Trent’anni fa, la legge n. 394 del 1991.


carta delle Aree naturali protette in Italia

La legge n. 394 del 1991, la legge quadro sulle aree naturali protette, compie trent’anni.

Luci e ombre.

Dimenticati, spesso minacciati, pur essendo fondamentali per la natura del Bel Paese.

Ne parla, da par suo, Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Lupo europeo (Canis lupus lupus)

da Il Corriere della Sera, 5 dicembre 2021

Pochi fondi, ritardi, instabilità: sui parchi si può fare di più.

Ingorghi burocratici e mercanteggiamenti partitici causano continui commissariamenti e carenza di direttori. (Gian Antonio Stella)

«Scusi, a che servono i castori vivi?», chiese perplessa una dama impellicciata a uno scienziato ambientalista. E lui: «A niente, signora, come Mozart». Antonio Cederna era deliziato da quell’aneddoto. Lo citava spesso perché racchiudeva un universo intero. Per questo vale la pena di recuperarlo oggi, nel trentesimo anniversario della legge che il 6 dicembre 1991 istituì finalmente, con 120 anni di ritardo rispetto a quello di Yellowstone, i parchi nazionali italiani. Tema: a cosa servono, i parchi? Boh, risponderebbero i principali leader politici italiani se riconoscessero quanto è dimostrato dagli archivi dell’Ansa, dove non trovi a pagarle oro delle citazioni sul tema. Da destra a sinistra: dei parchi naturali pare non importi un fico secco a nessuno. L’ultimo caso? La scelta, denunciata cinque mesi fa da Federparchi, di «dirottare 80 milioni di euro del programma “Parchi per il Clima” nel fondo destinato al contenimento degli aumenti delle bollette energetiche». Dirottamento rientrato solo dopo una serie di proteste.

Eppure anche l’ultima ondata di allarmi sollevata da Cop26 a Glasgow sulla salute del pianeta ha ribadito quanto il tema tocchi tutti. E non si tratti soltanto di una difesa della bellezza, del paesaggio, della poesia di un territorio come quello italiano benedetto dalla buona sorte, ma di una questione vitale che peserà sul nostro futuro.

La stessa visione di Benedetto Croce che proprio cento anni fa illustrò il suo disegno di legge «per la tutela delle bellezze naturali» associando «lo spettacolo di acque precipitanti nell’abisso, di cime nevose, di foreste secolari e di orizzonti infiniti» alla «stessa sorgente da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro, all’audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito di immagini e di pensieri», spiegò lo stesso Cederna, andava in qualche modo integrata. Non si trattava solo di una «carezza del suolo agli occhi» (e già sarebbe bastato) ma ancora di più: della «difesa della patria». Da proteggere anche attraverso un equilibrio corretto con la natura: un inestimabile valore ambientale, ecologico, economico, sanitario.

Passarono quarant’anni, da quella iniziale legge di tutela crociana alla prima proposta di istituire i parchi nazionali nel 1962. E altri ventinove perché il Parlamento, ancora sotto choc per l’incidente nucleare a Chernobyl (ricordate i dibattiti sulla tragedia ucraina e il basilico forse radioattivo in Liguria?) varasse finalmente, anche grazie all’irruzione di parlamentari verdi, la legge quadro di salvaguardia per una decina di nuovi parchi che si aggiungevano ai più antichi, quelli del Gran Paradiso e d’Abruzzo, creati così, senza un disegno preciso, men che meno strategico e di lunga gittata.

Camoscio d’Abruzzo (foto Raniero Massoli Novelli)

Troppo tardi, per tante parti preziose del nostro territorio. Lo dicono i rimpianti di Indro Montanelli nel 1966 su Punta Ala: «Chi se la ricorda prima del diluvio (di cemento)? Non si parla dei tempi in cui Berta filava. Fino a una diecina d’anni fa, sembrava destinata a restare, col suo intreccio di spiagge e di scogli, le sue pinete e i suoi “tomboli”, il cimelio e la testimonianza della Maremma dei macchiaioli, ormai tutt’intorno scomparsa. E in qualunque Paese civile a questa funzione di parco nazionale sarebbe stata adibita. Invece da Milano calarono i “valorizzatori”…» Risultato: «Una fungaia di casette e casoni».

