Che cosa può insegnare il blackout della rete elettrica in Spagna e Portogallo.
La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.
Lunedi 28 aprile 2025, alle ore 12.33, pressoché l’intera rete elettrica di Spagna e Portogallo è improvvisamente collassata in pochi secondi, causando un blackout durato parecchie ore, con tutte le conseguenze immaginabili sulla vita quotidiana di decine di milioni di persone.
Perché? Quali sono state le cause?
Attualmente non c’è una risposta definitiva, ma qualche ipotesi sensata sì.
Secondo il prof. Alfonso Damiano, docente ordinario di ingegneria energetica elettrica e sistemi di accumulo presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Cagliari, appare “molto probabile che la causa del black-out sia stata il contemporaneo distacco di grosso numero di impianti fotovoltaici, collegati alla rete tramite macchine molto sensibili”.
Tali impianti “sono molto sensibili ai disturbi della tensione e per proteggersi si staccano dalla rete. «Immaginiamo un effetto a cascata: il primo convertitore si protegge, si stacca dalla rete; quelli vicini rilevano una nuova perturbazione nella rete, si staccano a loro volta, e così via. Ciò accade perchè la rete quando vede un problema si ‘difende’ cercando di isolarlo. Questi distacchi sono talmente rapidi che la rete attiva non riesce a compensarli. Il risultato è che viene a mancare una grossa quota (circa 15 gigawatt, pari al 60 per cento consumo nazionale spagnolo, ndr) a fronte di un elevato consumo. Di conseguenza le centrali tradizionali, a gas e quelle nucleari, non sono riuscite a produrre l’energia venuta meno e così tutto il sistema si è staccato”.
Tenendo presente che la rete elettrica iberica ha prestazioni inferiori a quella italiana, “una delle migliori in assoluto”, rimane il problema per le aree poco interconnesse come la Sardegna (che ha due cavidotti esistenti – il SAPEI e il SACOI – e in futuro il Thyrrenian Link): “il sistema elettrico europeo si è sviluppato facendo riferimento a grandi produzioni programmabili (carbone, gas, nucleare) centralizzate con dinamiche e tempi di risposta alle emergenze conosciuti e testati … I sistemi di alimentazione da rinnovabili hanno tempi molto più rapidi dei fossili. Se su carbone e altro parliamo di decine di minuti, qui dialoghiamo su millisecondi. Lo sbilanciamento tra domanda e produzione non è stato compensato in Spagna proprio perchè la quota di rinnovabili era elevata”.
Così, “nonostante batterie, nucleare e gas, la rete spagnola ha ‘resistito’ solo cinque secondi prima di crollare. Un tempo che ci deve far riflettere sulla sensibilità di questi sistemi”.
Il prof. Damiano raccomanda la massima attenzione alle modalità di sviluppo dei “sistemi di produzione da rinnovabili. Ci vuole tempo e tecnologie molto costose. Tutti i sistemi di controllo e gestione dalle rinnovabili vengono certificati su una ipotesi di perfetta idealità. Nella realtà non è così. E la comunità accademica ne è consapevole”.
In Sardegna risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660. La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh). Nell’Isola si continua a produrre ben più energia di quanto serva a livello regionale, il resto lo esporta: nel 2023 (ultimi dati disponibili, Terna statistiche regionali, 2023) sono stati prodotti 12.563,1 gigawattora (GWh), di cui 8.621,6 derivanti dal termoelettrico; 1.935,6 dall’eolico; 1.520,9 dal solare; 483,5 dall’idroelettrico; 1,5 da impianti di accumulo. Tuttavia il fabbisogno regionale non ha superato i 7.636,9 GWh e ben 3.508,3 GWH sono stati esportati verso la Penisola. Si verificano perdite per 507,8 GWh. L’esportazione di energia è pari al 27,92% di quella prodotta.
Oltre ai rischi segnalati dal prof. Damiano, si comprende come l’assenza di una concreta pianificazione energetica e territoriale comporti il folle rischio di una devastazione del territorio a causa di una speculazione energetica che favorirebbe soltanto gli interessi dei produttori.
Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)
da La Bottega del Barbieri, 1 maggio 2025
Blackout in Spagna: un segnale inascoltato.
Cercando i fatti, Giorgio Ferrari ci guida tra speculazioni, bugie e contraddizioni.
