La “santa” prescrizione fa i miracoli.


uccello marino incatramato

uccello marino incatramato

E’ stata blandita, invocata, pregata.

E alla fine ha volto il suo occhio benevolo verso il manipolo trepidante di dirigenti industriali.

La santa prescrizione ha fatto il suo miracolo: il G.U.P. del Tribunale di Sassari Carla Altieri non ha potuto far altro che prosciogliere Gianfranco Righi, Guido Safran, Diego Carmello, Francesco Maria Appeddu, già dirigenti degli impianti Syndial, Sasol e Ineos, dalle accuse di avvelenamento e disastro ambientale colposi per l’intervenuta prescrizione dei reati contestati.

Eppure era sotto gli occhi di tanti, ma nulla è stato fatto per troppi anni.

Inquinamento, danni all’ambiente, tumori, leucemie, patologie dell’apparato respiratorio, ecco la realtà.

Noi cerchiamo di fare al meglio la nostra parte, come nel procedimento penale contro la marea nera nel Golfo dell’Asinara, ma – si sa – per le menti piccine siamo i terroristi ecologisti, quelli che si oppongono al lavoro e all’industria.

Ma che cosa dobbiamo pensare dei ritardi (per non dire altro) dello Stato, della Regione autonoma della Sardegna, degli Enti locali nell’imporre le necessarie bonifiche ambientali?

Che cosa dobbiamo pensare degli enormi ostacoli normativi e materiali frapposti al raggiungimento di almeno un po’ di decente giustizia?

Che cosa dobbiamo ancora pensare del silenzio di chi viene colpito direttamente dagli effetti dell’inquinamento?

Proviamo a rimediare: il Ministero dell’ambiente e le altre Amministrazioni pubbliche competenti (Regione, Enti locali) devono adottare i necessari provvedimenti ripristinatori (artt. 299 e ss. codice dell’ambiente) e di risarcimento dei danni (artt. 311 e ss. codice dell’ambiente)     Infatti, si tratta, senza dubbio, di una situazione di grave danno ambientale, come prevista dall’art. 300 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (codice dell’ambiente).

E se non fanno nulla che cosa dobbiamo pensare?

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

da L’Unione Sarda, 7 marzo 2014

PORTO TORRES . Il giudice: i reati sono prescritti. Petrolchimico, le morti inutili. Veleni e tumori: nessun colpevole. Patrizia Canu

 

L’ora dell’indignazione. È UNO STATO MASCALZONEAnthony Muroni

 

 

 

da Sardinia Post, 6 marzo 2014

Veleni di Porto Torres, prescrizione per gli ex dirigenti del petrolchimico.

 

 

da La Nuova Sardegna, 7 marzo 2014

Sostanze cancerogene in mare: tutti prosciolti. 
È scattata la prescrizione per i rappresentanti di Syndial, Sasol e Ineos Erano accusati di avvelenamento e disastro ambientale colposi.   Nadia Cossu

SASSARI. Di fatto è come se non ci fossero responsabili per l’inquinamento del tratto di mare davanti allo stabilimento del Petrolchimico di Porto Torres. Nessuno pagherà penalmente per aver scaricato – almeno fino al 2006 – cadmio, mercurio, cromo, rame, cianuri e solventi tra i pesci nelle acque della Marinella. Ieri mattina il gup Carla Altieri ha prosciolto dalle accuse di avvelenamento e disastro ambientale colposi – «per intervenuta prescrizione» – gli imputati Gianfranco Righi, Guido Safran, Diego Carmello, rispettivamente rappresentanti legali (all’epoca dei fatti) della Syndial, della Sasol e della Ineos e Francesco Maria Apeddu direttore dello stabilimento Ineos. Una sentenza, quindi, che ha semplicemente tenuto conto dei tempi sulla base di un calcolo di anni entro i quali la legge stabilisce che determinati reati debbano andare in prescrizione. Il fatto che a nessuno possa essere imputata la responsabilità di quell’inquinamento nefasto venuto “a galla” nel 2003 dopo il clamoroso blitz di Irs nella collina di Minciaredda (ribattezzata la collina dei veleni) suona quasi come un secondo colpo di scena in questa inchiesta complessa. Il primo c’era stato a marzo dell’anno scorso quando – a distanza di sette anni – la magistratura aveva cambiato impostazione giuridica accusando gli imputati non più di reati dolosi ma colposi, non intenzionali quindi. Con una differenza di pena massima – in caso di condanna – di quasi quindici anni. Fare un passo indietro, per capire, è d’obbligo. Sotto la lente della Procura era finito – dopo quel famoso blitz degli indipendentisti che fece scattare l’inchiesta – il sistema di depurazione delle scorie provenienti dalle industrie chimiche. Secondo l’allora pubblico ministero Michele Incani i reflui venivano miscelati in modo tale che, in caso di controlli, non si capisse chi versava cosa. Una “strategia”, in sostanza, per confondere provenienza e responsabilità. Per il pm i padroni della chimica avevano volutamente avvelenato acqua e pesci e per questa ragione aveva contestato loro reati dolosi, di competenza della Corte d’assise. Ma lo stesso Incani a chiusura delle indagini preliminari aveva improvvisamente cambiato idea e riformulato l’accusa: non più disastro doloso ma colposo. La conseguenza di questo fu che nel 2012 i giudici togati, accogliendo un’istanza della difesa, presero una clamorosa decisione: dichiararono nulla la richiesta di rinvio a giudizio degli imputati – e il successivo decreto che aveva disposto l’avvio del processo – e ordinarono la trasmissione degli atti al pubblico ministero. Gli avvocati difensori Agostinangelo Marras, Piero Arru, Giovanni Mattu, Carlo Federico Grosso, Mario Brusa, Fulvio Simoni avevano fatto notare ai giudici come quello stravolgimento in corso d’opera rappresentasse una violazione dei diritti di difesa. A quel punto le carte erano tornate alla Procura e il nuovo assegnatario del fascicolo, Paolo Piras, fece un passo indietro tornando alla primissima ipotesi di reato formulata da Incani. E cioè colpa e non dolo: fino al 2006 all’ex petrolchimico forse furono violate le regole poste a tutela dell’ambiente le cui conseguenze furono insanabili ma non ci fu volontà da parte di chi causò quegli sversamenti. Un reato decisamente meno grave, quindi, comune agli altri processi per violazioni ambientali, da Porto Marghera in giù. La nuova imputazione di Piras, firmata anche dal procuratore Roberto Saieva, sosteneva che i manager avessero scaricato i reflui industriali attraverso la rete fognaria del petrolchimico poi dismesso, con modalità precise. E cioè collegando gli scarichi degli impianti produttivi con quelli di raffreddamento usando un canale unico. Che avrebbe condotto tra i flutti di La Marinella sostanze cancerogene e pericolose per l’ambiente acquatico: idrocarburi pesanti in grado di «alterare in modo permanente – scrivevano i magistrati – la flora e la fauna marina non potendo essere oggetto di risanamento». Danni pesanti, avevano assicurato i consulenti della Procura, sulla cui valutazione però avrebbe dovuto pronunciarsi un tribunale. Ma la sentenza di proscioglimento ha messo la parola fine.

