Come vanno i controlli ambientali nel Sulcis.


 

bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte

Portoscuso, Eurallumina, bacino c.d. fanghi rossi, visto da Carloforte

Dalle ricostruzioni giornalistiche pubblicate in questi giorni sul quotidiano regionale L’Unione Sarda e sul sito web di informazione Sardinia Post, basate sugli atti della pubblica accusa, emergono particolari ben poco edificanti su come si svolgerebbero i controlli ambientali sulle industrie del polo industriale di Portoscuso (CI).

In questo caso l’Eurallumina, tristemente famosa per il bacino dei fanghi rossi.

Alla magistratura il compito non facile di fare chiarezza, alle associazioni ecologiste il compito di denunciare nel modo più documentato possibile (e proviamo a farlo nel migliore dei modi consentiti), alla popolazione residente il compito necessario di aprire gli occhi e di non subire più.

Non è facile nemmeno questo, ma non si vede altra strada.

Perchè non può esserci risanamento ambientale, lavoro pulito senza giustizia.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

 

da L’Unione Sarda, 4 giugno 2015

La talpa avvisava l’Eurallumina. (Enrico Fresu)

I blitz dei carabinieri erano telefonati . E si va oltre la metafora del gergo calcistico: c’era chi, controllore negli enti pubblici, al cellulare avvertiva i controllati, gestori dell’industria inquinante, dell’imminente arrivo dei militari del Noe (Nucleo operativo ecologico). Con un linguaggio in codice al limite del ridicolo diventavano «i nostri amici con la N». Il disastro ecologico era sotto gli occhi di tutti, e tutti sapevano. I risultati delle analisi sui terreni avvelenati, coperti dal segreto, venivano comunicati ai responsabili dell’avvelenamento. Nel solito codice cifrato erano «le magliette bianche con la scritta nera». Nel Sulcis c’era una specie di società di «mutuo soccorso»: così gli investigatori hanno definito il mondo che gravitava intorno all’Eurallumina di Portovesme.

LE INDAGINI. L’inchiesta era partita a maggio 2009 dopo la scoperta di ruscelli tossici intorno ai bacini dei fanghi rossi poi sequestrati, storiche discariche dell’industria in mano ai russi della Rusal, ferma già da allora. Dai sopralluoghi era emerso che sugli scarti di lavorazione venivano pompate le acque avvelenate che avevano allagato un terreno dell’Enel: i dati della prima bonifica, a gennaio 2010, dicono che sono stati portati via 13.780 chili di liquido velenoso. Sotto controllo erano stati messi cellulari e fissi dei vertici di Eurallumina e di tecnici della Provincia, dell’Arpas e della Regione. Dalle centinaia di ore di telefonate ascoltate dagli investigatori guidati dal capitano Angelo Murgia, tra il 2009 e il 2010, emerge una rete di rapporti che vanno al di là dell’istituzionale. Non tutti di rilievo penale, la precisazione è d’obbligo: il 17 giugno, su richiesta del pm Marco Cocco, rischiano di andare a giudizio solo l’amministratore delegato di Eurallumina, Vincenzo Rosino, e il direttore dello stabilimento Nicola Candeloro. L’accusa è di disastro e traffico di rifiuti.

INTERVENTO POLITICO. Ottobre 2009, Nicola Candeloro parla con l’amministratore delegato della Portovesme Srl, Carlo Lolliri: dice che sta insistendo in tutte le sedi perché l’acqua di falda, avvelenata, non venga considerata rifiuto, altrimenti «li inchiappettano». E aggiunge: «Se c’è da fare qualche intervento politico bisogna farlo». Due settembre 2009, Candeloro sa di un imminente blitz del Noe. Telefona a Lucia Caddeo, responsabile della sicurezza degli impianti: «Probabilmente venerdì o lunedì avremo una visita degli amici». Lei: «Che iniziano con la N?». Lui: «Sì, ne riparliamo domani». Il giorno dopo Candeloro chiama Palmiro Putzulu, responsabile del servizio Ambiente della Provincia di Carbonia-Iglesias: «Confermato domani o no?». Putzulu: «Sì, però riempiti la bocca». Candeloro: «Eh, ci mancherebbe altro».

Portoscuso, bacino c.d. fanghi rossi

Portoscuso, bacino c.d. fanghi rossi

INFORMAZIONI. Il 23 settembre 2009 la Procura mette i sigilli ai bacini. Il giorno dopo Putzulu è convocato dai carabinieri, a Cagliari. Durante il viaggio chiama Candeloro, per chiedergli informazioni su pozzi, acque della centrale Enel e gestione Eurallumina. Chiede, scrivono al Noe, «dati che a lui dovrebbero già essere noti per ragioni del suo ufficio». Il 14 ottobre 2009 Candeloro è al telefono con Edoardo Suardi, di Saras Ricerche. Che spiega come «filtrando l’acqua prima delle analisi si trova molto meno»: si riferisce ai valori degli elementi pericolosi, e che certe società hanno preso accordi con Arpas. Alla Bridgestone di Macchiareddu, spiega Suardi, «sito nel quale c’erano problemi con vari metalli, come l’arsenico, i problemi si presentavano solo se l’acqua non veniva filtrata. Con tale accorgimento l’arsenico scompariva come per magia».

