Alluvione nelle Marche, ennesima calamità innaturale.


Undici morti, due dispersi (fra cui un povero bimbo), ingenti danni ancora da quantificare con precisione, un territorio devastato.

E’ il bilancio, ancora provvisorio, dell’alluvione che ha colpito nella notte del 15 settembre 2022 la zona di Senigallia, nelle Marche.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ancona ha aperto un procedimento penale per verificare eventuali responsabilità.

Si, è vero che in quelle aree in poche ore è piovuto (circa 420 mm) un terzo della pioggia che scende nel corso di tutto l’anno, è vero anche che questa tipologia di nubifragi fra la fine dell’estate e l’autunno sta diventando sempre più frequente, sarà anche effetto dei cambiamenti climatici, ma  è soprattutto vero che “risulta evidente che siano necessari diversi interventi per potere mettere in sicurezza il Fiume Misa in particolar modo all’interno dell’abitato di Senigallia e poco a monte dello stesso” proprio per ridurre “il più possibile la portata di picco che attraversa il centro di Senigallia” attraverso interventi di “laminazione” per “aumentare il più possibile la capacità di deflusso“.  

ISPRA, mappa del rischio idraulico e da frana in Italia (2017)

E’ scritto nel piano di ‘Assetto di progetto per la media e bassa valle del Misa’, predisposto in attuazione del piano di assetto idrogeologico (P.A.I.) dalla Regione Marche – Autorità di Bacino regionale nel marzo 2016 (approvato con deliberazione n. 67/2016).

Gli interventi necessariconsistono in prima battuta nella manutenzione ordinaria e straordinaria dell’alveo e nel dragaggio della parte terminale“, ma si ha “la necessità di riuscire a laminare, lungo tutto il bacino con opportuna gestione presidiata, circa 7.31 milioni di metri cubi per arrivare ad una portata transitante nel centro di Senigallia di 240 m3/sec“.

Nonostante l’assegnazione da parte di Legambiente della Bandiera Fiume Sicuro (Ecosistema rischio 2010, dicembre 2010) al Comune di Senigallia “da esporre nel territorio comunale come riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto” in tema di sicurezza idrogeologica, ben due gravi alluvioni in meno di dieci anni (nel 2014 – oggetto di un dibattimento penale in corso – e 2022) forse fan pensare a un territorio esposto a calamità innaturali, dove una buona parte di responsabilità è tutta umana.

Calamità innaturali che accadono fin troppo spesso nel povero Bel Paese, perché interessi speculativi, ignavia, incapacità sono la quotidianità, come non ci stancheremo mai di denunciare in ogni sede possibile e immaginabile.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

ISPRA, mappa dei fenomeni di dissesto franoso in Italia (2021)

da Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2022

Così le Marche hanno rivissuto l’incubo del 2014. Bacini d’espansione mai fatti, piloni in mezzo al fiume. “Sui rischi idrogeologici è rimasto tutto lettera morta”.

Senigallia finisce sommersa e piange i morti come nel 2014. Ma non c’è solo l’imprevedibilità. La storia del disastro della notte scorsa è di nuovo una storia di mancata prevenzione, di lavori non partiti, di opere non eseguite, di burocrazia invalicabile. Di progetti incagliati da 40 anni e mancata manutenzione: “Se fossero state in funzione le vasche progettate il Misa non avrebbe esondato”. (Martina Milone)

alluvione nella pianura veneta

da Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2022

Alluvione Marche, gli interventi approvati nel 2016? Niente per sei anni. E dieci mesi fa l’estensore della delibera denunciava: “Fatte scelte opposte, che non riducono i rischi per Senigallia”.

“Le aree di laminazione hanno un ruolo preponderante”, dice l’assetto di progetto approvato sei anni fa da Regione e Autorità di Bacino. Ma i lavori avviati e affidati al Consorzio di Bonifica non seguono le stesse priorità. A novembre scorso la denuncia di Marcello Principi, che nel 2016 era segretario dell’autorità di Bacino: “La connessione tra riduzione del rischio idraulico e le opere avviate, irrilevanti sulla mitigazione dei rischi per il centro di Senigallia”. E nelle more di interventi prioritari che non partono, due mesi fa l’arresto di un funzionario regionale che avrebbe usato gli appalti della manutenzione dei fiumi per ottenere favori. (Franz Baraggino)