 

Porto Torres, zona industriale

Porto Torres, zona industriale

 

Complicati conteggi alla base della decisione dei giudici.

Perché i reati si sono prescritti? In base a una nuova norma entrata in vigore nel 2008 il disastro colposo si prescrive in dieci anni. Ma il reato contestato agli imputati si riferisce agli anni fino al 2006 e quindi il calcolo va fatto in base alla vecchia normativa che prevedeva invece la prescrizione dei delitti in 7 anni e mezzo (compreso il disastro colposo e l’avvelenamento colposo) e delle contravvenzioni in quattro anni e mezzo. Grande amarezza anche tra gli avvocati di parte civile Pasqualino Federici, Maria Morena Suarìa, Antonello Fiore ed Elisabetta Piras in rappresentanza di Regione, Comune di Porto Torres, ministero dell’Ambiente, Provincia di Sassari.

 

Percorso a ostacoli per la bonifica da mezzo miliardo.  «Chi inquina paga»: un principio non sempre rispettato.  Ora non sono più ammessi tentativi di nuove sanatorie. Gianni Bazzoni 

SASSARI. Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, che aveva sul tavolo la pratica delle bonifiche per le aree industriali di Porto Torres, nel frattempo è stato spostato alla Giustizia. Strano incrocio, proprio ora che il cerchio sembrava chiuso e il ministro aveva annunciato: «Non faremo sconti a nessuno». Una logica chiara, sostenuta anche dalla normativa europea che sancisce: chi inquina paga. Insomma, è obbligato a bonificare e ripristinare lo stato originario dei luoghi contaminati con anni e anni di scarichi industriali incontrollati. Nell’ultimo periodo, non sono mancati i tentativi di deviare il corso normativo: a cominciare da quell’articolo 4 del “Destinazione Italia” che prevedeva la possibilità per le aziende inquinatrici di firmare un Accordo di programma con i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico per fatti accaduti prima del 2007 (praticamente tutti) per la sola messa in sicurezza e non invece la bonifica dei siti. Quell’articolo è stato emendato, ma il pericolo non sembra scongiurato del tutto. La vicenda riguarda da vicino proprio il gruppo Eni, le bonifiche di Syndial su Porto Torres hanno una dotazione finanziaria di 500 milioni di euro. Il percorso, finora, non è stato privo di trappole. Per quanto riguarda la discarica dei veleni di “Minciaredda”, il progetto non è stato ancora depositato al Ministero. Dovrebbe avvenire a breve, considerato che sono state selezionate le tre aziende che hanno partecipato al bando internazionale e da queste ora ne deve essere scelta una. Quello della vecchia discarica è l’intervento più complesso, ma la partita delle bonifiche ha altri livelli di gravità, come quello che si registra nella darsena del porto industriale, bloccata da tempo per ragioni di salute pubblica. La partenza del progetto della chimica verde non nasconde il grande lavoro che riguarda le bonifiche e non esclude il tentativo – sempre in agguato – di raccogliere i cocci e metterli sotto il tappeto. Gli interventi effettuati sinora da Syndial confermano la necessità di proseguire su un filone che deve portare – una volta realizzati i progetti – a definire con appositi Accordi di programma con le istituzioni locali la restituzione dei terreni bonificati. Per questo servono certezze sulle risorse finanziarie assegnate al Piano nazionale delle bonifiche, non solo da parte delle aziende interessate ma anche del Governo. La zona industriale di Porto Torres è tra le più infrastrutturate d’Italia e può accogliere nuovi insediamenti produttivi nel rispetto di moderni standard di sostenibilità ambientale. Ma sulle bonifiche non sono più ammessi giochetti e tentativi di cercare nuove sanatorie. Questo la nuova giunta regionale sarà chiamata ad affermare.