AVVERTIMENTI. Lo stesso giorno Candeloro chiama il figlio e gli dice di sequestri da parte del Noe, in Provincia e all’Arpas. Annotano i militari: «Si riferisce ad attività d’indagine che a lui non dovrebbe essere nota». Il giorno dopo lo chiama la Caddeo, che parla di «un altro bacino ha lo stesso problema, cioè perdite». Giuseppe Meletti lavora all’Arpas, agenzia regionale che effettua controlli ambientali. A marzo 2010 chiama Candeloro, che è anche assessore provinciale alla Pubblica istruzione, «perché una parente, verosimilmente impiegata in un istituto della Provincia, aveva necessità di essere ricevuta da lui». Candeloro fissa l’appuntamento per l’indomani. Lo stesso Meletti, a settembre, aveva chiamato la Caddeo «parlando di una maglietta che le doveva consegnare, bianca e nera, che si mette in tasca». Le analisi dell’Arpas, deducono i carabinieri. Meletti chiede di vedere l’interlocutrice «senza altra gente».

SOLDI E POLACCHI. Ad aprile 2010 l’ad di Eurallumina Rosino avrebbe rassicurato gli operai su una possibile ripartenza degli impianti. Lolliri (Portovesme Srl) chiama Candeloro e chiede informazioni. Candeloro «smentisce le voci, non c’è nessun programma di ripartenza». E spiega che «i russi non hanno una lira per fare investimenti». Anzi, bisogna risparmiare. Come? Lo spiega a Rosino Luigi Ventura (Rusal), in missione russa: si studiava come tagliare i costi «e qualcuno ha proposto di portare manovalanza polacca».

TUTTI SAPEVANO. Il bacino è stato appena sequestrato. Rosino parla con la moglie e dice che «l’acqua presa dai terreni dell’Enel è inquinata e loro la prendevano senza autorizzazione». Concetto che ribadisce anche al telefono con Candeloro, che suggerisce di scaricare le acque. Ma Rosino dice che se lo fanno «li mandano in galera».

SOTTOBANCO. L’accesso ai bacini dei veleni è controllato. Ma ci sono delle falle. A marzo 2010 la Caddeo parla con il responsabile della società che si occupa del piano di monitoraggio. Lo avverte che ci sono i Noe e «di non farsi vedere quando fanno le cose, se non le fanno a norma, che sennò li arrestano». Al titolare di un’impresa estranea allo stabilimento la Caddeo spiega che nell’area del bacino è vietato entrare, «ma si potrebbe farli accedere o la mattina presto o la sera tardi». All’insaputa del Noe. O così credeva. Tutto mentre l’acqua al veleno continua a tracimare dal bacino dei fanghi rossi e «le canalette sono piene alla grande», come spiega il funzionario Giorgio Pompei alla Caddeo.

 

confronto fra bacino dei c.d. fanghi rossi di Portoscuso e l’analogo bacino di Ajka, in Ungheria, dove nel 2010 s è verificato un disastro ambientale

confronto fra bacino dei c.d. fanghi rossi di Portoscuso e l’analogo bacino di Ajka, in Ungheria, dove nel 2010 s è verificato un disastro ambientale

Tentato abuso d’u­fficio, a giudizio dirigenti di Provincia e d’azienda. (Andrea Manunza)

Il via libera, pur sperimentale, all’utilizzo di un vecchio impianto di trattamento delle acque nello stabilimento Eurallumina di Portovesme, decisione presa – secondo le accuse – aggirando la trafila autorizzativa prevista, costa il processo pubblico alle due persone individuate dalla Procura della Repubblica di Cagliari quali responsabili di quell’iniziativa: Fulvio Bordignon, dirigente della Provincia, e Nicola Candeloro, direttore della società.

IN AULA. Entrambi sono stati rinviati a giudizio ieri mattina per tentato abuso d’ufficio, mentre la seconda imputazione (il falso) era venuta meno in precedenza. Decisione del giudice delle udienze preliminari Lucia Perra che ha così accolto la richiesta avanzata dal pubblico ministero Marco Cocco, titolare delle indagini. Prima udienza il 15 ottobre davanti ai giudici della seconda sezione del Tribunale collegiale: sarà presente anche l’avvocato difensore Luigi Concas, il quale ventiquattro ore fa ha chiesto il proscioglimento dei due imputati spiegando tra le altre cose che l’autorizzazione era limitata nel tempo (90 giorni) e utile solo a testare l’idoneità dell’impianto.

