La “battaglia del grano” fuori epoca.


Con decreto ministeriale del 7 ottobre 2020 (“criteri minimi nazionali per l’esonero degli interventi compensativi conseguenti alla trasformazione del bosco”) la Ministra delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Teresa Bellanova ha emanato un provvedimento dal sapore ottocentesco.

In applicazione del disastroso Testo unico in materia forestale (decreto legislativo n. 34/2018 e s.m.i.), detta le linee guida per esentare da misure compensativa i tagli boschivi finalizzati a creare aree agricole o pascolative.

Si tagliano boschi e macchia mediterranea per creare campi e pascoli, come cent’anni fa.

bosco e girasoli

Questa sarebbe la politica ambientale green, che fa l’indegno paio con la pretesa dei tagli boschivi senza controllo in aree tutelate con specifico vincolo paesaggistico (artt. 136 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i., in base a provvedimenti statali o regionali di individuazione).

Senza vergogna e senza decenza, almeno fin quando non vedremo la ministra Bellanova e il presidente Conte trebbiare il grano nell’agro redento.

In tal caso, se non altro, potremmo farci un paio di sane risate.

Gruppo d’intervento Giuridico onlus

da Italialibera.online, 3 novembre 2020

Ci vogliono foreste urbane. Altro che nuove bonifiche.

Anziché piantare alberi per purificare l’aria da polveri sottili e smog, i ministri dell’Agricoltura e dei Beni culturali assumono provvedimenti “mussoliniani”: tagliare boschi per fare campi agricoli. La “fame di terra” è però finita da un pezzo

Il corsivo  di VITTORIO EMILIANI

 Fra il ministero delle Politiche agricole e quello dei Beni culturali deve avere imperversato una tempesta di follia passatista. Mentre gli scienziati e gli ambientalisti veri, nelle aree urbane e suburbane italiane più ammorbate da smog, polveri sottili, virus vari volitanti, propugnano la creazione, da subito, di vere e proprie “foreste urbane” (in tal senso un bel convegno, prima del Covid, a Mantova), i ministri Franceschini e Bellanova rispolverano un provvedimento che va in senso esattamente contrario. 

Lo fa notare con osservazioni competenti e taglienti il Gruppo di Intervento Giuridico. La onlus ambientalista contesta un provvedimento per lo meno ottocentesco, per non dire “mussoliniano”, col quale si va a ripescare il taglio dei boschi per consentire nuove colture agrarie, nuove “bonifiche”. Una politica che rimonta al pauperismo di fine ’800, con la legge Baccarini per esempio, e che ebbe allora una nobiltà ed una efficacia sociale molto importante. Ma è un’epoca chiusa da decenni, come quella delle bonifiche delle “zone umide”, alcune delle quali – vedi la Valle della Falce nelle Valli di Comacchio – sono state opportunamente riallagate e lo stesso bisognerebbe avere il coraggio di fare per altre Valli perché la “fame di terra” è finita da un pezzo.  

Il provvedimento ministeriale va ovviamente contro il parere della Soprintendenza competente – scrive Stefano Deliperi per il Gruppo d’Intervento Giuridico – che è «finalizzato alla conservazione del valore ambientale/paesaggistico (aggiungerei oggi, con forza, “igienico-sanitario”, ndr) del bosco e della foresta, proprio perché bosco e foresta non sono banali cataste di legna come a qualcuno piacerebbe». E come invece è avvenuto per gli abbattimenti nel Bosco Demaniale del Marganai nel Sulcis «difesi dalla santa prescrizione», e per i tagli boschivi nella riserva naturale del Farma «di cui si occuperà il Tribunale di Grosseto». Ma dove vivono, cosa leggono, chi ascoltano questi decisivi ministri? Qui bisogna riforestare gran parte della stessa Valpadana oggi “pelata” da fare senso, l’area più inquinata d’Europa in tutti i campi. 

Bonorva, Campeda, taglio boschivo

dal sito web istituzionale del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, 7 ottobre 2020

Firmato decreto linee guida per interventi compensativi foreste.  Bellanova: “Patrimonio forestale strategico. Fondamentale l’armonizzazione delle procedure”.

Interventi di trasformazione delle aree boschive: firmato dalla Ministra Teresa Bellanova il Decreto che adotta le Linee guida tese a definire i “criteri minimi nazionali per l’esonero degli interventi compensativi conseguenti alla trasformazione del bosco”.