Quando una tragedia ha un precedente dal quale sono passati otto anni, come nel caso dell’alluvione nelle Marche, l’unica cosa che dovremmo sentirci dire è che era stato fatto tutto il possibile. Ma non è questo il caso e l’eccezionale quantità d’acqua piovuta in poche ore non giustifica che, in tanti anni, di interventi volti alla prevenzione e alla riduzione del rischio esondazioni se ne siano visti ben pochi. Eppure la strada da fare e la direzione da prendere erano già state messe nero su bianco nell’assetto di progetto approvato dalla Regione Marche il 25 marzo 2016 con la delibera del Comitato istituzionale dell’Autorità di Bacino regionale firmata dall’allora governatore Luca Ceriscioli e dall’allora segretario generale dell’Autorità di Bacino, il geologo Marcello Principi. La priorità? Le vasche di laminazione per ridurre il volume delle possibili piene. Ma l’unica per cui sono partiti i lavori e solo lo scorso febbraio è quella prevista addirittura dagli anni ottanta. Delle altre vasche previste nel 2016 non si è più saputo nulla. Un bilancio clamoroso, dove gli altri lavori avviati non servono a mitigare i rischi. E’ stato lo stesso Principi a intervenire pubblicamente, il 25 novembre 2021, ponendo seri dubbi sulle scelte della Regione: “Rischiamo di fare opere costosissime e di non avere benefici”. Ormai in pensione, in quell’occasione ha parlato da cittadino di fronte alla II commissione del consiglio comunale di Senigallia, avvertendo che “la mitigazione delle piene, come riconosciuto a livello nazionale e internazionale, si fa a monte del bene che si vuole tutelare, e non a valle”. L’esatto contrario di quanto avvenuto fino ad oggi.

L’assetto di progetto consegnato e approvato a inizio 2016 è il risultato degli studi condotti da un gruppo di lavoro interistituzionale costituito dopo l’alluvione che aveva colpito la valle del Misa e i suoi comuni nel maggio 2014 causando quattro vittime. In un anno il gruppo produsse una relazione che individuava gli interventi prioritari e la stima dei fondi necessari: 100 milioni di euro per la messa in sicurezza dell’intero bacino del Misa, compresi i 48 milioni per le opere a priorità elevata da cui partire. Il sindaco di Senigallia, capofila per i comuni di OstraOstra VetereCorinaldo e Trecastelli dà l’ok insieme alla Provincia definendo le opere prioritarie “improcrastinabili“. In merito alle priorità il progetto è chiaro: “All’interno degli interventi ad alta priorità vanno considerati come principali quelli atti a ridurre la portata di picco pertanto le aree di laminazione hanno un ruolo preponderante“. In parole povere, prima di tutto bisogna intervenire a monte costruendo vasche che sottraggano volume all’onda di piena così da alleggerire il resto del percorso tra gli argini, a partire da quelli che attraversano il centro storico di Senigallia. Tra le risorse economiche già assegnate al bacino del Misa, la delibera del 25 marzo 2016 registra la disponibilità di 4 milioni dell’Accordo di Programma tra Regione e ministero dell’Ambiente del 2010, oltre ad altri quattro milioni di fondi europei per “l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi”. Il resto, scrivono Regione e Autorità di Bacino, è oggetto di richiesta di finanziamento già inserita nel Repertorio nazionale interventi difesa del suolo (Rendis).

Una road map definita e condivisa, dunque. Perché allora il geologo che ne firmò l’approvazione sostiene che la strada seguita è un’altra? A volere Marcello Principi in consiglio comunale erano stati i consiglieri d’opposizione del Pd Dario Romano e Chantal Bomprezzi, che hanno dovuto attendere otto mesi per riuscire a convocare la seconda commissione. L’intervento di Principi a novembre è duro: “Veramente non vedo la connessione tra riduzione del rischio idraulico e le opere avviate, irrilevanti sulla mitigazione dei rischi per il centro di Senigallia”. Le opere sono quelle decise dopo che nel dicembre 2018 la Regione di Ceriscioli affida i fondi europei già citati nella delibera del 2016 al Consorzio di Bonifica delle Marche. Nello schema di convenzione tra Regione e Consorzio del 17 dicembre 2018 si legge: “L’esatta individuazione degli interventi sarà effettuata su proposta del Consorzio di Bonifica delle Marche ed approvazione della P.F. (uffici regionali, ndr)”. Insomma, le priorità già definite sembrano messe da parte. E infatti tra gli interventi individuati ci sono opere mai menzionate tra quelle a elevata priorità nell’assetto di progetto, a partire dal prolungamento del molo di Levante nel porto di Senigallia. Ma anche il dragaggio del tratto più a valle del Misa e il rifacimento del ponte “2 giugno”, spiegherà Principi lo scorso novembre, non possono considerarsi prioritari rispetto alla necessità di fare interventi a monte, quelli in grado di “ridurre la portata durante le piene tramite lo stoccaggio temporaneo di parte del volume dell’onda di piena”. Il capogruppo del Pd in comune a Senigallia, Dario Romano, ha più volte cercato chiesto “il perché di una deviazione rispetto all’assetto di progetto”. “Ho anche esortato il Comune a rappresentare la richiesta di fronte alla Regione, che però risposte non ne ha mai date”, racconta oggi.

