Anche le aziende possono rispondere dell’inquinamento provocato.


fumi industriali

anche su Il Manifesto Sardo (“Anche le aziende possono rispondere dell’inquinamento“), n. 191, 1 maggio 2015

Nel nostro Ordinamento la responsabilità sotto il profilo penale è personale e costituisce uno dei principi fondamentali della nostra civiltà giuridica.

Le ipotesi di responsabilità penale collettiva sono generalmente risalenti nel tempo[1] o proprie dei regimi totalitari[2].

Tuttavia, è innegabile che nella società attuale spesso società o enti di vario genere possano giovarsi dei fatti derivanti dai comportamenti illeciti di propri amministratori e dipendenti.

Chi potrà negare che una società di capitali non abbia oggettivamente tratto vantaggio dal traffico e dallo smaltimento illecito dei rifiuti prodotti dai propri impianti svolto da propri dipendenti?   Lo stesso risparmio economico sulle procedure di corretto smaltimento costituisce un evidente vantaggio difficilmente smentibile.

Da queste considerazioni ha mosso il Legislatore nazionale quando ha voluto introdurre ipotesi di responsabilità anche per le società e gli enti.

Taranto, acciaieria Ilva

Taranto, acciaieria Ilva

Infatti, il decreto legislativo n. 231/2001 e s.m.i. ha previsto per la prima volta nel nostro Ordinamento ipotesi di responsabilità amministrativa delle società e degli enti, con esclusione degli Enti pubblici territoriali, qualora si tratti di reati compiuti nell’interesse o a vantaggio della società/ente (art. 5) e ricorrano particolari condizioni (es. carenza dei modelli organizzativi interni, ecc.).  In particolare, sono state previste diverse ipotesi connesse alla commissione di reati ambientali (art. 25 undecies), introdotte dall’ dall’art. 2 del decreto legislativo n. 121/2011.

Competente, per ovvie ragioni di connessione con i reati verificatisi, è lo stesso giudice penale: “la competenza a conoscere gli illeciti amministrativi dell’ente appartiene al giudice penale competente per i reati dai quali gli stessi dipendono” (art. 36), così “il procedimento per l’illecito amministrativo dell’ente è riunito al procedimento penale instaurato nei confronti dell’autore del reato da cui l’illecito dipende” (art. 38, comma 1°).

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

In tema di reati ambientali sono ancora pochissimi i casi a livello nazionale nei quali sia stata ipotizzata l’applicazione del decreto legislativo n. 231/2001 e s.m.i.

Il più rilevante è sicuramente quello dell’inquinamento determinato dagli impianti siderurgici dell’I.L.V.A. s.p.a. di Taranto: il provvedimento di sequestro preventivo del G.I.P. del Tribunale di Taranto (confermato dal locale Tribunale per il Riesame) finalizzato alla confisca per equivalente, disposto ai sensi degli artt. 19 e 53 del decreto legislativo n.  231/2001 e s.m.i., avente a oggetto somme di denaro e altri beni nella disponibilità delle società RIVA F.I.R.E. S.p.a. e RIVA FORNI Elettrici S.p.a., per un valore complessivo pari a euro 8.100.000.000, è stato, però, revocato dalla Corte di cassazione, con sentenza Sez. VI, 14 gennaio 2014, n. 3635.   

La Suprema Corte, infatti, ha ritenuto che il provvedimento di sequestro sia stato basato su fattispecie di reato (il disastro innominato, la rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e l’avvelenamento di acque o di sostanze alimentari) non previste nel catalogo dei reati presupposto, quindi inidonee a fondare una responsabilità dell’ente ai sensi del decreto legislativo n. 231/2001 e s.m.i.       Molto importante la considerazione argomentata dalla Corte secondo cui la rilevanza di quelle fattispecie di reato non può essere indirettamente ripresa nella diversa prospettiva di una loro imputazione quali delitti-scopo del reato associativo, perché in questo modo la norma di cui all’art. 416 c.p. (norma realmente ricompresa nell’elenco dei reati che possono generare la responsabilità dell’ente), ”si trasformerebbe, in violazione del principio di tassatività del sistema sanzionatorio contemplato dal D. Lgs. n. 231/2001, in una disposizione ’aperta’, dal contenuto elastico, potenzialmente idoneo, a ricomprendere nel novero dei reati presupposto qualsiasi fattispecie di reato con il pericolo di un’ingiustificata dilatazione dell’area di potenziale responsabilità dell’ente collettivo”.

Porto Torres, zona industriale

Porto Torres, zona industriale

Non si è a conoscenza di alcun caso di “vantaggio” conseguito da società o ente determinato da reati ambientali compiuti da dipendenti in Sardegna, nonostante le vicende di inquinamenti ambientali abbondino.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha recentemente (22 aprile 2015) rivolto istanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari perché valuti l’opportunità di effettuare per la prima volta la relativa contestazione al gruppo E.On Italia per le vicende dell’inquinamento relativo alla centrale termoelettrica di Fiume Santo (Sassari, Porto Torres).

Forse arriverà un po’ di concreta giustizia anche per il popolo inquinato.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

____________________________________

[1]  Nel 1670 Luigi XIV promulgò l’Ordinanza di Saint-Germaine-en-Laye, una delle prime codificazioni penali moderne. Il Titolo XXI dell’Ordinanza disciplinava le “Modalità per i processi alle comunità delle città, dei borghi e dei villaggi, dei corpi e delle compagnie”.

[2] Per esempio, durante la II guerra mondiale, Stalin, in qualità di Commissario del popolo (Ministro) per la difesa, emanò l’ordine 16 agosto 1941, n. 270, che prevedeva l’arresto delle famiglie dei disertori.  Ancor oggi la legge siriana n. 49 del 1980 prevede (art. 1) la condanna a morte per chiunque sia membro della Fratellanza musulmana, gruppo militante inviso al regime laico siriano. I figli di membri della Fratellanza musulmana non possono poi avere alcun documento di alcun genere dalla pubblica amministrazione.

