Il “sacco” dell’Amazzonia e la sorte della Terra, fra vanesi, cialtroni e delinquenti.


Non è una novità.

Già negli scorsi anni, la ricerca dell’oro e l’attività estrattiva stavano nuovamente ponendo in serio rischio la foresta pluviale dell’Amazzonia.

La modifica del codice forestale del Brasile, effettuata nel 2012, ha previsto una riduzione dei controlli sulla deforestazione.

Ora, con la presidenza di Jair Bolsonaro (2019), i pericoli sono cresciuti in maniera esponenziale.

Dopo i grandi incendi in Siberia, alle Isole Canarie, fino in Alaska e in Groenlandia, il disastro ambientale del criminale fuoco doloso è giunto in Amazzonia, grazie al clima di favore verso la deforestazione instaurato proprio dalla politica di Bolsonaro.

Difficilmente le popolazioni native riescono a opporsi in qualche modo e la loro stessa sopravvivenza è in grave pericolo.

Ben 72 mila incendi nel 2019, l’84% in più rispetto al 2018 (dati I.N.P.E., l’agenzia spaziale brasiliana), mentre il presidente Bolsonaro accusava le O.N.G. d’aver appiccato il fuoco…

Il ciclo della deforestazione in Amazzonia inizia quasi sempre così; alle fiamme seguono le ruspe per portare via i resti di alberi, poi si installano gli animali al pascolo e infine le coltivazioni. Tutto secondo calendario: si brucia quando non piove, si pianta prima dell’arrivo delle piogge, entro ottobre e novembre. La soia cresce velocemente e regala profitti straordinari”.

Solo la minaccia di sanzioni internazionali ha fatto sì – dopo settimane di incendi senza alcun controllo – che il governo brasiliano iniziasse a affrontare il problema dello spegnimento degli incendi, inviando l’esercito.

44 mila militari contro il fuoco, mentre le proteste si diffondono a macchia d’olio in Brasile e in sede internazionale.

Il buon presidente Bolsonaro sarebbe orientato a rifiutare per sconosciuti motivi i 20 milioni di dollari offerti per la riforestazione da parte dei Paesi del G7. La fondazione ambientalista Earth Alliance, sostenuta dall’attore Leonardo Di Caprio, ha offerto altri 5 milioni di dollari, mentre un’ulteriore donazione di 10 milioni di euro è stata stanziata da Lvmh, il gruppo francese del lusso guidato da Bernard Arnault.

Ecco che cosa accade quando l’ambiente e le sorti della Terra sono in mano a simili personaggi.

Mai dimenticarlo.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Brasile, foreste tropicali, stato di conservazione e di deforestazione (aprile 2015, da Imazon)

dal sito web istituzionale del Sistema nazionale per la Protezione dell’Ambiente (S.N.P.A.), 23 agosto 2019

Amazzonia, in fiamme la grande riserva di ossigeno del pianeta. (Lorenzo Ciccarese, I.S.P.R.A.)

Siberia, Isole Canarie, Alaska, Groenlandia e ora Brasile: sono i luoghi funestati dalle fiamme in questa estate 2019. Oltre 5 milioni di ettari di foreste – una superficie pari a poco meno della metà dell’intero patrimonio forestale italiano – sono andate in fiamme in Siberia nel solo mese di agosto. Un dato senza precedenti nella storia della Russia. Per effetto di questi incendi una nuvola di fumo d’oltre 5 milioni di chilometri quadrati (una superficie più estesa dell’intero territorio dell’UE) ha avvolto gran parte del paese e le principali città siberiane, come Novosibirsk, ha attraversato l’Oceano Pacifico, raggiungendo gli Stati Uniti.

All’inizio di questa settimana, un incendio nelle Isole Canarie ha costretto alla fuga oltre 8.000 persone. Qualche giorno prima i social media e le televisioni hanno mostrato le immagini di incendi vasti e violenti in Alaska, prolungando una stagione di incendi insolitamente lunga per lo stato boreale. Qualche giorno prima, la Danimarca ha inviato vigili del fuoco e mezzi anti-incendio in Groenlandia (parte del suo territorio) per combattere un incendio che minacciava le aree abitate.

Ma tra tutti gli incendi avvenuti quest’estate nelle varie regioni del globo, la preoccupazione maggiore è rivolta verso quelli della foresta pluviale amazzonica, la più grande foresta tropicale del mondo. Da almeno due settimane le fiamme stanno divorando le foreste degli stati brasiliani di Amazonas, Rondonia, Mato Grosso, Parà e del Paraguay. I satelliti hanno invito immagini allarmanti  d’un fumo molto denso che ha coperto San Paolo, la più grande città del Brasile, distante migliaia di chilometri dal cuore degli incendi divampati nello stato di Rondonia e nel Paraguay. Nel corso del 2019 circa 75 mila eventi incendiari sono stati registrati nella foresta pluviale amazzonica, un numero record, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018. L’istituto nazionale per la ricerca spaziale (INPE) ha rilevato che nel mese di luglio sono stati bruciati 225 mila ettari di foresta pluviale amazzonica, anche questo un dato senza precedenti, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018.


Perché avvengono questi incendi e a questa scala? La foresta pluviale amazzonica, che rimane umida per gran parte dell’anno, non brucia naturalmente. Gli incendi—come hanno testimoniato le istituzioni di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia, tra cui IPAM—sono intenzionali.  La responsabilità è attribuita agli agricoltori e alle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, che usano il metodo “taglia e brucia” per liberare la terra, non solo dalla vegetazione, ma anche dalle popolazioni locali e indigene.  Tutto ciò è illegale in Brasile. Ma questo è. Gli alberi vengono tagliati nei mesi di luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, successivamente bruciati, con l’idea che le ceneri possano fertilizzare il terreno. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame.

