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Sanità (e non solo), impariamo a non ripetere gli stessi errori.


Roma, Viale Mazzini, sede della Corte dei conti

L’Italia deve gestire bene i fondi che giungeranno dal programma Next Generation Eu.

21 miliardi di euro saranno destinati a migliorare la sanità.

E non dovranno essere mal utilizzati, sarà il caso di imparare alla svelta come si gestiscono bene.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Cagliari, Ospedale SS. Trinità, il dott. A. Rotigni riceve la donazione GrIG (4 giugno 2020)

dal sito web istituzionale della Corte dei conti, 20 gennaio 2021

SANITA’, CORTE CONTI: MARCATE DIFFERENZE NORD-SUD USO RISORSE PIANO RIQUALIFICAZIONE.

Le risorse stanziate dal 1999 fino alla legge finanziaria del 2006 per il perseguimento di standard di salute, di qualità e di efficienza dei servizi da erogare soprattutto nei centri urbani delle aree centro-meridionali dell’Italia che, al riguardo, registrano ancora sensibili ritardi rispetto alle grandi metropoli del settentrione, sono state circa 1 miliardo e 200 milioni di euro. Degli originari 302 interventi che, a seguito di rimodulazioni, sono diventati complessivamente 258 effettivi, quelli conclusi sono stati 206, in esecuzione 23, in sospeso 10 e non ancora iniziati 19.

E’ quanto emerge dalla Relazione sugli “Interventi di riorganizzazione e riqualificazione dell’assistenza sanitaria nei grandi centri urbani”, approvata dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei conti con delibera n. 2/2020/G, che ha esaminato le attività intraprese con i fondi erogati alle Regioni ai sensi dall’art. 71 della legge n. 448/98, sulla base del Piano straordinario del Ministero della Salute, verificando lo stato di attuazione al 2018 di tale Piano, con riguardo ai profili finanziari, alla realizzazione delle opere finanziate ed al conseguimento degli obiettivi stabiliti dalla legge, con specifici aggiornamenti al 2020. In molti casi le risorse statali sono state impegnate per le costruzioni di nuovi ospedali cofinanziati anche con stanziamenti regionali o con fondi comunitari.

Durante l’istruttoria la Corte ha, fra l’altro, controllato lo stato dei lavori dei due più importanti ospedali della Capitale, S. Andrea e Umberto I, e ha esaminato l’avanzamento delle opere riguardanti, specificamente, l’Ospedale del mare di Napoli, l’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, l’Azienda ospedaliera Niguarda Ca’ Granda di Milano e il Nuovo Ospedale di Mestre.

Fra le problematiche rilevate sul territorio, con riferimento alla diffusione delle apparecchiature tecnologiche sanitarie, in particolare delle piattaforme di chirurgia robotica e dei ventilatori polmonari, l’istruttoria ha evidenziato “marcate differenze tra regioni del sud e quelle del centro-nord, con prevalente concentrazione di tali dotazioni strumentali in queste ultime”.

Anche dal punto di vista operativo, gli stati di avanzamento delle iniziative mostrano sensibili difformità a livello regionale nell’utilizzo delle risorse, mentre dall’analisi gestionale incentrata sull’effettiva utilizzazione dei fondi statali, con il coinvolgimento di diversi livelli istituzionali/amministrativi, è emerso che le aziende ospedaliere non sono in grado di soddisfare le esigenze di intercambiabilità del personale, con particolare riguardo per le figure professionali di tipo tecnico.

Per questo la Sezione raccomanda al Ministero di non limitarsi a svolgere un ruolo di “mero finanziatore” delle Regioni, ma a sviluppare, nell’espletamento dei suoi compiti, azioni di coordinamento, vigilanza e controllo, al fine di stimolare gli Enti ritardatari a portare a termine il programma.

Secondo la Corte, è opportuno, infine, introdurre modifiche normative per l’implementazione delle competenze intestate all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), sia in materia di supporto tecnico-contabile alle Regioni e agli enti in piano di rientro al fine di contenere la spesa per forniture di servizi di advisory contabile da parte di soggetti privati, che in tema di riduzione delle liste di attesa e di coordinamento a livello nazionale per le valutazioni di HTA (metodiche legate allo studio delle nuove tecnologie sanitarie da introdurre nel Paese).

Corte dei conti – Ufficio stampa

Corte dei conti, Sez. centrale controllo amministrazioni Stato, deliberazione 12 gennaio 2021, n. 2/2021/G

Roma, Corte dei conti, Caserma Montezemolo, scala interna

da Il Messaggero, 20 gennaio 2021

Se spendiamo così i soldi del Recovery Fund. (Andrea Bassi)

Lavori lumaca, risorse non spese, controlli mancati. Alla vigilia del Recovery plan, la relazione della Corte dei conti sugli «interventi di riorganizzazione e riqualificazione dell’assistenza sanitaria nei grandi centri urbani», è un macigno per le già labili convinzioni sulla capacità italiana di spendere soldi per realizzare opere. 

Lo si potrebbe considerare un manuale degli errori da non commettere, ma che invece sono stati inanellati uno dopo l’altro in un comparto, la sanità e la costruzione ristrutturazione degli ospedali, sul quale nei prossimi anni saranno concentrate notevoli risorse, 21 miliardi.