“Se avessimo realizzato tutto quello che era previsto nell’assetto di progetto approvato nel 2016 il rischio si abbatteva di tanto“, dice oggi il geologo Principi a ilFattoquotidiano.it. Quanto? “Impossibile dirlo rispetto alle condizioni verificatesi in questi giorni”, risponde, confermando però quanto detto in comune a novembre: “La priorità dovevano essere gli interventi a monte”. Al contrario, a tanti anni dall’alluvione del 3 maggio 2014 quello che la cittadinanza ha potuto vedere sono lavori che, al netto della necessaria manutenzione di alcuni tratti di argine, non ridurrebbero in alcun modo il rischio piene. Anche parte dei 4 milioni dei fondi dell’Accordo di Progetto del 2010 tra regione e ministero sono finiti nel rafforzamento degli argini. E lo Stato? I fondi per la sola progettazione delle opere proposte dalla Regione nel 2016 arrivano appena nel 2020: 321 mila euro per progettare una decina di milioni di interventi legati alle priorità definite nel 2016. Ai tempi della burocrazia si sommano le amministrazioni locali che cambiano, e così i commissari, i funzionari dei ministeri. E nelle more di interventi prioritari che non arrivano si finisce per interrogarsi sulla manutenzione ordinaria, che diventa priorità anch’essa, con argini ancora inadeguati e con la pulizia del letto del fiume mai portata a termine.

Come non bastasse, appena due mesi fa è stato arrestato un funzionario regionale perché sospettato di usare proprio gli appalti della manutenzione dei fiumi per ottenere favori: pieni di carburante, cene e una festa di laurea per la figlia, è l’ipotesi degli inquirenti. Così ad oggi di realmente utile è stato fatto poco. Nulla rispetto alle vasche di laminazione elencate nell’assetto di progetto per i fiumi Misa e Nevola. Anzi, tra quelle prioritarie si dava “per fatta” quella di Brugnetto, da situare dove i due fiumi si incontrano, perché “già in fase di appalto integrato”. Troppo ottimismo: i lavori di questa area di laminazione sono partiti solo a febbraio di quest’anno, gli unici. La sola “buona notizia” che la consigliera comunale Bombrezzi inserisce nella sua relazione sulla seduta del 25 novembre scorso, dopo l’intervento di Principi. “Dopo anni, le vasche di espansione dovrebbero partire, nel percorso di costruzione, da febbraio 2022. I lavori dovrebbero durare all’incirca 2 anni”, scrive Bombrezzi. Lo scorso 15 settembre il Misa e le piogge hanno deciso che due anni erano troppi.

(foto da mailing list ambientalista)

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  1. Donatella Mercatelli
    settembre 20, 2022 alle 9:32 am

    Questo uomo ha troppi interessi personali per la testa , altro che pensare a impegnarsi per aiutare nei problemi comuni! Certamente gli amministratori e tutti quelli che ricoprono incarichi pubblici dovrebbero cercare di svolgere con impegno, onestà, competenza e serietà il loro lavoro pagato con soldi pubblici. Grazie GrIG!

  2. ottobre 19, 2022 alle 3:03 PM

    da Salviamo il Paesaggio, 19 ottobre 2022
    Marche: Ambientalisti stanchi di fare sempre da capro espiatorio per responsabilità altrui. (http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2022/10/marche-ambientalisti-stanchi-di-fare-sempre-da-capro-espiatorio-per-responsabilita-altrui/)

    Secondo i gestori delle stazioni montane delle Marche (Catria, Nerone, Sarnano, Frontignano Bolognola) “la responsabilità del disastro” del 15 settembre “oltre alle precipitazioni eccezionali è degli pseudo ambientalisti integralisti e dei loro no”.