 

 

Le tappe dell’inchiesta. Tutto cominciò undici anni fa con un blitz nella collina di Minciaredda

APRILE 2006 – Il pm Michele Incani (foto) riceve la relazione di Giorgio Ferrari, della sezione Inquinamento del Magistrato delle Acque di Venezia. Le analisi rivelano altissime concentrazioni di diossine e idrocarburi nello specchio di mare antistante il Petrolchimico.

ESTATE 2003 – Un gruppo di indipendentisti dell’Irs guidati da Gavino Sale fa un blitz nella collina di Minciaredda, tra il Petrolchimico e Fiume Santo. Le benne delle ruspe portano alla luce i veleni industriale sepolti negli anni. Anche la magistratura si mette in movimento.

LUGLIO 2012 – Il gup Gianni Delogu rinvia a giudizio quattro manager delle industrie Ineos, Syndial e Sasol. Per tutti le accuse sono di disastro ambientale, avvelenamento continuato e doloso di sostanze destinate all’alimentazione. Reati di competenza della corte d’assise.

MARZO 2013 – Svolta nella vicenda giudiziaria, tornata alla fase della udienza preliminare dopo l’annullamento del capo di imputazione deciso nel 2012 dalla corte d’assise. Paolo Piras, il nuovo pm, contesta agli imputati il disastro colposo. La prescrizione è vicina.

 

 

(foto da mailing list ambientalista)

  1. marzo 7, 2014 alle 5:32 pm

    I malfattori, i ladri e i delinquenti comuni hanno sempre dei complici volontari ed involontari!
    Quelli che sapevano perchè avevano visto, erano volontari!

  2. marzo 7, 2014 alle 5:34 pm

    da Tiscali Notizie, 7 marzo 2014
    Stefano Deliperi, Gruppo d’intervento giuridico: “Rivedere l’istituto della prescrizione”: http://notizie.tiscali.it/regioni/sardegna/articoli/14/03/07/intervista-deliperi.html?SARDEGNA

  3. Nicola Putzu
    marzo 7, 2014 alle 6:18 pm

    I vari governi che si sono succeduti in questi anni non sono riusciti a far valere appieno il diritto a recuperare le imposte che ci spettavano per Statuto (vedi Vertenza Entrate), non sono riusciti a distanza di quasi 4 mesi dall’alluvione a far stanziare dallo Stato più di 20 milioni di euro (briciole a fronte di 600 e più di danni da calamità naturale) e ci dovremmo aspettare che l’attuale governo sappia far valere i diritti dei sardi (bonifiche comprese) meglio dei precedenti?
    Io suppongo di no, ma mi auguro di sbagliarmi e il tempo ci dirà se mi sbaglio o meno

  4. capitonegatto
    marzo 7, 2014 alle 7:19 pm

    Ecco cosa potrebbe chiederci l’EUROPA : TOGLIERE LA PRESCRIZIONE PER REATI AMBIENTALI, visto che questi hanno impatti negativi dopo anche molti anni.
    E se l’Europa non ci pensa, dovrebbero essere i nostri parlamentari europei a chiederlo.

  5. marzo 8, 2014 alle 12:59 pm

    da La Nuova Sardegna, 8 marzo 2014
    La darsena inquinata, Eni ancora nel mirino.
    Porto Torres, chiuse le indagini per 8 dirigenti Syndial ed ex Polimeri Dopo la prescrizione, la Procura rilancia sullo sversamento di benzene. (Nadia Cossu)

