Quanto suolo viene consumato in Italia.


Zerbolò, taglio del bosco di Venara

Zerbolò (PV), Parco naturale regionale del Ticino, taglio del bosco di Venara (2012)

E’ stato presentato il Rapporto sul consumo di suolo in Italia 2018 predisposto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A.).  

Una fotografia sul consumo del suolo anno dopo anno sempre più drammatica.

Nei mesi scorsi è stata presentata una proposta di legge d’iniziativa popolare contro il consumo del suolo predisposta dal Forum Salviamo il Paesaggio,  poi quasi integralmente ripresa dalla proposta di legge “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli edificati” presentata dall’on. Daga e altri (Atto Camera n. 63 del 23 marzo 2018).

E’ necessario, poi, saper leggere bene i dati relativi alle trasformazioni dei suoli.   In proposito, ecco un’analisi effettuata dalla Consulta Ambiente e Territorio Sardegna sullo studio effettuato da Legambiente su Il consumo delle aree costiere italiane – La Costa Sarda: l’aggressione del cemento e i cambiamenti del paesaggio (2016), le cui conclusioni sono un po’ troppo rassicuranti.

Purtroppo, non c’è alcun motivo per essere così ottimisti.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

alluvione nella pianura veneta

alluvione nella pianura veneta

dal sito web istituzionale dell’I.S.P.R.A., 18 luglio 2018

Presentazione Rapporto Consumo di Suolo in Italia.

Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici – edizione 2018
Si è tenuta il 17 luglio a Roma a Palazzo Montecitorio la presentazione dell’edizione 2018 del Rapporto sul Consumo di Suolo in Italia realizzato dall’ISPRA e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Il Rapporto restituisce una fotografia completa e aggiornata del territorio e fornisce una valutazione delle dinamiche di cambiamento della copertura del suolo e della crescita urbana, anche a livello locale, e delle conseguenze sull’ambiente, sul paesaggio, sulle risorse naturali e sul sistema economico. “E’ nostro dovere seguire le trasformazioni del territorio, risorsa non rinnovabile e vitale per il nostro benessere e per l’economia – ha dichiarato il Presidente ISPRA e SNPA Stefano Laporta – senza interventi normativi efficaci, il consumo di suolo non si fermerà”.
“Ripartiamo dalla norma precedente e andiamo avanti, con modifiche: bilancio ecologico, questione lottizzazioni, concetto di spreco di suolo, maggior attenzione alle zone protette ed inserimento di zone a rischio frane e terremoti” – è quanto ha affermato il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, nel suo intervento.
A conclusione della sessione mattutina, il Direttore Generale dell’ISPRA, Alessandro Bratti, ha dichiarato che “Siamo i produttori ufficiali del dato ambientale. A livello europeo, per il consumo di suolo, come per il tema della bonifica dei siti inquinati, non sono state assunte posizioni unitarie. Il nostro Paese sia più presente in sede di formazione di norme tecniche”.

E’ un consumo di suolo ad oltranza quello che in Italia continua ad aumentare anche nel 2017, nonostante la crisi economica. Tra nuove infrastrutture e cantieri (che da soli coprono più di tremila ettari), si invadono aree protette e a pericolosità idrogeologica sconfinando anche all’interno di aree vincolate per la tutela del paesaggio – coste, fiumi, laghi, vulcani e montagne – soprattutto lungo la fascia costiera e i corpi idrici, dove il cemento ricopre ormai più di 350 mila ettari, circa l’8% della loro estensione totale (dato superiore a quello nazionale di7,65%).
La superficie naturale si assottiglia di altri 52 km2 negli ultimi 365 giorni. In altre parole, costruiamo ogni due ore un’intera piazza Navona.