L’ACCUSA. In base alla ricostruzione investigativa e alle attuali accuse, invece, il provvedimento doveva servire a far risparmiare la società sui costi di bonifica legati all’attivazione di un nuovo ed efficiente impianto ma non solo: si puntava anche a ottenere la revoca del sequestro giudiziario del bacino dei fanghi rossi (bloccato nel 2009) e ad accedere agli 80 milioni di euro di fondi pubblici stanziati per far ripartire lo stabilimento attraverso la costituzione di una New Company con la Sfirs. Quadro che aveva spinto i carabinieri del Noe, il nucleo operativo ecologico, a mettere i sigilli all’impianto (chiamato “Tecom”) su ordine del gip Giovanni Massidda e gli inquirenti a iscrivere inizialmente nel registro degli indagati anche il dirigente del servizio Savi dell’assessorato regionale all’Ambiente Gianluca Cocco. Da subito l’avvocato Concas aveva parlato di un equivoco: «È stato chiesto l’utilizzo per una campagna sperimentale dell’impianto, già usato in passato per il trattamento delle acque di falda, allegando un’autorizzazione Aia sospesa in conseguenza del sequestro del bacino fanghi rossi. Ma nell’istanza si parla di un suo pregresso utilizzo e non di una pregressa autorizzazione».

ARCHIVIATO. Nel gennaio 2014 Cocco era uscito dall’inchiesta. Il dirigente pubblico si era presentato nell’ufficio del pubblico ministero al palazzo di giustizia col suo legale Massimiliano Ravenna e aveva spiegato al magistrato inquirente come il parere positivo al rilascio dell’autorizzazione fosse «provvisorio», limitazione temporale che aveva fatto ritenere «corretto» il via libera perché «nell’esercizio della discrezionalità tecnica, l’uso momentaneo dell’impianto Tecom per la campagna sperimentale con portata ridotta non era assoggettabile alla procedura di Valutazione di impatto ambientale». Dunque «non c’era volontà di favorire alcuno» nel suo uso. Alla fine lo stesso magistrato inquirente aveva ritenuto questa ricostruzione «logica, coerente e conforme» e chiesto l’archiviazione. L’indagine era andata avanti per Candeloro e Bordignon, per i quali poi è stato chiesto (e ottenuto) il rinvio a giudizio.

 

Portoscuso, zona industriale di Portovesme

Portoscuso, zona industriale di Portovesme

 

da L’Unione Sarda, 5 giugno 2015

“Alcoa chiude, è un’occasione”. (Enrico Fresu)

L’Eurallumina a marzo 2009 assicurava: «L’acqua in questione, da attuali come da precedenti analisi, è da ritenersi priva di pericolosità». Invece gli studi dell’Arpas, qualche mese dopo, avevano rivelato che i valori di acidità la rendevano «corrosiva, con una concentrazione di arsenico, boro, fluoruro e fosfati oltre i limiti di legge». Un pericolo «gravissimo, anche letale per gli uomini e gli animali»: così scriveva il gip Daniela Amato, a ottobre dello stesso anno, quando concedeva l’accesso controllato alla sala pompe dell’Enel sequestrata a Portoscuso. La struttura era finita al centro dell’inchiesta della Procura di Cagliari, dopo che dal terreno erano affiorati migliaia di litri dell’«acqua in questione», che veniva pompata all’interno dello stabilimento dell’Eurallumina.

L’UDIENZA. Quel liquido velenoso non c’è più, almeno in superficie, ma rimangono gli strascichi giudiziari: il 17 giugno davanti al giudice per l’udienza preliminare compariranno l’amministratore delegato di Eurallumina, Vincenzo Rosino, e il direttore dello stabilimento, Nicola Candeloro. Per loro l’accusa è traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Sarà il primo passaggio in un’aula di tribunale del procedimento partito nel 2009, quando sulle strade dell’industria del Sulcis erano affiorati dei ruscelli tossici intorno ai bacini dei fanghi rossi, usati per riversare le migliaia di tonnellate di scarti di lavorazione del processo produttivo dell’impianto dei russi della Rusal.

PROSPETTIVE NERE. Un disastro per l’ambiente, secondo il pm Marco Cocco. Un problema da superare per poter ripartire puliti, possibilmente non solo a spese dei padroni del vapore, stando ai piani dei vertici che operavano e operano in Sardegna. Anche loro sanno che «con queste industrie pesanti non si fanno grandi cose»: lo dice Vincenzo Rosino a Simone Angius, responsabile delle risorse umane, il 14 marzo 2010. La telefonata è una delle tante intercettate dai carabinieri del Noe. I due parlano di una «società di ingegneria che è pratica di smontaggi» degli impianti. Quelli «smonterebbero e bonificherebbero». Angius risponde che «magari poi ci farebbero un centro benessere». Rosino risponde che «si sa, tra due anni Alcoa chiuderà e potrebbe essere un’occasione di riconversione per il territorio». Solo chiacchiere tra due addentro alle cose.