    SASSARI. Da una parte l’Eni incassa una sentenza “di non doversi procedere” (nei confronti di quattro rappresentanti legali e di un direttore di stabilimento) perché i reati di avvelenamento e disastro ambientale colposi nel tratto di mare davanti al Petrolchimico sono prescritti. Dall’altra, a otto dirigenti (Syndial e ex Polimeri) è arrivata la notifica di conclusione delle indagini preliminari (erano indagati per disastro ambientale colposo e deturpamento delle bellezze naturali nella famosa “darsena dei veleni”) che si tradurrà quasi certamente in una richiesta di rinvio a giudizio. Tutto questo accade proprio mentre il pool difensivo del gruppo Eni si prepara alla partenza per Boston dove verrà sottoposto a un gruppo di consulenti americani uno studio integrale sullo stato ambientale (acqua, fauna, suolo e aria) di Porto Torres. L’intento degli avvocati Piero Arru, Carlo Federico Grosso, Mario Maspero, Fulvio Simoni, Grazia Volo e Luigi Stella è quello di dimostrare che non può essere imputabile a Eni lo sversamento in mare delle sostanze inquinanti (in particolare benzene). Già durante l’incidente probatorio chiesto dal sostituto procuratore Paolo Piras gli stessi consulenti americani avevano detto che la barriera idraulica – sistemata proprio per proteggere il mare dall’inquinamento – era efficace e la presenza di benzene nelle acque della darsena non poteva quindi derivare dal suo malfunzionamento. L’avvio dell’inchiesta. Dopo mesi di accertamenti e audizioni di testimoni da parte della capitaneria di porto e dei carabinieri del Noe, coordinati dal pm Paolo Piras che segue l’inchiesta con il procuratore in persona, Roberto Saieva, erano stati iscritti nel registro degli indagati il rappresentante legale di Syndial Spa Alberto Chiarini, il responsabile gestione siti da bonificare Francesco Papate, il responsabile Taf Management (Taf è l’impianto per il trattamento delle acque di falda) Oscar Cappellazzo, i responsabili dell’area operativa Taf Gian Antonio Saggese e di salute, ambiente, sicurezza del Taf Francesco Leone, il rappresentante legale di Polimeri Europa Daniele Ferrari, il direttore di stabilimento Paolo Zuccarini e il responsabile della sezione Hse (salute, sicurezza, ambiente), Daniele Rancati. A tutti veniva contestato di «non aver adottato le opportune cautele» e di aver quindi «cagionato un disastro ambientale per lo sversamento in mare di sostanze inquinanti». I periti del gip. Su richiesta del pubblico ministero il gip a maggio del 2012 aveva affidato a cinque periti l’incarico di effettuare «le necessarie verifiche nella darsena del porto industriale di Porto Torres e nel tratto di mare contiguo o limitrofo» attraverso il campionamento di reperti delle acque «superficiali o sotterranee, marine o no, di suolo o sottosuolo, e la successiva analisi». I periti avevano in sostanza il compito di accertare la presenza di sostanze chimiche inquinanti e di stabilirne natura, concentrazione e origine. Il compito era anche quello di accertare la provenienza e le modalità con le quali quelle sostanze potevano essere arrivate al mare. E infine stabilire se si stesse facendo il possibile per ripulire il sito. I periti del giudice avevano accertato che la barriera idraulica collocata da Eni era uno strumento inefficace a bloccare gli agenti chimici. I consulenti della difesa. I difensori dei due colossi di Eni avevano opposto uno studio corale realizzato da quattro esperti americani – uno di questi è giudice amministrativo federale – che avevano assicurato: la barriera idraulica realizzata a Porto Torres per bloccare l’inquinamento verso il mare assolve alla sua funzione, perfettamente. E, soprattutto, se nello specchio della darsena arriva acqua dolce (secondo i periti del gip era acqua di falda inquinata che superava una «inefficace barriera idraulica») è perché proprio lì «c’è una condotta fognaria che perde». Condotta della rete comunale e «non certo di Eni» avevano chiarito i super esperti statunitensi. Ora bisognerà attendere il passo successivo: ci sarà o no un processo?

    • marzo 8, 2014 alle 1:00 pm

      da La Nuova Sardegna, 8 marzo 2014
      Gli ambientalisti: ora ci pensi il Ministero-
      L’appello: subito il risanamento. Michela Murgia: «La politica ha aiutato gli avvelenatori a farla franca». (Gianni Bazzoni)

      SASSARI. Non abbassare la guardia, e fare in modo che il treno delle bonifiche – che già viaggia lentamente – non si fermi per sempre. Le reazioni dopo la decisione del Tribunale di Sassari sono tutte rivolte in questa direzione. Di fronte a una situazione così grave di inquinamento, il Gruppo di intervento giuridico lancia un appello: «Proviamo a rimediare: il ministero dell’Ambiente e le altre amministrazioni pubbliche competenti devono adottare i necessari provvedimenti ripristinatori (articoli 299 e successivi Codice Ambiente) e di risarcimento dei danni (articoli 311 e successivi). Infatti, si tratta senza dubbio di una situazione di grave danno ambientale, così come prevista dall’articolo 300 del decreto legislativo n. 152/2006. E se non fanno nulla cosa dobbiamo pensare?». Daniele Cocco, consigliere regionale di Sel, si rivolge direttamente al nuovo presidente della giunta e all’intero consiglio regionale: «Hanno il dovere morale di intervenire su una situazione che da troppo tempo chiede attenzione alla politica a tutti i livelli». Tra i primi atti legislativi del nuovo gruppo Sardegna Vera, che raggruppa i consiglieri regionali di Upc, Psi, Idv-Verdi e La Base, ci sarà una proposta di legge per imporre alle aziende che vogliono insediarsi in Sardegna con attività potenzialmente inquinanti o dannose per l’ambiente, di versare nelle casse della Regione una cauzione a garanzia delle future bonifiche per il ripristino delle condizioni ambientali del territorio. Sardegna Vera si rivolge a Francesco Pigliaru e chiede «misure stringenti che proteggano il territorio e prevedano azioni per le bonifiche». Michela Murgia, scrittrice e candidata presidente di Sardegna Possibile alle ultime regionali, commenta sarcastica: «Avvelenare la terra e chi ci vive è un reato di poco conto, che si dimentica col tempo. Questo vuol dire prescrizione, ma non è solo colpa di una giustizia arrivata troppo tardi. Sono anni che la politica italiana, senza nessun contrasto da parte di quella sarda, ha permesso e continua a permettere che questo avvenga, facendo leggi che aiutano gli avvelenatori a farla franca. Aspettiamo ansiosi – ha aggiunto Murgia – che il neopresidente Pigliaru prenda posizione contro il suo partito per la promessa di impunità (nel decreto Destinazione Italia) che lascerebbe alla Sardegna tutte le ferite aperte dall’industrializzazione senza regole».

