L’inesistenza di una buona pianificazione energetica genera mostri.
La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.
Il sonno della ragione genera mostri.
L’incisione del grande artista Francisco Goya (1797) spiega bene anche quanto sta accadendo in campo energetico in Italia e, con evidenza particolare, in Sardegna.
L’inesistenza di una buona pianificazione energetica, basata sulle reali esigenze e sulla salvaguardia dei valori ambientali, storico-culturali, identitari, socio-economici del territorio sta generando mostri folli e ingestibili.
La Sardegna è un’isola e – sotto il profilo energetico – ha collegamenti relativamente limitati con il resto d’Italia: oggi sono in uso il Sa.Pe.I e il Sa.Co.I. e, quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link (2030), la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di poco più di 2 mila MW. Non di più.
Attualmente, la Sardegna continua a produrre ben più energia di quanto serva a livello regionale, il resto lo esporta: nel 2023 (ultimi dati disponibili, Terna statistiche regionali, 2023) sono stati prodotti 12.563,1 gigawattora (GWh), di cui 8.621,6 derivanti dal termoelettrico; 1.935,6 dall’eolico; 1.520,9 dal solare; 483,5 dall’idroelettrico; 1,5 da impianti di accumulo. Tuttavia il fabbisogno regionale non ha superato i 7.636,9 GWh e ben 3.508,3 GWH sono stati esportati verso la Penisola. Si verificano perdite per 507,8 GWh.
L’esportazione di energia è risultata pari al 27,92% di quella prodotta.
Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660.
La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili e la capacità comunque limitata (anche in prospettiva) di accumulo fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).
Per contrastare i cambiamenti climatici l’unica prospettiva sensata è quella della corretta transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio, carbone, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole acqua, vento).
Per la Sardegna, invece, vengono adottate scelte schizofreniche.
La schizofrenica speculazione energetica.
Infatti, da un lato viene aperta la strada per l’utilizzo massivo del gas naturale, oggi assente, mentre in contemporanea è in atto un pesante fenomeno speculativo sul gran numero di centrali eoliche e fotovoltaiche realizzate, in corso di realizzazione o in progetto.
Il ricorso al gas naturale, quantomeno quale fonte energetica di transizione, poteva avere un senso 30-40 anni fa, oggi non più: i vari progetti di gasdotto – pur approvati sul piano tecnico-amministrativo – vennero accantonati per anni, proprio per i pesanti òneri economici e ambientali in rapporto al risicato vantaggio prospettato: li abbiamo avversati e continueremo a farlo.
In questi giorni stanno partendo le procedure di esproprio per la realizzazione del gasdotto nel centro-sud Sardegna (progetto Enura s-p.a. “Metanizzazione Sardegna Tratto Centro-Sud”), dal pesante impatto ambientale e dai costi economici non puntualmente preventivabili. (la stima ARERA è di 1,34 miliardi di euro di investimenti).
Ma sono abbastanza campati per aria anche gli ipotizzati utilizzi del gas naturale prospettati dal Gruppo SNAM s.p.a. (che di fatto controlla la società Enura, joint venture con SGI s.p.a.): la stima è di 50 milioni di standard metro cubo (smc) nel 2026, 612 milioni di Smc/anno al 2030 e 892 milioni di Smc/anno al 2035/2040, soprattutto nell’industria.
Infatti, dei 612 milioni di smc previsti al 2030, ben 548 milioni riguardano utenze industriali, di cui ben 363 milioni sarebbero legati all’alimentazione della raffineria di bauxite Eurallumina di Portovesme. Soltanto 50 milioni di Smc nel 2026 e 59 milioni a regime per il settore civile e il terziario.
A parte il fatto che la produzione dello stabilimento Eurallumina di Portovesme, oggi di proprietà della russa RUSAL, è ferma dal 2009 e la situazione finanziaria è al collasso, si potrebbe realmente produrre alluminio con minori costi (anche ambientali) e consumi energetici molto inferiori: infatti, l’alluminio è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti. L’Italia (insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.
Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.
La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perchè permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima, nonchè sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessità di molte meno risorse naturali.
Sul piano energetico la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).
Nel 2025 circa il 70% dell’alluminio è stato recuperato in Italia (il 92,8% delle lattine), circa 65 mila tonnellate, con un risparmio energetico corrispondente a ben 205 mila tonnellate equivalenti di petrolio (dati CIAL – Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio, 2025).
Per quale motivo gli impianti ex Eurallumina non possano divenire un polo del riciclo dell’alluminio, nonostante reiterate proposte in tal senso, è un mistero.
Inoltre, nel fabbisogno di gas naturale vengono indicate altre 90 milioni di smc al 2035-2040 per la centrale termoelettrica di Porto Torres, ma – sempre nel documento ARERA – TERNA s.p.a. (gestore del sistema elettrico) non li ritiene necessari.
A chi servono, allora, gasdotti e gas naturale in quei quantitativi in Sardegna?
Non si puo tralasciare, poi, il panorama delle richieste di nuovi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.
In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 gennaio 2026 risultavano complessivamente ben 645, pari a 45,08 GW di potenza, suddivisi in 409 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 16,81 GW (37,28%), 212 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 14,38 GW (31,90%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare 13,89 GW (30,80%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).
45,08 GW significa più di 23 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna, aventi una potenza complessiva di 3,660 GW (dati Terna statistiche regionali, 2023).
Un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola (che già oggi ha circa il 38% di energia prodotta in più rispetto al proprio fabbisogno), non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di poco più di 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).
Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).
Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre inizialmente ai certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Terna invia specifici ordini per ridurre o aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata.
I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.
Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”. In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.
Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.
Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.
Che cosa si potrebbe fare. Le proposte.
Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.
Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202)), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).
Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.
Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza.
Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade)
Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.
Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.
Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.
Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?
Che cosa può fare ognuno di noi.
Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.
Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.
Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.
E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!
La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo quasi 23 mila ad averlo già fatto.
Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti, dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado), uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo psicoterapeuta Alberto Schön, il biologo ed etologo Sandro Lovari), personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj, anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la notissima cantante Nada, impegnata da tempo per contrastare la speculazione energetica nella sua Maremma.
Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.
Siamo ancora in tempo per cambiare registro.
In meglio, naturalmente.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
(foto da Wikipedia, da mailing list ambientalista, da Google Maps, A.L.C., S.D., archivio GrIG)














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