E’ necessario un New Deal per l’ambiente, l’economia e la società.


Sardegna, scritta murale

Sardegna, scritta murale

 

 

anche su Il Manifesto Sardo (” Serve un new deal“),  n. 142, 16 marzo 2013

 

 

Sta per iniziare la nuova legislatura.  Apre il Parlamento scaturito dalle recenti elezioni politiche in Italia.   Attese da tempo.

Gli italiani hanno votato, come il Cielo ha voluto.

Il centro-sinistra (P.D. – S.E.L. – Centro Democratico – S.V.P.) ha prevalso di misura alla Camera dei Deputati, al Senato della Repubblica c’è la totale ingovernabilità.

Stavolta sarà molto difficile anche acquistare o anche prendere in leasing senatori o deputati, come secondo la magistratura inquirente avvenuto negli anni scorsi.

La novità, prevedibile, è stata il MoVimento 5 Stelle.

La proiezione personalistica di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, secondo tanti, la rivolta civile, secondo molti.

La svolta, prevista, è arrivata, in ogni caso.   L’Italia sarà comunque diversa.

Forse torneremo alle urne a breve.

Troppi veti e poche proposte concrete non bastano per mettere insieme il pranzo, la cena e il futuro per decine di milioni di italiani.

Roma, S. Pietro in Vincoli, Mosè (Michelangelo Buonarroti, 1513-1515)

Roma, S. Pietro in Vincoli, Mosè (Michelangelo Buonarroti, 1513-1515)

Però, nel caso in cui centro-sinistra e M5S vengano colpiti da insana voglia di aiutare davvero gli italiani, alcune proposte per risparmi ed equilibrata crescita si possono fare.

Alcune fra tante: dal taglio di qualsiasi contributo pubblico ai partiti (fra l’altro già deciso con referendum nel 1993, il cui voto venne squallidamente aggirato) e dalla tassazione degli immobili ecclesiastici adibiti ad attività commerciali all’assegnazione onerosa mediante gara ad evidenza pubblica delle frequenze televisive digitali, dalla tassazione delle transazioni speculative sui mercati valutari (c.d. Tobin tax) dal drastico taglio di tutte le opere pubbliche inutili e devastanti per l’ambiente (es. ponte sullo Stretto di Messina, nuova linea alta velocità Torino – Lione, diga Monte Nieddu-Is Canargius, ecc.).

C’è solo l’imbarazzante ònere della scelta e le entrate e i risparmi sarebbero nell’ordine di decine di miliardi di euro, rendendo assolutamente non necessari gli inasprimenti fiscali ai danni di milioni di lavoratori, pensionati, inoccupati, sottoccupati, disoccupati, infanti.

Ma tanto, tantissimo, potrebbe esser fatto dalle regioni e dagli enti locali.

Sardegna, nuraghe

Sardegna, nuraghe

Anche dalla Regione autonoma della Sardegna.

Anche qui qualche esempio.   Partiamo dalla crisi di uno dei settori portanti dell’economia sarda, l’edilizia.

E’ uno dei settori portanti – è bene ricordarlo – anche perché ben il 38,2% della popolazione residente ha solo la licenza media e ben il 24,5% solo quella elementare o, addirittura, alcun titolo.

Vuol dire che il 62,7% dei residenti in Sardegna in età lavorativa (dai 15 anni in poi) è privo di qualifica professionale (da Sardegna Statistiche, anno 2009).

L’edilizia in Sardegna è in crisi.  L’hanno da tempo certificato i sindacati e recentemente anche l’A.N.C.E.     Tanto per cambiare, rappresenterebbe l’alibi per dare l’assalto speculativo alle coste e alle altre aree d’interesse ambientale.          Storia vecchia e stupida.

In tre anni (2008-2011) il comparto dell’edilizia sarda ha perso ben il 40,86% degli addetti.      Si è passati da 44.032 operatori del settore, censiti dalle Casse Edili sarde, a “soli” 26.176.    Le imprese del settore sono passate da 7.978 a 6.100, con una perdita secca del 23,35% (dati sindacati del settore Fillea C.G.I.L., Filca C.I.S.L., Feneal U.I.L.).