Come in ogni evento inconsueto e di una certa rilevanza, anche il black-out spagnolo dello scorso lunedì 28 aprile è stato vittima della strabordante e (ormai) incontrollabile comunicazione di massa.
Quasi tutto di ciò che è stato diffuso inizialmente dai media, è risultato falso o distorto col risultato di generare una tale confusione da far sì che il reale svolgimento dei fatti – quando e se verrà accertato – avrà perso ogni rilevanza. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto il black out non è stato totale come invece avvenne in Italia nel 2003 quando tutti gli impianti di generazione furono scollegati dalla rete e si dovette riavviarli uno per uno. Prova ne sia che il ripristino della rete spagnola è avvenuto in un tempo sensibilmente minore di quello occorso in Italia nel 2003.
Per quanto riguarda le cause si è parlato di inesistenti eventi atmosferici estremi, di perdita dell’alimentazione da parte della Francia (specificatamente di una grande centrale nucleare), di instabilità della rete europea in cui la Spagna (data la sua posizione geografica) non sarebbe ben inserita e di un attacco informatico condotto dagli immancabili hacker russi.
Tralasciando le frottole dell’attacco informatico e gli eventi atmosferici, è bene smitizzare l’idea che viene diffusa della rete elettrica europea. Per quanto essa rappresenti un sistema molto esteso e integrato di trasmissione dell’energia elettrica, gli scambi di energia che effettivamente si svolgono tra i singoli Paesi europei sono una piccola percentuale del totale dell’energia prodotta in Europa, per cui è assolutamente fuorviante far credere che, se c’è un black-out in un Paese, automaticamente lo Stato confinante (per non dire tutta l’Europa) funzioni da riserva di energia solo perché esiste una linea di interconnessione.
Innanzitutto c’è un limite tecnologico che non può essere superato: ogni linea elettrica può supportare un determinato carico per cui l’interscambio tra due Paesi è determinato dal numero delle interconnessioni e queste non sono così tante come si pensa per un motivo di sicurezza.
Una rete elettrica infatti è costituita da “maglie” che hanno il duplice scopo di distribuire in modo equilibrato il carico della rete e di far sì che, in caso di un guasto locale, l’intera rete non venga compromessa, isolando la parte di territorio interessata dal guasto. E’ quello che avviene in caso di black-out locali quando in una porzione di territorio viene a mancare la luce mentre nel resto del Paese tutto funziona regolarmente. Estendendo questo concetto all’intera rete europea, è evidente che una interconnessione totale tra Stati (cioè con tante linee di interconnessione) costituirebbe un fattore di rischio enorme in quanto un black-out come quello spagnolo avrebbe potuto causare effetti a catena molto più gravi di quelli verificatisi in Portogallo e Francia.
In sostanza il criterio fondamentale è che ogni Paese deve dotarsi di una rete elettrica autosufficiente e in grado di far fronte a qualsiasi condizione, compresa quella del black start up, ovvero della necessità di avviare il sistema con tutti gli impianti scollegati dalla rete, senza apporti esterni di energia.
Ma allora a che serve una rete elettrica europea? Fatti salvi i normali scambi di energia tra Paesi che avvengono durante le 24 ore e che riguardano le rispettive zone confinanti, non c’è alcun trasferimento di energia per grandi distanze, perché le perdite di carico dovute al trasporto sarebbero insostenibili con le normali linee elettriche in corrente alternata.
Il vantaggio più evidente dell’interconnessione europea risiede nella ulteriore stabilizzazione della tensione e frequenza: sulla rete europea la variazione massima consentita della frequenza è del 1% ( 50 Hertz± 0,5) e del 10% per la tensione (220 V± 22) per tempi comunque delimitati.
Tra le cause del black-out spagnolo (nei sistemi complessi è giusto parlare di più cause) va sicuramente compresa una oscillazione fuori norma della frequenza di rete. Vediamo perché.
Consultando i dati di Red electrica de Espana (gestore della rete), lo stato della rete elettrica spagnola alle ore 12,30 del 28 aprile (3 minuti prima del black-out) era, sinteticamente, una potenza erogata di 33.847 MW di cui 26.758 (79%) da fonti rinnovabili e 7.084 (21%) da fonti non rinnovabili.
