Calamità innaturali, disastri, morti e cialtroni.


Troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto che non ti fanno toccare l’albero nell’alveo ecco che l’alberello ti presenta il conto“.

Davanti al disastro provocato dagli eventi atmosferici in Veneto il sempre sorridente Ministro dell’interno Matteo Salvini non ha trovato di meglio che sciorinare la consueta cialtronata.

La colpa è dell’ambientalismo da salotto, non certo della sua Lega che governa il Veneto da vent’anni, favorendo la peggiore e più ottusa cementificazione dei suoli nel povero Bel Paese.

Non ha invece ancora detto nulla il Ministro Salvini sui nove morti causati da quella calamità innaturale chiamata abusivismo edilizio, che a Casteldaccia, in Sicilia, ha visto il Fiume Milicia esondare nel suo ambito naturale, colpevolmente punteggiato da ville e altre costruzioni abusive.

Come al solito, come in tante altre calamità innaturali che affliggono consuetamente questa Italia così cialtronescamente amministrata e governata.

Capoterra, alluvione (2008)

Capoterra, alluvione, cioè calamità innaturale (2008)

Eppure nulla s’impara, nulla cambia: il condono edilizio per gli immobili abusivi terremotati di Ischia è stato agevolato con il recente  art. 25 del decreto-legge 28 settembre 2018, n. 109 (Disposizioni urgenti per la citta’ di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze).

Altro che ambientalismo da salotto, siamo alla peggiore ipocrisia cialtrona, perché di abusivismo edilizio si può morire, ma si continua a fingere di non vedere.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

P.S. visto che è materia ostica per chi sventuratamente ci governa e ci amministra, proviamo a spiegarlo ancora con un semplice disegnino, comprensibile anche per un bimbo.

che cosa succede quando si costruisce dove non si deve

 

..e la villa abusiva di Casteldaccia era in area a gravissimo rischio idraulico.

Contrada Cavallaro

Casteldaccia, Contrada Cavallaro, in blu gli immobili presenti nell’area a gravissimo rischio idraulico

 

da Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2018

Maltempo, esonda un fiume vicino a Palermo e inghiotte una villa: 9 morti. Il sindaco: “Abusiva, ma c’era ricorso al Tar”.

A Casteldaccia, il fiume Milicia rompe gli argini e spazza via due famiglie: tra le vittime un bambino di 1 e uno di 3 anni. L’unico superstite: “All’improvviso l’acqua e il fango hanno sfondato i vetri, tutte le imposte”. Il procuratore capo di Termini Imerese: “Disastro totale” Il comandante dei vigili del fuoco: “Stento a ricordare una situazione simile”. A Vicari e nell’Agrigentino, tre persone investite da fiumi esondati. Un disperso a Corleone. Allerta arancione in 6 regioni.

Dodici morti in una notte, durante la quale si è “scatenato un inferno” che ha sfigurato le province di Palermo e Agrigento. “Un disastro totale”, lo chiama il procuratore di Termini Imerese, impegnato nell’accertare cosa del disastro di Casteldaccia, la zona più colpita dall’ondata di maltempo. Lì, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano, l’esondazione di un corso d’acqua ha causato la morte di 9 persone e distrutto due famiglie. Una strage. È successo tutto in pochi secondi, dopo l’ora di cena. Il fiume Milicia che rompe gli argini, l’acqua e il fango che raggiungono una villa al confine tra i comuni di Altavilla Milicia e Casteldaccia, sfondano i vetri dell’abitazione e la travolgono tutto. E poi altri torrenti esondati a Vicari e ad Agrigento, con auto investite dalla massa d’acqua e altri 3 morti. Dopo il Nord-est e la Liguria, dove anche oggi resta allerta arancione per il maltempo, tocca alla Sicilia essere piegata dall’ondata di pioggia e vento.

La villa sommersa dall’acqua – E nella notte, con il passare delle ore, l’esondazione del Milicia si è trasformata in una tragedia. Perché il corso d’acqua dopo aver rotto gli argini ha spazzato via un’intera villa dove vivevano due famiglie inghiottendo 9 persone, tra le quali due bambini di 1 e 3 anni. L’edificio è stato sommerso dall’acqua del fiume che, ingrossato dalle piogge cadute sabato, è uscito dal letto. L’acqua, una volta raggiunta la casa, è rapidamente arrivata al soffitto e le persone che si trovavano all’interno – due famiglie non proprietarie dell’immobile, ma affittuarie – sono annegate. In due, un uomo e una bambina, sarebbero riusciti a salvarsi perché erano usciti per andare ad acquistare dei dolci. Una terza persona rimasta fuori dalla casa ha lanciato l’allarme col cellulare aggrappandosi a un albero. “È accaduto tutto in pochi secondi, all’improvviso l’acqua e il fango hanno sfondato i vetri, tutte le imposte. Non abbiamo più capito niente. In pochi istanti l’acqua ha raggiunto il tetto. Io sono riuscito a uscire e salire sull’albero. Solo per questo mi sono salvato”, ha raccontato l’unico superstite agli inquirenti che conducono l’inchiesta – al momento contro ignoti e senza ipotesi di reato – sulla tragedia.