Ma è solo una parte.   Basta ricordare la chiusura delle attività della Scuola Edile di Cagliari, ente di formazione e di qualificazione delle maestranze impegnate nell’edilizia.  Sembrerebbe un aspetto secondario, marginale, in realtà costituisce una “spia” di una situazione molto più profonda.   Viene meno l’aspetto fondamentale per il necessario dinamismo del settore, la formazione, la qualificazione e la riqualificazione professionale.

rustico edilizio

rustico edilizio

Oggi quello che è in crisi è il modello tradizionale dell’impresa edilizia e dell’operatore dell’edilizia.    Mettere un mattone sopra l’altro – volendo estremizzare e semplificare – significa consumare risorse e territorio, significa disporre di ricchezze inesistenti da investire, significa contare su acquirenti scarsi e privi di liquidità.

Non è consentendo le peggiori speculazioni immobiliari e dilapidando il patrimonio ambientale collettivo che si riesce a superare una crisi ormai strutturale.

Spazio per le imprese e i lavoratori nel settore c’è ed è ampio nelle ristrutturazioni del patrimonio edilizio esistente, pubblico e privato, nelle ristrutturazioni per il miglioramento della qualità energetica, nel risanamento e riqualificazione dei centri storici.  Pensiamo soltanto alla realizzazione di tutti quegli interventi legati alla riqualificazione ed efficienza energetica (coibentazione, tetti fotovoltaici, sistemi di riciclaggio idrico, manutenzioni, ecc.) che possono impiegare personale adeguatamente riqualificato.

Ma non solo.

In un vero e proprio new deal sardo dovrebbe assolutamente trovare adeguato spazio un piano di sistematico risanamento idrogeologico, con interventi di consolidamento e rinaturalizzazione di costoni, pendii, letti fluviali, demolizioni di opere incongrue e ripristini ambientali, forestazioni naturalistiche.  Un piano di salvaguardia del suolo e di protezione del territorio che coinvolgerebbe migliaia di progettisti, tecnici specializzati e maestranze con obiettivi realmente di pubblico interesse.

acqua

acqua

Analogamente un piano per la ristrutturazione e il risanamento delle reti idriche isolane, che attualmente perdono circa l’85% dell’acqua trasportata (dati Ordine dei Geologi, ottobre 2011).

Centinaia di milioni di euro di provenienza comunitaria del piano operativo FESR 2007-2013 troverebbero la migliore forma di investimento.    Evitando i rischi di disinvolti giochi finanziari da centinaia di milioni con i fondi comunitari sulla pelle dei sardi.

Come si vede, le opportunità ci sono, il sostegno finanziario anche.    Finora è mancata la volontà e l’intraprendenza di un’Istituzione regionale che dovrebbe rappresentarci tutti e spesso, invece, ci fa vergognare d’essere sardi.

E – come ha autorevolmente proposto l’economista Giorgio Nebbia – non sono altro che ambiti d’intervento comuni a tutta l’Italia.

Un vero e proprio new deal nazionale, concreto e senza fronzoli, forse keynesiano, che farebbe solo del  bene all’ambiente, all’economia, all’occupazione.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

scritta "elezioni oneste"

(foto da mailing list sociale, J.I., S.D., archivio GrIG)

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  1. marzo 16, 2013 alle 11:21 am

    giusto per avere qualche dato sul “disastro Sardegna”.

    da La Nuova Sardegna, 16 marzo 2013
    AGRICOLTURA. Alimentari, l’isola importa tutto. Persino i pesci arrivano dall’estero. Export, bene il pecorino. (alfredo Franchini)

    CAGLIARI. Rilanciare l’agricoltura o addirittura rivoluzionarla per renderla competitiva. L’argomento della nuova politica agraria comunitaria, è stato affrontato ieri in un convegno organizzato dall’Associazione degli ex consiglieri regionali e dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari. L’ineluttabile integrazione fra agricoltura e ambiente su cui si è soffermato Paolo Fois e la fotografia dello stato attuale fatta da Francesco Nuvoli, docente dell’Università di Sassari, hanno inquadrato i problemi che poi sono stati analizzati dai rappresentanti delle associazioni del mondo produttivo in una tavola rotonda coordinata da Giuseppe Pulina, direttore del Dipartimento di Agraria a Sassari. L’economista Franco Manca ha illustrato gli ultimi dati della bilancia agro alimentare della Sardegna. Il saldo è decisamente sconfortante: importiamo quasi tutto. Franco Manca ha fatto una premessa: i dati di questa bilancia sono limitati al commercio con i Paesi esteri per la mancanza di dati sui traffici del mercato interno. Dati che c’erano sino al 2006 quando lo stesso Franco Manca, alla guida dell’Osservatorio industriale, aveva ideato la Bilancia commerciale della Sardegna. Uno strumento prezioso, tenuto in piedi per una decina d’anni, e poi soppresso nel 2006: «Speriamo che la Regione voglia ripristinarlo», ha affermato Manca. I dati dimostrano che negli ultimi 20 anni il saldo della bilancia agro alimentare non solo è stato negativo ma è peggiorato. Nel 1991 era di -103 milioni di euro, diventati -170 nel 2011. La gran parte del saldo negativo deriva dall’importazione di prodotti agricoli, animali, caccia ma anche di prodotti dell’acquacoltura: il 12% dei pesci venduti nell’isola proviene dai mercati dell’Oriente. Sul fronte delle esportazioni, i prodotti alimentari sono il 7% del totale. La prima voce dell’export sardo (il sessanta per cento sul dato complessivo), è il pecorino; seguono le bevande (17,3%), le carni lavorate e il pane carasau. Le imprese sarde, per esportare, devono diventare più innovative e imparare a fare marketing.