Alle 12, 35 la situazione era questa: su 13.786 Mw disponibili, 12.652 Mw (92%) erano da fonti rinnovabili e 1161 Mw (8%) da fonti non rinnovabili, mentre alle 13,40, quando si è toccato il livello più basso, la potenza disponibile era di 9516 Mw, di cui 8676 Mw da fonti rinnovabili e solo 840 Mw da fonti non rinnovabili: in pratica una centrale a gas a ciclo combinato da 326 Mw e qualche impianto di cogenerazione.
La potenza disponibile quindi si era ridotta di oltre due terzi, ma non annullata ,cosa che ha permesso il riavviamento di tutta la rete in circa 20 ore.
Lo sviluppo di questo evento ha visto andare fuori servizio, in una manciata di secondi, circa 15.000 Mw di potenza disponibile, di cui circa l’80% dei cicli combinati, il 60% del solare fotovoltaico e il 25% circa dell’eolico e dell’idroelettrico.
In pratica si è passati da una configurazione di rete in cui il 79% della potenza erogata dipendeva da fonti rinnovabili contro il 21% da fonti non rinnovabili, ad una configurazione ancora più sbilanciata: 92% da fonti rinnovabili e 8% da fonti non rinnovabili.
Questo aspetto, per essere compreso, deve tener conto delle caratteristiche intrinseche della tecnologia impiegata per produrre energia da fonti rinnovabili e non rinnovabili.
Con l’esclusione dell’idroelettrico, le fonti rinnovabili non producono energia elettrica in corrente alternata, ma continua che per essere erogata in rete deve essere trasformata in corrente alternata attraverso un inverter. Le fonti non rinnovabili e l’idroelettrico invece, oltre a produrre energia in corrente alternata e a determinare la frequenza di rete, dispongono di considerevoli masse rotanti (turbo generatori) la cui inerzia costituisce una cospicua riserva di potenza che, in caso di improvviso distacco di un impianto di generazione consente, entro certi limiti, di gestire l’emergenza con relativa tranquillità.
Più macchine rotanti sono presenti in una rete, maggiore è la sua affidabilità in termini di stabilità della frequenza che è il parametro critico con cui bisogna fare i conti dato che, come detto, è tollerata una oscillazione di soli 0,5 Hertz, superati i quali scattano automaticamente le protezioni di rete che cominciano a staccare selettivamente sia le utenze, sia altri impianti di generazione.
Nel caso spagnolo, se si confermerà per vero che si sono verificati inconvenienti in alcuni impianti di generazione solari, la scarsa presenza in rete di macchine rotanti (riserva di potenza intrinseca) non è stata in grado di sopperire alla improvvisa richiesta di carico che ha agito su queste macchine come un colpo di acceleratore, facendone aumentare istantaneamente il numero di giri al minuto, fino a quando è scattato l’interruttore di rete per massima oscillazione di frequenza o quello di macchina per raggiunta sopra-velocità, con effetti a cascata su tutti gli altri impianti.
Esistono tecniche di gestione innovative denominate FFR (Fast Frequenci Response cioè risposta rapida alle variazioni di frequenza) che possono supplire alla funzione data dall’inerzia delle macchine rotanti anticipando un eventuale transitorio di frequenza che potrebbe degenerare, ma come accaduto alla ERCOT che gestisce la rete elettrica del Texas composta da un 55% di fonti rinnovabili, il margine di sensibilità alle variazioni di frequenza si è talmente ristretto da dar luogo a segnali spuri che generano interruzioni della rete non necessarie.
E’ indubbio che, tra i progressi (reali) ottenuti nel campo dei sistemi complessi e le suggestive descrizioni delle smart grid (reti intelligenti), il problema di come gestire in sicurezza una rete elettrica alimentata totalmente o prevalentemente da fonti rinnovabili non è stato ancora risolto.
Non è per capriccio o preconcetto ideologico verso le rinnovabili – come ho ripetutamente scritto – che Terna (gestore della rete elettrica italiana) scrive nei suoi rapporti che bisogna mantenere in funzione una potenza da turbo-generazione pari a 40.000 Mw almeno fino al 2030.
Ciò non significa, come scrivono gli avversari delle rinnovabili riguardo al caso spagnolo, che è tutta colpa del solare, ma nemmeno si può far finta che il problema, qui ed ora, non esista o che sarà risolto dalle magnifiche capacità del capitalismo, se e quando gli converrà affrontarlo.