Eboli, pubblicità vendita appartamenti abusivi

Eboli, pubblicità vendita appartamenti abusivi

Il sindaco: “Era abusiva, ma non potevamo abbatterla” – La casa “era abusiva e pendeva dal 2018 un ordine di demolizione del Comune” ma era stato “impugnato dai proprietari dell’immobile davanti al Tar“, ha detto il sindaco di Casteldaccia, Giovanni Di Giacinto. “Da quanto ci risulta ancora il tribunale amministrativo non ha provveduto, per cui la demolizione non è stata possibile“. La pratica relativa all’ordine di demolizione disposto dal Comune di Casteldaccia dopo l’accertamento dell’irregolarità della costruzione è stata sequestrata dalla procura di Termini Imerese che sta indagando sulla morte delle 9  persone. L’impugnazione davanti al Tar del provvedimento emesso dall’amministrazione comunale ha bloccato l’esecuzione della demolizione. L’immobile non era sanabile in quanto realizzato a meno di 150 metri dal fiume, quindi in zona di inedificabilità assoluta.

Aperta indagine dalla procura –L’indagine, aperta dalla procura di Termini Imerese, è condotta dalla polizia in collaborazione con i carabinieri. “Ho visto un disastro totale”, ha detto il procuratore di Termini Imerese, Ambrogio Cartosio, dopo aver sorvolato in elicottero la zona di Casteldaccia. “Da primissime valutazioni, però, fatte sorvolando la zona, alcune costruzioni sembra siano molto più vicina all’alveo dei 150 metri di rispetto imposti dalle norme”, ha detto Cartosio prima che il sindaco chiarisse la situazione di quella villetta. Le parole del procuratore avevano trovato una prima conferma in quelle del sindaco di Altavilla Milicia, Giuseppe Virga: “La zona in cui è esondato il fiume è ad altissimo rischio, non solo per le condizioni dell’alveo che va ripulito ma per l’enorme numero di case abusive“, aveva detto il primo cittadino del comune separato da quello di Casteldaccia proprio dal fiume. “Lo denunciamo da anni – ha aggiunto – L’ultimo esposto è di un anno fa e l’ho fatto con l’ex sindaco di Casteldaccia”

Chi sono le vittime – Le vittime vivevano nel capoluogo, a Santa Flavia e Bagheria. Sono Rachele Giordano, di 1 anno; Francesco Rughoo, 3 anni; Federico Giordano, di 15 anni; la madre Stefania Catanzaro, 32 anni e moglie di uno dei tre sopravvissuti, Giuseppe Giordano; il nonno Antonino Giordano, 65 anni, e la moglie Matilde Comito, 57 anni; il figlio Marco Giordano, di 32 anni, e la sorella Monia Giordano, di 40; Nunzia Flamia, 65 anni. “È una tragedia immane”, ha detto il sindaco del paese, Giovanni Di Giacinto. Lo scenario apparso ai soccorritori, una volta tornata la luce, è totalmente devastato: un camper finito contro un muro, due auto accartocciate, sedie a sdraio sul tetto, e ancora oggetti sparsi su tutto il terreno.

Vigili del fuoco: “Un inferno” – “Si è scatenato l’inferno in pochissimo tempo. Stento a ricordare una situazione simile”, dice il comandante dei vigili del fuoco di Palermo, Pietro Foderà. “Alle 23 di ieri- racconta – sono arrivate in pochissimi minuti tantissime chiamate, da Vicari e da tutto il Centro Sicilia, e poi da Ficarazzi e da Casteldaccia. C’erano fiumi esondati e persone in grossa difficoltà”. Il comandante ripercorre i soccorsi: “Abbiamo mandato tutte le squadre disponibili nella zona tra Ficarazzi e Casteldaccia, in tutto tre squadre operative, oltre alla squadra dei fluviali e una squadra di sommozzatori“.

Maracalagonis, Baccu Mandara, cartello sequestro preventivo

Maracalagonis, Baccu Mandara, cartello sequestro preventivo

Un morto a Vicari, si cerca un uomo a Corleone – Sempre vicino Palermo, a Vicari, è stato trovato morto un uomo, Alessandro Scavone, titolare di un distributore di carburanti, che era a bordo di un’auto investita dall’acqua del fiume San Leonardo. Con lui un amico, sopravvissuto. I due erano andati a recuperare un giovane rimasto al distributore, che è riuscito a salvarsi lanciandosi dalla vettura. Risulta invece disperso Giuseppe Liotta, 40 anni, medico palermitano che si stava recando nell’ospedale di Corleone per prendere servizio: la sua auto è stata trovata in contrada Raviotta, tra Ficuzza e Corleone, sulla statale 118 interrotta in diversi punti per smottamenti ed allagamenti. Per cercare l’uomo, spiega il comandante dei vigili del fuoco, è stato “attivato il nostro servizio di droni per fare una ricognizionedall’alto. Più tardi attendiamo anche l’elicottero da Catania. Anche se l’elicottero Sar ha fatto una ricognizione, finora senza esito”.

