Le vie di arrampicata sportiva devono essere autorizzate!


L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha inoltrato (29 giugno 2019) una specifica richiesta di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti riguardo la realizzazione di itinerari di arrampicata sportiva con corde, cavi, strutture infisse nella roccia, ecc. presso la cascata di Sos Molinos, in Comune di Santulussurgiu (OR).

Diverse pietre sono cadute dalle pareti rocciose immerse nel bosco e, allo stato, non si può escludere alcuna causa, compresa la realizzazione e l’utilizzo degli itinerari di arrampicata sportiva.

Santulussurgiu, cascata di Sos Molinos, fune per l’arrampicata sportiva (giugno 2019)

L’area è tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e rientra nel sito di importanza comunitaria – SICITB041106 “Rio Sos Molinos – Sos Lavros – Monte Urtigu” (direttiva n.92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora). Qualsiasi intervento in tali aree, fra l’altro, dev’essere assoggettato alle preventive e vincolanti procedure di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A. e verifica di assoggettabilità a V.Inc.A.).

Coinvolti i Ministeri dell’ambiente e per i beni e attività culturali, il Servizio valutazioni ambientali della Regione autonoma della Sardegna, il Servizio pianificazione territoriale e vigilanza edilizia della Regione autonoma della Sardegna, il Corpo forestale e di vigilanza ambientale, la Soprintendenza per archeologia, belle arti e paesaggio di Cagliari, il Comune di Santulussurgiu.

La realizzazione di questi interventi di c.d. “turismo attivo” possono avvenire soltanto con il rispetto delle normative di tutela ambientale e in condizioni di assoluta sicurezza.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Santulussurgiu, cascata di Sos Molinos, evidenziate le pietre crollate (giugno 2019)

(foto per conto GrIG, archivio GrIG)

  1. belinda
    giugno 30, 2019 alle 11:21 pm

    11 anni fa non vi era traccia…li notai qualche anno dopo e mi chiesi anch io se erano leciti in un ambiente cosi delicato… seguo

  2. CERVUS
    luglio 1, 2019 alle 11:24 am

    Non c’è niente da fare… più l’uomo gode di comodità e di privilegi e più diminuisce la sua capacità intellettiva e umana !

  3. Gianni Sartori
  4. luglio 23, 2019 alle 6:48 pm

    il Servizio Tutela del Paesaggio di Oristano della Regione autonoma della Sardegna ha comunicato (nota prot. n. 27816 del 23 luglio 2019) di non aver emanato alcuna autorizzazione paesaggistica in proposito.

  5. luglio 30, 2019 alle 2:50 pm

    l’Ispettorato di Oristano del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale ha comunicato (nota prot. n. 16307 del 30 luglio 2019) di aver riscontrato “che sul posto, ai piedi della parete rocciosa, vi sono alcuni massi distaccatisi dalla stessa parete rocciosa ma anche la presenza di chiodature per arrampicata. L’osservazione dal piano di campagna, dal basso, non consente di valutare se la causa dei distacchi sia da attribuire alle chiodature o a fessurazioni e disgregazioni naturali della roccia. Inoltre, a breve distanza, si è rilevata una piccola frana di terra e pietre”.

    E’ stato chiesto all’Assessorato regionale della Difesa dell’Ambiente di effettuare valutazioni del caso ai fini della salvaguardia del S.I.C. e ai Comuni di Santulussurgiu e di Bonarcado “di valutare l’opportunità, nell’immediato, di interdire gli accessi e di predisporre quindi un rapido intervento di messa in sicurezza del sito”.

  6. Gianni Sartori
    febbraio 15, 2020 alle 6:12 pm

    Ripropongo questo articolo, scritto anche per rispondere a chi aveva contestato il mio intervento dell’anno scorso su “L’alpinismo: una prosecuzione del colonialismo con altri mezzi?”. Evidentemente chi ormai vive di Montagna (o meglio, come già detto, della sua mercificazione spettacolare) non accetta che il suo stile di vita 8e quello degli sponsor) venga rimesso in discussione.
    Ma il motivo contingente è anche un altro. Forse incautamente avevo ironizzato sulle “settimane bianche” in Pakistan. Leggo oggi su la Repubblica che un noto esponente politico andrà appunto in Pakistan a fare dell’heliski (una delle attività meno ecocompatibili tra quelle svolte sulle Montagne).
    Dirò solo che si chiama Matteo, indovinate voi quale dei due…
    GS

    MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI?

    Gianni Sartori

    A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti e oppositori. Meglio se beluci.
    Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan, conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani.
    Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come ipotetica prosecuzione del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi.
    Tuttavia rispolverando le mie – per quanto frammentarie – informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.
    Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo; non è che nel Rojhelat – territorio curdo sottoposto al regime iraniano – se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”).
    Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo (vedi “Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?” – 21 gennaio 2007, dovrebbe essere ancora in rete) dove appunto tali analogie – per quanto non approfondite quanto meritavano – si intravedevano tra le righe.
    In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale…) ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari…

    Sia di quello occidentale nei confronti di paesi del – cosiddetto, molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia di quello “interno” operato da Stati – come appunto il Pakistan o la Turchia – nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

    MA “IL PREZZO DELLA CONQUISTA” CHI LO HA PAGATO VERAMENTE?

    Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954 si comprende – al di là delle intenzioni degli autori – quale fosse la reale posta in gioco.
    Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe” sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pakistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata, Impregilo)*, utilizzando sia finanziamenti governativi, sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture…) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit (politici, economici, commerciali…forse anche militari) in cambio del permesso per la spedizione.
    Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza
    Le definisce un “tema d’atmosfera (a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette??? nda ) che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:
    “Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi . Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore (…)”. **
    Di colore? O forse intendeva “di dolore”?
    Lacedelli & C – poveretti! – saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004).
    Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti, è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

    Si parva licet…

    Con tali premesse, a questo punto anche la sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio può assumere valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si sa mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla Cia le informazioni (e il dna) che avrebbero consentito ai Navy Seal l’eliminazione fisica dello sceicco.

    Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità.
    Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero.
    Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare – anche volendo – procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.
    Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando.
    Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati…) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità.
    Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti dell’apartheid di Pretoria e – ancora oggi – della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che – tra le altre cose – perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).
    E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico che sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pakistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.
    Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, scrittori “di montagna”… e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati – direttamente o indirettamente – dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.
    Gianni Sartori

    *nota 1: Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’Ocse da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.

    **nota 2: A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher “Gli Hunza”, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo – coloniale DOC – del temine “coolies”.
    Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.
    Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due escursionisti polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.

  1. luglio 2, 2019 alle 1:50 pm

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