Il black-out spagnolo va preso per quello che è: un avvertimento per tutti coloro che acriticamente hanno sposato questa transizione energetica, ritenendo che per risolvere il problema dei cambiamenti climatici basta sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili, per poi dover scoprire che, nel modo di produzione capitalistico, ogni innovazione porta con sé nuove e più complicate contraddizioni.
da Valigia Blu, 2 maggio 2025
Milioni di persone senza elettricità, bancomat, linee telefoniche e connessioni internet fuori uso, ascensori, semafori, treni, aeroporti bloccati. Lunedì 28 aprile, alle 12:33, quasi tutta la Spagna e il Portogallo sono stati paralizzati da un blackout quasi senza precedenti e del tutto inaspettato.
Molti media si sono immediatamente affrettati a cercare di individuare le responsabilità di quanto accaduto, sebbene i dati e le informazioni disponibili siano davvero pochi e la causa scatenante del blackout sia ad oggi ancora incerta. C’è chi ha parlato di un cyberattacco da parte di un “agente esterno”, chi – come addirittura il responsabile dei servizi operativi di Red Eléctrica (REE), l’ente (a partecipazione statale per il 20%) che si occupa della rete elettrica in Spagna – ha attribuito il blackout alle energie rinnovabili, all’obiettivo zero emissioni o alla transizione energetica, chi a “un evento nel sistema elettrico che non è stato rilevato”, chi a un raro fenomeno chiamato “vibrazione atmosferica indotta”. Tutte ipotesi non verificate, in alcuni casi infondate e diffuse per fini politici.
Quel che è certo è che il blackout nazionale si è verificato dopo che circa 15 gigawatt (GW) di capacità di generazione elettrica, pari al 60% del fabbisogno energetico della Spagna in quel momento, sono stati persi dal sistema nel giro di cinque secondi. Spagna e il Portogallo hanno subito i blackout più estesi, ma anche Andorra e la regione francese dei Paesi Baschi hanno segnalato interruzioni di corrente. Dopo un giorno, l’erogazione di energia elettrica era stata ripristinata in quasi tutta la Spagna e il Portogallo.
In Spagna la vicenda ha acuito tensioni pre-esistenti tra governo e Red Eléctrica. L’esecutivo ha lamentato la ritrosia da parte di REE a comunicare i dati e le informazioni richieste e ha annunciato l’avvio di una indagine indipendente e l’affidamento della verifica di quanto accaduto al Comitato per l’analisi della crisi elettrica, creato dal Ministero per la transizione ecologica.
Un dirigente del settore, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, parlando a El Diario, ha individuato tre “catene di errori”: la chiusura di una centrale elettrica, probabilmente solare, in Estremadura; alcuni firewall, gestiti dall’operatore del sistema, Red Eléctrica (REE), che non funzionavano correttamente; e la disconnessione con la Francia per evitare il contagio al resto d’Europa [“Dovremmo chiederci perché”]. Conseguenza: il 60% della produzione in Spagna è stata interrotta perché non c’era modo di bilanciare il sistema.
Al momento, tutte le ipotesi restano in campo, ha dichiarato il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez.

Di cosa parliamo in questo articolo:
- Cosa è successo e quali sono state le conseguenze?
- È stato un attacco informatico?
- È stato un raro evento atmosferico?
- Le energie rinnovabili hanno avuto un ruolo nel blackout?
- “Un sistema tenuto con le pinze”
Cosa è successo e quali sono state le conseguenze?
L’operatore della rete elettrica spagnola Red Eléctrica (REE) ha raccontato la sequenza degli eventi accaduti in una conferenza stampa. Poco dopo le 12:30, si è verificato un “evento” simile a una perdita di generazione di energia senza grandi conseguenze perché la rete si è quasi immediatamente stabilizzata e ripristinata. Mentre la rete si stabilizzava, circa un secondo e mezzo dopo c’è stato un secondo evento dello stesso tipo. Circa 3,5 secondi dopo, l’interconnettore tra la regione spagnola della Catalogna e la Francia sud-occidentale è stato disconnesso a causa dell’instabilità della rete. Subito dopo, si è verificata una “massiccia” perdita di potenza sul sistema. Ciò ha causato il “collasso a cascata” della rete elettrica, provocando la “scomparsa inspiegabile” del 60% della produzione spagnola.