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      Il sacco del territorio lascia solo devastazione.
      La grande illusione della chimica che ha generato 15mila posti di lavoro Un periodo d’oro in cui non è stata costruita alcuna alternativa credibile,

      SASSARI. Il reato c’è stato, si sa anche chi l’ha commesso, ma il tempo è scaduto. Il processo è andato per le lunghe e chi era stato chiamato sul banco degli imputati non è più giudicabile. La zona industriale di Porto Torres è simile a molte altre, in Italia, dove finora nessuno ha pagato per le devastazioni che hanno cambiato i connotati a un paesaggio stupendo, che hanno cancellato nuraghi e corsi d’acqua, alimentato il rischio di malattie e di morti per la presenza di sostanze cancerogene in atmosfera, nei terreni, nelle falde acquifere e in mare. Troppo tardi. Il problema di fondo è che i reati per il danno all’ambiente e alla salute pubblica vengono scoperti sempre con grave ritardo, come in questo caso. E quando si arriva a mettere in piedi un procedimento giudiziario, chi ha originato le devastazioni non c’è più, le società sono cambiate. E con i tempi anche la legislazione ambientale ha una severità e richiede controlli e autorizzazioni che prima non erano neppure nei pensieri di chi – dai governi nazionali e regionali – canalizzava flussi di risorse finanziarie per sostenere imperi che hanno saldato un legame forte tra politica e grandi imprese. Insomma, tra potenti. Gli ultimi. Può capitare – spesso è così – che il cerino rimanga nelle mani degli ultimi, quasi sempre direttori di stabilimenti ormai cannibalizzati, vicini alla rottamazione, o di responsabili di sistemi che ormai sono avviati a fine corsa. La Sir di Rovelli. Anche a Porto Torres si è registrato lo stesso finale. Dalla Sir di Nino Rovelli, capace di creare decine di società per inglobare flussi inesauribili di finanziamenti pubblici, fino all’Eni, con la sua miriade di aziende che ancora oggi – per ragioni diverse – sono presenti nella zona industriale turritana. Succede quello che tutti sapevano, anche se molti hanno fatto finta di girarsi dall’altra parte e di turarsi il naso. Gli effetti dell’inquinamento selvaggio, degli scarichi incontrollati nei terreni e nelle acque sono saltati fuori in maniera terribile solo alla fine. Dopo la grande fuga. La prescrizione. L’Italia è forse l’unico paese al mondo nel quale la prescrizione continua a decorrere per i tre gradi di giudizio, ed è spesso quella “scappatoia legale” che viene ricercata per premiare imputati eccellenti. O, comunque, pezzi di società importanti. Così è andata. I 39 Sin. La zona industriale di Porto Torres figura tra i 39 Siti di interesse nazionale, è al centro del Piano delle bonifiche, ma il problema maggiore è rappresentato dal fatto che le società responsabili dell’inquinamento hanno cercato in tutti i modi di non pulire il territorio contaminato. Un po’ giocando a scarica barile, riconoscendo soprattutto all’era rovelliana la gran parte delle devastazioni. E un po’ minimizzando danni che, invece, sono gravissimi e che condizionano pesantemente anche i conti dello Stato (specie se si considera quanto incidono le conseguenze sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulla rivalutazione della risorse naturali). Manca un piano. Il grande errore è sempre all’origine. Nella mancanza di idee e di contributi per un piano di sviluppo capace di valorizzare le risorse del territorio e non di annullarle con l’azione del più forte. Per la chimica e la grande industria è accaduto così a Porto Torres. E quell’angolo di Sardegna di fronte al mare è uno degli esempi emblematici. Quando venne costruito il pontile del Petrolchimico non servirono grandi studi e valutazioni di impatto ambientale. Arrivò anche Giulio Andreotti, per il Governo nazionale: si guardarono intorno e la domanda fu una sola: «Va bene qui? Sì, mi sembra il posto giusto, costruiamolo qui». La grande illusione. Tanto lavoro, salari interessanti che portavano migliaia di persone a scegliere la fabbrica piuttosto che altri impieghi. Porto Torres ha raggiunto anche 15mila occupati negli anni d’oro della chimica. Così lo stabilimento cresceva e l’economia andava di pari passo. Un pallone gonfiato che ha finito per esplodere perché, alla fine, il Petrolchimico è rimasto un gigante con i piedi di argilla. E si è accasciato su se stesso. Nessuno è riuscito a definire le produzioni a valle, a realizzare nella zona industriale i prodotti finiti, in pochi hanno pensato che il grave inquinamento non poteva essere nascosto a lungo e che i danni – in certi casi – sarebbero stati irreversibili. Perché si pensava al presente e non al futuro. Costi e benefici. I conti non tornano. La grande fabbrica ha diviso in due la Sardegna, ha generato due velocità, sul piano economico e produttivo, e nelle scelte per lo sviluppo. La monocultura della chimica ha succhiato tutte le risorse, ha spazzato via le idee e ha generato la convinzione errata che non fossero necessarie alternative. Che non servisse un piano B. I risultati di oggi sottolineano l’errore e l’incapacità di fronteggiare con armi adeguate il rilancio di un territorio bombardato in una guerra persa su più fronti.