Due vittime ad Agrigento – Altre due persone sono decedute nell’Agrigentino. I due giovani – un uomo e una donna, entrambi tedeschi – sono stati travolti con la propria auto da un torrente esondato a Cammarata. I vigili del fuoco stanno recuperando i loro corpi. La situazione nella provincia resta difficile. Tra sabato e domenica sono state evacuate 50 famiglie per la rottura degli argini dell’Akragas, mentre squadre fluviali dei pompieri hanno tratto in salvo 14 persone intrappolate in una struttura alberghiera a Montevago, a causa dell’esondazione del fiume Belice. Due treni sono stati bloccati, lungo la linea ferrata Palermo-Agrigento, da massi caduti sui binari. I vigili del fuoco e i carabinieri sono intervenuti, facendosi largo fra fango e detriti, fra Campofranco (Cl) e Comitini (Ag) per mettere in salvo 14 persone, mentre il personale delle Ferrovie è riuscito a liberare la parte anteriore delle rotaie consentendo al convoglio di giungere al primo bivio disponibile per far scendere i passeggeri che sono stati poi caricati sulle auto di servizio dei militari dell’Arma. Stessa situazione anche all’altezza della stazione di Cammarata, dove sono stati messi in salvo altri 4 passeggeri e 4 addetti ai trasporti.

Le altre regioni – Ed è in ginocchio anche il Nord-est, in particolare nel Bellunese in Veneto, ma anche in Trentino e in molte zone del Friuli. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è a Belluno. Per oggi la Protezione civile ha segnalato allerta arancione in tutte e tre le regioni e anche in Emilia Romagna, Calabria e Sardegna. Solo in Veneto, il maltempo ha “schiantato 100mila ettari di abeti”, ha spiegato il governatore Luca Zaia, che “dovranno avere una gestione rapida sull’asportazione e capire se sul mercato ci sia chi è interessante ad acquistare e trasformarli in prodotti industriali”.

da Il Corriere della Sera, 4 novembre 2018

IL RACCONTO. Il Veneto e il peccato originale degli abeti rossi amati da Rigoni Stern: «Quando vengono giù…»

L’errore di piantarne troppi dopo la Grande Guerra. La corsa dei volontari da tutta Italia è un incoraggiamento ad affrontare un disastro mai visto.  (Gian Antonio Stella)

Immensamente più forte e rabbioso del «vento Matteo» narrato ne Il segreto del Bosco Vecchio da Dino Buzzati («tutti ne avevano grande terrore. Quando si avvicinava, gli uccelli smettevano di cantare, le lepri, gli scoiattoli, le marmotte e i conigli selvatici si rintanavano, le vacche emettevano lunghi muggiti…»), il vento furente di lunedì sulle montagne venete ha lasciato devastazioni apocalittiche.

Non trova altre parole, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, per descrivere lo scenario di vaste aree prealpine dagli altipiani al Trentino alla Carnia: «Situazione apocalittica, boschi spazzati via, strade devastate, tralicci piegati come fuscelli». Certo, appena hanno potuto uscir di casa, tra case scoperchiate e tetti volati via e alberi sparpagliati a terra come grissini, Giorgio e Giuliano e Giovanni e Thomas e sua moglie Mara, invece che invocare l’arrivo degli elicotteri, dei caterpillar o dell’esercito erano già fuori con le motoseghe per liberare la strada che dalla contrada di Caracoi (Rocca Pietore) cala a valle. Forse trecento abeti rossi segati, agganciati col «zapìn» e rimossi. In cinque. Fino all’arrivo dei primi soccorsi.

Veneto, pianura alluvionata

Veneto, pianura alluvionata

E con loro sono accorsi centinaia e migliaia di volontari. Da tutta Italia. Prova formidabile di professionalità, di dedizione, di generosità. Un incoraggiamento ad affrontare un disastro mai visto. Che chiederà molti soldi («forse un miliardo, ipotizza Luca Zaia»), molti anni, molte fatiche. Decine di migliaia di persone senza elettricità , senza acqua, senza collegamenti telefonici. Ponti crollati. Strade franate. Case e tabià danneggiati. Enormi ammassi di pietre e sassi scivolati a valle. Torrenti e fiumi in piena stracolmi di alberi alla deriva. Laghi e bacini coperti da distese di tronchi di abeti rossi scortecciati, come nel caso della diga nel Comelico. E sullo sfondo l’incubo d’una stagione sciistica con le piste e gli impianti qua e là rovinati proprio alla vigilia dell’apertura delle funivie.

Certo non si è trattato di un fenomeno unico al mondo. Basti ricordare la «Tempesta Lothar» che nel ‘99 colpì l’Europa centrale causando 137 morti e abbattendo milioni di alberi dalla Francia alla Foresta Nera tedesca. O le distruzioni del 2015 in Toscana fatte da venti a 209 chilometri orari. Tutta colpa della Natura? In larga parte sì. Ma non solo.

Mario Rigoni Stern, i cui boschi asiaghesi sono stati ora devastati dalla tempesta, amava il peccio, o abete rosso: «È l’albero che è sempre stato presente e mi accompagna nella vita. Nella casa dove sono nato e ho trascorso la mia giovinezza, i mobili, le suppellettili, i pavimenti, le scale, le grandi e geometriche capriate del tetto, tutto era stato ricavato dai pecci dei nostri boschi: erano alberi feriti dalla guerra che per necessità di coltura, tra il 1919 e il 1922, si dovette abbattere. Da ragazzi, alla festa degli alberi, erano sempre piantine di peccio che mettevamo a dimora nelle ampie chiarie causate dai combattimenti; come sempre di peccio erano centinaia di migliaia le piantine che i miei compaesani piantavano appena la neve liberava il terreno».