Aquila reale (Aquila chrysaetos)

Trent’anni dopo quella legge di cui fu il primo firmatario, Gianluigi Ceruti ricorda tutto come un passaggio storico fondamentale per la salvaguardia di tante aree del nostro Paese. «Fu un passo in avanti decisivo. Decisivo. Certo, tutti noi sognavamo che portasse a risultati ancora migliori. Penso alle perenni difficoltà sulle risorse finanziarie. Alla mancata realizzazione di tante riserve marine. A certe prepotenze dei partiti. Alle resistenze che hanno impedito anche qui, in Polesine, di dar vita al parco del Delta…». Destino comune ad altre realtà, come quella del Parco del Gennargentu, ancora oggi impantanato in un «perverso senso dell’autonomia», per dirla con gli ambientalisti del Grig, il Gruppo di intervento giuridico assai critico su come «infinite compagini governative che si sono succedute negli ultimi trent’anni hanno tenuto in considerazione i cosiddetti gioielli del Paese».

I numeri, oggi, sono questi: ventitré parchi nazionali (più lo Stelvio, spartito fra la Lombardia, l’Alto Adige e il Trentino) finanziati quest’anno con 160/170 milioni di euro (anno buono, di solito ne arrivano una settantina pari a 46 euro a ettaro!), 134 parchi istituiti dalle Regioni in costanti difficoltà finanziarie (tra cui vari «parchi di carta» che non sono assolutamente in grado di controllare e men che meno difendere il territorio da bracconieri, piromani, abusivi…) e 29 aree marine protette.

Parco nazionale dello Stelvio, i tre settori

Pochissime, rispetto quelle previste dall’Ue: ogni Stato dovrebbe tutelare entro il 2030 il 30% delle proprie acque territoriali. Per ora, spiega il Wwf, siamo al 4.53% «che si abbassa all’ 1,67% se si considerano le aree che siano effettivamente ed efficacemente gestite». Per non dire dell’instabilità dovuta agli ingorghi burocratici e ai mercanteggiamenti partitici («I parchi ormai preda della politica» è il titolo d’un capitolo dell’ultimo report Wwf) che hanno causato un totale di 77 anni di commissariamenti (tre anni per ogni parco) e la carenza di direttori: al momento, su ventitré, ne mancano nove. Una situazione complicata. Troppo spesso trascurata.

Certo, che di questi tempi i ritardi accumulati sull’energia debbano avere una priorità rispetto ad altri temi è difficile da contestare. Ma non saranno un po’ pochi, in questo roteare di fantastilioni di miliardi in arrivo con il Pnrr, quei 100 milioni che verrebbero riservati ai parchi italiani, delegati a tutelare un milione e mezzo di ettari del nostro territorio più prezioso, che ospita (lo dice il Report Fauna Selvatica a Rischio di Legambiente) «uno dei patrimoni più ricchi di biodiversità con circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa»?

Ha ragione Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia e tra i patriarchi dell’ambientalismo italiano, a rivendicare come la situazione sia «molto ma molto migliorata rispetto a quando il territorio italiano protetto era solo lo 0,6%». A maggior ragione, però, in questi tempi di deroghe a pioggia per aggirare quei vincoli che solo in parte sono riusciti a contenere i danni in un Paese come il nostro, sarebbe un peccato non custodire gelosamente e rilanciare quei parchi che trent’anni fa riuscimmo, a fatica, a fare nascere.

Stambecco (Capra ibex)

(foto Raniero Massoli Novelli, J.I., S.D., archivio GrIG)

  1. donatella
    dicembre 7, 2021 alle 9:55 am

    I nostri politici pensano a tutto fuorchè all’Ambiente, come dire “barattare l’asino a poponi”
    Grazie GrIG!

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