L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.


In questo contesto, un ruolo chiave è svolto dai cambiamenti climatici. Gli incendi sono favoriti e sostenuti  dalle condizioni climatiche estreme, da ondate di calore prolungate e intense e da siccità prolungate, insolite per questa parte del mondo. L’amministrazione USA per gli oceani e l’atmosfera (NOAA) ha comunicato la scorsa settimana che lo scorso luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni. Questo non vale solo per l’emisfero settentrionale, dove in questo momento è estate, ma in tutto il mondo. La temperatura media globale dello scorso mese di luglio è stata di 0,56 °C più calda della media del trentennio 1981-2010. Questo dato, apparentemente insignificante, è una media e nasconde aumenti estremi registrati nel mese scorso in varie regioni del pianeta. Nei Paesi Bassi, in Germania e in Belgio sono stati stabiliti record di temperatura. Parigi ha registrato la sua temperatura più alta di sempre, 43 °C.  Anche parti della Polonia, della Repubblica Ceca e della Spagna hanno registrato temperature record.

Non è quindi singolare che molte delle aree del pianeta che in questo momento sono attraversate dagli incendi siano state interessate da un caldo prolungato ed estremo nel corso del mese precedente. È noto a tutti che queste condizioni siano le più adatte per aggravare gli incendi. Temperature elevate e bassa umidità rendono la vegetazione facile preda degli incendi. Alcuni studi dimostrano che la stagione degli incendi si è allungata di 35-40 giorni, addirittura di 80 in California, ciò significa che iniziano prima e finiscono dopo. Cambiando le condizioni meteo-climatiche, cambiano anche le intensità degli attacchi degli insetti, che rendono le piante più vulnerabili: i rami secchi, le piante morte e il terreno arido fanno aumentare il materiale comburente e dunque il rischio degli incendi.
La distruzione e il degrado del manto forestale avrà importanti conseguenze nella regione. Senza alberi e senza vegetazione che svolgono la funzione di ancorare il terreno e di trattenere l’umidità, la vegetazione sottostante può seccarsi, facilitando la combustione. Senza gli alberi, che attraverso la traspirazione liberano un enorme volume di acqua ed emettono sostanze chimiche che lo fanno condensare, diminuiranno le piogge. In questo momento, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% rispetto al suo stato iniziale (epoca pre-umana). Gli scienziati sono preoccupati che se il disboscamento dovesse raggiungere il 25%, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico ed eventualmente evolvere verso la savana.  Ciò avrebbe enormi conseguenze anche per il resto del mondo. La foresta pluviale amazzonica produce enormi quantità di ossigeno. La sua vegetazione trattiene miliardi di tonnellate di carbonio nella vegetazione, nella lettiera e nel suolo, che potrebbero ossidarsi e liberarsi in atmosfera, aumentando l’effetto serra.

Brasile, foresta pluviale



L’Amazzonia è anche un hotspot della biodiversità e include il luogo più ricco di biodiversità sulla Terra, rendendo la sua conservazione una questione chiave per arrestare l’estinzione  estinzioni di piante e animali. Centinaia di migliaia di indigeni in oltre 400 tribù vivono in Amazzonia e fanno affidamento sulla foresta pluviale per sostenere le loro vite e preservare le loro culture.

Molti osservatori ritengono che alla radice di quest’aumento del ritmo di incendi e della deforestazione che sta attraversando il Brasile ci siano gli indirizzi che il nuovo governo ha voluto rispetto alle politiche di conservazione avviate dai governi precedenti, che avevano dato dei buoni risultati.  Anche grazie agli investimenti dei governi e dei donatori per conservazione delle foreste.  Adesso, allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti dal governo ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste, molti dei quali sono territori indigeni.

Negli ultimi giorni è arrivata la decisione dei governi norvegese e statunitense di interrompere il finanziamento dei progetti di conservazione delle foreste di fronte alla ripresa della deforestazione.

Amazzonia, guerrieri Ka’apor assalgono tagliatori abusivi di legname (foto Lunae Parracho/Reuters)

Molte ricerche hanno dimostrato che le pratiche di gestione indigene sono l’approccio migliore per mantenere la salute delle foreste pluviali tropicali a livello globale.
Solo qualche settimana fa, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC)—con la pubblicazione del riassunto per i decisori politici del rapporto Climate Change and Land: an IPCC special report on climate change, desertification, land degradation, sustainable land management, food security, and greenhouse gas fluxes in terrestrial ecosystems—ha riferito che la conservazione delle foreste e una gestione sostenibile del territorio dovranno essere parte integrante e decisivo nelle strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici e della conservazione della biodiversità. L’attuale ritmo di deforestazione (13 milioni di ettari l’anno, 250 milioni negli ultimi due decenni) e degradazione delle foreste è la principale causa del declino della biodiversità e dell’accumulo di gas serra in atmosfera.  

Secondo l’IPCC la distruzione delle foreste in altre forme di uso del suolo, il loro incendio, il drenaggio delle torbiere e delle aree umide e la distruzione di prati e di pascoli, sono alla radice delle emissioni di enormi quantità di anidride carbonica (CO2): circa 5,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, pari al 14% delle emissioni globali di gas serra.  La gestione delle aree agricole (specialmente la coltivazione per sommersione del riso) e l’allevamento di bestiame producono circa l’11% delle emissioni globali.  In totale, un quarto delle emissioni globali di gas serra. La distruzione degli ecosistemi naturali e seminaturali è grave non solo perché contribuisce all’effetto serra e ai cambiamenti climatici, ma anche perché rimuove una funzione chiave che gli ecosistemi garantiscono all’umanità, quella di assorbire le emissioni dall’atmosfera e ‘sequestrarle’ nelle piante, nella lettiera  e nel suolo sotto forma di sostanza organica.

