Al Sulcis manca solo di diventare un bel “gruviera”.


Cisto (Cistus)

Cisto (Cistus)

La Sotacarbo s.p.a., società della Regione autonoma della Sardegna e dell’E.N.E.A. della ricerca nel settore carbonifero, ha depositato (9 luglio 2015) presso il Servizio delle valutazioni ambientali (S.V.A.) dell’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente lo studio preliminare ambientale relativo al “Progetto di indagini per la caratterizzazione dell’area del permesso di ricerca mineraria ‘Monte Ulmus’”, nei Comuni di Carbonia, Portoscuso e S. Giovanni Suergiu (CI).

Forti dell’interesse cinese per lo stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica (CO2), vogliono bucherellare mezzo Sulcis per vedere che succede quando si “spara” dentro l’anidride carbonica e, magari, trovare gas naturale.

Il tutto ricorda molto la pericolosa tecnica del fracking.

Il tutto con i soldi pubblici dei cittadini italiani e sardi, in particolare (3 milioni di euro all’anno per 10 anni di fondi statali + 8,356 milioni di euro di fondi regionali).

Con le centrali a carbone, vecchie e nuove, riprenderebbe quota un settore già oggetto di una pesantissima iniziativa dell’Unione europea per recuperare le centinaia di milioni di euro illegittimamente elargiti come “aiuti di Stato” in favore dell’improduttivo settore del carbone isolano, temperata dalla conversione in procedura di chiusura della miniera di Monte Sinni entro il 2018, con interventi di messa in sicurezza entro il 2027. Sullo sfondo poi il bando per una nuova centrale termoelettrica a carbone. Tanti potenziali clienti, quindi.

Fantascienza?

La realtà supera sempre l’immaginazione, ricordiamolo.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

Carbonia, miniera di Serbariu

Carbonia, miniera di Serbariu

da Sardinia Post, 18 luglio 2015

Nel Sulcis le trivelle scaldano i motori. (Piero Loi)

Altro che fine dell’epopea mineraria, nel Sulcis le trivelle scaldano i motori: è del 9 luglio scorso la richiesta di effettuare perforazioni fino a 1500 metri di profondità presentata dalla Sotacarbo all’assessorato all’Ambiente. Non si tratta, però, di estrarre carbone, ma di “acquisire informazioni sulle caratteristiche delle formazioni geologiche per un eventuale confinamento di anidride carbonica nel sottosuolo”, si legge nel progetto della società partecipata da Regione ed Enea. Per questo sono previste anche iniezioni-prova di C02  nel sottosuolo. C’è comunque dell’altro, visto che questa è solo la prima fase di un progetto di maggiore portata che coinvolge regione e governo: nuove centrali a carbone potrebbero infatti sorgere nel territorio (oltre alle due già presenti, mentre una terza è stata di recente proposta dall’Eurallumina). Inoltre, qualora le indagini dovessero individuare giacimenti di metano (o petrolio), il paesaggio sulcitano potrebbe finire per ospitare pozzi di estrazione per lo sfruttamento degli idrocarburi. Non solo, dunque, l’epopea mineraria del Sulcis è ben lungi dall’essere conclusa, il sogno industriale è ancora in corso.

Separare, iniettare e stoccare nel sottosuolo la Co2.

Tutto nasce con il permesso di ricerca “Monte Ulmus” per combustibili solidi e acque termali richiesto dalla Sotacarbo l’8 luglio del 2014 su un’area di 5600 ettari tra i comuni di Carbonia, San Giovanni Suergiu e Portoscuso. “Il permesso è oggi in fase di rilascio”, annuncia la Sotacarbo, ragion per cui si va avanti con la caratterizzazione dell’area. D’altra parte, non mancano i  finanziamenti dell’assessorato alla Programmazione (8 milioni 356 mila euro) e del ministero dello Sviluppo Economico con 3 milioni di euro l’anno per dieci anni. Sulla fattibilità della caratterizzazioni dovranno, in ogni caso, prima esprimersi gli uffici competenti dell’assessorato all’Ambiente.