Programma

Rapporto sul Consumo di Suolo in Italia

Comunicato stampa

Galleria fotografica

Rapporto sul consumo di suolo in Italia, il video con i dati su Ispra TV

 

Genova, palazzo costruito sul Torrente Chiaravagna (Via Giotto)

Genova, palazzo costruito sul Torrente Chiaravagna (Via Giotto)

 

da Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2018

Consumo suolo, in un anno superficie ridotta di ulteriori 52 km quadrati. Il “costo” per l’ambiente supera i 2 miliardi.  È quanto emerge dal Rapporto Ispra-Snpa sul “Consumo di Suolo in Italia 2018″presentato alla Camera. Interessate anche le aree protette e a rischio frane, quasi un quarto (il 24,61%) del nuovo consumo di suolo netto tra il 2016 e il 2017 è avvenuto all’interno di aree soggette a vincoli paesaggistici.

Badesi, cantiere edilizio in area dunale (maggio 2013)

Badesi, cantiere edilizio in area dunale (maggio 2013)

Consumo di suolo costiero, rischi di ambiguità e qualche precisazione

Quando si parla di tutela del paesaggio costiero non si può fare a meno di accostare a questo grande tema quello altrettanto importante del consumo di suolo e quindi di erosione dei paesaggi.

Accade in Sardegna a più riprese e anche ultimamente, in seno alla discussione sul controverso Ddl Urbanistica, i due temi sono ripresi in maniera congiunta anche se non con la dovuta attenzione, dal momento che anche il reportage ISPRA sul consumo di suolo in Italia, reso pubblico proprio in questi giorni, sottolinea come nelle regioni turistiche il fenomeno marci sulle coste a un ritmo quadruplo rispetto al resto del territorio nazionale.

La questione si presta a molteplici e fuorvianti interpretazioni; come sempre in questi casi il messaggio si gioca sulle cifre, ma quasi mai vengono resi noti i criteri.

Quando, ad esempio, qualcuno afferma che fra le Regioni turistiche la Sardegna è fra quelle meno afflitte dal consumo di suolo costiero, su quale modello di comparazione si basa la rassicurazione che si intende veicolare?

Gallura, cantiere edile sulla costa

Gallura, cantiere edile sulla costa

Qual è il sistema di misurazione adottato?

Esiste da qualche anno, sul sito di Legambiente e a disposizione di chiunque, uno studio scientifico sul consumo di suolo costiero in Sardegna negli anni che vanno dal 1988 al 2013 che, pur essendo povero di interpretazioni sui dati ricavati, può comunque contribuire a chiarirci le idee.

Lo studio, intanto, anticipa correttamente in premessa il criterio di misurazione adottato; si parla infatti di sviluppo costiero lineare e non di superfici.

La questione non è di poco conto: sappiamo infatti che il Piano Paesaggistico Regionale pone sotto tutela l’intera fascia costiera, ambito paesaggistico di insieme caratterizzato da estensione variabile in base alle caratteristiche di naturalità e paesaggio, ben oltre i soliti 300 metri dalla battigia sui quali la discussione viene continuamente incanalata.

Se dunque, il conteggio del consumo di suolo venisse esteso alla superficie dell’intera fascia costiera-bene paesaggistico potremmo, ad esempio, valutare con il conforto dei numeri quel che è accaduto nelle migliaia di ettari di paesaggio agrario immediatamente prospicente la costa; suolo improvvisamente diventato appetibile, a causa della speculazione edilizia, in molti centri turistici come Arzachena, Orosei, Budoni, Siniscola, eccetera.

Si capirebbe bene quali e quante sono, ma soprattutto quanto danno ambientale e produttivo apportano, le interruzioni delle continuità ecologiche e la sottrazione di suolo produttivo.

Costa Paradiso, cantiere edilizio

Costa Paradiso, cantiere edilizio

Si avrebbero dunque, in questo senso, dati interessanti che servirebbero agli uffici Regionali – gli unici in grado di sviluppare uno studio completo sull’intera costa sarda, essendo la fascia costiera attentamente mappata in formato GIS con riguardo ai vari tematismi del PPR – per indirizzare correttamente i ragionamenti politici a supporto della nuova Legge Urbanistica in corso di approvazione.

Tuttavia il criterio di misurazione sullo sviluppo costiero lineare adottato da Legambiente risulta egualmente utile anche perché ci consente di impostare ragionamenti su piani alternativi e nient’affatto complicati.

