Il Fiume Tagliamento non combina disastri, lasciamolo in pace.


Fiume Tagliamento (foto Turismo FVG)

Il Fiume Tagliamento scorre dalle Alpi friulane al Mar Adriatico per circa 170 chilometri naturalmente.

Naturalmente, perché non è canalizzato, non è costretto entro argini troppo spesso in contrasto con la natura del corso d’acqua.

Ha un bacino di poco meno di 3 mila chilometri quadrati, ha carattere torrentizio e un letto fluviale largo fino a circa 2 chilometri.

E’ un fiume con struttura a canali intrecciati, cioè consistente in una rete di canali d’acqua intrecciati fra loro all’interno di un alveo ghiaioso molto profondo ed ampio.

E’ uno dei pochi fiumi in Europa ad aver mantenuto le sue caratteristiche naturali, l’unico dell’Arco Alpino.

I centri urbani storici sono stati realizzati distanti dall’alveo del Fiume, che, in periodi di piena, può allargarsi sulle sponde con danni nettamente minori nelle aree golenali.

La pianura friulana è sedimentaria o alluvionale, cioè realizzata dai sedimenti del Fiume attraverso la sua divagazione da una parte all’altra del bacino alluvionale (pianura) in cui scorre, da millenni.

Il letto del Fiume si sposta, perché l’area che viene abbandonata dal corso d’acqua subduce, quindi si abbassa, mentre quella dove scorre, in virtù dei materiali che deposita, si alza. Naturalmente in tempi geologici.

Attualmente il Po e tutti gli altri fiumi della pianura padana sono costretti all’interno degli argini da 100/200 anni e le aree golenali (quelle di esondazione in caso di piena) sono occupate da case, strade e capannoni. Così, sistematicamente, gli argini devono essere alzati, in quanto il Fiume sedimenta materiali e, non potendo divagare, vede il suo letto crescere in altezza, mentre i terreni intorno sono sempre più in basso.

I Fiumi della Pianura Padana (e buona parte dei fiumi europei) oggi hanno un letto ben al di sopra del piano di campagna, con un rischio potenziale di grande devastazione per i terreni circostanti.

Un pericolo in crescita, anno dopo anno.  Come l’altezza degli argini.

Il rischio nel caso del Fiume Tagliamento è molto minore, non da ennesima, calamità innaturale.

E non è un caso. 

Eppure, c’è chi vorrebbe sistemarlo per bene

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da Salviamo il Paesaggio, 12 gennaio 2026

In difesa dell’ultimo fiume naturale alpino d’Europa.

Il Tagliamento: nel medio corso, dove divide i territori di Udine e Pordenone, genera un mosaico di straordinari ecosistemi, difesi da direttive e regolamenti europei. (Caterina Diemoz)

Il fiume Tagliamento divide il Friuli dai monti al mare. Dalla modesta vena d’acqua che gli dà vita a Lorenzago di Cadore (BL) scorre nella Carnia montuosa, discende nella pianura friulana e, più a sud, segna il confine con il Veneto, dove argini artificiali serrano il suo pigro divagare, prima di gettarsi nell’Adriatico.

Ma è nel medio corso, dove divide i territori di Udine e Pordenone, che genera un mosaico di straordinari ecosistemi, difesi da direttive e regolamenti europei. È qui che una traversa laminante o un ponte diga potrebbero sbarrare il suo alveo per contenere piene prevedibili, dati alla mano, una o due volte ogni cento anni. Ed è qui che la comunità scientifica e numerosi comitati si sono mobilitati più volte in difesa di quello che è oggi, per antonomasia, l’ultimo fiume naturale alpino d’Europa.

Colpa dei fiumi?

Da sessant’anni il Tagliamento è sul banco degli imputati, accusato di avere provocato in tutto una ventina di vittime esondando nel 1965 e nel 1966, quando Aldo Moro lo definì “il più infido dei nostri corsi d’acqua”, e di avere in seguito nuovamente minacciato le comunità rivierasche.

Ma si dimentica che nel 1966 l’Adige, il Piave, l’Arno e fiumi minori inondarono mezza Italia, e che i danni provocati da tali esondazioni furono esacerbati dal precedente decennio di un’edilizia priva di programmazione e ritegno: case incollate ai corsi d’acqua, canali tombati, ecc. La stessa commissione interministeriale De Marchi chiarì che il dissesto idrogeologico si combatte non solo con le opere idrauliche ma anche con limitazioni e vincoli all’uso del suolo: che, invece, si continuò a massacrare, mentre una massiccia delega dei poteri da Stato a Regioni e a enti locali ne infettava le ferite moltiplicando centri decisionali, inefficienze, spreco di denaro pubblico.