    Potremmo anche chiamarci fuori da questa polemica, dato che non ci riteniamo né “pseudo” né “integralisti”, ma è evidente che i gestori degli impianti di risalita puntano il dito su tutte le associazioni ambientaliste marchigiane che hanno chiesto una moratoria ad ulteriori sperperi di fondi regionali destinati a sovvenzionare stazioni sciistiche senza alcun futuro economico.

    Avrebbero potuto risponderci nel merito ma invece ci attaccano in maniera scomposta e delirante. Secondo loro, gli ambientalisti che da decenni denunciano, inascoltati, i rischi legati al riscaldamento globale e che non ricoprono alcun ruolo amministrativo, né hanno funzionari o tecnici nei posti di comando nei comuni, nelle provincie ed in Regione, sarebbero i responsabili dei 12 morti e dei milioni di danni dell’alluvione che ha colpito le province di Ancona e Pesaro.

    CIÒ NON SOLO È RIDICOLO, MA È FALSO E CALUNNIOSO.

    Invece gli amministratori dei comuni, delle provincie e della Regione, di ogni colore politico, che hanno avuto responsabilità in materia urbanistica e sulla gestione del rischio idrogeologico, non vengono nemmeno menzionati! Forse perché sono gli stessi che si prodigano per continuare a finanziare le stazioni sciistiche?? Un’altra falsità è sostenere che basta togliere alberi e ghiaia dai fiumi per risolvere il problema. Gli ambientalisti non sono mai stati contrari ad opere di mitigazione del rischio idraulico quando non trasformano i fiumi in canali, e nemmeno alla rimozione di tronchi in alveo o sotto le arcate dei ponti.

    Tuttavia per ridurre, e non annullare (perché ormai abbiamo superato il punto di non ritorno), gli effetti degli eventi eccezionali causati dal cambiamento climatico serve ben altro: servono estese “aree di laminazione” da ottenere anche spostando case e fabbriche, bisogna fermare la cementificazione del territorio, occorre piantare alberi e siepi e non tagliare centinaia di ettari di bosco con la pratica della ceduazione, serve un’agricoltura che non lasci scoperte larghe superfici di suolo e che non lo impoverisca dell’humus necessario a mantenerlo assorbente e stabile. Quanto alle piste da sci, le immagini che abbiamo del versante del Monte Acuto del Catria interessato dai lavori di ampliamento e di esbosco dimostrano chiaramente la forte erosione subita dalle stesse, con la creazione di profondi fossati, accumuli di ghiaia e dilavamento della superficie.

    Non si può escludere che il ristorante il Mandrale sia stato sepolto proprio dalla massa acqua, ghiaia e fango che è scesa dalle piste Belvedere, Travarco, Le Gorghe e Cotaline. L’eradicazione di circa 9 ettari di faggeta e l’assenza di inerbimento delle superfici scoperte, uniti alla forte acclività, hanno sicuramente amplificato il fenomeno meteorico.
    Relativamente al lago artificiale che dovrebbe essere realizzato a 1450 m. slm. vorremmo sapere come pensano di riempirlo, se in inverno l’acqua verrà utilizzata per la neve artificiale e d’estate le fonti si seccano (ricordiamoci delle autobotti di questa estate per abbeverare gli animali al pascolo!).

    Anche il famoso lago di Pilato sui Sibillini, che è in una grande conca naturale a 1950 m. slm. dove di solito nevica parecchio, si è prosciugato ed è tutt’ora a secco. Gli ambientalisti non vogliono “riserve indiane” ma una montagna che conservi bellezza e attrattività anche negli anni a venire, per offrire svago, lavoro e benessere anche alle future generazioni, e che non sia violentata dalle speculazioni e dagli interessi economici di poche persone con la complicità di amministratori compiacenti.

    Tre esempi della situazione sulle piste del Catria che non vengono mai fatte vedere.

    1) pista Travarco dalla strada provinciale 105 sotto il rifugio Cotaline: profondi ruscellamenti con trasporto di ghiaia;

    2) pista Belvedere ai piedi dell’ACUTO: profonde incisioni di un metro con asportazione di terra, ghiaia e pietra;

    3) profondo canale di circa un metro e mezzo tra la provinciale 105 e la pista di fondovalle, sotto il rifugio Gorghe e pista Belvedere: notevole asporto e ruscellamento di terreno misto con alberi sradicati.

    L’ALLEANZA DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE MARCHIGIANE:
    CLUB ALPINO ITALIANO, FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA, GRIG, ITALIA NOSTRA, LAC, LEGAMBIENTE, LUPUS IN FABULA, SALVIAMO IL PAESAGGIO, WWF.

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