Lui stesso però, già ventisette anni fa, riconobbe che dopo l’annientamento dei boschi dovuto alla Grande Guerra, «fu un errore impiantare boschi puri di peccio: la monospecie e la coetaneità hanno un equilibrio molto fragile perché parassiti di ogni genere, malattie fungine, insetti e inclemenze stagionali possono in breve tempo rendere vani lavoro e capitale».

Vale per l’Altopiano dei Sette Comuni, spiega Marco Borghetti, uno dei massimi esperti italiani, docente di silvicoltura ed ecologia forestale, ma vale anche per gran parte dei boschi demoliti: «È bellissimo l’abete rosso. Bellissimo. È un albero che può arrivare a 48 metri d’altezza ma riesce a crescere, grazie a radici che non affondano troppo, anche su “suoli sottili”, rocciosi, con poco spessore. Non ha le radici del larice, però. E quando viene giù, magari in un bosco molto folto e poco curato o addirittura lasciato a se stesso da anni, può abbattere uno sull’altro i pecci più vicini. È un problema, aver troppi abeti rossi, tutti abeti rossi».

«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera Daniele Zovi, generale della Forestale, autore di Alberi sapienti, antiche foreste dove scrive delle piante non come oggetti ma come «esseri sensibili che comunicano fra di loro». Esseri capaci di provar dolore: «Cos’è, l’odore della resina di questi giorni se non un urlo di dolore?»

Veneto, opere di urbanizzazione allagate

Veneto, opere di urbanizzazione allagate

Come ricorda Rigoni Stern in Arboreto selvatico, l’albero ha sempre «esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera». Tanto che Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, dice che «non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Lo sapevano, i nostri vecchi che si prendevano cura dei boschi dal Pollino alla Garfagnana, dalla Mesola al Cadore: i boschi dovevano avere un equilibrio.

E più ancora lo sapeva la Serenissima Repubblica, la cui vita stessa dipendeva da quei boschi. Per le palafitte su cui posa Venezia, per il marginamento delle isole protette da fittissime palizzate, per la legna delle fornaci di Murano, per l’arsenale che ai tempi in cui era il più grande cantiere navale del mondo e divorava abeti (per gli alberi) e roveri (per l’«anima» delle navi) e faggi (per i remi) e querce al punto che Iseppo Paulini, compilò nel 1608 perfino un manuale illustrato per mostrare come le piante vanno potate e come il diboscamento vada fatto per settori, creando un ciclo continuo che permetta la salvaguardia della foresta.

E guai a chi attentava a questo equilibrio perché, dice un documento del Seicento, «el dito desboscar è causa manifesta del far atterrar questa nostra laguna, non avendo le pioge et altra inundation alcun ritegno ne obstaculo, come haveano da essi boschi, a confluir in esse lagune». Chi segava alberi senza permesso finiva per anni «in una galea de condanati a vogar il remo con ferri ai piedi».

E tutto per evitare nuove inondazioni come quella del 1686 ricordata in una poesia: «Torna, amigo, el deluvio universal / piova continua e l’aqua sempre cresse / Venessia è deventada un gran canal / dove i cocai va a becolar el pesse».

 

Bosco, radura

Bosco, radura

 

(foto da mailing list ambientalista, M.F., S.D., archivio GrIG)

 

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  1. Claudio
    novembre 5, 2018 alle 3:42 am

    Come lo definisce Travaglio sul fatto, il cazzaro verde ha colpito ancora! Governano da 20 anni quelle regioni ma l’importante è dare addosso ai cinquestelle. Anche uno stolto vede che i poveri alberi caduti erano stecchini al vento, i centenari non sarebbero caduti in quel modo.

  2. caio
    novembre 5, 2018 alle 9:37 am

    La politica prima di parlare dovrebbe attendere gli esiti delle verifiche e dei report sui danni. Magari scoprirebbe che tanti schianti si sono verificati nei boschi coetanei
    (alberi tutti della stessa età) tagliati periodicamente con maggiore intensità ovvero proprio quelli resi dall’uomo meno naturali e quindi intrinsecamente meno resistenti e resilienti alle grandi avversità che ciclicamente si ripetono anche se con tempi di ritorno non regolari. D’altra parte è noto che più i boschi sono distanti dai modelli naturali più soffrono questi eventi straordinari. Ecco perché occorre andarci piano sia nei commenti del giorno dopo sia nelle azioni umane precedenti questi disastri sovente non rispettose degli equilibri naturali ma sottese sempre da un fine economico preminente. E l’ambiente purtroppo si che si riprende il maltolto, con gli interessi..

  3. novembre 5, 2018 alle 2:48 pm

    un po’ di buon senso, forse.

    A.N.S.A., 5 novembre 2018
    Costa, norma veloce per abbattimenti.
    Gruppo studierà proposta, abusivismo in Italia ha storia antica: http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/11/05/costa-norma-veloce-per-abbattimenti_9c8a08ad-550e-4977-9f1a-e216fb9447e7.html

  4. novembre 5, 2018 alle 2:52 pm

    nella stragrande parte dei casi non si demoliscono gli abusi edilizi perchè non si vogliono demolire. Tutto qui.

    da Il Corriere della Sera, 5 novembre 2018
    Casteldaccia, il Tar non ha sospeso l’ordine di demolizione della villetta.
    Nella villetta, travolta dalla piena del fiume Milicia, sabato notte sono morte nove persone: era abusiva e il Comune aveva emesso il provvedimento di abbattimento: https://www.corriere.it/cronache/18_novembre_05/casteldaccia-tar-non-ha-sospeso-l-ordine-demolizione-villetta-9fd977e6-e0e4-11e8-b7b1-47f8050d055b.shtml