Bosco, radura

Un’opposizione lunga 50 anni

Dopo le alluvioni del 1965/1966 si propose uno sbarramento nella stretta di Pinzano (PN), 80 km a nord della foce del Tagliamento, per regolare il deflusso nel basso corso in caso di nuove piene. Si volle anche potenziare il canale artificiale Cavrato, che da Cesarolo (VE) sbocca nella laguna di Baseleghe a Bibione (VE) e scarica in mare l’eccesso d’acqua del fiume. Ma nel 1979 il piano fu respinto da un’imponente mobilitazione nei paesi vicini a Pinzano e nel 1982 si formò un Comitato Permanente di Opposizione all’opera.

Finché, sempre a Pinzano, l’alternativa di tre casse di espansione in alveo (enormi vasche, in grado di ricevere l’eccesso d’acqua delle piene) comparve nel Piano stralcio 1996-1998 degli interventi di gestione del rischio idrogeologico, approvato e finanziato nel 2000 da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Crebbero allora le opposizioni, mentre si rafforzava il legame tra i comitati più attivi ed esperti di fama internazionale: tutti convinti dell’inutilità e del danno di ogni “grande opera” sul Tagliamento.

Nel 2003 l’intesa culminò in una petizione del WWF in difesa del fiume: vi aderirono 700 scienziati, ricercatori e studiosi, 8.000 cittadini, organizzazioni non governative e centri studi europei. Il WWF promosse anche uno studio alternativo che proponeva dei bacini di laminazione più a valle, poi respinto dalla Regione. Nel 2005, 19.000 firme del comitato “Assieme per il Tagliamento” e di “A.c.q.u.a.” (Associazione Controllo Qualità Urbanistico Ambientale) furono inviate alla Regione, al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea.

Nel 2011, archiviate le casse, migliaia di cittadini e alcuni comuni si opposero anche all’opzione emersa dal tavolo tecnico “Laboratorio Tagliamento” voluto dalla Giunta regionale: un ponte laminante, lungo 975 metri, con paratie mobili tra Spilimbergo (PN) e Dignano (UD). Proprio dove la Regione vorrebbe ora la traversa inclusa nel Piano di Gestione del Rischio Alluvioni delle Alpi Orientali (PGRA dicembre 2022).

Garzetta (Egretta garzetta)

La “traversa laminante”

L’11 aprile 2024 la Giunta del Friuli Venezia Giulia ha approvato la delibera 530 con allegato il progetto preliminare di uno sbarramento alto 13 metri e lungo 975, trasversale all’alveo a nord dell’ultracentenario ponte stradale tra Spilimbergo e Dignano; a monte, una vasca di espansione che, in remoto caso di piena (uno/due ogni cento anni) accumulerebbe 29 milioni di m3 d’acqua; più a valle a Madrisio, comune di Varmo, un’opera per prelevare l’acqua dal fiume e, fuori alveo, una cassa di tre bacini di 22 milioni di m3 di capacità per laminare le piene a Latisana (UD). Spesa totale stimata, 200 milioni di euro.

Si prevede anche il rialzo e la diaframmatura degli argini sia del Tagliamento tra Cesarolo e la foce, sia del canale Cavrato tra Cesarolo e lo sbocco nella laguna di Baseleghe a Bibione: ma l’Autorità di Bacino ne ha ridotto la portata massima da 2500 a 1200 mspostando il rischio idraulico sul tratto terminale del fiume.

Nel 2017, coi 38 milioni già destinati alle casse, a Latisana era stato elevato il ponte stradale Anas e previsti interventi di rialzo e consolidamento degli argini a Gorgo e alla foce, presso Lignano (UD): ma nel 2024 risultava compiuta solo la diaframmatura degli argini a Gorgo.

Il “ponte diga” e i piani futuri

Nella delibera 1076 del 17 luglio 2024, la traversa repentinamente scompare. Al suo posto un ponte-diga, presumibilmente da affiancare all’antico: idea funzionale al collegamento Sequals – Gemona, pensato fin dagli anni Sessanta, più volte riproposto e contestato per l’indubbio sfregio che causerebbe all’ambiente e al paesaggio dell’alta pianura friulana, dove s’investirebbe nuovo denaro in consumo di suolo anziché nella cura delle strade esistenti e nel potenziamento del trasporto su rotaia.

Connessa al progetto è anche la circonvallazione Variante Sud di Dignano, sulla sponda sinistra del fiume, su Strada Regionale 464,ultimata nel 2023 dalla Regione: due rotatorie e un tunnel artificiale, per sgravare del traffico il centro del paese ma realizzati, dicono i comitati, in base a previsioni sovrastimate e sacrificando un’area golenale, dove nel 1966 le acque erano defluite, limitando i danni nel Latisanese: ma nemmeno le firme di 5400 residenti l’hanno fermata.

Fiume Tagliamento, dal ponte di Pinzano (foto Caterina Diemoz)

Le obiezioni

Si accusa la Regione di rendere noti ai cittadini i progetti in corso con il contagocce: e ciò risulta incomprensibile, se si pensa che per la comunicazione le regioni spendono centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico l’anno.