“In una materia così delicata come quella che riguarda il patrimonio forestale del nostro Paese è necessaria la massima chiarezza della norma e l’armonizzazione delle procedure applicate nelle diverse Regioni”, afferma la Ministra Bellanova. “Il decreto firmato, in applicazione dell’articolo 8 del Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali, è un passaggio importante che definisce in maniera condivisa gli interventi che le Regioni possono esentare dall’obbligo di provvedere ad opere compensative, evitando comportamenti difformi con possibili effetti distorsivi a carico degli operatori che operano in diverse aree. Completiamo così la procedura che aveva visto nella normativa di riferimento, il Testo unico delle foreste e delle filiere forestali, rafforzare gli strumenti di tutela delle foreste da cambiamenti permanenti dello stato dei luoghi, prevedendo per ogni procedimento di questo tipo non solo l’autorizzazione paesaggistica, già contemplata, ma anche la valutazione di assenza di danni e danni ambientali”.
 
Il decreto recepisce le indicazioni del Tavolo di concertazione permanente del settore forestale con i rappresentanti delle Regioni e delle Province autonome, ed ha ricevuto l’intesa della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano lo scorso 10 settembre.
In linea con il Testo unico in materia di foreste e filiere forestali, le Linee guida danno la priorità alla salvaguardia del patrimonio forestale ed individuano un elenco ristretto di interventi esentabili. Tra questi, di particolare importanza, è l’esenzione prevista per le trasformazioni richieste dagli imprenditori agricoli per ricavare aree ad uso agricolo e pastorale, purché l’attività agricola sia condotta continuativamente per almeno 10 anni. Analoga esenzione è prevista in caso di conversione di boschi di castagno in castagneti da frutto e per il ripristino di habitat di interesse comunitario o riconosciuti dalla Rete Natura 2000. ​

“Continuiamo a lavorare per lo sviluppo del settore forestale, a valorizzare e rafforzare la tutela, la resistenza e la resilienza delle nostre foreste, polmone verde di tutti gli ecosistemi, e delle diverse componenti delle filiere che lo caratterizzano”, prosegue la Ministra.

Che sottolinea: “La filiera bosco-legno è strategica per investire nell’economia circolare. Un investimento importante considerato che un terzo del territorio nazionale è ricoperto da foreste e boschi, radicati soprattutto in collina ed in montagna: un patrimonio nazionale strategico, anche grazie alla biodiversità che la identifica. Il nostro lavoro in questa direzione proseguirà con particolare impegno anche nell’ambito della definizione del PNRR con la Strategia nazionale per un sistema agricolo, agroalimentare, forestale, della pesca e dell’acquacoltura inclusivo e sostenibile che contempla azioni strategiche mirate a prevenire il dissesto idrogeologico, rafforzare la resilienza dell’agroecosistema irriguo, attuare una gestione forestale sostenibile”.

Appennino, un pessimo esempio di taglio esteso di una Lecceta, su suoli sottili


NOTA TECNICA

Punto centrale della Linee Guida è l’elenco degli interventi che le Regioni possono esentare dalle opere compensative. 
L’indicazione è esaustiva e le Regioni possono esclusivamente prevedere condizioni maggiormente restrittive.

L’elenco include:

a) le trasformazioni del bosco autorizzate per il ripristino di habitat di interesse comunitario o riconosciuti dalla Rete Natura 2000, laddove ciò sia previsto negli strumenti di gestione o pianificazione vigenti per i siti Natura 2000, i Parchi nazionali, e le altre aree protette o di interesse naturalistico;

b) le trasformazioni del bosco autorizzate in aree di interfaccia urbano-rurale al fine di garantire la sicurezza pubblica e la prevenzione antincendio, a condizione che l’eventuale rimanente porzione di soprassuolo conservi le caratteristiche di bosco e che nella porzione trasformata non vengano realizzate edificazioni o ampliate quelle esistenti;

c) le trasformazioni del bosco autorizzate in aree di pertinenza di immobili esistenti per riduzioni di superfici boscate non superiori a 2000 metri quadri a condizione che la rimanente porzione di soprassuolo conservi le caratteristiche di bosco e che nella porzione trasformata non vengano realizzate edificazioni o ampliate quelle esistenti;