IL CONSORZIO. La priorità per tutti, allora, sembrava essere la ripartenza dello stabilimento. «Ma i russi non hanno una lira», spiega l’amministratore a Candeloro: discutevano della realizzazione di un altro bacino per scaricare i fanghi rossi. L’idea quindi è quella di «far tirare fuori il più possibile al Consorzio». Il riferimento è al Cnisi, ente pubblico che gestisce l’area industriale di Portovesme. Disoccupazione e inquinamento diventano un problema a carico di tutti. I carabinieri ascoltavano. E nel 2010 continuavano a chiedere proroghe delle intercettazioni. Dalle conversazioni erano «emersi elementi sui rapporti tra Rosino e rappresentanti degli enti centrali e periferici di governo e con enti terzi la cui azione», si legge nelle carte, «è verosimilmente orientabile da parte dei primi». Niente di illecito, l’inchiesta non li ha poi coinvolti. Ma si fa chiaro l’intreccio tra interessi politici e affari quando Rosino parla a marzo 2010 con Leonardo Arrighi di Enel, società con cui Eurallumina deve chiudere un accordo: «Si tratta di una partita politica», dice Rosino, «si può pensare a una compensazione anche in Russia perché Deli Pasca (Rusal) è molto amico di Putin e lì l’oligarca conta». Arrighi risponde che il mercato russo è difficile e che loro si sono mossi quando si è mosso Berlusconi, allora premier.

I GOVERNI. Per Eurallumina si erano mosse le alte sfere. Lo dimostra il colloquio tra Claudio Gorrelli, del ministero dello Sviluppo economico, e Rosino, che comunica di aver consegnato delle carte a «tale Valentini (Valentino)», uomo allora vicino a Berlusconi, capace, scrivono i Noe, «di mediare gli interessi della Rusal tra governo russo e quello italiano». La soluzione non è ancora arrivata. Intanto rischia di partire un processo in cui associazioni e alcuni cittadini, come l’ambientalista Angelo Cremone, chiedono di costituirsi parte civile.

 

Portoscuso, porto e zona industriale di Portovesme

Portoscuso, porto e zona industriale di Portovesme

 

da Sardinia Post, 6 giugno 2015

Ecco il “sistema Eurallumina”: le strategie per nascondere i veleni. (Piero Loi)

Una fitta rete di relazioni, un sistema ramificato, collaudato e capace di adattarsi alle diverse evenienze ha sorretto le condotte dei dirigenti dell’Eurallumina finite sotto la lente del pm Marco Cocco, prima e dopo i sequestri del Bacino dei fanghi rossi e della Sala pompe dell’Enel del settembre 2009. In altre parole, quelle usate dai Carabinieri del Noe che hanno svolto le indagini nell’ambito dell’inchiesta della procura di Cagliari, si è in presenza di un “sodalizio” dotato di “un organigramma e di strategie” e basato su “accordi” utili a farla franca. Non mancano neanche gli espedienti per evitare che gli inquirenti accedano a importanti documenti e gli stratagemmi- a cavallo tra lecito e illecito – per ‘aggiustare’ le analisi sui livelli di contaminazione delle acque, come quello consigliato al direttore dello stabilimento ‘Eurallumina’ Nicola Candeloro dal direttore di Saras Ricerche e Teconologie Edoardo Suardi – che non risulta iscritto nel registro degli indagati – nella telefonata registrata dai Noe. “Occorre filtrare l’acqua contaminata prima di sottoporla ad analisi. In questo modo – spiega Suardi – come per magia l’arsenico scompare e il livello degli altri metalli pesanti diminuisce”. C’è, poi, anche il professore universitario, l’esperto proveniente dall’accademia che dà ‘buoni’ suggerimeni al direttore dello stabilimento per limitare i danni in seguito.

Quando l’illecito si consuma nel silenzio

Chi ha ruotato – e ruota – nell’orbita del sistema può essere visto all’opera e seguito nell’azione attraverso le intercettazioni effettuate tra l’agosto del 2008 e il maggio del 2010 dai Noe guidati dal comandante Angelo Murgia di cui Tgr e Sardiniapost hanno datoun’anticipazione nei giorni scorsi. Specie in relazione al reato di smaltimento illecito di rifiuti contestato a Candeloro e all’amministratore delegato dell’Eurallumina Vincenzo Rosino, accusati entrambi di aver illecitamente pompato l’acqua di falda contaminata dalla Sala pompe dell’Enel agli impianti del circuito dell’alluminio. Un’anomalia, questa, resa ancora più inquietante dal fatto che “il piano di caratterizzazione predisposto dall’Enel nelle aree di sua proprietà avrebbe dovuto evidenziare l’emersione dell’acqua di falda” precisano i Noe. “Ma di quell’acqua contaminata non c’è traccia nei documenti ufficiali del Sito d’interesse nazionale di bonifica sel Sulcis – Iglesiente – Guspinese”, continuano gli inquirenti. E aggiungono: “Nonostante il problema fosse noto addirittua al Ministero, gli enti competenti non avrebbero imposto ad Enel ed Eurallumina di gestire quell’acqua come rifiuti da smaltire in impianti autorizzati”.