  6. marzo 8, 2014 alle 2:42 pm

    da La Nuova Sardegna, 8 marzo 2014
    «Eravamo pronti a dimostrare la verità».
    I legali del colosso petrolifero: nessuna strategia, la decisione del gup è un atto dovuto. (Nadia Cossu)

    SASSARI. Partendo dal presupposto che la decisione del gup Carla Altieri fosse «un atto dovuto», Eni, per bocca di uno dei suoi avvocati, replica alle accuse (in particolare quelle mosse dagli indipendentisti di iRS) e chiarisce la propria posizione all’indomani della sentenza che ha ufficializzato la prescrizione dei reati a suo carico lasciando di fatto senza colpevoli l’inquinamento del mare di Porto Torres. «Abbiamo lavorato con i migliori cervelli delle università – ha spiegato l’avvocato Piero Arru – Per quanto riguarda l’avvelenamento delle sostanze alimentari hanno tracciato tutto il percorso del pesce pescato nel golfo dell’Asinara e poi distribuito per la vendita. E hanno così accertato che il 90% del pesce consumato in provincia di Sassari proviene proprio dal golfo dell’Asinara. Il fatto quindi che la pesca in quel mare non sia stata interdetta fa capire che evidentemente non c’erano tutti questi rischi. L’Organizzazione mondiale della sanità oltretutto ha stabilito che perché ci sia pregiudizio per la salute occorre che si mangi quel pesce inquinato tutti i giorni continuativamente per almeno trent’anni». Si dicono tranquilli: «Non abbiamo paura, i nostri consulenti hanno di fatto dimostrato che i consulenti del pm avevano commesso errori di carattere scientifico». Nel ripetere che il provvedimento della Altieri «è ineccepibile» Eni sostiene chiaramente di non aver mai avuto «alcun piano per far cadere i reati a suo carico in prescrizione. Ci siamo difesi nel merito e siamo assolutamente convinti del fatto che un eventuale dibattimento ci avrebbe comunque dato ragione». Ricostruiscono i legali Grosso, Maspero, Arru, Simoni, Volo, Stella il percorso giudiziario – con un’udienza preliminare durata ben tre anni – che ha portato alla prescrizione dei reati: la Procura inizialmente aveva ipotizzato il disastro e l’avvelenamento in forma colposa. In seguito tra la chiusura delle indagini (415bis) e la richiesta di rinvio a giudizio alcuni imputati minori avevano chiesto e ottenuto di essere sentiti dal pm. A quel punto la Procura aveva trasformato la contestazione da colpa a dolo arricchendo la condotta contestata agli imputati con ancora maggiori particolari. A quel punto in sede di udienza preliminare gli avvocati della difesa hanno chiesto la nullità della richiesta di rinvio a giudizio perché conteneva una contestazione di reato diversa rispetto al 415bis (che è di fatto un atto di garanzia per gli indagati). «Dopo tre anni di udienza preliminare – spiega la difesa – siamo stati rinviati a giudizio in corte d’assise dove abbiamo proposto la stessa eccezione di nullità che è stata accolta. E non c’era dietro una strategia dell’Eni ma un preciso diritto difensivo. La Corte d’assise a quel punto ha rimandato tutto alla nuova Procura che ha riformulato l’imputazione riconoscendo l’ipotesi colposa ed escludendo definitivamente quella dolosa». Ecco perché secondo i legali «non è giusto dire che l’Eni ha pensato bene di non farsi giudicare perché invece c’è stata piena collaborazione affinché si arrivasse a una veloce conclusione del procedimento e del processo. Noi non abbiamo mai chiesto un rinvio.

