Nuova Guinea e Brasile, cresce la devastazione della Foresta tropicale.


Papua Nuova Guinea, foresta tropicale

Papua Nuova Guinea, foresta tropicale

Pessime notizie per le Foreste tropicali.

La distruzione del manto forestale nella Nuova Guinea occidentale, controllata dall’Indonesia, prosegue incessante per ampliare le piantagioni di Palma da olio.   L’olio di palma è ormai un vero e proprio affare e le complicità del governo indonesiano con le società che praticano la deforestazione più selvaggia è palese. Il lucro è il loro filo conduttore.

Che la produzione di energia da biomasse e i biocarburanti non fossero esenti da gravi problematiche ambientali è ormai un dato acquisito, l’E.P.A. (United States Environmental Protection Agency) ha depennato il biodiesel realizzato da olio di palma dall’elenco dei combustibili “ecologici” secondo gli standard statunitensi.

In più distrugge le foreste tropicali.

Eppure si continua a venderlo come combustibile ecologico ed ecosolidale.

Anche in Brasile avanza la deforestazione.

Dopo l’approvazione definitiva (2012) della modifica del codice forestale brasiliano, oggi la foresta pluviale dell’Amazzonia è ancora più a rischio.

I dati dei tagli forestali segnano un + 63% nel 2014 rispetto al 2013. Prendendo in considerazione i tagli selettivi e gli incendi, secondo l’associazione ambientalista Imazon, l’aumento sarebbe addirittura del 161%.

Malesia, Sabah, piantagione di palma da olio in area deforestata

Malesia, Sabah, piantagione di palma da olio in area deforestata

Drammatico quanto reso noto in occasione della recente Giornata internazionale delle Foreste (21 marzo 2015).    Secondo dati elaborati dalla F.A.O. (marzo 2014), la superficie forestale mondiale è diminuita di circa 5,3 milioni di ettari l’anno nel periodo 1990-2010, pari a una perdita netta come quasi 4 volte le dimensioni di un paese come l’Italia. I risultati, aggiornati con il sondaggio globale di rilevamento a distanza, mostrano che nel 2010 la superficie forestale complessiva era di 3.890 milioni di ettari, il 30% della superficie totale della Terra.

Nel mondo la riduzione del suolo occupato da foreste (1990-2010), causata principalmente dalle attività umane (in primo luogo dalla deforestazione), è stata di 15,5 milioni di ettari l’anno.  Questo calo è stato parzialmente compensato dagli aumenti di superficie forestale, attraverso il rimboschimento e l’espansione naturale delle foreste, di 10,2 milioni di ettari l’anno.

Ci sono state notevoli differenze a livello regionale nelle perdite e negli aumenti di superficie forestale: “L’area di foreste tropicali è diminuita in Sud-America, in Africa e in Asia – con la più grande perdita in termini assoluti nelle aree tropicali del Sud-America – seguita dall’Africa tropicale, mentre aumenti di superficie forestale sono stati riscontrati in Asia subtropicale e nelle Aree a clima temperato. Le foreste nel mondo sono distribuite in modo non uniforme, con poco meno di metà nelle zone tropicali (45% della superficie forestale totale), circa un terzo nelle zone boreali (31%) e aree di minore entità nelle zone temperate (16%) e subtropicali (8%)”.

E’ ora di difendere strenuamente le nostre foreste e di incrementarne la superficie, ne va del nostro futuro.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Indonesia, tagli forestali

Indonesia, tagli forestali

 

dalla Newsletter di Salva le Foreste, 6 maggio 2015

Papua: l’olio di palma si mangia tutto.