Come ha ricostruito il Guardian, “quasi tutta la penisola, che conta una popolazione complessiva di quasi 60 milioni di persone, è rimasta senza elettricità”. Il blackout ha paralizzato il normale funzionamento delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, delle strade, delle stazioni ferroviarie, degli aeroporti, dei negozi e degli edifici. “Gli ospedali non sono stati colpiti solo perché utilizzano generatori”, riporta El Pais.
Centinaia di migliaia di persone hanno invaso le strade, costrette a percorrere lunghe distanze a piedi per tornare a casa a causa del blocco della metropolitana e dei treni pendolari, senza app mobili poiché anche le reti di telecomunicazioni sono state colpite. Circa 35.000 passeggeri hanno dovuto essere evacuati dai treni bloccati.
Martedì mattina, era stato ripristinato oltre il 99% della fornitura totale di energia elettrica spagnola, mentre in Portogallo l’energia elettrica è stata ripristinata in tutte le sottostazioni della rete nazionale già lunedì sera.
È stato un attacco informatico?
Politici, esperti di energia, media, esperti e opinione pubblica hanno cercato immediatamente di capire cosa fosse successo.
Il primo ministro spagnolo Sánchez ha dichiarato nel pomeriggio del blackout che il governo non disponeva di “informazioni conclusive” sulle cause, aggiungendo che “non si escludeva alcuna ipotesi”.
Una delle prime ipotesi che ha iniziato a circolare è stata quella di un attacco informatico alla rete. Tuttavia, Red Eléctrica “ha escluso in via preliminare che il blackout sia stato causato da un attacco informatico, da un errore umano o da un fenomeno meteorologico o atmosferico”.
Il responsabile dei servizi operativi di Red Eléctrica, Eduardo Prieto, ha affermato che, sebbene le conclusioni fossero preliminari, l’operatore era “giunto alla conclusione che non vi era stato alcun tipo di intrusione nei sistemi di controllo della rete elettrica che potesse aver causato l’incidente”.
Intanto, l’Alta Corte spagnola ha annunciato l’avvio di un’indagine per verificare se l’evento sia stato il risultato di un attacco informatico.

È stato un raro evento atmosferico?
Le prime notizie riportate dalle agenzie di stampa hanno attribuito il blackout a un “raro fenomeno atmosferico”, citando l’operatore della rete portoghese REN.
Il fenomeno in questione è stato descritto come una “vibrazione atmosferica indotta”. Come spiegato da Mehdi Seyedmahmoudian, ingegnere elettrico presso la Swinburne University of Technology in Australia, si tratta di “movimenti ondulatori” nell’atmosfera causati da improvvisi cambiamenti di temperatura o pressione atmosferica, a loro volta innescati da un rilascio di energia da esplosioni, incendi, caldo estremo o altri gravi eventi meteorologici.
Ma, come ha ricostruito un factchecking di Facta, si tratta di una ipotesi infondata diffusa erroneamente dall’agenzia di stampa Reuters. Reuters “aveva diffuso la notizia che Red de Eléctricas Nacionais (REN), la società che gestisce la rete elettrica portoghese, aveva parlato dell’ipotesi della vibrazione atmosferica indotta. Tuttavia, contattato dal sito di fact-checking catalano Verificat, REN ha negato di aver mai rilasciato una dichiarazione simile e Reuters, come comunicato a Verificat, ha ritirato l’articolo che citava presunti comunicati di REN”.
Le energie rinnovabili hanno avuto un ruolo nel blackout?
Con molti dettagli ancora sconosciuti, gran parte delle speculazioni dei media si sono concentrate sul ruolo che le energie rinnovabili potrebbero aver avuto nei blackout, facendo riferimento alla quota elevata di rinnovabili nel mix energetico spagnolo. La Spagna punta a raggiungere l’81% di energia rinnovabile entro il 2030 e il 100% entro il 2050.
Il 16 aprile, per la prima volta in assoluto, la rete elettrica spagnola ha funzionato per un’intera giornata utilizzando esclusivamente fonti rinnovabili, con l’eolico che ha rappresentato il 46% della produzione totale, il solare il 27%, l’idroelettrico il 23% e il solare termico e altre fonti il resto.