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Politica e scienza ancelle di Eurallumina

Nella comunicazione tra Candeloro e Rosino del 24 settembre 2009 (il giorno successivo al sequestro del bacino dei fanghi rossi, n.d.r), Rosino, uomo sempre ben informato, sostiene che “quello che gli inquirenti troveranno nel bacino sarà quello che pompano dall’acqua dell’Enel, e che proprio questo è ‘il teorema del sequestro’”. Teorema, in ogni caso, che all’epoca gli inquirenti tenevano segreto, come specificato dagli stessi Noe nelle carte dell’inchiesta. All’osservazione di Rosino, Candeloro risponde che “bisogna redigere una relazione tecnica per smentire il tutto”.

Da un punto di vista tecnico, l’obiettivo dei dirigenti è evitare che l’acqua contaminata pompata dalla falda che affiora all’interno degli stabilimenti Enel venga considerata un rifiuto, “perché sennò ci inchiappettano”, spiegava Candeloro all’amministratore delegato della Portovesme srl Carlo Lolliri il giorno del sequestro, facendo oltretutto presente la necessità di un intervento politico per scongiurare il rischio di essere accusati di smaltire illecitamente rifiuti pericolosi. Sempre per scongiurare questo rischio, i dirigenti dell’Eurallumina hanno anche bisogno di risultati ‘rassicuranti’ sulla quantità di veleni presenti nell’acqua di falda.  Ecco allora Candeloro che cerca d’informarsi sulle modalità con cui l’Arpas ha condotto le analisi dell’acqua, per capire se “l’ente regionale per la protezione dell’ambiente utilizzi le stesse tecniche della Sartec”. È proprio questo l’argomento della telefonata del 12 ottobre 2009 tra Candeloro e Giorgio Tore, da poco nominato a capo del dipartimento Arpas di Portoscuso. Lì per lì Tore non sa rispondere, ma dice a Candeloro che” gli farà sapere, perché la responsabile del laboratorio Maria Cossu non c’è”. Candeloro chiede anche a Tore “se si possano mandare due ingegneri a parlare con i tecnici”. Tore s’impegna a fargli sapere . A dimostrazione del fatto che subito dopo il sequestro il problema maggiore per Candeloro e Rosino riguarda le analisi dell’acqua di falda contaminata c’è l’emblematica telefonata tra Candeloro e Edoardo Suardi, direttore di Saras ricerche. È dunque Suardi a informare Candeloro che “basta filtrare l’acqua prima delle analisi e si trovano molti meno metalli”. Addirittura Sartec avrebbe preso accordi con Arpas per eseguire in questo modo analisi riferibili a numerosi casi di siti inquinati. Suardi specifica anche che “la pratica è comprovata dall’esperienza fatta nell’ambito della bonifica della Bridgestone di Macchiareddu di cui proprio Sartec si era occupata”. “Lì a Macchiareddu, dove c’era inquinamento da metalli pesanti, i problemi non si riscontravano solo se l’acqua veniva filtrata e in quel caso come per magia l’arsenico scompariva”, precisa il direttore di Saras Ricerche. Più che della richiesta di un informazione, per Candeloro sembra trattarsi di una ricerca di conferme, visto che nella telefonata del giorno prima con Tore aveva dimostrato di non essere completamente all’asciutto del metodo “Sartec”, peraltro accettato dalla stessa Arpas, come dice lo stesso Suardi.

Non manca il professore universitario

Il caso in cui la scienza si rivela ancella degli inquinatori non è fortuito. Infatti, nel frattempo, Candeloro produce una relazione – probabilmente si tratta di quella a cui aveva fatto riferimento nella prima telefonata con Candeloro – che invia all’ordinario di ingegneria dell’Università di Cagliari Antonio Viola, che come Suardi non risulta indagato. Il professore informa Candeloro “di aver appuntato una correzione al documento nella parte dei rifiuti liquidi (acque di falda contaminate del sito Sala Pompe Enel, ndr), infatti gli suggerisce di affermare che l’acqua era prelevata per ragioni di siccità”. Per tutta risposta, Candeloro precisa che “quella parte è da integrare o da sostituire e se ne sta occupando Paolino Serra” (già dirigente Eurallumina ed ex vicesindaco del comune di Portoscuso). Viola, da parte sua, ribadisce che “Candeloro deve dire che ha preso quell’acqua, sempre chiamata ‘acqua di falda’, ma , che ad un certo punto si è accorto che si trovava inconsapevolmente a trattare un rifiuto liquido”. In pratica, il prof. suggerisce a Candeloro una sorta di ravvedimento operoso, ma solo a metà visto che dovrebbe dimostrare la propria iniziale buona fede, assente invece sin dall’inizio per gli inquirenti.

