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Il T.A.R. Sardegna accoglie definitivamente il ricorso “salva Lepri e Pernici sarde”.


Pernice sarda (Alectoris barbara, foto Raniero Massoli Novelli)

Il T.A.R. Sardegna, con sentenza Sez. II, 1 febbraio 2018, n. 65, ha accolto definitivamente il ricorso presentato dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, grazie al prezioso operato dell’avv. Carlo Augusto Melis Costa del Foro di Cagliari, contro il decreto Assessore difesa ambiente R.A.S. n. 25/15746 del 21 luglio 2017 relativo al calendario venatorio regionale sardo 2017-2018, nella parte in cui prevede la caccia alla Lepre sarda (Lepus capensis mediterraneus) e alla Pernice sarda (Alectoris barbara).

In precedenza, con l’ordinanza cautelare n. 308/2017 del 15 settembre 2017, aveva sospeso gli effetti del calendario venatorio relativamente alla caccia alla Lepre sarda e alla Pernice sarda.

Il provvedimento annullato prevedeva per le due giornate di caccia previste (24 settembre e 1 ottobre 2017) un assurdo “carniere” potenziale complessivo di ben 71.974 Lepri sarde e 143.948 Pernici sarde per i 35.987 cacciatori autorizzati alla caccia in Sardegna secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili (piano faunistico-venatorio della Sardegna in corso di approvazione).

Sardegna, versanti boscosi

La caccia alla Lepre e alla Pernice sarda era stata autorizzata nonostante la consistenza delle rispettive popolazioni non siano puntualmente conosciute, pur definite tendenti alla diminuzione dallo stesso Piano faunistico-venatorio isolano.

Inoltre, con nota prot. n. 32236/T-A11 del 30 giugno 2017 l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A.) aveva fornito il parere di legge (art. 18, comma 4°, della legge n. 157/1992 e s.m.i.) in merito alla proposta di calendario venatorio regionale sardo 2017-2018 e aveva chiesto esplicitamente la chiusura della caccia alla Lepre sarda e alla Pernice sarda, proprio per la mancanza di dati sulla consistenza delle rispettive popolazioni.  Tali richieste erano state fatte anche dalla Provincia di Nuoro e dalla Provincia di Oristano.

Inoltre, la stessa Regione autonoma della Sardegna ha dichiarato il conclamato stato di grave siccità ed eccezionale avversità atmosferica con la deliberazione Giunta regionale n. 30/37 del 20 giugno 2017 e ci vuol poca immaginazione per comprendere quali danni possa aver arrecato alla fauna selvatica, per giunta acuiti da disastrosi incendi estivi che han portato a esser percorsi dal fuoco in Sardegna nei primi 7 mesi del 2017 circa 9 mila ettari a causa di 2.150 incendi, di origine dolosa o colposa.

foglie nel bosco

Tutti questi argomenti hanno trovato pieno accoglimento da parte dei Giudici amministrativi sardi.

Respinte tutte le eccezioni procedurali, sono state respinte tutte le fantasiose e non dimostrate affermazioni di parte regionale e venatoria riguardo la resistenza di Lepri e Pernici a siccità e incendi (“Addirittura si ritiene, a sostegno della mancata diminuzione dei capi, che quest’anno vi sarebbe stato ‘un aumento’ di pernici e di lepri; e che sarebbero solo i cacciatori ed i loro cani ad essere danneggiati dalla siccità”), palesemente smentite dai pareri tecnico-scientifici dell’I.S.P.R.A.