(Mongabay.com) C’è un detto nel settore indonesiano dell’olio di palma: Sumatra era ieri, Kalimantan è oggi, e Papua è domani. Questo domani potrebbe anche essere già arrivato. Un nuovo rapporto mette in luce la rapida espansione delle piantagioni di palma da olio nell’area della Nuova Guinea controllata dall’Indonesia.
Il rapporto, pubblicato da una coalizione di foto associazioni, tra cui Pusaka e Awas MIFEE. fa i nomi delle imprese, uno per uno. Alcuni sono grandi conglomerati. Altri appaiono imprese di facciata, alcune perfino con indirizzo falso, create all’occasione per nascondere altri attori.  Sul progetto regna un’aura di segretezza. Gran parte delle imprese coinvolte, rifiuta di rivelare qualsivoglia informazione sui progetti, e i funzionari governativi preposti al progetto sembrano altrettanto riluttanti dal rilasciare informazioni. Informazioni sono per giunte dalle associazioni locali, dalle chiese e dalle comunità indigene. Il risultato è un Atlante della palma da olio in Papua occidentale, che disegna un quadro inquietante della deforestazione in arrivo.
Un quadro quasi sconosciuto. “Con la scusa del conflitto col movimento indipendentista, il governo indonesiano ha reso quasi impossibile agli osservatori internazionali viaggiare in Papua occidentale, e questo ha fatto sì che non l’opinione pubblica internazionale non è informata delle gravi minacce per l’ambiente” spiega il comunicato delle associazioni.
Mappe dettagliate organizzate per distretti, mostrano l’avanzata delle piantagioni di palma da olio nella regione. Nel 2005 c’erano appena cinque piantagioni operative, nel 2015 sono quadruplicate, e altre 20 hanno quasi completato la pratica di autorizzazione. Ma molte altri progetti hanno avviato le pratiche, e in pochi mesi potrebbe iniziare ad essere operativo. “Se verranno create tutte queste piantagioni, la palma da olio si estenderà su di 2,6 milioni di ettari,  la maggior parte dei quali è ora coperta foresta tropicale”, spiegano le associazioni.
I conglomerati con imprese della regione sono guidati da alcuni degli uomini più ricchi dell’Indonesia: Bachtiar Karim (Musim Mas), Sukanto Tanoto (Reale Golden Eagle), Eka Tjipta Widjaja (Sinar Mas), Anthony Salim (Salim Group) e Peter Sondakh (Rajawali).
Altri importanti gruppi con sede in Malesia, Hong Kong, Sri Lanka: George Tahija, Austindo Nusantara Jaya, Medco di Arifin Pangioro, Lion, Noble e Carson Cumberbatch.

 

Brasile, foreste tropicali, stato di conservazione e di deforestazione (aprile 2015, da Imazon)

Brasile, foreste tropicali, stato di conservazione e di deforestazione (aprile 2015, da Imazon)

27 aprile 2015

Brasile, torna la deforestazione.

E ‘ufficiale: secondo fonti governative, la deforestazione in Amazzonia è in tornata ad aumentare, con un sensibile incremento rispetto all’anno scorso. L’Istituto per la ricerca spaziale (INPE) ha pubblicato i nuovi dati sulla base di analisi satellitare, secondo cui la deforestazione è stata il 63 per cento più elevata nel 2014, rispetto all’anno precedente. Secondo l’organizzazione ambientalista Imazon, la distruzione delle foreste è stata molto più ampia se si prende in considerazione il taglio selettivo e gli effetti degli incendi: 161 per cento in più rispetto all’anno precedente.

A febbraio, il governo brasiliano ha mosso uno dei suoi maggiori passi nella lotta contro la deforestazione illegale: l’agenzia di applicazione ambientale IBAMA ha arrestato Ezequiel Antônio Castanha, il capo della banda che con il disboscamento illegale ha saccheggiato 15.000 ettari lungo l’autostrada BR-163 nello Stato del Pará. In dieci anni il governo ha ben lavorato per frenare il disboscamento illegale, ma la deforestazione non si è fermata.

In realtà, la deforestazione è sempre più un “fenomeno legale”. Il nuovo codice forestale, approvato dopo una campagna lunga dalla lobby agroalimentare, ora permette al contadino di cancellare e convertire in piantagione un più alto tasso di foresta. Il boom delle esportazioni reso possibile dal basso corso della valuta brasiliana, offre un ulteriore incentivo per cancellare le foreste per espandere le piantagioni, anche perché il taglio anche illegale per l’agricoltura non è più gravemente sanzionato. La corsa per la produzione di colture per l’esportazione sta ora restringendo la foresta amazzonica.