Dritte al telefono durante il sopralluogo dei Noe

Nel frattempo, vanno avanti i controlli effettuati dal Consulente del giudice e dai Noe. Ed è proprio in occasione del sopralluogo dell’11 novembre che si riesce a rendere un altro vivido spaccato del sistema Eurallumina. Infatti, all’ispezione del Bacino dei fanghi rossi – “in quel momento incentrata sulla ricerca della falda strumentata”, precisano i Noe –  sono presenti sia il responsabile del settore Ambiente dell’Eurallumina Lucia Caddeo (anche lei fuori dal registro degli indagati) e Nicola Candeloro. Ma la prima chiama al telefono il secondo e gli dice di comunicare in modo non troppo evidente che la falda strumentata è al settimo livello e non al nono, come le sta riferendo il tecnico Boasso. Sarà stato questo un tentativo di inquinare le prove? La forma dubitativa è d’obbligo, ma al di là del significato contestuale delle mosse di Caddeo e Candeloro si può apprezzare un vivido spaccato di interazione certo condizionata dalla presenza dei Noe.

Il binomio Lucia Caddeo e Candeloro si ripresenta sovente nel corso delle intercettazioni, specie quando l’attenzione degli inquirenti si concentra sul Bilancio idrico della società, documento da cui è possibile in via teorica ricostruire tutti i volumi e il ciclo delle acque all’interno del bacino dei fanghi rossi e dello stabilimento. Quando, infatti, nel corso di un nuovo controllo Caddeo paventa a Candeloro la possibilità che gli inquirenti le chiedano di avere il bilancio idrico, Caddeo gli ordina di non darglielo. La risposta della Caddeo è che lei sa di non doverlo dare. In questo caso, invece, sembra proprio di essere in presenza di una restrizione all’accesso dei documenti da parte degli inquirenti.

La questione del bilancio idrico si ripresenta pochi giorni più tardi, il 2 marzo, in occasione di un ulteriore sopralluogo degli inquirenti. Allorché Caddeo chiede di nuovo a Candeloro cosa debba fare in caso di una nuova richiesta del documento, il direttore dello stabilimento le ordina di dire che c’è sciopero e che essendoci la gente ai cancelli non si può entrare. La Caddeo è titubante, ma abbozza e saluta.

 

fumi industriali

 

Tra politica ed Eurallumina un collaudato sodalizio. (Piero Loi)

Tra chi ha gettato incenso sul sistema Eurallumina ci sarebbe anche Giorgio La Spisa, nel 2009 – periodo a cui risalgono le intercettazioni depositate dai Noe nell’ambito dell’inchiesta del pm Marco Cocco – vicepresidente della Regione e assessore al Bilancio della giunta Cappellacci. Per i dirigenti dell’Eurallumina non si trattava, dunque, solo di occultare l’inquinamento ambientale: strategie come la manovra ‘sotterranea’ e l’abboccamento si rivelano infatti utili anche per garantire un buon esito ai progetti messi in campo dalla società del ciclo dell’alluminio. La vicenda che riguarda La Spisa – non iscritto nel registro degli indagati – sarebbe proprio la storia di un abboccamento sul progetto di ampliamento del bacino dei fanghi rossi (oggi come ieri una vera bomba ambientale a cielo aperto) di cui si discuteva già ai tempi del sequestro del deposito del settembre 2009. A tirare in ballo il politico è il responsabile del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione del Sulcis Iglesiente (Cnisi)Aldo Gadoni in una telefonata con Nicola Candeloro, direttore dello stabilimento del ciclo dell’alluminio, intercettata dai Noe. “Gadoni riferisce a Candeloro che La Spisa si è convinto dell’ampliamento del Bacino, essendo stato spiegato da Gadoni come aggirare le norme comunitarie. E che ora dovranno incontrarsi”, questo il riassunto della telefonata risalente al 19 gennaio 2010 fatto dagli inquirenti.

Ad onor del vero, e della cronaca, bisogna precisare che il progetto di ampliamento non vide la luce durante gli anni in cui La Spisa sedeva in giunta. Ciononostante, la vicenda qui raccontata rappresenta un fatto di sicuro interesse pubblico, estrapolato oltretutto da documenti ufficiali dell’inchiesta condotta dal pm Marco Cocco sullo smaltimento illecito di rifiuti e il disastro ambientale che sarebbe stato causato dall’Eurallumina: da qui la decisione di pubblicare la notizia. Sempre a onor del vero, occorre aggiungere che è sotto la giunta Pigliaru che si registra un’accellerazione sul progetto di ampliamento del bacino dei fanghi rossi: la Regione ha infatti di recente ratificato un nuovo accordo di programma con l’Eurallumina che prevede l’ampliamento del deposito, oltre agli interventi di messa in sicurezza e bonifica dell’area.