Molto chiaro il T.A.R. Sardegna: il nucleo essenziale e fondamentale della controversia è costituito dalla mancanza di adeguati ed appropriati ‘monitoraggi faunistici’, a monte della decisione di includere anche queste due specie sensibili (lepre e pernice sarda) nel Calendario 2017/2018. Studi e rilevazioni che, coinvolgendo scelte inerenti specie particolarmente protette, costituiscono il necessario presupposto squisitamente scientifico per poter ammettere la previsione di cacciabilità.  Gli accertamenti/monitoraggi, necessariamente preventivi, che costituiscono adempimenti comunque necessari in via ordinaria, e che, ancor più, lo sono in riferimento ad un’annata (2017) caratterizzata da gravi fenomeni che hanno influito pesantemente a livello ambientale (come quelli accertati di siccità ed incendi, ritenuti da ISPRA fattori rilevanti in termini di causa/effetto, con riduzione degli esemplari e con difficoltà riproduttive).   Dunque elementi che hanno prodotto evidenti ripercussioni sul territorio, producendo effetti a livello di difficile sopravvivenza della fauna selvatica”.

stemma Regione Sardegna

L’attività istruttoria svolta dalla Regione autonoma della Sardegna è risultata estremamente carente: “La decisione in sede di Calendario 2017/18, benchè restrittiva (2 giornate), è stata assunta nonostante mancassero i (necessari) monitoraggi, con acquisizione dei dati presupposti, che costituivano elementi <imprescindibili> per poter assumere la valutazione di ammissibilità, con, determinazione, qualora ritenuta compatibile, del ‘congruo’ e ridotto prelievo. In assenza di specifici censimenti , per tali specie, l’autorizzazione alla caccia delle due tipologie “sensibili” (lepre e pernice sarda), riconosciute in diminuzione, ancorchè compiuta con modalità limitate, risulta priva della adeguata e necessaria istruttoria richiesta. Con affievolimento della tutela ambientale-faunistica e rafforzamento delle facoltà concesse ai cacciatori. Inoltre la decisione assunta in sede di Calendario venatorio, si pone anche in contrasto con il prevalente e generale <principio di precauzione>, che deve applicarsi in materia tutela ambientale, per disposizioni nazionali ed ancor prima comunitarie”.

La conclusione non può che essere questa: “In definitiva l’ammissione, in sede di Calendario, di due (mezze) giornate di caccia (il 24 settembre e l’ 1 ottobre 2017), si pone quindi in contrasto con la posizione assunta dall’organo tecnico (ISPRA). Dunque, nell’attesa di rilievi adeguati ed aggiornati, andava privilegiata, per queste due tipologie, la tesi della sospensione (con divieto temporaneo di prelievo) della caccia, in applicazione diretta del parere ISPRA e del principio di precauzione, esplicativo della doverosa cautela vigente in materia di difesa ambientale, compresa la sfera venatoria”.

Germano reale (Anas platyrhynchos)

Il principio giurisprudenziale è netto e chiaro: in assenza di puntuali dati scientifici relativi ai monitoraggi faunistici, non può essere consentita la caccia anche a specie faunistiche astrattamente cacciabili (come la Lepre sarda e la Pernice sarda).

Il T.A.R. Sardegna ha anche disposto la condanna di Regione autonoma della Sardegna e Associazioni venatorie intervenienti (Libera Associazione Sarda della Caccia, Federazione Italiana della Caccia – Regione Sardegna, Unione Cacciatori di Sardegna, Caccia Pesca Ambiente) al pagamento delle spese legali (3 mila euro) in favore del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

Un’ultima considerazione: la Giunta Pigliaru – e in particolare l’Assessore della difesa dell’ambiente Donatella Emma Ignazia Spano – ha avuto un’occasione d’oro, servita su un piatto d’argento, per fare bella figura senza fatica: bastava sospendere la caccia a Lepri e Pernici sulla base della criticissima situazione ambientale.  Eppure l’Assessore Spano non ha nemmeno degnato di risposta la documentata richiesta (3 agosto 2017).

Ora il T.A.R. Sardegna spiega un po’ a costoro com’è fatto il mondo…..

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Cagliari, sede del T.A.R. Sardegna (Piazza del Carmine-Via Sassari)

 

00065/2018 REG.PROV.COLL.