  2. capitonegatto
    marzo 16, 2013 alle 2:25 pm

    Forse e’ un errore di battuta , perche’ non capisco l’INSANA voglia che sinistra e 5S abbiano per fare qualcosa di giusto ed equo per gli Italiani. Sono convinto che 5S puo esorcizzare le inerzie e i cerchio bottisti del PD , sempre che entrambi si rendano conto delle necessita urgenti del paese. Sono invece d’accordo che occorre migliorare e di molto il grado di istruzione dei giovani, leva fondamentale di sviluppo. Per quanto concerne la crisi dell’edilizia tradizionale , sarebbe davvero utile assorbirla in opere di utilita’ generale, sempre che si trovino i finanziamenti e che si possano pagare le imprese in tempi ragionevoli, cosa in questo momento difficile. Giusto puntare sull’agricoltura fermando le licenze a costruire su terreni agricoli , puntando alla autonomia agro alimentare, e diversificando meglio le esportazioni : troppo pericoloso affidarsi al solo 60% del solo pecorino .

    • marzo 16, 2013 alle 2:51 pm

      “insana voglia” è un’espressione ironica: il tenore dell’articolo è chiaramente nel senso di un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli eletti nel nuovo Parlamento, in particolare da parte degli eletti della coalizione di centro-sinistra e del MoVimento 5 Stelle.

      Stefano Deliperi

  3. Shardana
    marzo 16, 2013 alle 4:30 pm

    Ci hanno rovinato la vita ,l’unica speranza per la sardegna è che il centro sn sparisca dalla faccia della terra.Sù la testa genti arrubia

  4. Claudia
    marzo 16, 2013 alle 4:55 pm

    In questa Italia “diversa”, abbiamo ora una donna in gamba che presiede la Camera dei deputati e ci ha ricordato che la nostra Costituzione è la più bella del mondo. Sono d’accordo con lei, è tutto scritto lì, il nostro passato e le basi per costruire il nostro futuro, sul lavoro, sull’eguaglianza, sulla solidarietà. Basterebbe mettere da parte l’ansia da poltrona (e, quindi, da privilegi) per focalizzare l’attenzione sull’interesse comune, e tutto potrebbe migliorare.

  5. luglio 13, 2013 alle 10:56 pm

    da L’Unione Sarda on line, 13 luglio 2013
    Sardegna, poco competitiva e “istruita”. Cna: 75% regioni europee fanno meglio: http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_economia/2013/07/13/sardegna_poco_competitiva_e_istruita_cna_75_regioni_europee_fanno_meglio-2-322270.html

    • luglio 14, 2013 alle 10:42 am

      una vera tragedia, come detto tante volte.

      da La Nuova Sardegna, 14 luglio 2013
      COMPETITIVITÀ » IL RAPPORTO CNA-CRESME. L’isola tra le peggiori regioni d’Europa
      Redditi bassi, scarsa innovazione, pochissimi laureati. Pessimi anche i dati del turismo rispetto alle dirette concorrenti. (Alfredo Franchini)