Il sistema spaziava dalla Regione alla Provincia di Carbonia Iglesias

Per avere un’idea più precisa della fitta rete di rapporti su cui si regge il sistema Eurallumina, si può citare un’altra intercettazione. L’argomento è lo stesso: l’ampliamento del bacino dei fanghi rossi. Il periodo immediatamente successivo al sequestro del bacino dei fanghi rossi coincide con una frenetica attività volta ad ottenere le autorizzazioni e, prima ancora, le benedizioni politiche necessarie al progetto di ampliamento. La prima arriva il 9 ottobre del 2009. Se ne ha conferma dalla telefonata tra Candeloro e Lino Lenzu, dipendente Eurallumina attivo nella vita politica locale. In questo caso, è Candeloro a chiamare Lenzu per avere notizie sull’esito della riunione che si è tenuta tra i sindaci, la provincia e i lavoratori dell’Eurallumina per la problematica del Bacino. Ecco il riassunto fatto dagli inquirenti: “Lenzu dice di aver parlato con Antonello Dessì (ex consigliere comunale di Carbonia subentrato poi subentrato nel novembre del 2009 a Candeloro nella carica di assessore provinciale alle Attività produttive), il quale gli avrebbe comunicato che, dopo la solita sceneggiata, hanno percorso un condiviso da tutti per la soluzione e Gaviano (presidente della Provincia, n.d.r) sa tutto, quindi se lui (Candeloro) lo vuole sentire, apprenderà tutto”.

Il sistema Eurallumina spaziava – e ancora oggi potrebbe spaziare – dalla Regione alla Provincia. Ma pare che proprio in provincia avesse il suo fulcro, tant’è vero che nel 2009 il direttore dello stabilimento del ciclo dell’alluminio oggi accusato di smaltimento illecito di rifiuti e disastro ambientale Nicola Candeloro ricopriva il ruolo di Assessore alle Politiche delle attività produttive e della Programmazione della provincia di Carbonia Iglesias, al tempo guidata da Pierfranco Gaviano.

Una posizione di sicuro potere e, soprattutto, in conflitto con quella di direttore degli impianti Eurallumina, come rilevato anche dal pm titolare dell’inchiesta. A tal proposito, sono gli stessi inquirenti a riportare un anedotto risalente all’inizio del maggio 2009. In quall’occasione, durante un’ispezione predisposta dal Servizio Ambiente diretto da Palmiro Putzulu presso l’ex stazione di Monteponi, finalizzata a riscontrare la grave situazione di contaminazione esistente nell’area di pertinenza dell’Eurallumina, si presenta anche Candeloro. Che dichiara di agire quale direttore della S.p.a, sebbene fosse in corso un accertamento da parte dell’Ente nel quale egli riveste cariche esecutive.

No controllori, no controllati

Quello formato da Candeloro – Putzulu è un binomio che compare spesso nei riassunti delle intercettazioni telefoniche redatte dai Noe. Nonostante siano entrambi dirigenti della Provincia, la relazione tra i due dovrebbe essere caratterizzata dallo schema “controllore – controllato”. Nel 2008, infatti, il Servizio dell’Ambiente della Provincia guidato da Putzulu acquisisce le competenze per rilasciare le autorizzazioni all’Eurallumina e verificarne la correttezza dell’operato. Ma dalle intercettazioni emerge uno schema di rapporto alquanto diverso da quello che dovrebbe esistere tra controllante e controllato. Tanto che nel corso di una conversazione telefonica tra i due registrata dai Noe, Putzulu avvisa Candeloro dell’imminente arrivo dei Noe. Più precisamente, dopo essere già stato avvisato del sopralluogo degli inquirenti presso il bacino dei fanghi rossi, Candeloro chiede a Putzulu conferma della “visita degli amici con la N…”. E Putzulu gliela dà, chiedendo a Candeloro di tenere “acqua in bocca”.

Se possibile, i rapporti tra Putzulu e Candeloro sono ancora più stretti. Infatti, prima di recarsi presso gli uffici del Noe di Cagliari per essere sentito sulla realizzazione e gestione del bacino dei fanghi rossi, Putzulu chiama il direttore dello stabilimento per chiedere “quali siano i rapporti tra la Sala Pompe dell’Enel e l’Eurallumina Spa ed il numero dei pozzi di bonifica del Bacino e dello sabilimento. Il punto è che in virtù della sua posizione di controllante, Putzulu dovrebbe avere chiara la situazione, mentre si rivolge a Candeloro per acquisire dati che a lui dovrebbero essere già noti”, annotanto i Noe.