Con questo degrado e ‘consumo’ di suolo stiamo pericolosamente rinunciando a un’opzione importante per raggiungere il livello net zero emissions entro il 2050, il target che lo Special Report 1.5 dell’IPCC pubblicato lo scorso anno indica ai decisori politici se vogliamo contenere il riscaldamento globale a meno di 1,5°C.

Brasile, Amazzonia


(foto Lunae Parracho/Reuters, da mailing list ambientaliste)

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  1. capitonegatto
    agosto 28, 2019 alle 9:46 am

    Questo e’ l’ennesimo frutto amaro delle destre liberiste e della ideologia del consumo sfrenato a tutti i costi. Costi che pagheremo tutti a breve e medio termine.

  2. Riccardo Pusceddu
    agosto 28, 2019 alle 11:59 am

    Alla gente importa piu’ pagare un po’ di meno per un hamburger che conservare un paradiso naturale.

    • donatella
      agosto 28, 2019 alle 6:48 pm

      Senza il rispetto vince l’egoismo

      A.L.T. ! Ama La Terra !

      • G.Maiuscolo
        agosto 29, 2019 alle 9:05 am

        Bell’acronimo, Dott.ssa, bellissimo.
        🙂

  3. agosto 28, 2019 alle 2:53 pm

    A..S.A., 27 agosto 2019
    L’Amazzonia brucia: Trudeau offre Canadair e 15 milioni di dollari. Il Brasile rifiuta gli aiuti del G7.
    Il ministro brasiliano Lorenzoni: ‘Macron non sa proteggere Notre Dame e dà lezioni’: http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2019/08/26/amazzonia-in-un-anno-forte-aumento-degli-incendi.-bolsonaro-attacca-macron_fb7ae846-d385-4d01-84ea-223ea6d068ec.html

    • Riccardo Pusceddu
      agosto 28, 2019 alle 6:15 pm

      L’unico modo di proteggere l’Amazzonia (e tutte le altre foreste pluviali tropicali del mondo) e’ quello di comprarle. I paesi del G7 dovrebbero pagare il Brasile per impedire che pochi Brasiliani (e Congolesi, Indonesiani, Malesi e quant’altri) riducano le loro foreste in fumo per coltivarci soia, olio di palma e bestiame vario. Altrimenti sara’ una ripetizione di quello che successe in Europa nel tardo medioevo quando le impenetrabili foreste che ricoprivano gran parte d’Europa vennero pian piano abbattute per far spazio alle coltivazioni di una sempre crescente popolazione.
      Non possiamo in linea di principio impedire al Brasile di fare altrettanto quando a beneficiare delle foreste pluviali e’ il mondo intero.

  4. tophet
    agosto 28, 2019 alle 10:01 pm

    Purtroppo l’Amazzonia un po’ è anche Sardegna! Nonostante le “rassicurazioni” istituzionali sull’enorme numero di incendi che colpiscono solo pochi ettari..

  5. G.Maiuscolo
    agosto 29, 2019 alle 9:02 am

    E’ un po’ come dire:” Poiché…a beneficiare della Sardegna sono, in effetti, i cittadini del mondo, chiediamo a tutti coloro che vengono nell’Isola, di contribuire, (al di là dei costi di soggiorno individuali per strutture ricettive e quanto altro) chiediamo, dicevo, che ci paghino perché a beneficiare di tanta bellezza, non sono solo i Sardi ma anche loro ( che, talvolta, in generale, calpestano suolo, lasciano in giro rifiuti, si lamentano sempre e comunque…). Insomma, un vero e proprio “comprate l’Isola”…tipu Donald…

    Mah…”Perplexa sum” ( George, Dizionario enciclopedico della lingua latina, Vol.1°).

    Mi immagino la risposta di coloro che visitano l’Isola, a limba unificata:
    “Moi si collocausu”…(Traduz.” Adesso vi sistemiamo”…In senso figurato: “Adesso, vi mandiamo a quel…”)
    Cordialmente ( anche a chi non la pensa come me…e meno male, aggiungo!)
    🙂

    • Riccardo Pusceddu
      agosto 29, 2019 alle 3:39 pm

      Non si puo’ comparare l’uso delle spiagge sarde da parte dei turisti stranieri con l’utilita’ delle foreste tropicali fluviali per una serie di motivi che qui elenco:
      1- i turisti nelle spiagge sarde sono pochissimi paragonati ai quasi otto miliardi di persone che beneficiano delle foreste pluviali.
      2- l’uso delle spiagge sarde pur producendo un certo degrado, non le distrugge completamente come sta avvenendo nelle foreste dove l’uso delle stesse corrisponde a tutti gli effetti alla loro completa distruzione.
      3- le spiagge sarde anche se dovessero venire completamente distrutte non perturberebbero gli altri ecosistemi mondiali come invece avviene per le foreste pluviali che sono indistricabilmente legate alla regolazione del clima.

      • G.Maiuscolo
        agosto 29, 2019 alle 6:50 pm

        Non c’era in me intenzione alcuna di fare comparazioni: men che meno di riferimi al suo commento.Le motivazioni alla base del suo ragionamento mi sono note.
        Si pensi solo alla superficie territoriale dell’Isoletta nostra e a quella brasiliana! Non c’è storia, anche se l’Isola amata brucia, esattamente come l’Amazzonia (Tophet)

        Ho solo sorriso, (anche alla luce della recente trovata, un po’ “stranina” del tycoon statunitense) di un sorriso amaro, su un problema assai importante e fondamentale per l’umanità tutta e per il suo futuro.

        Io, di tanto in tanto so anche sorridere…
        Di tanto in tanto.