Lo studio, innanzitutto, suddivide e classifica i 1487 chilometri di costa sulla base dei caratteri insediativi delle porzioni compromesse; sappiamo così che la costa urbanizzata ammonta a 399 chilometri, di cui ben 111 ad uso industriale-militare, 59 di paesaggio urbano ad alta densità (ivi compresi i grossi centri urbani) e i restanti 229 chilometri di paesaggio a bassa densità.

A vederli presentati in questo modo, sembrerebbero dati generali rassicuranti, ai quali si aggiunge il dato dell’incremento del consumo di suolo, pari all’1%, nel periodo considerato 1988-2013.

Fatta eccezione per gli insediamenti industriali e le grandi città, l’aggressione al paesaggio costiero di matrice speculativa (case da vendere) e/o turistico-imprenditoriale parrebbe, dunque, una questione numericamente e sostanzialmente del tutto trascurabile: solo 14 chilometri su 1487, dei quali la stragrande maggioranza sarebbe la naturale espansione dei centri urbani esistenti.

Sardegna sud-occidentale, Teulada, costa

Sardegna sud-occidentale, Teulada, costa

È la lettura della situazione sarda che può suggerire il documento Legambiente Sardegna: tranquillizzante perché la Sardegna, tutto sommato, risulterebbe adeguatamente protetta e in gran parte inviolata nei paesaggi costieri più belli.

Si noti che tale resoconto è infatti interpretato strumentalmente, anche in questi giorni, contro chi chiede più cautela nelle scelte del legislatore regionale.
Eppure basterebbe interpretare lo stesso studio di Legambiente, e in particolare la classificazione del profilo costiero sardo per caratteri morfologici, per rendersi conto che le cose non stanno proprio così.

Legambiente dispone di un Comitato scientifico, presieduto autorevolmente dall’ing, Vincenzo Tiana, che potrebbe agevolmente – in questa delicata fase del dibattuto –  precisare il senso degli studi svolti onde evitare che si possano innescare equivoci sullo stato del territorio costiero sardo.

Dei 1487 chilometri di coste, ad esempio, Legambiente ci dice che ben 669, quasi la metà, risultano essere rocciosi; ciò significa che, se guardiamo al profilo costiero in termini di appetibilità e fattibilità imprenditoriale dovremmo, per coerenza, estromettere dal calcolo sul consumo di suolo le coste rocciose. Ad esempio, chi mai si sognerebbe di costruire un residence a Capo Marrargiu dove – fortunatamente, diciamo noi – hanno accesso solo gli splendidi grifoni?

La conseguenza della variabile “appetibilità/accessibilità” fa balzare la percentuale del consumo di suolo al 48,8%; poco meno della metà delle coste sarde effettivamente suscettibili di trasformazione è stato quindi già consumato con un elevato grado di compromissione.

Alghero, Capo Caccia

Alghero, Capo Caccia

E se per le coste rocciose non servirebbero ulteriori strumenti di tutela, poiché giunte inviolate fino ai nostri giorni per scarsa convenienza da parte degli speculatori; la residua zona costiera inviolata, tutta appetibile in quanto spesso litorale sabbioso, merita di essere preservata con nettezza di posizioni e senza espedienti numerici e retorici finalizzati a irretire i sempre sospettosi ambientalisti non allineati alle posizioni del cigno verde.

A completamento delle nostre riflessioni circa la natura e i rischi del consumo di suolo reale, possiamo aggiungere ulteriori due questioni, utili a smontare la questione del confronto fra Regioni fatto da Tiana che fa emergere la Sardegna fra le più virtuose in quanto a tutela del paesaggio costiero.

La prima è, ancora, quella della matrice storica dell’antropizzazione costiera; è noto anche a un osservatore non particolarmente attento che, fatta eccezione per le città storiche – peraltro di piccole dimensioni, si pensi a Bosa – e poco altro, il consumo di suolo costiero in Sardegna non si può ricondurre, come invece è avvenuto storicamente per tutte le regioni che si affacciano sul Tirreno, al fattore abitativo, produttivo, economico.