  7. marzo 9, 2014 alle 11:00 am

    da La Nuova Sardegna, 9 marzo 2014
    L’isola ferita e il silenzio della politica.
    La prescrizione ha fermato il processo Syndial e adesso rischia lo stop anche il “caso Quirra” . (Piero Mannironi)

    SASSARI. Oggi, nei giorni della rabbia e della delusione, nessuno potrà dire di essere innocente e di non avere debiti con la propria coscienza. Nessuno cioè potrà dire di non sapere e di non aver mai saputo. E proprio per questo motivo brucia ancora di più il fallimento giudiziario dell’inchiesta sull’inquinamento a Porto Torres. Un delitto senza castigo. Perché la prescrizione ha cancellato colpe e responsabilità, decretando una sconfitta della giustizia sostanziale, quella che pretende che vengano sempre saldati i conti per le regole infrante. Sterilizzando il discorso dai tecnicismi giuridici e dai bizantinismi procedurali, arrivando cioè alla sostanza vera del problema, in questi giorni è stato drammaticamente confermato il fatto che nei processi per disastro ambientale esiste un combinato-disposto che rende altissima la probabilità di non arrivare a una risposta di giustizia: il rapporto tra i tempi stretti di prescrizione e il ruolo dei consulenti tecnici. Già, i consulenti. In inchieste e processi di questo tipo, diventano una bussola per il giudice e per le parti. Con quello che dicono e certificano, con quello che non dicono, ma soprattutto con i tempi che chiedono per il loro lavoro, i periti diventano i veri arbitri. Sono loro, alla fine, che stabiliscono i tempi del processo e diventano strumenti formidabili nelle mani di avvocati che ovviamente puntano al primo risultato utile possibile: la prescrizione, per questi reati vergognosamente breve. Poligoni e veleni. È una realtà cruda che le paludate parole che rivendicano il sacro principio dei diritti della difesa non riescono a mascherare. E infatti, guarda caso, un altro processo per disastro ambientale, quello per i veleni di Quirra, sta correndo fatalmente verso il binario morto della prescrizione. E allora a nulla saranno serviti il coraggio e la determinazione di un procuratore come Domenico Fiordalisi che ha sfidato il potere militare per fare luce sulla devastazione operata per mezzo secolo su oltre 13mila ettari di Sardegna. Si diceva prima che l’età dell’innocenza è finita da molto tempo. Da almeno vent’anni esistono infatti studi e ricerche epidemiologiche che legano aree industriali e militari inquinate a un’insorgenza anomala di gravi patologie. Soprattutto tumori. E questa evidenza chiama direttamente in causa la politica. La sua ignavia e la sua debolezza, prima di tutto. E, in alcuni casi, forse addirittura la sua complicità. Mentre tragedie ambientali e umane si consumavano, la politica ha preferito nascondersi dietro le infinite dispute su metodi di rilevamento, in risultati di analisi non coerenti e quindi controversi, in silenzi sospetti e in minimizzazioni inquietanti. Un’eclissi della ragione che ha generato mostri. Come l’agghiacciante e rassegnata considerazione raccolta dal nostro giornale alcuni anni fa nella zona di Quirra: «Meglio un morto di cancro in più di un posto di lavoro in meno». Il lavoro e il diritto alla vita. La rinuncia della politica, che non ha avuto neppure il coraggio di fissare in legge limiti prescrittivi congrui, ha così prodotto addirittura il rovesciamento delle categorie morali e giuridiche che governano il vivere comunitario: il posto di lavoro visto come bene più prezioso del diritto naturale e costituzionale alla salute e alla vita. Una responsabilità enorme perché è stato inquinato fino alle fondamenta il patto sociale. Ma studi scientifici e documenti autorevoli, che raccontano uno scenario catastrofico, non possono essere ignorati o rimossi. Uno dei primi è la mappatura fatta nel 1994 dall’istituto di Igiene dell’Università di Sassari sulla mortalità da tumore in Sardegna. Una fotografia feroce dello stretto rapporto tra inquinamento industriale e crescita dei decessi per cancro. Uno studio che non spiega, che non ha la pretesa di scoprire il nesso causale tra agenti patogeni e malattia. Fotografa semplicemente un fatto. È insomma una presa d’atto di una situazione che non ha neppure bisogno di essere spiegata. Da quello studio emerge la mappa dell’inquinamento e della morte: Porto Torres, il Sulcis (soprattutto Portoscuso), Sarroch. La mappa della morte. Poi, nel 2006, l’allora assessore regionale alla Sanità Nerina Dirindin cercò conferme. Fece perciò monitorare quelle aree potenzialmente “stressate” dalle attività industriali e da quelle militari. Nacque così il “Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna”. Lo studio fu condotto dall’associazione temporanea d’impresa Esa (Epidemiologia Sviluppo Ambiente), formata da università di Firenze, Arpa Piemonte e le Asl di Milano e Roma, e finanziato dall’Unione europea. Il risultato fu quasi scontato: nelle aree industriali e minerarie della Sardegna la mortalità per tumori e malattie respiratorie, epatiche e dell’apparato digerente nel ventennio 1981-2001 è stata più alta delle media nazionale. A Porto Torres, il dato di cornice fu questo: rispetto alla media regionale, moriva il 4% in più degli uomini e il 9% delle donne. Numeri spaventosi. Ma scorporando il dato di Sassari città, che era incluso nella macroarea, si arrivò a numeri spaventosi. Per esempio, la percentuale dei sarcomi dei tessuti molli si impennava fino ad arrivare a un +77% negli uomini e +89% nelle donne rispetto alla media attesa. Nello stesso periodo, cominciarono a diffondersi anche alcuni dati inquietanti dell’area di Portoscuso che il giornalista Antonio Cederna aveva definito «un incubo». Secondo uno studio, l’incidenza dei tumori nel Sulcis era superiore di circa il 10% rispetto alla media sarda. Per alcuni tipi di patologie si arrivava addirittura a un +35%. Impietosa, poi, la fotografia della zona fatta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, nel febbraio 2001: «Nell’area insistono numerose aziende industriali, che con la loro attività hanno contribuito al grave degrado ambientale in termini di contaminazione dell’aria e delle acque, nonché alla contaminazione dei suoli all’interno e all’esterno dei siti operativi». Sul Sulcis cominciarono a filtrare anche alcuni dati che fino ad allora erano rimasti riservati. Come l’altissimo tasso di piombo rilevato nel sangue dei bambini di Portoscuso: il 50% in più di quello trovato nei bambini di Sant’Antioco. Piombo nel sangue. Nel 2008 l’Università di Cagliari nel corso di una ricerca affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro. E che dire, poi, dello studio su Sarroch pubblicato nella prestigiosa rivista internazionale di epidemiologia “Mutagenesis”?. Scrive l’équipe di studiosi: «I 75 bambini delle scuole elementari costituenti il campione nella ricerca presentano incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna (Burcei)». La certificazione definitiva che Porto Torres e il Sulcis-Iglesiente sono incluse in una lugubre geografia della morte del nostro Paese, è arrivata dallo studio “Sentieri”, commissionato dall’Istituto superiore di sanità. 57 aree marchiate con l’acronimo Sin (Siti di bonifica di interesse nazionale). Un dato che non ha bisogno di commenti: in queste 57 aree, tra il 1995 e il 2001, ci sono state 3.508 morti in più rispetto alle rispettive medie di mortalità regionale. La politica non può più nascondersi, non può più dire di non sapere.