Trieste, la

Trieste, la “ferriera” di Servola dal mare

(foto A.N.S.A., da mailing list ambientalista, S.D., archivio GrIG)

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  1. capitonegatto
    maggio 1, 2015 alle 1:09 pm

    Possono ? Direi meglio che DEVONO.
    Produrre un bene utile, e dare lavoro e’ utile ai cittadini, ma e’ dannoso inquinare gli stessi cittadini con gli scarti inquinanti che quel bene ha prodotto, e come succede accorgersene tardi.
    Sarebbe auspicabile mappare e verificare i processi produttivi di qualsiasi azienda , e autorizzare l’avvio della produzione solo quando si e’ certi su come smaltire gli scarti.
    Certo questo e’ un aggravio sul costo finale del bene, ma se vogliamo anche vivere in salute questo e’ un giusto prezzo che l’industriale DEVE pagare .

  2. Stefano
    maggio 2, 2015 alle 6:43 am

    Come sempre il GRIG e il dott. Deliperi sono precisi e allo stesso tempo chiarissimi nell’esposizione. I miei complimenti!
    A completamento del vostro articolo e nella speranza di non compromettere quella chiarezza appena lodata, vorrei segnalare alcuni sintetici punti sul Decreto Legislativo 231/2001:

    1. L’origine nel nostro ordinamento deriva dalla ratifica di una convenzione internazionale OCSE del 1997 incentrata sulla lotta alla corruzione di pubblici funzionari. In molti altri Paesi ha trovato attuazione nella forma di Anti Bribery and Corruption Law. Sul sito dell’OCSE si trovano informazioni molto interessanti anche di comparazione tra i vari Paesi http://www.oecd.org/corruption/oecdantibriberyconvention.htm
    2. Come scritto correttamente ad originare la responsabilità “penale” delle società non sono solo i reati ambientali, ma anche (si vedano gli articoli via, via aggiunti tra il 24 e 26 del Decreto) reati di corruzione e truffa ai danni della Pubblica Amministrazione, reati in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (a livello di colpa), reati di riciclaggio, delitti di criminalità organizzata e via dicendo, perseguibili anche solo se tentanti (art. 26 del Decreto). Così la cronaca (anche recente) ci riporta che spesso per stessi fatti che configurano dei reati ambientali, ci possono essere nello stesso contesto anche altre imputazioni nei confronti delle persone fisiche e, in forza dei reati sopra richiamati, teoricamente anche nei confronti delle stesse società: ad esempio la corruzione di un pubblico funzionario per “aggiustare” un’attività di controllo, l’associazione di più persone allo scopo di commettere più delitti, nonché gli incidenti o le malattie maturate sui luoghi di lavoro potrebbero essere perseguite da un Pubblico Ministero anche imputando per quegli stessi fatti le società che ne hanno tratto un vantaggio o avevano un interesse alla loro realizzazione.
    3. Tutte le varie ipotesi, come giustamente riportato dal Dott. Deliperi, possono far attivare la responsabilità diretta delle società in sede penale con pesanti sanzioni sia di tipo pecuniario (con il sistema delle quote sulla base del grado di responsabilità la sanzione può arrivare a consistere in svariati milioni di euro), sia soprattutto interdittivo (stop all’operatività aziendale per un certo periodo di tempo ovvero fino a quando non siano ripristinate certe condizioni di gestione).
    4. Non solo le società di diritto Italiano possono essere responsabili ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001, ma con la sola esclusione dello Stato, degli enti pubblici territoriali e degli altri enti pubblici non economici, nonché degli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale, qualsiasi ente (anche privo di personalità giuridica) potrebbe essere chiamato a rispondere ai sensi di questa normativa insieme alle persone fisiche (soggetti apicali e non di questi società/enti). In concreto è quindi perseguibile anche una società di diritto estero che opera in qualche modo in Italia anche senza una stabile organizzazione laddove commetta uno dei reati richiamati.
    5. In conclusione, è sicuramente espressione di una società civile chiamare le aziende a rispondere dei danni che esse provocano all’ambiente o ad altri beni rilevanti protetti da una serie di norme incluse quelle penali. E’ sicuramente coerente ad uno stato evoluto della società civile che le associazioni ecologiste (come il GRIG già fa in maniera eccellente) richiamino l’attenzione delle imprese sulla responsabilità “penale” di certe condotte e sulle loro possibili conseguenze per scoraggiarle da certi progetti o per cercare di bloccarle, nonché soprattutto attivino le autorità preposte ad indagare e perseguire tali illeciti (anche solo tentati ossia prima che si consumino i danni al bene protetto – come in teoria già in occasione della presentazione di un progetto per l’ottenimento delle autorizzazioni amministrative!).

  3. marzo 24, 2016 alle 10:24 pm

    da La Nuova Sardegna, 24 marzo 2016
    Scarichi illegali nel Liscia, maxi multa per una società che produce inerti.
    Operazione della capitaneria di porto tra Palau e Santa Teresa: http://lanuovasardegna.gelocal.it/olbia/cronaca/2016/03/24/news/scarichi-illegali-nel-liscia-maxi-multa-per-un-fabbrica-di-inerti-1.13185553

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    da CagliariPad, 24 marzo 2016
    Inquinamento fiumi e mare: scatta multa da 80 mila euro.
    Sono gli illeciti che la Capitaneria di porto di La Maddalena ha riscontrato oggi in seguito a controlli nei confronti di una impresa che a Palau si occupa di produzione di inerti: http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=27535

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