      • Riccardo Pusceddu
        agosto 30, 2019 alle 11:00 am

        Sorridere va bene ma e’ piu’ importante risolvere la situazione e quella non si risolve a sorrisi. Ci vogliono idee giuste e fattibili.
        La maggioranza di noi sardi non vogliamo che le spiagge vengano interamente distrutte mentre alla maggioranza dei brasiliani non importa un’accidenti dell’Amazzonia quindi non ha senso di proporre alla comunita’ internazionale di comprarci le spiagge per preservarle. Comprare l’Amazzonia al Brasile invece ha un sacco di senso visto che questo paradiso e’ purtroppo proprieta’ dei brasiliani ed e’ quindi loro sacrosanto diritto giuridico distruggerla anche completamente qualora lo volessero.
        30 anni fa io avevo “comprato” per il tramite del WWF circa 100 ettari (se non ricordo male) di foresta Amazzonica nella regione del rio Xingu. All’epoca ero disoccupato e la donazione minima era di 30 mila delle vecchie lire pero’ mi ero talmente inorridito per la gravita’ della minaccia posta a queste foreste che non ho potuto fare a meno di versare 3 volte quella cifra.
        Questa benemerita associazione ha recentemente promosso un’azione analoga per tutelare quel gioiello fra i gioielli delle spiagge isolane, la spiaggia di Su Giudeu. L’unico modo di tutelare e’ quello di comprare. Far leva sul sentimento di conservazione ambientale o di solidarieta’ globale con gli altri popoli della terra che vengono indirettamente coinvolti da scempi ambientali fatti all’altro capo del mondo si e’ rivelato inutile o perlomeno insufficente, anche e soprattutto a causa della sempre maggiore pressione esercitata sugli ecosistemi dall’aumento della popolazione.

  6. agosto 29, 2019 alle 2:46 pm

    bullismi presidenziali mentre il disastro ambientale avanza.

    da Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2019
    Amazzonia in fiamme, Bolsonaro: “Macron deve ritirare i suoi insulti, se vuole che io accetti gli aiuti del G7”.
    Dopo aver dichiarato di non voler accettare i 20 milioni proposti dai Paesi di Biarritz e aver offeso Brigitte Macron, il presidente brasiliano insiste: “La nostra sovranità è messa in discussione e lui mi ha dato del bugiardo”. Alla fine però accetta. Il fumo intanto sta generando disagi ed allarme sanitario anche in Uruguay e Argentina. Germania: “Il Brasile rischia dazi”. I Paesi dell’area amazzonica annunciano vertice comune a breve: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/28/amazzonia-in-fiamme-bolsonaro-macron-deve-ritirare-i-suoi-insulti-se-vuole-che-io-accetti-gli-aiuti-del-g7/5413485/

    ————-

    26 agosto 2019
    Amazzonia in fiamme, il Brasile apre inchiesta per roghi dolosi: “Organizzati su Whatsapp”. Macron: “Anche l’Africa è in fiamme”.
    Secondo Globo Rural, “sindacalisti, produttori rurali, commercianti e invasori di terre agricole” hanno organizzato “un giorni di fuoco”, per “appoggiare il presidente che vuole allentare i controlli dell’Istituto per l’ambiente”. Il ministro per la Giustizia e la Sicurezza, Sergio Moro: “Saranno puniti severamente”. Nel frattempo Angola e Repubblica Democratica del Congo stanno registrano più roghi del Brasile: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/26/amazzonia-in-fiamme-il-brasile-apre-inchiesta-per-roghi-dolosi-organizzati-su-whatsapp/5409780/

  7. G.Maiuscolo
    agosto 30, 2019 alle 7:40 am

    (…) “bullismi presidenziali mentre il disastro ambientale avanza.”
    Sono cose inaccettabili dai “governanti” di grandi paesi del mondo che si comportano come bimbi che si fanno, vicendevolmente, dei dispettucci

    Pitticusu is sonausu…
    Serena giornata…a tutti:
    peccato che abbia smesso di piovere!
    Spereusu chi proada!

  8. G.Maiuscolo
    agosto 30, 2019 alle 1:48 pm

    (…) “Sorridere va bene ma e’ piu’ importante risolvere la situazione e quella non si risolve a sorrisi. Ci vogliono idee giuste e fattibili.”

    Dio mio…Lei e le Sue prediche!
    Io sorrido quando e se mi pare; per le idee giuste e fattibili, meno male che c’è Lei .

  9. Claudio
    agosto 31, 2019 alle 6:20 am

    Due parole: SIAMO TROPPI

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 1, 2019 alle 12:03 pm

      Esattamente. Troppi e menefreghisti (per usare un eufemismo). E non si sta facendo quasi niente per evitare gli 11 miliardi previsti per il 2100. Il buonismo impera incontrastato quindi guai a chi propone le misure draconiane necessarie per evitalo. Non ci vuole un genio per capire cosa succedera’.

  10. G.Maiuscolo
    agosto 31, 2019 alle 9:42 am

    Per Claudio: ma dove siamo troppi, nel mondo, in italia o nell’Isola?
    In Sardegna siamo: Popolazione (N.1.648.176 – indagine 2017) con una densità di (Abitanti/Kmq) 68,4); nel mio comune la densità è di : (Abitanti/Kmq)15,9 ( “genti a sciusciu” ( gente a iosa…) e in Italia siamo: Popolazione (N.) 60.483.973, densità (Abitanti/Kmq) 200,2, faticosamente raggiunta, visti i tassi di natalità e la tendenza alla diminuzione della fecondità, nel nostro Paese.

    Se invece si riferisce ai grandi paesi del mondo orientale (Cina, Giappone, Corea del Sud) ma anche all’India, beh… anche loro hanno rallentato e la popolazione invecchia; fanno sempre meno figli, anche se nel 2024 l’India sarà il paese più popoloso del mondo e sorpasserà la Cina.