    ___________________________________________________

    da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2018
    Casteldaccia, ricorso al Tar dei proprietari della villetta abusiva estinto nel 2011. Da allora poteva essere abbattuta.
    Il ricorso davanti alla giustizia amministrativa, di cui parlava domenica il sindaco per spiegare il mancato abbattimento, si era estinto per “perezione”: i proprietari non avevano prodotto altri atti e lo stesso aveva fatto il Comune di Casteldaccia. Il Consiglio di Stato: “L’ordinanza poteva – e doveva – essere eseguita”. Il sindaco del paese: “Non abbiamo fatto ricorso per esiguità di ricorso”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/05/casteldaccia-ricorso-al-tar-dei-proprietari-della-villetta-abusiva-estinto-nel-2011-da-allora-poteva-essere-abbattuta/4742836/

  5. novembre 5, 2018 alle 2:54 pm

    da Il Corriere della Sera, 5 novembre 2018
    Quella casa vicina alla fiumara che dovevano abbattere dieci anni fa.
    Nel 2008 i proprietari avevano ricevuto l’ordine esecutivo di demolizione. Ma era bastato il ricorso al Tar perché tutto l’iter burocratico si bloccasse per anni. (Gian Antonio Stella) (https://www.corriere.it/cronache/18_novembre_04/quella-casa-vicina-fiumara-ba207a0a-e07b-11e8-81e0-6ff57fd70801.shtml)

    Non si tiri in ballo la violenza del natura. Anche quella, ovvio, ha avuto un peso devastando le valli venete. Facendo crollare sui passanti gli alberi nei viali delle città. Portando distruzione e strazio in Liguria. L’uomo, però, ci ha messo del suo. Più ancora a Casteldaccia, dove due famiglie sono state spazzate via dalla piena del torrente Milicia. Pietà per i morti. Vecchi, donne, bambini. Ma tornano in mente ancora una volta, insieme con le parole del lutto e del dolore, quelle di Jean-Jacques Rousseau sul terremoto di Lisbona del 1755: «Non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case…». Non doveva stare lì, a pochi passi dalla fiumara, quella casa invasa dalle acque. Erano dieci anni che doveva esser abbattuta. Dal lontano 2008 quando i proprietari, che a quanto pare non ci vivevano neppure preferendo affittarla o prestarla ad amici («abuso di necessità»?), avevano ricevuto l’ordine esecutivo di demolizione. Ma era bastato il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale perché tutto l’iter burocratico si bloccasse per mesi, per anni, per lustri. Esattamente come è quasi sempre successo, soprattutto nel Mezzogiorno.

    Basti ricordare le reazioni belluine, un paio di anni fa, contro il sindaco di Licata Angelo Cambiano che aveva cercato di ripristinare la legge abbattendo almeno le più scandalose delle case fuorilegge lungo litorale (coro di abusivi: «perché proprio noi?») e rimosso infine dal consiglio comunale. Che evidentemente rimpiangeva Giovanni Saito, eletto e rieletto sindaco per otto volte (otto!) dagli anni Sessanta al nuovo secolo senza mai accorgersi del dilagare intorno a lui di villette e villini e casette abusivi. O rileggere di troppe promesse elettorali, come quella di Ciro Caravà, sindaco Pd di Campobello di Mazara, che fece la campagna elettorale giurando che non avrebbe mai permesso di abbattere le case abusive di Tre Fontane, un orrendo ammasso di edifici tirati su a ridosso dell’area archeologica di Cave di Cusa, Selinunte. O le campagne a favore dei soliti «abusivi per necessità» sparpagliati a decine di migliaia lungo tutte le spiagge calabresi, campane, siciliane. Come a Triscina dove, per fermare le ruspe prossime a buttar giù dopo decenni almeno i villini più vicini al mare si son fatti venire un’idea grandiosa: erigere delle barriere in acqua per «allontanare il mare».

    «Quello che davvero dà dolore», dice il sindaco di Casteldaccia, «È che non siamo riusciti a buttar giù quella casa nonostante le denunce. Quei nove poveretti non avrebbero fatto quella fine». Vedremo cosa dirà la magistratura. Certo è che la tragedia della cittadina palermitana poteva essere evitata. E non lo dicono solo i presidenti di Legambiente nazionale e siciliana Stefano Ciafani e Gianfranco Zanna, che si chiedono «quanti morti e quante tragedie dovranno ancor accadere prima che si comprenda che la vera e unica opera pubblica che è necessaria al Paese è la messa in sicurezza dei territori?» Lo dicono, tra gli altri, due documenti scovati ieri da Fabrizio Feo del TG3 Sicilia. Il primo è una Relazione geologica della Provincia Regionale di Palermo datata 2008. L’anno dell’ordine di demolizione mai eseguito della casa abusiva di cui parliamo. Denuncia il rapporto: «La concentrazione di popolazione e di costruito, di attività e di funzioni all’interno della pianura costiera e delle medie e basse valli fluviali (“Oreto”, “Eleuterio”, “Milicia”, “San Leonardo”) è fonte di degrado ambientale e paesaggistico e tende a depauperare i valori culturali e ambientali specifici dei centri urbani e dell’agro circostante». Degrado su cui torna una Relazione del marzo 2012 per la Revisione del Piano Regolatore Generale. Dove, a pagina 13, si legge: «In merito alla pericolosità idrogeologica bisogna precisare che il reticolo idrografico che interessa il territorio comunale di Casteldaccia è piuttosto fitto ed è caratterizzato da aste torrentizie in fase di approfondimento e da aree esposte a possibili fenomeni di esondazione».

