Lasciate in pace la Cascata del Sasso!


S. Angelo in Vado, Cascata del Sasso

S. Angelo in Vado, Cascata del Sasso

Quasi settanta metri di fronte, oltre dieci metri d’altezza, un rimbombo che intimorisce, schizzi, aerosol e arcobaleni. Così si presenta la Cascata del Sasso, una delle prime dieci d’Italia.

Non si trova su qualche affluente alpino del Po e neppure sul Nera. Si trova a Sant’Angelo in Vado e le acque che rombano e danno spettacolo sono quelle del Metauro.

Certo, ci hanno costruito attorno una zona industriale, certo non è mai stato molto valorizzata, ma la sua apparizione improvvisa tra gli alberi lascia di stucco i visitatori, che mai si aspetterebbero una cosa così “forte” in un paesaggio così dolce e addomesticato. Una visione e un godimento che da soli giustificano una gita.

Bene, hanno deciso di costruirci (sopra e sotto) una centrale idroelettrica, che ne devierà parte delle acque. Il tutto per poco più di 300 kw. Certo in tempi di crisi e con il trattato di Parigi che preme alle porte come dire di no all’energia “pulita” (anche se poca)? Solo che il trattato di Parigi è stato fatto per incrementare le energie pulite e non tiene conto del fatto che l’Italia è abitata da italiani e che le cose tendono spesso a trascendere le buone intenzioni. E che quando c’è da fare affari ogni scusa è buona, anche l’energia “verde”. Così si è pronti a distruggere le cose più belle che abbiamo “purchè renda” (a chi?).

Per fare un parallelo, è come se, in tempi di crisi, decidessimo di macinare i ponti romani della Flaminia per fare un po’ di cemento, così almeno rendono qualcosa. Oppure potremmo macinare il Colosseo: chissà quanto buon cemento si potrebbe produrre.

S. Angelo in Vado, Cascata del Sasso

S. Angelo in Vado, Cascata del Sasso

Purtroppo le crisi sono pericolose e quando arrivano, la parte “gastrica” del cervello tende a prendere il sopravvento; e se un popolo non ha solide radici e una ancor più solida cultura, rischia di vendere il proprio patrimonio in cambio di specchietti e perline colorate; è sempre stato così. Si fa un gran blaterare di turismo, di paesaggio, di valori culturali (abbiamo chiamato in campo anche Dustin Hoffman), ma poi scopriamo di trovarci in una Regione le cui autorità sembrano non considerare granchè i cittadini, specie quando sono pochi.

E’ un dato che le Marche siano una regione fortemente dicotomica e che mentre la maggior parte dei cittadini vive (giustamente) sulle rive dell’Adriatico, la maggior parte dei valori ambientali e culturali si trovano nelle aree interne, che più sono interne meglio sono conservate. Così, da una parte ci viene detto che le Marche non hanno nulla da invidiare alla Toscana, dall’altra si è pronti, con tranquillità olimpica e dopo aver “sistemato le carte”, a manomettere una delle dieci più belle cascate d’Italia, vero gioiello di famiglia per tutta la zona.

Allo stesso modo si costruisce in un’area vergine (poco lontano) e di grande bellezza un immane parco eolico, con torri che si vedranno da distanze enormi, si dà il via libera al supergasdotto appenninico, che con il suo sterro da 40 mt di larghezza devasterà irrimediabilmente centinaia di chilometri di crinali e boschi e si è pronti a dare il via libera ad altre selve di torri eoliche, ovunque, su ogni poggio.

L’energia pulita non c’entra: il vento non c’è, la cascata può produrre ben poco e la domanda di gas si è dimezzata.

Sicuramente da queste cose qualcuno ci guadagna, i finanziamenti girano, ma di certo non ci guadagnano nè la collettività, né tantomeno l’ambiente. Non è possibile avallare l’ossimoro per il quale per “salvare il pianeta” si deve distruggere il pianeta. In tutto questo, mentre si sa bene qual è il pensiero della Giunta Regionale, che sembra avere in massimo spregio le questioni legate all’ambiente e al paesaggio (a quanto si racconta  affrontate con sorrisetti di sufficienza e crasse battute), stupisce non poco l’atteggiamento delle Soprintendenze, cosi’ attente e presenti nei luoghi topici tanto quanto appaiono incuranti nelle aree periferiche, apparentemente disponibili anche alla “distruzione totale” di siti importanti, purchè “le carte siano in regola” e aggiungiamo, “che sia lontan dagli occhi”.

Insomma, tra Regione e Soprintendenze per le belle arti, richiamo di tornare indietro di decenni e buttare alle ortiche le conquiste civili degli ultimi 40 anni in materia di salvaguardia e tutela ambientale e di diritto.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus       La Lupus in Fabula

 

 

da Il Resto del Carlino, 13 marzo 2016

Non si salva neanche la cascata.

 

(foto A.L.C., archivio GrIG)

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  1. Massimo GRISANTI
    febbraio 14, 2016 alle 10:44 am

    Lancio una riflessione con la speranza che apra ad approfondimenti da parte del GRIG.
    L’art. 10 del D.Lgs. 42/2004 definisce “beni culturali” le COSE immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle Regioni ecc.

    Le acque fluenti in genere ed anche i laghi sono un insieme di cose appartenenti allo Stato:
    1) l’acqua (tutte sono pubbliche dalla legge n. 36/1994);
    2) il suolo che le contiene (demanio necessario in ragione della pubblicità dell’acqua che vi scorre).

    Pertanto, dal momento che i fiumi, i torrenti, laghi ecc. sono da oltre 70 anni appartenenti allo Stato (e dipoi alle Regioni con il federalismo demaniale) possono essere qualificati BENI CULTURALI ai sensi e per gli effetti degli artt. 10 e 21 D.Lgs. 42/2004, a cui si AGGIUNGE la tutela indiretta attraverso il vincolo paesaggistico ope legis ex art. 142 D.Lgs. 42/2004?

    La competenza alla tutela passa radicalmente alla Soprintendenza ai Monumenti.

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