00695/2017 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 695 del 2017, proposto da:
GRUPPO DI INTERVENTO GIURIDICO ONLUS, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Carlo Augusto Melis Costa, con domicilio eletto presso il suo studio in Cagliari, piazza Giovanni XXIII 35;

contro

REGIONE AUTONOMA SARDEGNA, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Roberto Murroni, Giovanni Parisi, con domicilio eletto presso lo studio Roberto Murroni in Cagliari, viale Trento 69;

nei confronti di

LIBERA ASSOCIAZIONE SARDA DELLA CACCIA, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Alberto Onorato, con domicilio eletto presso il suo studio in Cagliari, piazza Repubblica 10;

e con l’intervento di

“ad opponendum”:

FEDERAZIONE ITALIANA DELLA CACCIA – REGIONE SARDEGNA, UNIONE CACCIATORI DI SARDEGNA (U.C.S.), CACCIA PESCA AMBIENTE (C.P.A.) – SEZIONE SARDEGNA, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi dall’avvocato Alberto Onorato, con domicilio eletto presso il suo studio in Cagliari, piazza Repubblica 10;

per l’annullamento

del decreto dell’Assessore della Difesa dell’Ambiente della Regione autonoma della Sardegna n. 25/15746 del 21.07.2017 avente ad oggetto “calendario venatorio 2017/2018” e di ogni altro

atto precedente e presupposto, conseguente, comunque connesso.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Autonoma Sardegna e della “Libera Associazione Sarda della Caccia”;

Visti gli Interventi in giudizio, “ad opponendum”, da parte di “Federazione Italiana della Caccia – Regione Sardegna”, “Unione Cacciatori di Sardegna (U.C.S.)” e di “ Caccia Pesca Ambiente (C.P.A.) – Sezione Sardegna”;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 20 dicembre 2017 la dott.ssa Grazia Flaim e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Con decreto dell’Assessore della Difesa dell’Ambiente della Regione autonoma della Sardegna n. 25/15746 del 21.07.2017 è stato approvato il “Calendario venatorio 2017/2018”.

L’associazione ambientalista “Gruppo d’intervento giuridico” ritiene tale provvedimento parzialmente lesivo della tutela alla fauna selvatica, in particolare, in riferimento a due specie meritevoli di peculiare attenzione : “lepre sarda” e “ pernice sarda”.

Con ricorso depositato il 31 agosto 2017, munito di istanze cautelari sia urgente che ordinaria, è stato chiesto l’annullamento, in parte qua, del Calendario adottato nonché di ogni altro atto precedente, presupposto, conseguente e connesso, in riferimento alle giornate ammesse per la cattura di tali specie.

Sono state formulate le seguenti censure:

1) violazione dell’ articolo 18 della legge 157/1992 e successive modificazioni;

2) violazione dell’articolo 191 TFUE;

3) violazione dell’articolo 3 ter del decreto legislativo 152/2006 e successive modificazioni; difetto di motivazione e istruttoria; violazione del principio di precauzione.

Si è costituita in giudizio sia la Regione Sardegna eccependo l’inammissibilità del ricorso e la sua infondatezza.

Analoga posizione ha assunto anche la “Libera Associazione Sarda Della Caccia”, che è stata chiamata in giudizio dalla ricorrente.

Si sono costituite in giudizio, inoltre, con coordinate ed uniformi difese, ma sotto forma di “intervento ad opponendum” anche altre Associazioni di Cacciatori, specificamente: “Federazione Italiana della Caccia – Regione Sardegna”, “Unione Cacciatori di Sardegna (U.C.S.)”, “Caccia Pesca Ambiente (C.P.A.) – Sezione Sardegna”, eccependo l’inammissibilità del ricorso e sviluppando analoghe argomentazioni a difesa del mantenimento del Calendario, così come approvato dalla Regione.