“In questa fase – spiega il direttore della Sotacarbo Mario Porcu -, si approfondirà la conoscenza del sottosuolo, individuando i siti sotterranei adatti al confinamento dell’anidride carbonica prodotta dalle grandi centrali termoelettriche. Ma siamo ancora nell’ambito della ricerca”.

Come funzionerà a pieno regime il sistema della cattura e del sequestro dell’anidride  carbonica? “Si parte con la cattura dell’anidride carbonica  sprigionata dal ciclo produttivo della centrale”, spiega sempre Porcu. In pratica, “si separa la C02 dagli inquinanti generati dalle centrali termoelettriche (che a quanto pare saranno liberi di librarsi in aria, ndr.), perché solo allo stato puro l’anidride carbonica non è inquinante”. Ma è lo stesso dirigente della Sotacarbo ad ammettere che “quella della separazione è un’operazione molto costosa”.

“Se c’è metano, si utilizzerà”.

Carbonia, miniera di Serbariu (anni '50)

Carbonia, miniera di Serbariu (anni ’50)

Il passaggio successivo è quello dell’iniezione ad alta pressione delle co2 nel sottosuolo, laddove sono stati individuati siti idonei, attraverso le tecniche CBM e ECBM. Le sigle, sconosciute al grande pubblico stanno per  Coal Bed Methane e Enhanced Coal Bed Methane. Significa, detto in parole povere, iniettare anidride carbonica allo stadio supercritico (liquido) per far fuoriuscire il metano (o il petrolio) eventualmente imprigionato negli strati carboniferi profondi o nelle porosità del carbone. Vale a dire, in questo secondo caso, fare qualcosa di analogo al fracking, utilizzando co2 e carbone invece che altri fluidi e rocce di scisto.
A questo progetto la Sotacarbo lavora ormai da anni. E stando a precedenti studi della società, l’area compresa tra Carbonia, San Giovanni Suergiu e Portoscuso sarebbe la più idonea per l’implementazione di queste tecnologie. Tanto che i ricercatori dell’ente Alberto Plaisant e Raffaele Cara hanno proposto la realizzazione di pozzi orizzontali verso il mare per raggiungere gli strati di carbone profondi.

Interrogato sull’eventuale presenza di idrocarburi  intrappolati nel sottosuolo sulcitano, Porcu risponde che “il carbone del Sulcis è tendenzialmente povero di metano, ma potrebbero esserci giacimenti a profondità elevate. Se ci sono, si utilizzeranno”. In ogni caso, “il vero obiettivo del progetto è ridurre le emissioni di Co2 in atmosfera, non stiamo andando a caccia di metano”, tiene a precisare il vertice della Sotacarbo. E aggiunge: “L’altra possibilità è che ci siano dei vuoti, che potrebbero appunto essere riempiti con la Co2″.

stendardo GrIG “S’insiste su una strada chiusa ormai da tempo”.

Il progetto della Sotacarbo suscita intanto le prime reazioni. “Si continua a percorrere la strada del carbone, nonostante quel percorso sia già stato chiuso dalla storia. Conviene spendere così tanto quando sarebbe possibile ottenere un risultato migliore con le fonti di energia rinnovabile?”, si domanda Stefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico.  In effetti, c’è un precedente che depone a favore della tesi del giurista:  il sistema di stoccaggio della Co2 affiancato alla raffineria di Mongstad, in Norvegia, ha chiuso dodici mesi dopo l’inaugurazione: troppo costoso e troppo poco redditizio.

Deliperi non manca, inoltre, di riportare l’attenzione alle procedure d’infrazione aperte dalla Commissione Europea per gli aiuti di stato ricevuti da Carbosulcis e Sotacarbo. “L’impressione è che si faccia di tutto per continuare a tenere in piedi delle società che hanno esaurito la loro missione”.

Da parte loro, governo e regione, insieme all’Enea e alla Sotacarbo, sostengono che le tecnologie di cattura, iniezione e stoccaggio della Co2 sono pulite e sicure. Ma non mancano gli scettici all’interno del mondo accademico: il National Research Council (l’Accademia delle scienze americane) ha di recente pubblicato uno studio sulla relazione tra i terremoti da una parte e lo stoccaggio dell’anidride carbonica e l’iniezione nel suolo di fluidi nel sottosuolo dall’altra. E i risultati non sono affatto incoraggianti.