    Che cosa vogliamo fare, riattivare i forni crematori, per ridurre la popolazione mondiale?
    Io, quelli veri, intendo quelli “feroci”, attivati dal pazzo criminale austriaco, sappiamo dove, li ho visti per davvero e mi creda NON sono …come definirli…NON sono da vedere: punto e basta.
    Cordialmente Claudio.

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 1, 2019 alle 12:08 pm

      Non e’ necessario ricorrere ai forni crematori. Tra le attuali politiche di aiuto incondizionato alla procreazione e i forni crematori c’e’ un mare di alternative.

      • Claudio
        settembre 2, 2019 alle 6:47 am

        Grazie G.maiuscolo
        Guardare solo al proprio orticello è fuorviante e riduttivo. Tutto è interconnesso, tutto è legato a doppio filo. Poco importa se nel nostro paese impera la denatalità quando in altri paesi la natalità è ai massimi, la terra è un luogo finito e non infinito, le risorse non sono infinite ma finite! Ad esempio Non le pare strano che per allevare i pesci li si nutra con altri pesci pescati nell’oceano creando enormi e irrisolvibili problemi alle creature marine e agli ecosistemi oceanici?
        Ripeto non le sembra strano che tutto ciò venga passato per “rispettoso dell’ambiente?
        Siamo troppi G.M inutile illuderci, è un problema irrisolvibile, triste a dirsi ma è così. Parliamo di animali infestanti, gli eliminiamo senza pietas, ma la nostra specie purtroppo li batte tutti…

  11. G.Maiuscolo
    agosto 31, 2019 alle 1:00 pm

    Sempre per Claudio:
    non avevo alcuna intenzione di minimizzare il valore di quel Suo “SIAMO TROPPI”; qualcuno potrebbe o anzi lo avrà anche pensato; lo comprendo bene, eccome, il senso del Suo enunciato.

    Credo che per…sfamare tutti e per creare sviluppo di cui possano beneficiare soprattutto coloro che vivono in una condizione disagiata e precaria, malgrado le novità e le innovazioni del nuovo millennio, dicevo, bisognerebbe innanzitutto educare in senso culturale le masse; dico meglio: bisognerebbe creare cultura e dare accesso a tutti nel Pianeta, a tutti ribadisco, ad una scuola educativa che orienti nel mondo e nella realtà contemporanea. La consapevolezza del “sé” e della propria collocazione nella vita e nella propria società, incentivano a dare il meglio e ad autovalorizzarsi, ad offrirsi per operare, a collaborare e a “risolvere ” problemi; questo è il primo aspetto da realizzare, a mio modestissimo avviso.

    Due: bisognerebbe attivare ed attuare una politica demografica che incentivi l’uso ragionevole e convincente, scientifico e necessario credo, di tutti quei metodi e sistemi anticoncezionali che arginino, arginino ho detto, non impongano, senza chiedere parere a chi è coinvolto, la crescita demografica.

    Tre: Smetterla di delocalizzare e spostare lavoratori, spesso costretti loro malgrado ad accettare imposizioni per non perdere il proprio lavoro ( capita anche nel nostro Paese), ma soprattutto smetterla di spostare investimenti ( detto in generale per tutti coloro che hanno i capitali) in paesi stranieri bisognosi di incentivazione economica e ancora poco progrediti ma ricchi di manodopera, per avere migliori benefici produttivi e finanziari grazie ai bassi costi del lavoro che, nei loro paesi d’origine, sarebbero chiaramente più elevati.

    Quattro: mi fermo perché devo andare a pranzo…ahahahah…ma continuerò, perchè di cose da dire ce ne sono tante ancora.
    Grazie

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 1, 2019 alle 12:16 pm

      Sono decenni che si cerca di educare la gente al rispetto dell’ambiente, con scarsissimi risultati soprattutto nei giovani.
      2- Stessa cosa per i sistemi anticoncezionali: decenni di promozione e costi accessibili a tutti non hanno portato a nulla, almeno nel terzo mondo dove il problema della sovrapopolazione e’ presente.
      3- Qui Lei si contraddice quando parla di smetterla di delocalizzare manodopera e poi di non investire in attivita’ produttive nei paesi del terzo mondo che e’ l’unico modo di permettere ai loro abitanti di trovare impiego nei loro paesi invece che emigrare altrove.

  12. G.Maiuscolo
    settembre 1, 2019 alle 5:38 pm

    (…)” poi di non investire in attivita’ produttive nei paesi del terzo mondo che e’ l’unico modo di permettere ai loro abitanti di trovare impiego nei loro paesi invece che emigrare altrove.”

    Io non ho citato paesi del terzo mondo come Lei li ha definiti; ho parlato “di paesi stranieri bisognosi di incentivazione economica e ancora poco progrediti ma (più che ricchi), disponibili di manodopera, per avere migliori benefici produttivi e finanziari grazie ai bassi costi del lavoro che, nei loro paesi d’origine, sarebbero chiaramente più elevati.”
    Riferendomi peraltro a paesi europei.

    Ogni volta che telefono dal mio fisso per protestare contro qualche disservizio, mi rispondono sempre operatori rumeni. Che tra le altre cose, conoscono la lingua italiana, sono anche gentili ed educati. Non ho alcun interesse a risponderle e men che meno a puntualizzare per avvalorare le sue tesi ( mi scuserà per l’arroganza come Lei, sicuramente, la chiamerà), ma quando scrivo sul sito, mi documento con scrupolo perché sarebbe pericoloso, al di là delle nostre personali convinzioni, affermare cose non rispondenti alla realtà, e ancor più essere superficiali.

