am

    Allucinante!!! Riprendere una delle attività industriali più devastanti. tra le tante, che ha conosciuto e sofferto l’Isola!
    Pigliaru è un esempio, tra i tanti, delle colpe che hanno molti sardi, e non lo vogliono ammettere, nella distruzione del loro meraviglioso patrimonio ambientale.

  5. capitonegatto
    agosto 10, 2017 alle 10:18 am

    Basterebbe una sola legge regionale di poche righe :
    Per avere il benestare ad aprire una attivita’ produttiva occorre che sia reso noto il processo produttivo, almeno su due elementi fondamentali quali le materie prime usate, e quali gli scarti di lavorazione in tipo e composizione , e come si intendono monitorare e manipolare per il rispetto dell’ambiente.
    Chi richiede e chi controlla ( nomi e cognomi ) devono risponderne penalmente per omissioni e carenze . Il presidente regionale e’ colui che deve risponderne , per il rilascio e per i tagliandi periodici di controllo.
    Non e’ possibile che dopo decenni si scoprono questi DELITTI ambientali.

  6. agosto 10, 2017 alle 1:03 pm

    da Il Manifesto, 6 agosto 2017
    Sardegna, legge sul turismo e privatizzazioni degli «usi civici», il governo batta un colpo. (Costantino Cossu)

    Qualcosa si muove sul fronte che vede una parte del Partito democratico e tutto lo schieramento ambientalista in campo contro la legge urbanistica regionale presentata dalla giunta Pigliaru (Pd).

    Ieri l’assessore competente Cristiano Erriu ha fatto sapere che l’esecutivo intende modificare l’articolo 43, quello più duramente contestato da Renato Soru nell’intervista apparsa venerdì sul manifesto. All’interno del Pd sardo Soru, che da presidente della giunta nel 2006 fece approvare le norme molto rigorose di tutela delle coste contenute nel Piano urbanistico regionale (Ppr), guida l’opposizione alla legge urbanistica presentata da Erriu. Al manifesto Soru ha detto che sull’articolo 43 è pronto a chiedere che in consiglio si voti no. La giunta, nel tentativo di aprire un dialogo almeno con una parte dei contrari, annuncia che l’articolo 43 sarà modificato mettendo in capo al consiglio regionale, e non più alla giunta, la facoltà di chiedere accordi in deroga al Ppr con imprenditori che presentino, dice la proposta di legge, «progetti di investimenti immobiliari di particolare interesse economico e sociale». Secondo Erriu ciò consentirebbe di eliminare il rischio di decisioni discrezionali legato al fatto che titolare del potere di firmare accordi con gli imprenditori sia la giunta. Difficile però che questo possa bastare agli oppositori. Il fronte ambientalista, più duro dell’opposizione interna al Pd, chiede infatti che l’articolo 43 sia cancellato, non modificato. E a Soru basterà che a decidere sia il consiglio?

    Ma non c’è solo la legge urbanistica al centro delle polemiche. C’è anche quella sul turismo, approvata lo scorso 28 luglio, che ora diventa oggetto di una richiesta di ricorso per conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale presentata due giorni fa dal soprintendente all’archeologia, belle arti e paesaggio di Cagliari, Fausto Martino. Il dirigente segnala al governo, e in primo luogo al ministro Franceschini, la possibilità offerta ai campeggi e ai villaggi turistici dalla legge sul turismo di realizzare casette in legno anche in aree vincolate. Per Martino la legge «incentiva la formazione di agglomerati edilizi privi di qualsivoglia qualità in aperto contrasto con le norme tecniche di attuazione del Piano paesaggistico regionale». L’aumento di cubatura consentito arriva sino al 35 per cento di ciò che già esiste. Il rischio è che i campeggi possano trasformarsi in villaggi turistici mascherati.

    Ma c’è di più: con il direttore generale del ministero del Beni culturali Caterina Bon Valsassina e con l’avvocato dello Stato Francesco Caput, Martino chiede che il governo ricorra anche contro un’altra legge della giunta Pigliaru, quella che sclassifica i cosiddetti «usi civici», aprendo la strada alla loro privatizzazione.

    Gli usi civici sono diritti perpetui spettanti ai membri di una collettività, nella maggior parte dei casi un comune, su beni appartenenti al demanio o a un privato o allo stesso comune: acque, pascoli, boschi, terreni coltivabili. Sono di origine antichissima e si collegano a remoti istituti di proprietà collettiva sulla terra: in alcune regioni d’Italia (è il caso della Sardegna) risalgono all’età preromana e non sono stati cancellati dalla conquista romana; in altre regioni sono stati introdotti dai popoli germanici nell’alto medioevo. Privatizzare gli usi civici potrebbe aprire, nelle zone costiere, alla possibilità che i terreni interessati siano acquistati da imprenditori privati a fini speculativi. Sul ricorso di Martino contro la sclassificazione degli usi civici incombe però il rischio di scadenza dei termini: se la decisione di andare alla Consulta non sarà presa dal Consiglio dei ministri di domani (l’ultimo prima della pausa estiva), l’impugnazione non sarà più possibile per scadenza dei termini previsti dalle leggi: sessanta giorni dalla presentazione della richiesta di impugnativa.

  1. agosto 10, 2017 alle 11:14 pm

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