Al momento, inoltre, la scienza non sembra in grado di escludere la possibilità che le falde acquifere vengano contaminate da metalli pesanti smossi nel corso dell’iniezione della Co2. Né di escludere tout court l’eventuale fuoriuscita dell’anidride carbonica (che a elevate concentrazioni può risultare letale) dai depositi in cui verrà confinata. Porcu, invece, ritiene che “questo rischia sia minimo, quasi vicino allo zero”.

Nuove centrali a carbone dietro l’angolo.

Almeno all’inizo, la Co2 da stoccare potrebbe essere quella prodotta dall’impianto alimentato a polverino di carbone previsto dal protocollo d’intesa firmato da Regione Sardegna e ministero dello Sviluppo economico a giugno del 2013 di cui parla anche il decreto già convertito in legge “Destinazione Italia”. Si tratta di un piccolo impianto pilota, un leggero antipasto rispetto alla mega centrale a carbone da 450 Mwe dotata di apposita sezione per la cattura e lo stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica prodotta. Entro il 30 giugno 2016 la regione può infatti bandire una gara per realizzare il nuovo impianto”, recita la stessa legge. Ma cosa accadrà nel caso in cui l’innovativa tecnologia di cattura della Co2 non dovesse essere implementata? Semplice, “le emissioni di gas serra attribuite all’impianto saranno incrementate del 30%”, dice il testo di legge. Per il nuovo megaimpianto è prevista inoltre una tariffa incentivante dell’ammontare di 30 euro a Mwh, periodicamente rivalutati, per almeno vent’anni e per un massimo di 2100 Gwh/anno. Oltre alle centrali a carbone, dietro l’angolo c’è anche il business.

 

Sardegna, paesaggio agrario

Sardegna, paesaggio agrario

(foto da Sardegna Digital Library, S.D., archivio GrIG)

 

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  1. Terrae
    luglio 20, 2015 alle 10:21 am

    Cosa c’è sotto i piedi dei sulcitani, oltre che forre e gallerie prodotte dalla fallimentare epopea mineraria del carbone, lo sanno benissimo! E non da adesso!

    Per esempio: cercano acque termali quando annegano in fiumi di acque oleose e caldissime pompate quotidianamente dalle gallerie di Nuraxi Figus.

    Fare sondaggi sino a 1500 metri di profondità (a partire da dove?) significa rischiare di contaminare e forse perdere anche quegli acquiferi profondi che sarebbe bene custodire per esigenze vitali future.

    Pensassero, piuttosto a ripristinare i danni ambientali e sociali già fatti per produrre tonnellate di nulla.

    Come si può pensare di abbattere la CO2 costruendo altre centrali a carbone … che servono solo per alimentare il businness dello stoccaggio?

    Un accanimento terapeutico per tenere in vita un settore (quello carbonifero) morto da almeno 50 anni e che appesantisce quella zavorra che ha tarpato le ali all’economia sulcitana e di tutta la Sardegna, fagocitando risorse pubbliche per alimentare false speranze.

    Una iniziativa che ha tutte le sembianze dell’ennesimo tentativo di far cadere a pioggia soldi pubblici da far gestire a mediocri figure del sottobosco politico e imprenditoriale a discapito di un territorio bellissimo che, come tutta l’Isola, dovrebbe giocare le proprie carte in primis sull’integrazione dell’agro alimentare con l’artigianato e l’ospitalità eco-sostenibile.

    Le miniere e il polo metallurgico hanno fatto il loro tempo (e i loro guasti). La Politica si impegni a ideare, promuovere e sostenere la riconversione dell’economia del Sulcis, invece di rincorrere coi miliardi in mano improbabili “investitori” a cui affidare le sorti di quel territorio e di quella gente.