    Di più: cita come «corsi d’acqua da salvaguardare, da vincolare e da attenzionare il Vallone di Casteldaccia, il Vallone Perriera, il Vallone Cubo e il Fiume Milicia» con i «loro numerosi tributari». E qua e là si insiste, tirando in ballo vari studi del 2000, del 2002 e del 2006, sul tema della mappatura delle zone di «pericolosità e a rischio idraulico di esondazione», invocando ad esempio la necessità «indispensabile» di estendere la «fascia di rispetto a non meno di 20 metri». In ambienti così, ovvio, l’abusivismo è un problema supplementare che amplifica i rischi. E la mancata demolizione degli edifici costruiti in aree franose o addirittura nei letti dei torrenti smette di essere una polverosa pratica burocratica, come spesso troppi Tar intendono, per diventare una questione vitale per gli stessi cittadini incoscienti e ciechi davanti ai pericoli. Ricordate i trentasette morti di Giampilieri e Scaletta Zanclea, sepolti sotto il diluvio e le frane nell’autunno del 2009? Accorso sul posto, il vescovo di Messina Calogero La Piana («gli occhi carichi di pietà, il tono severo», scrisse Felice Cavallaro) disse: «Non è colpa della natura. Qui le responsabilità sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà e di soccorso. Ma deve pur essere indicata la vera colpa». Parole difficili da dimenticare. E già sentite troppe volte nel nostro bellissimo e sciagurato paese. Parole troppo spesso inutili, a rileggere l’elenco ricostruito qualche anno fa da Toni Mira su «Avvenire» di tutti i processi per tanti disastri «non naturali» finiti nel nulla. Inghiottiti dal fangoso scorrere del tempo…

  6. novembre 5, 2018 alle 5:31 pm

    da La Repubblica, 4 novembre 2018
    Maltempo, Conte: “Un miliardo contro il dissesto”. Salvini: “Colpa dell’ambientalismo da salotto”. Pd: “Ha fatto condono, taccia”.
    Il premier in Sicilia: “La prossima settimana cdm per lo stato d’emergenza in più regioni. Le vite umane vengono prima dei vincoli ambientali”. Mattarella: “Solidarietà concreta”. Fico: “Serve giustizia”. Casellati: “Ora norme sulla ricostruzione”. Il ministro dell’Interno: “Pronti 250 milioni”. Ma apre una polemica: https://www.repubblica.it/politica/2018/11/04/news/maltempo_conte_sicilia_fico_salvini-210745013/

    ————————–

    Costa: “I vincoli sono un falso problema. Non bisogna costruire dove è pericoloso”.
    Il ministro per l’Ambiente “interpreta” il premier Conte che considera l’insicurezza figlia dei troppi lacci: “Parla dell’equilibrio fra regole e piccoli sacrifici ambientali per il bene collettivo”. E difende Salvini: “Critica un ambientalismo privo di visione che guarda solo all’oggi”. (Anna Maria Liguori): https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/11/04/news/costa_i_vincoli_sono_un_falso_problema_non_bisogna_costruire_dove_e_pericoloso_-210792051/?ref=box_det_rep_3

  7. capitonegatto
    novembre 6, 2018 alle 10:10 am

    I condoni edilizi sono quelli del 94 e 2003 ( e si sa bene chi era al governo in quegli anni ) , e se sono ancora pendenti le richieste di condono presentate propio grazie a quelle leggi , qualcuno ne dovrebbe rispondere. Ora entro 6 mesi, le famigerate conferenze dei servizi in capo ai comuni interessati , dovrebbero dire chi puo’ usufruire del condono e chi no , ma visto che in tutti questi anni non lo hanno fatto , come si puo’ pensare che lo facciano in 6 mesi !! E se lo faranno chiuderanno ambedue gli occhi e accoglieranno tutti ?

  8. novembre 6, 2018 alle 2:50 pm

    continuate così.

    A.N.S.A., 6 novembre 2018
    Alluvione: 26mila edifici a rischio. 72mila persone da mettere in sicurezza in un’area di 700 km2. (http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2018/11/06/alluvione-26mila-edifici-a-rischio_8deca82e-1c69-4dc8-97f1-ecfd44f70c8d.html)

    Sono 26.325 edifici realizzati in zone della Sardegna nelle quali il rischio alluvione è elevato, il 4,4% del totale di oltre 604 mila immobili presenti. Sono, invece, sono 72mila le persone (sempre il 4,4% del totale di oltre 1,6 milioni di residenti) che vivono in questi territori. Complessivamente si tratta di un’area ampia poco oltre 700 chilometri quadrati pari al 2,9% del totale di 24.100 km2. I dati emergono dal rapporto dell’Ispra sul Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio – Edizione 2018.

    Incrociando i dati con quelli disponibili nella banca dati della protezione civile regionale si scopre che su 377 Comuni dell’Isola 277 hanno predisposto un piano per rischio idraulico, mentre sono ancora 50 i Comuni che non hanno ancora trasmesso alcun piano (per nessun rischio) alla direzione generale della Pc regionale. Il report registra anche il rischio frane (molto elevato ed elevato) che interessa 1.497,6 chilometri quadrati di superficie regionale, pari al 6,2% del totale.