    Alcuni anni fa “Il Fatto Quotidiano” ha pubblicato un articolo molto interessante sugli investimenti italiani e sulla grande fuga delle aziende dal nostro Paese a caccia di manodopera low cost, elencando aziende e paesi stranieri e, nel caso che a me interessa
    e che è sembrato pertinente, anche la Telecom. Che continua a delocalizzare in Romania, e forse anche in Albania e persino in Serbia ( non ho trovato dati aggiornati su questo ultimo aspetto).
    Non so se salutarLa o no…

  13. Claudio
    settembre 2, 2019 alle 3:07 am

    CHI PROPUGNA E CREDE NELLA CRESCITA INFINITA È UN POVERO IDIOTA.
    2 miliardi forse sarebbe la cifra perfetta, ci sarebbero risorse e lavoro per tutti i TERRESTRI (nota bene TERRESTRI)

  14. G.Maiuscolo
    settembre 2, 2019 alle 3:13 pm

    Per Claudio,
    visto che mi ha chiamato in causa, mi chiedo che cosa voglia che Le si risponda. Vuole che Le dica che ha ragione? Non so a chi si riferisse quando ha parlato di atteggiamento riduttivo ed ingannevole di coloro che guardano solo al proprio particolare.
    A me? Perché ho parlato di rallentamento della natalità e perché ho fornito dati su territori che conosco e che, non pretendevo, potessero e dovessero rappresentare territori ben più vasti. Mi farebbe anche comodo occuparmi del mio personale spazio, mi creda: lavorerei meno e sarei anche meno stanca; ma potrei tranquillamente considerarmi una mezza matta, se non del tutto matta, se davvero non considerassi e se non tenessi in debito conto che in questo disgraziato Pianeta, in effetti siamo tanti, forse troppi. Pazza, altresì, a non tener conto che il Pianeta scricchiola e che le risorse sono praticamente verso l’esaurimento. A Lei sarebbe gradito che la popolazione del Pianeta fosse solo di 2 miliardi, cifra perfetta a sentirLa; ma a marzo 2019 la popolazione mondiale ammontava a circa 7,69 miliardi di persone.
    Che cosa vogliamo fare? Lo chiedo alla Sua lungimiranza e anche alle Sue idee perché sembra averne e di chiare.
    Sa qual è la mia filosofia: “Impegnati per risolvere ALMENO ciò che puoi fare”.
    Io non posso risolvere i problemi del mondo; lo faccia Lei se ci riesce.

    Ciononostante, a differenza di Lei, io non mi dispero e non mi attraversa il cervello neanche l’idea di chiamare “rispettoso” un atteggiamento che rispettoso non è, non solo per l’ecosistema oceanico, men che meno per il Pianeta tutto. Ma resisto fortemente e resisto ( malgrado la difficile e dolorosa situazione che sta vivendo il Pianeta, per l’arroganza dei suoi abitanti e a causa dell’incuria e del degrado cui viene sottoposto), RESISTO nel convincimento che c’è ancora speranza e che il problema non sia ancora irreversibile.
    La chiami come Le pare, illusione, stupidità, ingenuità superficiale, ma io ho speranza, ho ancora la speranza che le nuove generazioni ma anche l’uomo, questo strano, incomprensibile distruttore, prima o poi comprendano che il tempo per rimediare sta scadendo;
    ed ho una diversa considerazione, a differenza di Lei, anche quando penso al RISPETTO, perché pur nel cuore di una notte insonne e difficile e tormentata ( alle 3.07 am) mai mi sognerei di dare dell’IDIOTA a chi, pur non condividendole, esprime idee tanto, tanto diverse dalle mie.
    Cordialmente

    • Claudio
      settembre 2, 2019 alle 7:14 pm

      G. Maiuscolo lei è un po confusa. L’idiota non era riferito a
      Lei, ma a chi crede nella crescita infinita. Da quello che scrive non sembra una seguace di detta idiozia.

      Ps: Nel mio micro infinitesimale impegno non divoro nessun animale di terra cielo e mare…

      • Claudio
        settembre 2, 2019 alle 7:19 pm

        GM discetta sull’orario e si permette di aggettivare il mio tempo, il mio umore…ma come si permette? Questa è mancanza di rispetto.

  15. G.Maiuscolo
    settembre 2, 2019 alle 8:55 pm

    Ma come si permette Lei…
    Ho bene inteso che “l’idiota” non fosse rivolto a me, non Le ho mosso alcuna accusa e mi importa un solenne bel niente di ciò che divora e di ciò che non divora; saranno affari suoi.

    Quanto al fatto che mi sarei permessa di aggettivare il suo tempo ed il suo umore, ciò sarebbe forse accaduto se io avessi un ben che minimo interesse per il suo tempo ed il suo umore, cosa assai improbabile, se non impossibile.

    Io ho pensato solo e soltanto alle mie di notti, talvolta insonni e talvolta tormentate alla ricerca del sonno, non alle sue, durante le quali, comunque, mai mi permetterei di dare dell’idiota a qualcuno.
    La invito a tranquillizzarsi; se gradisce.
    Lei non è al centro dell’esistenza di chi La legge. Esattamente come non lo sono io.

    • Claudio
      settembre 3, 2019 alle 5:33 am

      Mi spiace per il suo tormento, sarà forse confusione? Mi dia retta di idioti è pieno il mondo, se ne faccia una ragione li apostrofi pure tanto essendo idioti non se ne accorgono.
      Stia bene e se può non commentare la ringrazio.