 

Brasile, foresta pluviale

Brasile, foresta pluviale

(foto da Imazon, da mailing list ambientalista)

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  1. Nicola Putzu
    maggio 19, 2015 alle 10:10 am

    L’olio di palma, oltre ad essere materia prima per la produzione di carburanti ha oramai monopolizzato il settore dolciario. In Italia è diventata un impresa trovare biscotti, snack, pasta sfoglia esenti dall’uso di questo olio.

  2. riccardo
    maggio 19, 2015 alle 11:06 am

    l’olio di palma è infatti il sostituto del burro o dell’olio di girasole non solo in italia ma in tutto il mondo, purtroppo le abitudini alimentari stanno cambiando nei paesi in via di sviluppo ed il cosumo di dolci e biscotti è aumentato notevolmente, anche estensioni di campi di girasole porterebbero a deforestazioni….sarebbe opportuno aumentare la produzione per ettaro o ma cosa più difficile tornare ad una alimentazione più sostenibile…

    • Nicola Putzu
      maggio 19, 2015 alle 12:21 pm

      La differenza con l’olio di girasole è che la coltivazione del girasole si adatta a diverse aree geografiche nel mondo, mentre la palma da olio necessita di un clima tropicale. E per fare spazio alle enormi piantagioni necessarie a soddisfare una domanda esponenzialmente crescente di olio a basso costo, nelle zone a clima tropicale si ha come conseguenza una deforestazione di importantissimi ecosistemi. Il girasole ad esempio vede tra i maggiori produttori Argentina, Russia e Ucraina, paesi che ihanno spazi agricoli in aree meno delicate rispetto alle isole indonesiane. Non vedo una equivalenza tra le due coltivazioni in termini di impatti ambientali.

      • riccardo
        maggio 19, 2015 alle 5:02 pm

        l’olio di girasole non è sufficiente per il fabbisogno e ha costi maggiori, se a parità di ettaro ci fosse una resa maggiore e minori costi allora le cose cambierebbero ma per ora non è così e l’industria sceglie ciò che gli conviene….

      • Nicola Putzu
        maggio 20, 2015 alle 9:21 am

        Riccardo, i dati sulla carenza di oli vegetali non di palma per il mercato dove posso trovarli? Mi pare strano che fino a 18 mesi fa l’uso di olio di palma in Italia fosse minoritario e nel giro di poco tempo è diventato monopolizzante. Sul minor costo sono d’accordo, anche se molte aziende che fanno vanto della qualità e sostenibilità ambientale dei loro prodotti si contraddicono alla grande con l’uso di questa materia prima. Chiudo con una provocazione: se fra un anno venisse fuori che le rese di frumento nel suolo tropicale decuplicherebbero, distruggeremo tutto per abbassare il costo di produzione dei prodotti che ne fanno uso?

  3. M.A.
    maggio 19, 2015 alle 12:32 pm

    Sul web esistono tante tesi e miti sull’olio di palma. Ma mi chiedo se è giusto demonizzare quest’olio oppure è il capro espiatorio su cui si riversano tutti i mali ecologici di un sistema allo sbando? La nocività dell’olio di palma è relativa.
    Se per nocività si intende il fatto che è composto da acidi grassi saturi, che utilizzati in abbondanza nella dieta possono concorrere alla nascita di patologie cardiovascolari, non fa poi tanto più male del burro, dello strutto o di altri grassi saturi di derivazione animale.
    Se la nocività di questo prodotto è attribuito invece all’uso tecnologico a cui è destinato nelle imprese alimentari (prodotti da forno ad esempio), idrogenazione della catena alchilica dovute ad alte temperature, non è più dannoso di altri grassi idrogenati (anzi) come la comune margarina.
    Se tutto questo allarme è dovuto (giustamente) a problemi ecologici dovuti alla deforestazione di importantissimi polmoni verdi, bisogna considerare che a parità di ettari la colture delle palme è molto più redditizia di altri tipi colture utilizzate per ricavare altri oli di semi come ad esempio la soia. A mio avviso il problema non è né salutistico né ecologico è forse “empatico”.
    Per molti che sentono parlare di olio di palma, il problema secondo me è questo:
    “Perchè dobbiamo distruggere ettari ed ettari di foreste per la produzione di un prodotto che principalmente viene utilizzato dalle multinazionali alimentari per produrre alimenti destinati al fabbisogno dei paesi industrializzati senza portare alcun beneficio (semmai distruzione) ai paesi poveri in cui è prodotto o al limite lasciare qualche briciola?” Forse perchè noi non possiamo produrre materie prime a sufficienza perchè le nostre terre o sono inquinate o sono cementificate?
    Pura “golosia” del mondo occidentale, “il mondo del benessere”.