    _____________________________

    da Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2018
    Casteldaccia, Italia: perché i Comuni non demoliscono. In Sicilia eseguita un’ordinanza di abbattimento su 8.
    La villa doveva essere abbattuta nel 2011, ma era in piedi: è la foto di un diffuso patto di resistenza illegale tra enti locali e cittadini. Il pg di Palermo, Scarpinato: “Grave è che al costruttore abusivo non venga irrogata la sanzione prevista dalla legge fino a 20 mila euro”. (Giuseppe Lo Bianco): https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/casteldaccia-italia-perche-i-comuni-non-demoliscono/

  9. Stefano Martini
    novembre 6, 2018 alle 3:57 pm

    Nessuno dei governanti passati è esente da gravi responsabilità sulla gestione di ambiente e territorio. Inutile adesso elencare per l’ennesima volta le cause di ciò che accade in continuazione intorno a noi. Ma, a proposito di torrentelli che non si toccano mi torna in mente Genova qualche anno fa, dove i torrentelli li hanno toccati eccome, anzi li hanno proprio tombati con il cemento. Ormai anche il più sprovveduto è a conoscenza delle anomalie che contribuiscono a rendere più drammatici i disastri climatici che ci colpiscono, quando non ne sono la causa diretta [nella maggioranza dei casi].
    Ma evidentemente a molti, troppi italiani fa più piacere ascoltare in diretta il Ministro sorridente che nel bel mezzo della tragedia racconta la storiella dell’alberello che non si taglia e del torrentello che non si tocca. Pensavo che parole di dolore e cordoglio per i numerosi morti prendessero il posto della solita becera campagna elettorale. Mi sbagliavo. Complimenti vivissimi a lui ma anche ai suoi degni alleati. Credo proprio che non saranno migliori di chi li ha preceduti per quanto riguarda l’ambiente.

  10. novembre 6, 2018 alle 9:49 pm

    così, per completare il quadro.

    A.N.S.A., 6 novembre 2018
    Folla ai funerali delle vittime di Casteldaccia. I proprietari della villetta abusiva condannati nel 2010.
    Per la calca in Cattedrale ci sono stati anche momenti di tensione: http://www.ansa.it/sicilia/notizie/2018/11/06/folla-per-bare-vittime-casteldaccia_5cbaf3c0-4ea0-43fe-a277-ddff9287545e.html

  11. novembre 7, 2018 alle 7:10 pm

    la scoperta dell’acqua calda.

    da L’Unione Sarda, 7 novembre 2018
    Nell’Isola 26mila case abusive. Gli abbattimenti? Solo 35 all’anno.
    Secondo le stime 72mila sardi in pericolo a causa di case non a norma: https://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2018/11/07/nell-isola-26mila-case-abusive-gli-abbattimenti-solo-35-all-anno-136-794205.html

  12. novembre 9, 2018 alle 2:54 pm

    nel mentre, a Bagheria.

    da Il Corriere della Sera, 8 novembre 2018
    MATTONE «FUORILEGGE». Bagheria, l’ecomostro a rischio frana comprato dal sindaco 5 Stelle per farci un hotel di lusso. Il sindaco e una deputata vogliono un resort per rilanciare il turismo. Una mostruosità in cemento armato «ingentilita» da un salone vista mare e ingrandita con l’aggiunta di piani abusivi. La visura camerale fatta fare dal leader verde Angelo Bonelli. (Gian Antonio Stella) (https://www.corriere.it/cronache/18_novembre_08/bagheria-l-ecomostro-rischio-frana-comprato-sindaco-5-stelle-farci-hotel-lusso-47d11996-e3a0-11e8-85dd-706d19559ca8.shtml)

    Comprereste per 225 mila euro il rudere di un ecomostro abusivo tirato su sulla spiaggia di un’area a «elevata pericolosità» idrogeologica e impossibile da condonare? «Eccoci!», hanno risposto il sindaco grillino di Bagheria e una deputata dello stesso M5S. Vogliono farci un resort deluxe «per rilanciare il turismo». Il caso, però, rischia di fare il botto. Anche per gli imbarazzati silenzi di chi aveva parlato di «un modello Bagheria». Luigi Di Maio, già alle prese col contestato condono di Ischia, dirà che sì, un tempo si spinse in grandi elogi («Patrizio Cinque ci piace molto e gode della stima incondizionata del Movimento. Un esempio di come si possa prendere un Comune pieno di debiti e portarlo tra mille difficoltà alla normalità») ma aggiungerà d’aver già preso le distanze mesi fa dopo aver scoperto che quel sindaco aveva davvero la casa di famiglia abusiva e non condonata («ha pure querelato!») come lui pensava. È vero. Il guaio è che a dispetto della scomunica formale alla vigilia del voto del 4 marzo («Non è un sindaco del Movimento»), Patrizio Cinque risulta ancora del M5S perfino sul sito ufficiale del Comune. Come grillini sono tutti (tutti) i membri della giunta. E grillini i 15 consiglieri comunali (tre sono stati persi per strada) che reggono la maggioranza. Senza alcun anatema dall’alto, pur essendo Palermo e la sede del Consiglio regionale a una ventina di minuti d’auto.