d) le trasformazioni del bosco autorizzate, quando richieste da un imprenditore agricolo ai sensi dell’art. 2135 del codice civile per ricavare aree ad uso agricolo e pastorale. L’esonero dalla compensazione può essere concesso a condizione che le attività agricole e pastorali non cessino prima che siano decorsi almeno 10 anni dall’inizio delle attività stesse. Nel caso di cessazione delle attività prima di tale termine, cessa anche l’esonero di cui al presente decreto e il terreno conserva a tutti gli effetti la destinazione a bosco; i titolari delle autorizzazioni sono tenuti alle compensazioni previste ai commi 4 e 6 dell’articolo 8 del decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34;

e) le trasformazioni autorizzate per il recupero di aree dichiarate di interesse archeologico e storico artistico;

f) le trasformazioni autorizzate volte alla conversione di boschi di castagno in castagneti da frutto, con l’obbligo di ritorno alla destinazione originaria nel caso in cui cessi l’attività di coltura castanicola. L’esonero dalla compensazione può essere concesso a condizione che l’attività castanicola non cessi prima che siano decorsi almeno 10 anni dall’inizio delle attività stesse. Nel caso di cessazione delle attività prima di tale termine, cessa anche l’esonero di cui al presente decreto, il terreno conserva a tutti gli effetti la destinazione a bosco e i titolari delle autorizzazioni sono tenuti alle compensazioni previste ai commi 4 e 6 dell’articolo 8 del decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34;

g) le trasformazioni autorizzate per la realizzazione o adeguamento di opere di interesse pubblico e lotta dagli incendi boschivi nonché di opere pubbliche individuate dalle Regioni, se previste dalla normativa o dagli strumenti di gestione o pianificazione di dettaglio vigenti;

h) le trasformazioni che interessano una superficie forestale inferiore a 1000 metri quadrati.

Alghero, Porticciolo, taglio macchia mediterranea (sett. 2019)

(foto per conto GrIG, A.L.C., S.D., archivio GrIG)

  1. Diego Figueradi Villarios.
    novembre 7, 2020 alle 1:40 pm

    Non ditelo a Matteo 2 , se no dovremmo vederlo a petto nudo mentre lavora ai campi redenti.

  2. M.A.
    novembre 7, 2020 alle 5:46 pm

    Ma me lo auguro! Magari estirpassero tutte quelle odiose e schifose foreste di Eucalyptus dalla Sardegna favorendo colture cerealicole con metodi moderni e non impattanti per l’ambiente e la fauna!! Sai quanto tutto questo gioverebbe per la biodiversità? In pianura bisognerebbe salvaguardare la macchia mediterranea che costituisce dei biotopi da salvaguardare e valorizzare dando incentivi ai proprietari terrieri per eliminare tutte le reti metalliche e ripristinare le chiudende con muretti a secco e siepi con le essenze della nostra flora autoctona. Il ripristino del paesaggio agrario, che è stato perso in funzione delle monocolture estensive o a causa dell’abbandono totale, sarebbe un volano di sviluppo anche per le zone dell’ interno. Queste sono le politiche agricole e ambientali di cui avremo bisogno…altro che piantare un pino o un eucalipto e sentirsi ambientalisti!

    • novembre 7, 2020 alle 5:54 pm

      …forse non hai nemmeno letto il decreto ministeriale, che consente anche le trasformazioni dei boschi in terreni agricoli mediante taglio e in assenza di compensazioni…

  3. donatella
    novembre 7, 2020 alle 7:15 pm

    Grazie GrIG , anche di questi video , storia nostra, da tenere ben presente
    Speriamo che gli Italiani non siano sempre gli stessi di quelli che osannavano il Duce perchè stava sotto il sole a petto nudo e con gli occhiali da motociclista.