Al momento del blackout di lunedì, il solare rappresentava il 59% dell’approvvigionamento elettrico del paese, l’eolico quasi il 12%, il nucleare l’11% e il gas circa il 5%, secondo quanto riportato da The Independent. Si ritiene che l’evento iniziale abbia avuto origine nella regione sud-occidentale dell’Estremadura, riporta Politico, “che ospita la centrale nucleare più potente del paese, alcune delle sue più grandi dighe idroelettriche e numerosi parchi solari”.
Ad alimentare l’ipotesi che le rinnovabili possano aver avuto un ruolo nel blackout è stato anche Eduardo Prieta, responsabile dei servizi di gestione del sistema di Red Eléctrica, che ha affermato che era “molto probabile che la produzione colpita [negli eventi iniziali] fosse solare” [ipotesi poi esclusa dalla presidente di Red Eléctrica, Beatriz Corredor, nda].
Ciò ha scatenato ulteriori speculazioni su come le reti altamente dipendenti da fonti rinnovabili variabili possano essere gestite in modo da garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. Gruppi politici come il partito d’estrema destra VOX, storicamente oppositore delle politiche di transizione ecologica, hanno subito sottolineato la necessità “di un mix energetico equilibrato”, che equivale a dire: meno rinnovabili più fonti fossili.
Alcuni hanno sottolineato che il blackout sarebbe stato causato dalla decisione del governo di abbandonare gradualmente l’energia nucleare. Ipotesi respinta da Sánchez, che ha affermato: “Chi collega questo incidente alla mancanza di energia nucleare sta mentendo spudoratamente o dimostrando la propria ignoranza”. E poi ha aggiunto che la produzione di energia nucleare “non è più resiliente” di altre fonti elettriche.
Altri hanno parlato di perdita di “inerzia”. Le centrali termiche generano elettricità utilizzando grandi turbine rotanti, che ruotano alla stessa velocità di 50 cicli al secondo (Hz) con cui oscilla la rete elettrica. Il peso di questi “grandi blocchi di metallo rotante” conferisce loro “inerzia”, che contrasta le variazioni di frequenza nel resto della rete.
Quando dei guasti causano un aumento o una diminuzione della frequenza della rete, questa inerzia contribuisce a ridurre il tasso di variazione della frequenza, dando agli operatori del sistema più tempo per reagire. L’energia solare non prevede un generatore rotante e quindi chi sostiene questa ipotesi suggerisce che la mancanza di inerzia sulla rete dovuta agli elevati livelli delle rinnovabili possa essere la causa del blackout.
Ma, come osserva Adam Bell, direttore delle politiche di Stonehaven, in un post su LinkedIn, questa ipotesi ignora l’inerzia fornita dal nucleare, dall’idroelettrico e dal solare termico alla rete al momento del blackout, oltre al fatto che l’operatore della rete spagnola aveva costruito dei “condensatori sincroni” per aiutare ad aumentare l’inerzia e la stabilità della rete. Tutto questo smonta la tesi della mancanza di inerzia come causa principale del blackout, spiega Bell. “Dopo l’evento, nessuna generazione fossile è rimasta in linea, ma l’eolico, il solare e l’idroelettrico sì”.
Come spiegano diversi esperti, il blackout non può essere attribuito a una “fonte specifica di energia”. La questione semmai è un’altra e cioè l’insufficiente stabilità della rete in un contesto di elettrificazione dell’economia e di transizione dai combustibili fossili.
Per Jorge Sanz, socio della società di consulenza Nera, ex direttore della politica energetica sotto José Luis Rodríguez Zapatero ed ex presidente della Commissione di esperti per la transizione energetica creata dal governo PP, “tutto indica un problema di cattiva gestione. Potrebbero aver aggiunto troppa energia solare ed eolica, che non possono fornire servizi di bilanciamento, e troppo poca energia idroelettrica, a gas e nucleare, che invece possono. Quando si dà l’ordine, non ci sono impianti in grado di scaricare il carico, e questo spiegherebbe cosa è successo. Non sto dicendo che sia così; solo Red Eléctrica lo sa, ma deve spiegarlo chiaramente”.