  16. settembre 3, 2019 alle 12:23 pm

    A.N.S.A., 2 settembre 2019
    Esperto Cnr, incendi boreali mai così in 10mila anni.
    Provenzale, posizioni ideologiche per negazionisti: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/clima/2019/09/02/esperto-cnr-incendi-boreali-mai-cosi-in-10mila-anni_2296b928-7d6a-4c35-b3a5-f83ce3a748ba.html

  17. settembre 3, 2019 alle 6:48 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2019
    Amazzonia in fiamme, il Brasile apre inchiesta per roghi dolosi: “Organizzati su Whatsapp”. Macron: “Anche l’Africa è in fiamme”.
    Secondo Globo Rural, “sindacalisti, produttori rurali, commercianti e invasori di terre agricole” hanno organizzato “un giorni di fuoco”, per “appoggiare il presidente che vuole allentare i controlli dell’Istituto per l’ambiente”. Il ministro per la Giustizia e la Sicurezza, Sergio Moro: “Saranno puniti severamente”. Nel frattempo Angola e Repubblica Democratica del Congo stanno registrano più roghi del Brasile: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/26/amazzonia-in-fiamme-il-brasile-apre-inchiesta-per-roghi-dolosi-organizzati-su-whatsapp/5409780/

    —————

    28 agosto 2019
    Africa, in Congo e Angola va in fiamme la seconda foresta pluviale più grande del mondo: oltre 10mila incendi in una settimana.
    Dopo l’Amazzonia e la Siberia, nei due paesi africani la savana va a fuoco. Immagazzina 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando un ruolo fondamentale per regolare il clima del pianeta: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/28/congo-e-angola-in-fiamme-la-seconda-foresta-pluviale-piu-grande-del-mondo-oltre-10mila-incendi-in-una-settimana/5414684/

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 5, 2019 alle 1:07 am

      10 mila incendi in una settimana con gli abitanti attuali. Nel 2100 il loro numero quadruplichera’ quindi lascio solo immaginare le sorti delle foreste africane!

  18. Mara machtub
    settembre 7, 2019 alle 4:19 pm

    SIAMO TROPPI E TROPPO AVIDI.

  19. settembre 10, 2019 alle 2:58 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2019
    Amazzonia, deforestazione aumentata del 300% rispetto al 2018. Ucciso difensore dei diritti degli indigeni.
    Secondo gli esperti a fine anno possono essere superati i 10mila chilometri quadrati di vegetazione rasa al suolo. Oltre 2500 cause legali avviate dallo Stato contro aziende e privati per i roghi, ma nessuna condanna definitita. E a Tabatinga è stato ucciso Maxciel Pereira dos Santos “a causa della sua lotta contro le pratiche illegali nel territorio indigeno Vale do Javari”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/10/amazzonia-deforestazione-aumentata-del-300-rispetto-al-2018-ucciso-difensore-dei-diritti-degli-indigeni/5442172/

  20. settembre 17, 2019 alle 2:52 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 17 settembre 2019
    Amazzonia in fiamme: così allevamenti intensivi, soia e sfruttamento minerario devastano la foresta più grande del mondo.
    Il Brasile è il maggior esportatore di carne bovina al mondo, principalmente destinata al mercato cinese e a Hong Kong. Gli allevatori hanno bisogno di strappare sempre più terra alla foresta per pascolare il bestiame, e gli incendi sono la via più rapida per raggiungere l’obiettivo. Ma le conseguenze su atmosfera ed ecosistemi sono drammatiche. (Beatrice Manca): https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/17/amazzonia-in-fiamme-cosi-allevamenti-intensivi-soia-e-sfruttamento-minerario-devastano-la-foresta-piu-grande-del-mondo/5446278/

  21. G.Maiuscolo
    settembre 17, 2019 alle 5:38 pm

    (…)”Il Brasile è il maggior esportatore di carne bovina al mondo, principalmente destinata al mercato cinese e a Hong Kong. Gli allevatori hanno bisogno di strappare sempre più terra alla foresta per pascolare il bestiame…”

    Ci creu; intanti giai funti dusu, in Cina… ahahahah.
    E, noi, un giorno o l’altro, non riusciremo a respirare. Ohi, ohi…

  22. settembre 24, 2019 alle 5:32 pm

    farabutti al potere.

    A.N.S.A., 24 settembre 2019
    Bolsonaro, ‘L’Amazzonia è del Brasile, non è patrimonio dell’umanità’.
    ‘Alcuni paesi hanno atteggiamento coloniale verso di noi’: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2019/09/24/bolsonaro-lamazzonia-e-del-brasile_bef03f3f-4814-46ec-b617-a4ec4f3b43bd.html

    ______________

    da Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2019
    Vertice clima, l’ultima promessa: 66 stati a emissioni zero entro il 2050. Segretario Onu: “Non solo bei discorsi, ora azioni concrete”.
    A New York presente a sorpresa anche Donald Trump, che però non ha ascoltato i discorsi più importanti. Tra questi quello di Macron, che ha accusato la Polonia. E mentre Greta Thunberg se l’è presa con i leader mondiali, la Russia ha comunicato la propria ratifica dell’accordo di Parigi. Polemica per i voli separati (con surplus di inquinamento) di Angela Merkel e del suo ministro della Difesa. (Luisiana Gaita): https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/23/vertice-clima-lultima-promessa-66-stati-a-emissioni-zero-entro-il-2050-segretario-onu-non-solo-bei-discorsi-ora-azioni-concrete/5472544/

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 25, 2019 alle 12:25 pm

      Purtroppo Bolsonaro ha ragione a dire che l’Amazzonia appartiene al Brasile. L’umanita’ quindi se vuole preservarla deve pagare al Brasile una somma di denaro sufficientemente alta. E’ l’unico modo per salvarla visto che i consumatori, destinatari finali della carne prodotta distruggendo l’Amazzonia, per la maggiorparte sono piu’ interessati a pagare un hamburger 1 centesimo in meno che ha conservare quei paradisi naturali che sono le foreste tropicali pluviali.

  23. G.Maiuscolo
    settembre 25, 2019 alle 3:08 pm

    Ecco…a proposito di inquinamento e di paesi che hanno sottoscritto il “Patto dei 66 stati a emissioni zero entro il 2050″… Davvero esemplari: prima firmano e poi utilizzano due aerei diversi per raggiungere lo stesso paese. Inquinando. La Germania docet.