Altano, corso d'acqua ancora alterato (28 giugno 2012)

Altano, corso d’acqua ancora alterato (28 giugno 2012)

 

L’Eurallumina sapeva dei rifiuti pericolosi.  Ma non ha fatto nulla. (Piero Loi)

I vertici dell’Eurallumina erano a conoscenza dello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi effettuati all’interno degli impianti da loro gestiti, ma non hanno fatto niente, se non mettere in agenda “un intervento politico” per far sì che quelle acque contaminate non venissero considerate rifiuti industriali.  Lo rivelano  le intercettazioni ordinate dal pm Marco Cocco e depositate nell’ambito del procedimento che vede imputati l’amministratore delegato dell’Eurallumina Vincenzo Rosina e il direttore dell’impianto Nicola Candeloro per disastro ambientale in concorso e traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non. Sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata lo scorso novembre dal pm deciderà il gup il prossimo 17 giugno.

Il punto è che le acque contaminate dalle attività effettuate all’interno dell’impianto amministrato da Rosina e Candeloro dovevano essere trattate come un rifiuto industriale speciale e smaltite in impianti autorizzati, ma ciò non accadeva. Anzi, stando ai riassunti delle telefonate intercettate, per Candeloro “occorreva insistere in tutte le sedi affinché l’acqua di falda non venisse considerata un rifiuto e perorare questa tesi, perché altrimenti ci inchiappettano”. È quanto emerge nel corso di una telefonata tra Candeloro e Carlo Lolliri, amministratore delegato della Portovesme S.r.l. Alla considerazione di quest’ultimo (“la disposizione di legge è chiara, egli ha i pozzi all’interno dello stabilimento”), Candeloro, ribatte che “il problema è tra il Noe e la Procura della Repubblica, e quindi se c’è da fare qualche intervento politico bisogna farlo. Lolliri si mostra d’accordo”, si legge nelle carte.

L’inchiesta dela procura cagliaritana prende le mosse nel marzo del 2009, in seguito alla rottura di una condotta che trasporta l’acqua di falda proveniente dalla Sala Pompe della vicina centrale Enel e da altri punti dell’agglomerato industriale fino allo stabilimento dell’Eurallumina. E da qui al bacino dei fanghi rossi, dopo essere stata impiegata nel ciclo di lavorazione dell’alluminio. Nell’acqua riversatasi sulla strada che attraversa il polo industriale di Portovesme, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico avevano rilevato, all’indomani dell’incidente, la presenza di metalli pesanti, fluoruri, boro, manganese e arsenico oltre i limiti previsti dalla legge.

Nel settembre dello stesso anno il pm  Cocco prefigura le ipotesi di reato di disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti pericolosi, inizialmente a carico di ignoti poi con l’iscrizione nel registro di Rosina e Candeloro.

“Le modalità gestionali dei rifiuti costituiti dalle acque contaminate affioranti nel sito denominato sala pompe dell’Enel, a parere di chi scrive – si legge nella richiesta con cui cui il pm Cocco chiede l’autorizzazione alle operazioni di intercettazione -, vanno a integrare il delitto di traffico illecito di rifiuti speciali sia pericolosi che non, essendo stato allestito dall’Eurallumina un sistema per la raccolta e lo smaltimento non autorizzato di ingenti quantitativi di suddetti rifiuti speciali, al solo fine di trarne un ingiusto profitto, attribuendo, falsamente a tali operazioni il carattere dell’approvviggionamento idrico. Infatti, L’Enel constatando che le acque affiorate risultavano contaminate da sostanze riconducibili al ciclo dell’Eurallumina, ritenendo così che gli oneri dello smaltimento dei rifiuti competessero a quest’ultima, trovava nella predetta il soggetto che, anche in ragione delle proprie esigenze idriche, del possesso di un enorme sito per lo smaltimento di rifiuti (il bacino dei fanghi rossi,n.d.r.), nonché della consapevolezza delle proprie responsabilità, si accollava favorevolmente i costi minimali per la costruzione del sistema di raccolta e rilancio, i cui costi di esercizio, in termini di costi elettrici, venivano sostenuti dall’Enel”.

 

Cisto (Cistus)

Cisto (Cistus)

(foto da Sardinia Post, T.C., S.D., archivio GrIG)

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  1. Bio IX
    giugno 8, 2015 alle 11:46 am

    Il solito déjà vu …

  2. giugno 8, 2015 alle 2:57 pm

    da L’Unione Sarda, 8 giugno 2015
    Dalla Regione 177 milioni di euro per le bonifiche: fondi ancora inutilizzati.
    La grande piramide di veleni celata nelle miniere sulcitane. (Sandro Mantega): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20150608090734.pdf

  3. Mara
    giugno 15, 2015 alle 8:21 am

    Avere ancora la forza di indignarsi è sempre più difficile.

  4. settembre 15, 2015 alle 2:58 pm

    da L’Unione Sarda, 15 settembre 2015
    L’Arpas non ha laboratori adeguati: i campioni vengono inviati in Piemonte.
    Nell’Isola dei siti contaminati non si fanno test sulle diossine. (Piera Serusi): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20150915093341.pdf

    ——————————————-

    Mancate bonifiche alla Maddalena: un’audizione davanti alla Commissione d’inchiesta
    «Non stavamo cercando illeciti»: http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20150915093453.pdf

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