La presidente di Red Eléctrica , Beatriz Corredor , in un’intervista a Cadena SER, ha escluso le sue dimissioni e ha detto di aver “più o meno individuato” la causa dell’accaduto, ma che milioni di dati devono ancora essere analizzati per comprendere “millisecondo per millisecondo” cosa sia successo: “Da oggi non accadrà più perché abbiamo imparato”.
“Un sistema tenuto con le pinze”
E qui arriviamo a uno dei nodi irrisolti, ovvero come garantire la stabilità delle reti elettriche europee in un contesto di transizione energetica all’elettrico e di fuoriuscita dai combustibili fossili.
Come osserva il giornalista Santiago Carcar in un editoriale su El Pais, questo blackout dimostra una volta di più come c’è bisogno di uscire da una logica di competizione tra operatori delle reti elettriche e passare a pensare a forme di interconnessione, soprattutto per un paese come la Spagna che è un’isola energetica ed è a elevato rischio di blackout.
Scrive Carcar, “il sistema elettrico è un sistema delicato. Il grande pannello della REE da cui vengono controllati 44.000 chilometri di cavi dell’alta tensione, un pannello duplicato per sicurezza, non aveva mai subito un collasso come quello del 28 aprile. Da oltre un decennio, i governi e il gestore del sistema hanno lavorato per aumentare la capacità di interconnessione con la Francia ed evitare ciò che alla fine è accaduto”.
Ma i risultati di questo lavoro hanno avuto pochi successi in parte per il disinteresse del “vicino paese a nord”, ovvero la Francia. “Nel 2015, al vertice di Madrid, i governi francese e spagnolo avevano ratificato l’importanza di mobilitare tutti gli sforzi necessari per raggiungere l’obiettivo minimo di interconnessione del 10% della produzione installata in ciascuno Stato membro entro il 2020”, prosegue Carcar. L’obiettivo non è stato raggiunto.
E così, al momento, il sistema elettrico spagnolo è collegato con Francia, Portogallo, Andorra e Marocco, ma le interconnessioni sono insufficienti per garantire l’equilibrio in caso di necessità. Complessivamente, la percentuale di interconnessione della penisola iberica (Spagna e Portogallo) con il resto dell’Europa continentale è appena del 2%. In un sistema isolato, la rete ad alta tensione gestita da REE e la rete di distribuzione (bassa tensione) controllata dalle grandi compagnie sono molto sensibili a qualsiasi incidente. Un errore e lo spettro del blackout entra in scena. È accaduto nel 2004, in Andalusia, nel 2007, a Tenerife.
Ma lo spettro del blackout non riguarda solo i sistemi isolati. Periodicamente si registrano incidenti e blackout localizzati in altre regioni europee: l’Italia nel 2003, la Germania nel 2006, l’Europa orientale lo scorso anno.Il blackout iberico impone una revisione dei sistemi di sicurezza e l’accelerazione dei lavori di interconnessione.
La Commissione Europea da tempo sta incoraggiando i paesi dell’UE a rafforzare sistemi di interconnessione. I funzionari sostengono che questa misura migliorerebbe la sicurezza energetica e faciliterebbe i flussi di elettricità attraverso le frontiere. “Un maggior numero di collegamenti transfrontalieri potrebbe rafforzare la capacità dei singoli paesi di bilanciare l’offerta e la domanda e di importare elettricità”, spiega a Politico Pratheeksha Ramdas, analista senior del settore energetico presso la società di consulenza Rystad. Tuttavia, sottolinea Ramdas, questa soluzione non è la bacchetta magica.
(foto A.N.S.A./Alessandro Di Meo, Luca Iancer, da Google Earth, da mailing list ambientaliste, E.R., S.D., archivio GrIG)
















Buongiorno, se mai queste considerazioni potranno prevenire… Apprezzo come sempre l’approfondimento e il rigore dell’articolo, tranne nel caso del riferimento ironico a un eventuale <>: seppure infatti in questo caso possa non essere stato verosimile per mille ragioni, c’è davvero poco da ironizzare sulla gravità degli interventi “informatici” della Russia e sulla sua “guerra ibrida”. Mi permetto di dire che se chi ha scritto fosse altrettanto informato di questo argomento quanto lo è sull’oggetto principale dell’articolo (energia e reti), non avrebbe potuto farvi riferimento in quel modo.LucaInviato dal mio Galaxy
…. ma bene