La storia raccontata nella relazione firmata da Mauro Oliviero, inizia 22 anni fa, nel 1999, quando furono stanziati 1.176.386.762,60 euro (1,76 miliardi) per migliorare l’assistenza sanitaria nei grandi centri urbani. E passi che «grandi centri urbani» è stato interpretato non come grandi Comuni, ma come «centro territoriale di riferimento dalle caratteristiche comuni dei problemi e dei bisogni», definizione che ha permesso di finanziare ospedali anche a Mestre, Budrio e Bazzano. Ma il punto centrale è che il programma di riqualificazione doveva funzionare esattamente come funzionerà il Recovery plan.

Leggere per credere: lo Stato avrebbe anticipato il 5% delle risorse alle Regioni per progettare gli interventi; nei sei mesi successivi, le Regioni avrebbero presentato i piani e un cronoprogramma e ottenuto un altro finanziamento; ogni sei mesi, poi, il ministero avrebbe dovuto verificare l’avanzamento dei lavori e, solo se questi ultimi avessero raggiunto almeno il 70% di quelli programmati, avrebbe erogato altre risorse. In caso contrario il progetto sarebbe stato stoppato e i finanziamenti revocati.

Risultato? Dopo 22 anni degli 1,76 miliardi restano da spendere ancora 315 milioni di euro. Dei 258 interventi programmati, spiega la Corte dei Conti, ce ne sono ancora 52 da realizzare. Per 23 di questi i lavori sono in corso, per 10 sono sospesi, per altri 19 non sono mai iniziati.

I ritardi ci sono al Nord come al Sud. Il Piemonte conta 19 interventi rimodulati ancora da completare, e nove non sono stati nemmeno avviati; in Calabria non è partito nessun progetto; nel Lazio erano previsti due interventi, l’Ospedale Sant’Andrea (completato) e l’Umberto I, rimasto al palo prima perché la sovrintendenza ci ha messo lo zampino e poi per le continue modifiche al progetto.

La Lombardia fa storia a sé. Ha completato tutti gli interventi previsti, solo che poi si è scordata di chiedere i fondi al governo (ha pagato di tasca propria). Lo stesso ministero ha dovuto sollecitare il Pirellone, altrimenti i soldi sarebbero finiti in prescrizione. C’è anche questo.

Le responsabilità.

Ma la verità è che la vera responsabilità per i 315 milioni non spesi, la Corte dei conti l’attribuisce proprio al dicastero della Salute. Questi fondi, spiegano i magistrati contabili, sono andati in «perenzione» da oltre 10 anni. Significa che sono stati cancellati dal bilancio pubblico e, momentaneamente trasferiti tra le passività dello Stato. L’anticamera della prescrizione.

Il ministero avrebbe dovuto controllare i cronoprogrammi presentati dalle Regioni per gli investimenti. Ma quando la Guardia di finanza si è presentata, dei cronoprogrammi non ha trovato traccia. Insomma, scrive la Corte dei Conti, il ministero è stato alla fine «un mero finanziatore» per le Regioni e non ha stimolato in queste ultime, «anche con poteri sostitutivi», la «corretta applicazione delle procedure di spesa».

La conseguenza, conclude la Corte, è «ad oltre 20 anni dal suo avvio, l’attuale stallo per molte opere, che sono ancora incompiute o mai realizzate».

C’è infine un altro punto analizzato dalla Corte: la diffusione territoriale dei ventilatori polmonari. Il 75% di questi dispositivi (ce ne sono 18.500 in tutto) sono ubicati nelle strutture sanitarie del Centro Nord. In rapporto alla popolazione residente c’è un ventilatore ogni 3 mila abitanti nel Centro-Nord e uno ogni 4 mila nel Sud. Una disparità, in tempi di Covid, inaccettabile.

Roma, Corte dei conti, Caserma Montezemolo, legioni romane in marcia (1936)

(foto S.D. archivio GrIG)

  1. gennaio 22, 2021 alle 10:39 am

    o che stiamo parlando molto di sanità e di salute fisica ma dimentichiamo che stiamo perdendo il resto. Esiste un grave problema culturale, un’emergenza giovanile al quale non si danno risposte, una progressiva perdita di valori che non possiamo nascondere dietro alla finanza e agli investimenti. Accadono intorno a noi fenomeni che indicano una deriva e uno sgretolamento del tessuto sociale al quale si pensa di dare risposta con social, web e velocità, sanvaccini salvifici ma l’informazione e l’etica si stanno rivelando inadeguate ad affronatre il futuro.

  2. capitonegatto
    gennaio 22, 2021 alle 11:59 am

    La sanita’ pubblica potrebbe funzionare meglio se, prima di tutto ci fosse tutto il personale sanitario occorrente , con le universita’ in grado di dare quello che serve , e in attesa di averlo , adottare il tempo pieno per tutti il personale presente , cosi’ come per i medici di famiglia .
    In parallelo , razionalizzare le strutture ospedaliere nelle regioni , evitando che i pazienti vadano in altre per mancanza di specializzazioni o tempi d’attesa.
    Attrezzature sanitarie da aggiungere e rivedere .
    Razionalizzare le strutture sanitarie private , che vanno usate tutte in convenzione, e che non devono essere un freno o concorrenti a quella pubblica.
    E qui che dovrebbe servire il MES , sempre che si faccia prima la lista della spesa e poi si vada a chiedere i soldi, e non viceversa.

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