    • maggio 21, 2015 alle 10:01 pm

      E’ la cosidetta politica dei NIMBY ovvero il tutelare a oltranza la nostre bucoliche campagne per poi devastare quelle infinitamente più preziose degli altri. Insomma un mondo al rovescio, tutto sbagliato e quello che più dispiace e rattrista e’ che quelli più indifferenti sono proprio i consumatori e non le grosse multinazionali che lucrano sulle risorse di questo nostro bellissimo, anche se non so ancora per quanto, pianeta

  4. M.A.
    maggio 20, 2015 alle 10:34 am

    Indubbiamente al mercato (noi consumatori sardi/italiani/europei/”occidentali”) converrebbe lo sfruttamento delle loro terre (distruzione delle foreste) per ottenere materie prime da destinare alla produzione di derrate alimentari che poi compriamo a basso costo. Ormai questo è uno dei tanti ‘effetti del “libero mercato”. È triste e sembra strano pensare che persino in Sardegna, uno sputo di terra in mezzo al benessere occidentale separato dal resto dal Mediterraneo, in cui uno dei pochi settori trainanti l’economia è il settore “agro-pastorale”, non si riesca a produrre (e certificare) alimenti tipici, come ad esempio il pane carasau, con materie prime locali, in questo caso grano sardo. Altro che granaio di Roma! In generale, in un contesto più ampio, tutto ciò avviene perché? Perché importare le materie prime conviene in primis al mercato, in modo da rendere noi schiavi (consumatori e clienti) del sistema (multinazionali) e conviene anche agli stessi consumatori che riescono ad avere tonnellate di cibo a basso costo (perdendo però in qualità ergo salute). Poiché questo giochino mantiene viva l’economia il tutto è protetto da manovre politiche internazionali (ad es le piogge di contributi dati per la conversione dei suoli agricoli). Un modo di uscita c’è incentivare il ritorno alla cultura rurale laddove è possibile ossia andare in ufficio la mattina e andare a zappare l’orto e allevare animali da cortile per uso domestico la sera. Ahahahahahahahah si tranquilli è una provocazione! si sa che nella società odierna essere uno “zappaterra” ed essere una persona umile che tocca fango e feci di animali equivale ad essere un “perdente” un “buzzurro”, essere schiavi del sistema, invece, spesso in giacca e cravatta e con il BMW e la casa al mare, fa di noi dei “signori”.

  5. riccardo
    maggio 20, 2015 alle 12:55 pm

    nicola, è monopolizzante proprio per il prezzo, all’economia non importa nulla di eventuali disastri ambientali a meno che non vi siano dietro sempre ragioni economiche…l’unica cosa che noi possiamo fare è scegliere i prodotti che compriamo e sperare nella ricerca scientifica ( cisgenetica, nuovi modelli di irrigazione etc.. etc..) che possano migliorare le rese senza distruggere ulteriori ambienti naturali ( boschi foreste).

  6. Bio IX
    maggio 20, 2015 alle 1:00 pm

    E con il TTIP sarà tutto più facile

  7. maggio 20, 2015 alle 2:56 pm

    da Il Corriere della Sera, 20 maggio 2015
    Non solo Amazzonia: le 15 foreste più a rischio del pianeta.
    Le foreste coprono il 30% delle terre emerse e contengono la gran parte di biodiversità. Ogni minuto 26 ettari di foresta (pari a 35 campi da calcio) vengono distrutti. Dal Congo al Kenya, dal Cile a Sumatra, ecco alcune tra quelle più a rischio: http://www.corriere.it/ambiente/cards/non-solo-amazzonia-15-foreste-piu-rischio-pianeta/foresta-pluviale-congo_principale.shtml