    • Giorgio Zintu
      luglio 21, 2015 alle 10:04 am

      Condivido l’analisi e credo ci siano da aggiungere ai costi ambientali, considerato che la terra non è di …nessuno, anche i costi sociali e sanitari accuratamente taciuti da tutte le Valutazioni d’impatto ambientale. Cosicché, lo Stato/Regione mette soldi e ambiente,le imprese ovviamente perseguono l’interesse finanziario, la collettività guadagna (forse) qualche centinaio di posti di lavoro, ma alla fine alla collettività rimarranno i morti e i feriti oltre i danni che saranno irreversibili. Non ci vuole certo uno scienziato per arrivare a ueste conclusioni.

  2. Giorgio Zintu
    luglio 21, 2015 alle 9:06 am

    Intanto sarebbe utile sapere quanti hanno provato a condurre qualche ricerca di carattere epidemiologico in tutta l’area del Sulcis. Quanti tumori, quante leucemie, etc.?
    E quanto del corredo genetico degli abitanti è cambiato scavando e, ora, continuando a andare a oltre mille metri di profondità pensando di trovare l’oro del futuro? Di sicuro si contribuirà a distruggere l’ecosistema. Ci sarebbe da chiedersi come propone anche l’enciclica Laudato si’ “che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?…”

  3. Fabrizio De Andrè
    luglio 21, 2015 alle 4:25 pm

    Al sulcis manca una cosa sola per riprendersi,arrestare le cricche dei fanghi ossi e i loro complici……………solo così ci salveremo.Altro che striscioni davanti alle fabbriche della morte che inneggiano alle riaperture.Andate a lavorare altro che assistenzialismo…….

  4. Terrae
    luglio 21, 2015 alle 8:41 pm

    In “Parliamo di Miniera”, una bella piece teatrale messa in scena a metà degli anni ’70 dalla Cooperativa Teatro di Sardegna, veniva scandito questo slogan:
    “La politica mineraria in Sardegna é stata di pura e semplice rapina!”.
    Mi sembra quantomai attuale; persino profetico se esteso alla politica industriale (allora nascente) dinanzi al deserto lasciatoci da tanta predazione sulle casse regionali, sull’ambiente e sull’identità delle nostre Comunità.
    Nel Sulcis come nella Nurra, come nel Nuorese.

  5. Fabrizio De Andrè
    luglio 22, 2015 alle 10:51 am

    I deserti possono diventare oasi……ripristino ambientale e archeologia industriale.Peccato che ci mangerebbero in pochi e ci sarebbe lavoro per la popolazione,non assistenzialismo.

  6. Fabrizio De Andrè
    settembre 4, 2015 alle 11:38 am

    Era ora che del black hole CARBOSULCIS qualcuno cercasse il fondo.La gente che si spacca di lavoro per arrivare a fine mese e i carrozzoni della vergogna mantenuti dai politici con le nostre tasse.Vergognatevi PIGS

  7. novembre 18, 2015 alle 2:57 pm

    da Sardinia Post, 17 novembre 2015
    Carbosulcis, via al processo: 12 alla sbarra per abuso d’ufficio: http://www.sardiniapost.it/cronaca/carbosulcis-via-al-processo-12-alla-sbarra-per-abuso-dufficio-voragine-da-43-mln-di-euro/

  8. Fabrizio De Andrè
    novembre 18, 2015 alle 4:02 pm

    Non è più tempo processi al clan Sulcis,ci vogliono arresti.Non si può lasciare che alla guida di un territorio ci siano bande di malfattori che continuano a sottrarre soldi pubblici per tenere piedi clan,partiti,politici e istituzioni. La carbosulcis ,come tutte le fabbriche del Sulcis che non producono vanno chiuse per ridare dignità,salute e futuro al territorio.Il Sulcis non può andare avanti con assistenzialismo a finti operai,minatori,pescatori e pastori che da decenni ricevono soldi in cambio di consenso e silenzi.In galera,dopo aver restituito tutto quello che hanno e continuano a rubare altro che manifestazioni con sindaci in testa.Gli stessi sindaci sempre assenti quando si manifesta dissenso contro inquinatori di aria,terra,mare catena alimentare per il diritto alla salute e alla salvaguardia di un territorio devastato.

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