Si osserva che al Tagliamento l’uomo non ha mai reso quelle aree golenali e pianure alluvionali sistematicamente occupate e violate da coltivazioni, edifici, prelievi di tonnellate di ghiaia estratte in deroga all’obbligo di disporre un programma organico di gestione dei sedimenti: che mai si è programmato un piano di rimozione dall’alveo di vegetazione di cumuli di detriti e ghiaia solo là dove occorre; che così si è abbassato il letto del fiume, impedendo all’acqua di colmare le golene e obbligandola a scorrere verso valle.

Inoltre, che si tratti di traversa o di ponte digail progetto si avvale di dati risalenti al secolo scorso. Se eseguito, esso non sarà risolutivo, comporterà enormi costiostacolerà il naturale trasporto dei sedimenti nell’alveo; occuperà una Zona Speciale di Conservazione (ZSC) di Rete Natura 2000 dell’Unione Europea e, infine, potrà compromettere la falda acquifera sottostante, che è acqua, bene comune, vita di tutti.

Le alternative

Occorre individuare golene e pianure allagabili, alle quali restituire la funzione di contenimento delle piene, ricomporre gli habitat frammentati, rimuovere edifici e strutture inutili: interventi finanziati a migliaia nell’Unione Europea. La stessa Legge sul ripristino della natura obbliga gli Stati a ripristinare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, con l’obiettivo di recuperarli entro il 2050.

Più in dettaglio, l’associazione “Noi siamo Tagliamento” propone di arretrare gli argini ove possibile; creare zone di esondazione naturale e controllata, prevedendo indennizzi per gli agricoltori; mantenere la capacità originaria del canale Cavratorealizzare un meno impattante scolmatore sulla sinistra idrografica del fiume.

Fiume Tagliamento, da Ragogna (foto Caterina Diemoz)

Le petizioni 2024/2025

Da ottobre 2024 la galassia ambientalista chiede che il “Re dei fiumi alpini” continui a scorrere libero.

Il 10 Dicembre 2024 “Assieme per il Tagliamento” ha consegnato al presidente del consiglio regionale Mauro Bordin 13.760 firme contrarie alla traversa, poi inviate anche alla Commissione Europea per le petizioni a Bruxelles (n. 0524/2025). Nel gennaio 2025 è approdata in Commissione un’altra petizione (n. 0144/2025) del Comitato per la vita del Friuli rurale, ambedue pienamente accolte dalla Commissione Europea.

Il Tagliamento ha già dato

In tutte le petizioni, il Tagliamento figura come l’ultimo corridoio fluviale morfologicamente intatto delle Alpi: facile quindi, per chi non lo conosce, figurarsi ovunque scenari da fiaba come quelli tra Osoppo e la Riserva Regionale del Lago di Cornino o a Pinzano, dove l’alveo si restringe e il ponte unisce due erte rive rocciose.

In realtà, fin dal 2002 il compianto fondatore del WWF Fulco Pratesi elencava nell’alto e nel medio corso, tra le aree golenali sottratte al fiume, quelle del distretto industriale semiabbandonato di Trasaghis, dei suoli agricoli divenuti artigianali a Forgaria, del distretto di Paluzza nell’alveo del torrente Bût. Altre ne hanno occupate a Tolmezzo, Amaro, Villa Santina, ma oggi l’elenco potrebbe continuare.

Inoltre, in Carnia le acque del Tagliamento e degli affluenti sono state già sbarrate da dighe che hanno compromesso buona parte dell’ecosistemasfruttate dall’idroelettrico fino a prosciugarne gli alvei violando leggi che impongono il mantenimento del deflusso minimo vitale; ulteriormente esaurite dal libero mercato delle centraline con centinaia di autorizzazioni concesse dalla Regione sui corsi d’acqua.

Infine, altre case e capannoni si attendono da Latisana alla foce, dove il Tagliamento è ormai un canale i cui alti argini proteggono luoghi intensamente abitati e dove si sarebbe dovuto de-cementificare da tempo. Oggi – incredibile a dirsi – il Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni in Friuli (PGRA 2021-2027) permette di costruire in aree dichiarate esondabili dopo la sua approvazione (dicembre 2022) e consente nuove edificazioni nel caso di richieste pervenute prima che il piano divenisse esecutivo.

Tutto legale, come sempre. Ma anche legittimo?

Capriolo (Capreolus capreolus, foto di Raniero Massoli Novelli)

(foto Turismo FVG, Raniero Massoli Novelli, Caterina Diemoz, S.D., archivio GrIG)

  1. Avatar di Alessandro
    Alessandro
    febbraio 7, 2026 alle 7:22 PM

    Non scorre proprio naturalmente, ci sono un po’ ovunque difese spondali (argini, pennelli, anche sponde rivestite in massi), anche nel tratto montano.

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