    Comunque questa Ministra Bellanova non ci voleva proprio , riconosce che i Boschi dell’Italia sono un patrimonio nazionale strategico, anche grazie alla biodiversità che li identifica…..e li dà in pasto ai tagliatori seriali perchè siano tagliati…..le solite farse comiche ….se non che non c’è da ridere ma da piangere

  4. novembre 7, 2020 alle 7:46 pm

    Dai trasformiamo la Sardegna in una nuova risorsa da sfruttare per la Monsanto! Via quei brutti pini che sono sempre il primo passo per rimboschire e via quei brutti brutti eucaliptus che aiutano ad eliminare acquitrini e soprattutto che formano efficacissime linee frangivento (e che infatti sono intelligentemente diffuse nelle zone più battute dal maestrale…)! Che la Sardegna torni a 2000 anni fa : un territorio spianato per essere un arido ed assolato granaio conto terzi!

    • M.A.
      novembre 7, 2020 alle 10:49 pm

      Viviamo in una tra le regioni più siccitose del Mediterraneo, con una desertificazione che avanza anno dopo anno. I tempi delle bonifiche sono finiti. Il problema non sono le piante utilizzate come frangivento, il problema sono gli ettari ed ettari di rimboschimenti piantari 30 anni fa utilizzando una pianta alloctona che forse soddisfa i Koala australiani, non la fauna sarda (eccezion fatta per opportunisti come cornacchie, volpi e cinghiali). Tutto questo con il beneplacito delle istituzioni e nel silenzio degli ambientalisti. Il problema, se così si vuol chiamare, sorge quando alcune politiche agricole e ambientali finanziavano la nascita di questi boschetti nei terreni privati oltre che nei cantieri forestali, per far si che la produzione di grano, uva, e altri cereali (storicamente coltivati) venisse ridimensionata per favorie un’equa distribuzione e produzione negli stati membri. La fine dell’agricoltura sostenibile in Sardegna. Tutto ciò incentivato poi da una generazione (1960-1970) che con un diploma in tasca accedeva alla pubblica amministrazione, abbandonando la campagna ma ereditando i terreni dei padri (contadini e pastori) non sapendo però che caspita farsene. Molti di coloro che non hanno venduto i terreni, destinati ai latifondisti per l’agricoltura estensiva, hanno usufruito dei finanziamenti per piantare questi alberi, al fine di avere legna da ardare. Questa è una delle tante ragioni per cui il Campidano oggi è invaso. Oggi che il cammino a legna stanno sparendo, a malapena lo utilizzano come componente del pellet. Personalmente, peferivo il paesaggio della Sardegna degli anni ’70. Hai visto le foto aeree? I boschi che tutti noi dovremmo salvaguardare sono quelli appartenenti alla nostra macchia. Il resto, a mio avviso, non dovrebbe esistere.

      • novembre 8, 2020 alle 7:31 am

        …e allora non ti sei reso conto che il decreto della Bellanova riguarda anche macchia e bosco mediterraneo, non solo l’Eucaliptus. In più, riguarda tutte le macchie e i boschi d’Italia, non solo quelli sardi.
        Buona giornata.

        Stefano Deliperi

      • novembre 9, 2020 alle 2:43 pm

        e ritorni con “le foto aeree” degli anni 70… il mondo è cambiato non lo sai? quindi tu vivi in una realtà congelata negli anni 70 dove si deve lasciare tutto esattamente com’era allora, pietraie, scontri e fortissime tensioni tra pastori e agricoltori, mancanza d’acqua, casette dalle assurde architetture dai colori fuxia, gialle o lasciate con mattoni a vista al posto delle case del centro storico (concetto allora non protetto come oggi…), boschi ridotti, meno vigneti, uliveti semi abbandonati, cereali, cereali e ancora cereali….be questo anni “70 forever” è una tua fantasia, forse non vuoi accettare che le cose cambiano, ma la realtà (per fortuna) è ben diversa!
        p.s. ma giusto per creare miti e invenzioni e un passato fantastico che non tornerà più, proprio nel periodo a cui tieni tu c’è stata la nascita di un’altro falso mito sardo: la birra. Oggi in qualsiasi tzilleri paesano si beve praticamente solo birra. Prima degli anni ’70 la tradizione sarda vedeva solo vino rosso nelle pause del pastore, al bar o in campagna. Ecco, vedi, il mondo cambia – sempre – e anche le stesse tradizioni (in genere più lente a cambiare) magari non ci facciamo caso, ma cambiano sempre anche loro!