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    La regione con l’area contaminata più vasta: 445mila ettari.
    I numeri del disastro in Sardegna.

    Nell’immaginario collettivo la Sardegna è l’isola del sole e del mare, la regione dalla natura incontaminata. Immagine bugiarda che nasconde una realtà di devastazione, di saccheggio e di morte. L’isola è infatti la regione italiana con l’area contaminata più vasta: 445mila ettari, centomila più della Campania. Il dato arriva dall’ultimo rapporto sui siti di interesse nazionale che devono essere bonificati. Porto Torres, il Sulcis-Iglesiente e il Guspinese sono le aree più critiche, dove l’inquinamento si coniuga con l’altissima incidenza di patologie gravi. Ma l’industria, con la sua drammatica eredità di fallimenti e di sofferenza, non è la sola colpevole. In questa geografia sono inseriti anche i poligoni militari del Salto di Quirra, di Teulada e di Capo Frasca. Simbolo di una devastazione silenziosa, troppo a lungo coperta dalla ragion di Stato.

  8. marzo 13, 2014 alle 2:50 pm

    da L’Unione Sarda, 13 marzo 2013
    PORTO TORRES . Processo civile dopo la recente prescrizione. «Pagate per i veleni». Il Comune chiede i danni al petrolchimico. (Patrizia Canu): https://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20140313093504.pdf

  9. aprile 28, 2014 alle 2:55 pm

    da L’Unione Sarda, 28 aprile 2014
    PORTO TORRES .Nessuna messa in sicurezza, superati i limiti di guardia. Residui a cielo aperto: Fiume Santo radioattiva. (Patrizia Canu): https://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20140428092252.pdf

  10. Pietro
    aprile 29, 2014 alle 2:02 am

    Se non fanno nulla dobbiamo pensare che possono essere denunciati per omissione di atti d’ufficio.Come può lo stato condannare se stesso ?

  11. gennaio 31, 2015 alle 5:53 pm

    la “santa” prescrizione s’avvicina a grandi passi.

    da L’Unione Sarda, 30 gennaio 2015
    Rischia la prescrizione il processo sulle bonifiche della Portovesme Srl: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2015/01/30/rischia_la_prescrizione_il_processo_sulle_bonifiche_della_portove-6-405788.html

    _________________________________________________

    da La Nuova Sardegna, 30 gennaio 2015
    Metalli pesanti a Portovesme, la difesa: reati già prescritti.
    Gli amministratori della Portovesme srl accusati di di aver abbandonato al loro destino le scorie attorno allo stabilimento. (Mauro Lissia): http://lanuovasardegna.gelocal.it/cagliari/cronaca/2015/01/30/news/metalli-pesanti-a-portovesme-la-difesa-reati-gia-prescritti-1.10767621

    ______________________________________________

    da CagliariPad, 30 gennaio 2015
    Bonifiche Portovesme, processo verso prescrizione.
    La questione è stata sollevata davanti al giudice del Tribunale di Cagliari sia dal pm Enrico Lussu che da alcuni avvocati difensori. Mentre fuori dal Tribunale alcuni manifestanti davano vita ad un sit-in contro le mancate bonifiche: http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=14891

  12. luglio 7, 2016 alle 7:29 pm

    da Sardinia Post, 7 luglio 2016
    Darsena dei veleni, il pm chiede tre anni per i manager Syndial: http://www.sardiniapost.it/cronaca/darsena-dei-veleni-pm-chiede-tre-anni-manager-syndial/

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