    Quanto a Bolsonaro mi permetto di dire: “Fatza coment’olidi…”( Faccia come vuole) purchè non danneggi il Pianeta con le sue personali e fantasiose idee ( della serie… “l’Amazzonia appartiene al Brasile”…”Manchissu èst de issu ettotu…(Neanche egli stesso appartiene a se stesso o a lui medesimo!).

    E visto che(…) “Il Brasile è il maggior esportatore di carne bovina al mondo, principalmente destinata al mercato cinese e a Hong Kong. Gli allevatori hanno bisogno di strappare sempre più terra alla foresta per pascolare il bestiame”, il sig. Bolsonaro chieda eventuali danni per la distruzione della Foresta ai Cinesi, responsabili del consumo della carne; non solo, ANCHE per le dannose conseguenze per il Pianeta.

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 26, 2019 alle 12:24 am

      Bolsonaro, a chiedere i danni a chicchessia non ci pensa nemmeno lontanamente per il semplice fatto che per lui che l’Amazzonia bruci e diventi una savana per pascolarci il bestiame, non e’ affatto un danno, anzi!
      I danni li subiscono tutti e 7 i miliardi di esseri umani che si troveranno a far fronte alle conseguenze di questa distruzione in un futuro non lontano. Pero’ siccome l’Amazzonia purtroppo si estende per la maggiorparte in territorio brasiliano allora se non si voglion subire i danni derivanti dalla sua trasformazione in savana, sono i cittadini di tutto il mondo che dovrebbero pagare il Brasile per che questo non accada.

  24. G.Maiuscolo
    settembre 26, 2019 alle 8:18 am

    Incominci Lei a pagare…se gradisce farlo!

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 27, 2019 alle 12:14 am

      La informo che il primo pagamento a favore della tutela della foresta Amazzonica io lo effettuai piu di 30 anni or sono. Un pagamento addirittura piu’ che triplo rispetto al minimo richiesto di 30 mila delle vecchie lire: 100 mila lire per non ricordo piu’ quanti centinaia di ettari di foresta nei pressi del rio Xingu’ versati al WWF. Ed e’ un’abitudine che ho conservato fino ad oggi per mezzo di versamenti irregolari ma costanti al WWF, Greenpeace e alla Rainforest Foundation.
      Mi piace pensare che quei minuscoli coriandoli di foresta Amazzonica si sono salvati grazie a me ma qualche centinaio di ettari non si possono salvare in isolamento dal resto perche’ le foreste pluviali tropicali funzionano solo se se ne conservano grandissime estensioni.
      Lei invece continui a ribadire che l’Amazzonia appartiene a tutti invece che al Brasile invece che pagare anche Lei e promuovere questa linea di condotta anche qui e in altre sedi. O forse anche Lei come me ha generosamente contribuito in passato o recentemente per la tutela di questo paradiso naturale?

  25. G.Maiuscolo
    settembre 27, 2019 alle 8:13 am

    Dei suoi pagamenti a favore della tutela della foresta amazzonica, ne ha già parlato in un’altra circostanza.
    Bene sarebbe fare e contribuire alle cose buone per il Pianeta, senza strombazzarlo a destra e a manca.
    Quanto al fatto che io abbia o …”continui a ribadire che l’Amazzonia appartiene a tutti invece che al Brasile invece che pagare (…) e promuovere questa linea di condotta anche qui e in altre sedi”, non La degno di una risposta, perché la sua affermazione si commenta da sola.
    All’arroganza non è necessario aggiungere altra arroganza. A ciascuno il suo.
    E senza un solo saluto.

  26. settembre 28, 2019 alle 12:20 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2019
    Norvegia paga 150 milioni di dollari al Gabon per la lotta alla deforestazione. Ma gli ambientalisti sono scettici.
    L’idea è quella di ricompensare il paese per le emissioni nocive “sequestrate” dall’aria grazie all’azione delle sue aree verdi. Ma Franck Ndjimbi, ambientalista gabonese e consulente per la governance ambientale e forestale avanza molte critiche: “I fondi di un progetto simile approvato in passato erano stati bloccati”. (Giusy Baioni): https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/28/norvegia-paga-150-milioni-di-dollari-al-gabon-per-la-lotta-alla-deforestazione-ma-gli-ambientalisti-sono-scettici/5482082/

    • Riccardo Pusceddu
      settembre 28, 2019 alle 2:03 pm

      Non ho neanche letto l’articolo ma posso immaginarmi lo scetticismo degli ambientalisti, Gabonesi e non, sebbene tale iniziativa vada nella direzione da me auspicata e cioe’ quella che il mondo deve pagare i paesi come il Brasile, il Congo e il Gabon (luogo d’origine tra l’altro della piu’ bella vipera del mondo: la vipera del Gabon), la mia idea era un po’ diversa. Mai dare ai governi africani e sudamericani direttamente i soldi per preservare le loro foreste (sono troppo corrotti) ma invece comprare direttamente piu’ aree possibile e pagare dei rangers per vigilare su di esse, un po’ come spero abbia fatto il WWF in quei famosi ettari che pote acquistare grazie al mio contributo e a quello di altri generosi e longimiranti cittadini italiani che decisero in quei lontani anni di aderire alla campagna del WWF. Stipendiare i rangers e altre figure professionali per custodire quei paradisi e’ importantissimo perche’ solo in questo modo, creando lavoro per i locali, si puo’ sperare che tale loro coinvolgimento diretto possa motivarli a compiere il lavoro per il quale venissero pagati. E magari ad alcuni di loro sta anche a cuore la biodiversita’ come al sottoscritto.

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