  8. Riccardo Pusceddu
    maggio 21, 2015 alle 9:53 pm

    Altro che ripresa delle ceduazioni nel Marganai! Questo delle foreste tropicali si che e’ un dato da far rabbrividire! Si tratta di foreste vergini, ovvero che non sono mai state sottoposte a taglio e dove al biodiversita’ fa sembrare quella nostrana quasi ridicola. I veri responsabili secondo me sono i paesi che importano il maledetto olio di palma. Come si possa distruggere una cosa così preziosa come una foresta vergine tropicale per un hamburger o un biscotto all’olio di palma mi mette una tristezza addosso che non ho parole per descrivere e soprattutto mi fa venir meno la fiducia sul genere umano e sulla sua capacita’ di valutare la realtà che ci circonda, a lungo termine e non giorno per giorno. Dov’e’ l’icona del pianto che non la trovo?

  9. giugno 3, 2015 alle 2:47 pm

    bravi 🙂

    da Il Corriere della Sera, 29 maggio 2015
    ALIMENTARE. Addio olio di palma. Misura lo elimina.
    Il marchio, di proprietà del gruppo Colussi, ha deciso: da luglio 2015 solo olio di girasole. (Isidoro Trovato): http://www.corriere.it/economia/15_maggio_29/addio-olio-palma-078a7b20-0627-11e5-93f3-3d6700b9b6d8.shtml

  10. giugno 12, 2015 alle 2:58 pm

    da che pulpito….

    A.N.S.A., 12 giugno 2015
    Consiglio malese olio palma, Italia fermi campagne dannose.
    ‘E’ prodotto sano e amico ambiente, da Expo si dica verità’: http://www.ansa.it/terraegusto/notizie/rubriche/salute/2015/06/11/consiglio-malese-olio-palma-italia-fermi-campagne-dannose_e26fc460-4ad8-48c9-bb0e-07e7ac939057.html

  11. settembre 8, 2015 alle 2:55 pm

    A.N.S.A., 7 settembre 2015
    Fao, deforestazione in frenata negli ultimi 25 anni. Dal 1990 a oggi persi 129 milioni di ettari di foresta. (http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/natura/2015/09/07/fao-deforestazione-dimezzata-negli-ultimi-25-anni_7c550f4f-dfdd-4044-a97d-17cbe918bcf9.html)

    Le foreste del mondo continuano a ridursi mentre aumenta la popolazione globale e il terreno forestale viene convertito in terreno agricolo e destinato ad altri usi, ma negli ultimi 25 anni il tasso di deforestazione netto si è ridotto di oltre il 50%. É quanto emerge dal rapporto di valutazione globale della Fao, “The Global Forest Resources Assessment 2015”, pubblicato oggi e presentato al Congresso mondiale sulle foreste in corso questa settimana a Durban, in Sudafrica.

    Stando al rapporto, dal 1990 a oggi sono andati perduti circa 129 milioni di ettari di foresta: un’area equivalente, per dimensioni, quasi all’intero Sudafrica. Mentre nel 1990 le foreste costituivano il 31,6% del territorio mondiale, circa 4.128 milioni di ettari, nel 2015 questo dato è sceso al 30,6%, vale dire circa 3.999 milioni di ettari, con la deforestazione che ha colpito di più le aree tropicali di Africa e Sudamerica.

    Parallelamente il tasso annuo netto di perdita di area forestale è però rallentato, passando dallo 0,18% dei primi anni ’90 allo 0,08% nel periodo 2010-2015.

    L’indagine della Fao evidenzia l’importanza delle foreste per l’economia globale. Il settore forestale, si legge, contribuisce con circa 600 miliardi di dollari all’anno al Pil mondiale e dà lavoro a più di 50 milioni di persone.

  12. settembre 29, 2015 alle 2:53 pm

    da Il Corriere della Sera, 29 settembre 2015
    Bruciano le foreste in Indonesia, anche Singapore avvolta dal fumo: http://www.corriere.it/foto-gallery/ambiente/15_settembre_29/bruciano-foreste-indonesia-anche-singapore-avvolta-fumo-4bbae82c-6688-11e5-ba5a-ab3e662cdc07.shtml

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