      CAGLIARI. La Sardegna ha performance peggiori anche di Cipro, Baleari, Canarie e Croazia. Che in Europa settantacinque regioni su cento fossero più competitive si sapeva da tempo ma l’analisi socio-economica, presentata ieri dalla Cna, dimostra le difficoltà dell’isola anche con quelli che dovrebbero essere i maggiori concorrenti ad esempio nel turismo. Cause strutturali come la cronica mancanza di infrastrutture si sommano – a giudizio di Bruno Marras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario della Cna – a un modello di Regione che non risponde alle nuove esigenze. Gli elementi del disastro sardo sono racchiusi in alcuni numeri: la Sardegna ha una capacità innovativa inferiore di oltre il 90% rispetto alle medie europee; il reddito delle famiglie sarde è inferiore di 5mila euro sulle famiglie europee. La nostra regione registra dati turistici negativi anche rispetto ai suoi concorrenti naturali, piazzandosi agli ultimi posti per gli arrivi e limitando la stagione estiva al mese di agosto. E poi c’è quella che può essere definita la «strage degli innocenti» in Sardegna: i giovani sempre più costretti ad emigrare per lavorare e per studiare. Restano i meno bravi e coloro che non si possono permettere il costo degli studi fuori dall’isola così che alla fine si scopre che il 98 per cento delle regioni europee ha più laureati della Sardegna. Modelli. Quante volte abbiamo sentito parlare di modelli per l’isola? Irlanda, Catalogna, Galles, ma è sempre difficile importare sistemi all’interno di altre realtà. L’analisi della Cna fa un parallelo con le Canarie dove da più di dieci anni esiste una zona franca doganale e fiscale. Doveva essere il toccasana ma, invece, questo non ha permesso all’arcipelago spagnolo di ottenere performance migliori della Sardegna con cui presenta pfofili di criticità analoghi: scarsa capacità innovativa delle imprese, bassa produttività, bassi livelli di Pil pro capite e soprattutto indicatori critici di welfare e lavoro: tasso di disoccupazione al 33% con la disoccupazione giovanile al 60%. Regioni. Tra le regioni che condividono con la Sardegna la stessa vocazione economica, dimensioni e strategie, lo studio esamina quattro realtà insulari, (Cipro, Creta, Baleari, Canarie) e altre zone a spiccata vocazione turistica e bellezze paesaggistiche come Algarve, Croazia adriatica, Abruzzo, la regione greca della Macedonia. Tra il 2000 e il 2009, come Pil, la Sardegna è riuscita a fare meglio solo dell’Abruzzo con un +0,3%, contro l’aumento del 4,4 di Creta e il 3,2 di Cipro. Le cose non vanno meglio per il Pil pro capite: con 19mila 800 euro siamo in penultima posizione prima della Croazia adriatica. Il reddito più alto è alle isole Baleari con quasi 28 mila euro a testa, poi a Cipro (24mila) e Creta (23mila 500 euro). La vita. La Sardegna registra parametri molto negativi anche sotto il profilo del benessere e della qualità della vita; tra i mali l’alto tasso di dipendenza degli anziani, la forte disoccupazione giovanile e la bassa attività femminile. Esenzione fiscale. La zona franca integrale e il regime fiscale di vantaggio ad essa collegato», spiega Francesco Porcu, «non sono sufficienti a colmare il gap competitivo della Sardegna senza un intervento strutturale sui problemi che rendono la nostra una delle regioni meno competitive a livello europeo». Il Report della Cna, realizzato in collaborazione con il Cresme ricerche, illustrato da Antonio Mura, porta a una conclusione: «L’insularità è spesso considerata il principale fattore del deficit competitivo della Sardegna», sostiene Porcu, «ma in realtà è uno dei tanti elementi che concorrono a determinare risultati così deludenti». A giudizio di Bruno Marras «non si può parlare di competitività in una regione in cui solo l’11% dei residenti tra 25 e 64 anni è laureato». Da qui le richieste alla Regione: «Semplificare l’amministrazione e riconfigurare il bilancio la cui composizione è un deterrente alla crescita. Si deve investire sui giovani».

      ________________________

      da Sardegna Oggi, 14 luglio 2013
      Il dossier: “Sardegna ultima in Europa, la Zona Franca non servirà”: http://www.sardegnaoggi.it/Economia_e_Lavoro/2013-07-14/22399/Il_dossier_Sardegna_ultima_in_Europa_la_Zona_Franca_non_servira.html

      ——————-

      L’isola come le Canarie? Cna: “Meglio di no, disoccupazione giovanile al 63%”: http://www.sardegnaoggi.it/Economia_e_Lavoro/2013-07-14/22400/Lisola_come_le_Canarie_Cna_Meglio_di_no_disoccupazione_giovanile_al_63.html

  1. marzo 16, 2013 alle 5:03 pm
  2. aprile 1, 2013 alle 11:55 pm

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