  5. edi
    novembre 9, 2020 alle 7:05 am

    è evidente che tale deroga è stata introdotta per correggere le implicazioni che comporta la definizione di bosco data della legge forestale che di fatto impedisce di mettere a coltura buona parte dei terreni abbandonati dove si è insediata la vegetazione spontanea o di praticare la castanicoltura da frutto, tra l’altro in grado di ristabilire il paesaggio tipico di vaste aree d’Italia. Ma non solo, poiché in aree tutelate, per es. le praterie di terofite sono considerate habitat prioritari che in seguito all’abbandono delle antiche attività di uso del suolo (pascolo) subiscono una trasformazione. Il problema è che se le norme non vengono ben dettagliate si può crea una zona grigia. Dovremmo renderci conto che sarebbe meglio produrre gli alimenti a casa nostra e se l’intento è quello di favorire la ripresa delle coltivatori locali il provvedimento non è così sbagliato, altrimenti continueremmo ad essere sempre più invasi da prodotti alimentari esteri, anche ottenuti da vasti disboscamenti delle foreste amazzoniche e condotti con metodi superintensivi che portano alla distruzione del suolo.

    • novembre 9, 2020 alle 11:12 am

      ?? Il grano estero arriva in gran parte da aree del mondo già aride (Arizona – ovvero zona arida – ti dice nulla?) cioè tu nel 2020 vuoi riproporre il progetto sardegna /granaio? Tu vuoi disboscare per coltivare cereali e legumi con tutti i campi vuoi, incolti e abbandonati che già abbiamo in Sardegna ? Tu vuoi rendere arida la Sardegna come era anche solo 40 anni fa? Meno boschi, meno umidità, meno acqua naturale nel sottosuolo, più terreno instabile, più concimi chimici (stile pianura padana ormai devastata dalle colture intensive – devastando anche la salute dei propri abitanti)?? Ti ricordo che nei fantastici anni 70, oltre ad avere demolito gli ultimi scorci di centri storici paesani isolani (vedi orgosolo, fonni, Mamoiada….) non avevamo acqua! I bacini erano sempre vuoti! Quando oggi dobbiamo pure gettare in primavera acqua a mare perché per qualcuno ce n è fin troppa… Trasferisci in Arizona se ami i posti aridi, con colture intensive e con monopaesaggio!

  6. edi
    novembre 10, 2020 alle 7:19 am

    Prima di tutto non voglio fare niente, nemmeno dilungarmi su semplicistiche considerazioni climatiche, evidentemente ignare dell’incostanza del clima che caratterizza la Sardegna, però, mi pare che un lunghi periodi di siccità si siano verificati dagli anni ottanta fino ai primi anni del 2000 (Ricordo ancora la moria di numerosi alberi nel bosco), mentre ricordo inverni piovosi e nevosi negli anni 60 e 70 (chi lavorava in campagna sa di cosa parlo). Le considerazioni estrapolate da nozioni generali non si addicono alle valutazioni climatiche della Sardegna. Consiglio la lettura di contadini e pastori di Sardegna.
    Comunque per capire cosa volevo fare notare evidenzio che la legge forestale della Sardegna (con analogie riscontrabili in altre regioni) nella definizione di bosco include
    “c) le colonizzazioni spontanee di specie arboree o arbustive su terreni precedentemente non boscati, quando il processo in atto ha determinato l’insediamento di un soprassuolo arboreo o arbustivo, la cui copertura, intesa come proiezione al suolo delle chiome, superi il 20 per cento dell’area o, nel caso di terreni sottoposti a vincolo idrogeologico, quando siano trascorsi almeno dieci anni dall’ultima lavorazione documentata;”
    In molte aree della Sardegna bastano pochi anni affinchè in un terreno agricolo abbandonato si realizzi una copertura del 20%, pertanto tale definizione imporrebbe al proprietario che vuole di nuovo coltivare il proprio fondo il rimboschimento compensativo o in alternativa una lauta gabella . Cosa succede quindi a chi dispone solamente di quei terreni e vuole rimetterli a coltura? immaginiamo quali difficoltà avrà il giovane che ha ereditato dei terreni abbandonati da anni e vuole intraprendere l’attività agricola, come se non bastassero le insite difficoltà dell’attività stessa.
    Se consideriamo i tassi di abbandono e di ricolonizzazione dei terreni agricoli negli ultimi decenni sono evidenti le implicazioni. Se si vede l’intero quadro una soluzione va trovata, magari definendola meglio.

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