    La fedelissima alla municipalizzata
    Ma partiamo dall’inizio. Cioè dal 5 maggio 2017 quando il primo cittadino della città un tempo celebre per le splendide ville barocche ora assediate da immonde porcherie cementizie, nomina alla municipalizzata comunale, la «Amb», una fedelissima: Caterina Licatini. Così fedele che non solo si batterà l’anno dopo per farla eleggere per il M5S alla Camera (insieme con un’altra grillina bagherese, Vittoria Casa, oggi silente) ma la coinvolge dieci giorni dopo, cioè lunedì 15 maggio (col di lei marito, l’architetto Liborio Toia), nella fondazione di una società, la «Nuova Poseidonia srl», con sede a Bagheria in via Zara 26. Un edificio a sua volta almeno parzialmente abusivo (dove risulta stare un bed&breakfast: «Zara») e coinvolto in un’altra richiesta di condono. Due giorni dopo, mercoledì 17 maggio, la neonata società del sindaco e della deputata, con l’aggiunta di un paio di soci, è già pronta a partecipare a un’asta andata deserta tre volte (la prima con base di partenza a due milioni di euro) per l’acquisto di quello che un tempo era il ristorante «New Orleans». Una sala da matrimoni e ricevimenti costruita a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta direttamente sugli scogli e la spiaggia del Sarello.

    Prezzo d’acquisto del rudere: 225 mila euro
    Una mostruosità in cemento armato «ingentilita» da un salone vista mare con le colonnine e gli affreschi (horror) e via via ingrandita con l’aggiunta di un terzo e poi un quarto piano abusivi. Prezzo d’acquisto del rudere, paragonabile solo a schifezze come l’hotel Alimuri di Vico Equense e come quello destinato con le regole di oggi a esser abbattuto con la dinamite, 225 mila euro. Soldi che poteva sborsare solo chi fosse stato convinto di poter davvero sistemare le cose buttando giù qualche metro cubo e irridendo alle normative vigenti, alle denunce ambientaliste, agli interventi della magistratura. Ma c’è di più. Il 18 maggio 2017 e cioè il giorno dopo aver comprato coi soci l’ex «matrimonificio» (il giorno dopo!), il giovane e disinvolto sindaco propone alla giunta di Bagheria da lui guidata un nuovo regolamento per l’acquisizione degli immobili abusivi. Regolamento che «interpreta», diciamo così, l’uso delle ruspe contro le costruzioni illegali già condannate da sentenze passate in giudicato. E riconosce agli abusivi il diritto di abitazione (che di fatto sospende le ruspe) finché il Comune non avrà i soldi (mai, con l’aria che tira) per pagare i caterpillar. E le abitazioni costruite entro i 150 metri dal mare? Dentro anche quelle. Ma come: Cinque non aveva già sbattuto il naso nel febbraio 2016, oltre un anno prima, contro una polemica rovente a proposito della casa di famiglia denunciata da Le Iene come abusiva? Non aveva già assaggiato la collera online degli stessi grillini indignati per la superficialità offensiva con cui aveva dichiarato che la casa era «sanata» fino a dover ammettere dopo un servizio di Piazzapulita («Ero convinto che l’iter fosse concluso, ma in realtà non è così») di avere raccontato a tutti una «inesattezza»? E tutto questo dopo tanti annunci di immediate demolizioni? Fatto sta che quattro mesi dopo, il 19 settembre 2017, la Regione dice che no, non va bene: il regolamento in alcune parti è «in netto contrasto con le leggi vigenti». Finché il nuovo segretario generale del Comune, Maria Daniela Amato, nella convinzione di potere un giorno o l’altro essere censurata, annulla tutto «in autotutela».

    La visura camerale fatta fare dai Verdi
    È il 12 ottobre scorso, un mese fa. Nel frattempo, c’è chi ha notato il gironzolare di qualche tecnico con il metro in mano intorno al rudere. Come mai questo movimento? Girano voci… Finché Angelo Bonelli, leader dei Verdi italiani, chiede ai suoi di fare una visura camerale, raccoglie materiale e denuncia tutto in Procura: l’ecomostro appartiene a quel sindaco e quella deputata di cui dicevamo. Sui quotidiani locali e sull’edizione palermitana di Repubblica grazie ai servizi di Antonio Fraschilla, scoppia un putiferio. Che però fatica, nonostante le denunce di vari esponenti democratici come Orazio Amenta, a detonare come meriterebbe sulle prime pagine. Finché, in coincidenza con la tragedia di Casteldaccia e i funerali dei nove poveretti sepolti dal fango nella villa abusiva, salta fuori una novità sconcertante. La spiaggia di Sarello su cui incombe ciò che resta del vecchio New Orleans, che dista non più di cinque chilometri proprio da Casteldaccia, è catalogata nella Carta della Pericolosità del Piano di bacino (siamo sempre nei dintorni del Milicia) come a «elevata pericolosità idrogeologica». E meno male che ci vogliono rilanciare il turismo il sindaco di Bagheria e la deputata grillina. Piazzata, pura coincidenza, alla Commissione ambiente…

  13. patt
    novembre 10, 2018 alle 2:14 pm

    Salve amici. A proposito di abusi che cosa ne pensate di questo “bel “residence che spero sia una bufala? http://www.casedelparco.it/index.php
    Pa

  1. novembre 6, 2018 alle 6:57 pm

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