Mentre dunque in Sardegna, nei tempi recenti, le coste sono state occupate, oltre che dai poli industriali, dagli insediamenti turistici, le regioni italiane – che infatti non a caso, registrano un maggior consumo di suolo –  storicamente sono caratterizzate da urbanizzazioni a carattere abitativo e produttivo stabile.

È corretto, pertanto, confrontare il consumo di suolo delle coste liguri con il nostro senza specificarne le matrici?

Perché omettere che le coste sarde sono abitate un paio di mesi all’anno?

E se dovessimo altresì analizzare il rapporto fra consumo di suolo e funzioni/densità dell’insediamento, anche in ragione della predetta natura, scopriremmo che la popolazione residente nell’isola utilizza ancora oggi in maniera marginale le coste sarde, e quasi mai in funzione della residenza stabile.

Ciò basterebbe per mantenere alta l’attenzione sul carattere essenzialmente speculativo del consumo di suolo sulle coste della nostra isola, indipendentemente dalle destinazioni d’uso a cui il tratto di costa si assoggetta.

Stintino, complesso turistico-edilizio Il Bagaglino

Stintino, complesso turistico-edilizio Il Bagaglino

In ragione di ciò è corretto pensare che tutte le attenzioni e le urgenze riversate dalla politica su questo Ddl Urbanistica poco abbiano a che vedere con le esigenze reali della popolazione locale, comprese le ragioni di uno sviluppo economico che riguardi la gran parte della cittadinanza sarda.

Un’ultima riflessione sarebbe da dedicare a quei 229 chilometri di suolo consumato con modalità che Legambiente definisce “a bassa densità”: trattasi con tutta evidenza di c.d. sprawl costiero (o crescita  disordinata di una superficie urbanizzata), fenomeno non meno distruttivo dei paesaggi di quello cosiddetto “ad alta densità” e molto pericoloso anche a causa del carattere strisciante con il quale tende a invadere suoli – prevalentemente agrari – che normalmente sarebbero da destinare ad esigenze produttive importanti, proprio per le popolazioni locali.

Lo stesso Protocollo sulla gestione integrate delle zone costiere della Convenzione di Barcellona prevede espressamente che:

“…the allocation of uses throughout the entire coastal zone should be balanced, and unnecessary concentration and urban sprawl should be avoided”. (“Occorre garantire una distribuzione bilanciata degli usi sull’intera zona costiera, evitando la concentrazione non necessaria e una sovraccrescita urbana”.)

Ce n’è abbastanza per tenere alta la guardia; a maggior ragione oggi, a fronte di chi invoca il diritto di libertà di costruire in agro, in nome di una non meglio identificata “vocazione naturale” dei sardi a risiedere in agro.

Consulta Ambiente e Territorio Sardegna

 

Rocce Rosse

Teulada, Hotel Rocce Rosse (residence + residenze stagionali)

(foto A.N.S.A., per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)

 

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  1. luglio 19, 2018 alle 9:45 am

    Che tristezza. E se invece di paragonare i dati odierni con quelli del 1988 si facesse un esame fra il 1960 e oggi, il risultato sarebbe (E’) disastroso.
    Quando la Sardegna assomiglierà al resto della costa italiana…. nessuno più spenderà un capitale per arrivarci. Ditelo, a Legambiente, che la maggioranza dei turisti chiede “NATURA INCONTAMINATA” 🙂 🙂

  2. luglio 19, 2018 alle 2:48 pm

    da Sardinia Post, 18 luglio 2018
    Consulta Ambiente: “Consumo di suolo da record nelle zone turistiche”; http://www.sardiniapost.it/ambiente/consulta-ambiente-consumo-suolo-record-nelle-zone-turistiche/

  3. memorycard
    luglio 19, 2018 alle 9:59 pm

    Un giorno quando il suolo scarseggera’ si inventeranno e venderanno pezzi di TERRENO BIO .

    PS . la legge cosi detta PIANO CASA e La futura LEGGE URBaNISTICA sono IL nEMICO num 1 del territorio sardo

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