Con decreto presidenziale n. 278 del 2/9/2017 la domanda urgente cautelare è stata rigettata con la seguente motivazione:

“Ritenuto che non sussistono i presupposti per l’adozione di un decreto presidenziale d’urgenza, in quanto, essendo in contestazione le giornate del calendario venatorio del 24 settembre e del 1 ottobre 2017 per ciò che concerne la caccia alla lepre sarda ed alla pernice sarda, l’istanza cautelare può essere utilmente esaminata dal collegio nella camera di consiglio del 14 settembre prossimo”.

Lasciando quindi del tutto impregiudicato ogni profilo in contestazione.

Con la successiva ordinanza collegiale , del 15 settembre 2017 n. 308, la domanda cautelare è stata accolta, ritenendo il prospettato danno effettivamente “irreversibile” (con l’uccisione dei capi), con irreparabile violazione/riduzione del patrimonio faunistico regionale per specie qualificate particolarmente sensibili.

La motivazione a supporto della disposta sospensiva è stata la seguente:

“considerato che allo stato manca un “monitoraggio aggiornato” in relazione alle due specie (lepre sarda e pernice sarda) per le quali l’Associazione ricorrente richiede un peculiare regime di tutela;

rilevato che l’ammissione di due (mezze) giornate di caccia (il 24 settembre e l’ 1 ottobre 2017) determina oggettivamente una riduzione degli esemplari (rispettivamente 2 e 4 per ciascun cacciatore);

considerato che anche l’ISPRA ha richiesto (con documento del 30.6.2017, pag. 4, in due punti) una sospensione della cacciabilità di queste due specie , in assenza di specifici dati sulla loro consistenza;

considerato che il Piano è in formazione;

rilevato che non può escludersi, alla luce di tali considerazioni formulate dall’organo tecnico, che si possa attuare un rischio di rarefazione e/o estinzione;

considerato che l’ammissione alla caccia in carenza di dati aggiornati potrebbe provocare concreti danni al patrimonio faunistico;

rilevata la possibile incidenza, anche, del grave stato di siccità e di incendi riconosciuto in sede di emergenza dalla stessa Regione;

considerato che non si può escludere, allo stato, che vi possa essere un concreto rischio di grave riduzione e/o estinzione di queste due specie;

ritenuto, in conclusione, che, per queste due tipologie, debba essere privilegiata, nell’attesa di rilievi adeguati ed aggiornati, la tesi della sospensione (divieto temporaneo) della caccia, in applicazione del principio di precauzione, esplicativo della doverosa cautela vigente in materia di difesa ambientale;

con sospensione, in parte qua, del Calendario Venatorio 2017/2018, limitatamente alle 2 specie (lepre e pernice sarde);

con fissazione, per la trattazione di merito del ricorso, dell’udienza pubblica al 20 dicembre 2017 .

Con compensazione delle spese della fase cautelare.”

Con ulteriore memoria è stata ribadita la legittimità del provvedimento regionale assunto.

All’udienza del 20 dicembre 2017 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

RITO.

Preliminarmente vanno esaminate le eccezioni di rito, di inammissibilità, sollevate dalle controparti.

Il ricorso è ammissibile, in quanto l’impugnazione colpisce un provvedimento, il Calendario venatorio, idoneo ad incidere il “valore” ambientale tutelato anche dall’organo tecnico ( ISPRA), in considerazione della tipologia della propria attività e del supporto scientifico che svolge nell’elaborazione di atti generali e pianificatori (questo ultimo, il Piano, ancora in corso).

I motivi di doglianza sono stati adeguatamente esplicitati in ricorso.

Neppure può essere accolta l’eccezione di genericità e inadeguatezza delle censure proposte, rinvenendosi nell’atto giudiziario iniziale tutti i contenuti che hanno caratterizzato l’azione.

Nè era necessario notificare il ricorso anche al Comitato regionale faunistico (che ha agito in sede deliberativa con le decisioni del 20/6/2000 17/20/7/2017), essendo stato il provvedimento finale comunque deliberato dalla Regione, con provvedimento assessorile del 21.07.2017.

Dunque nonostante il Comitato partecipi alla formazione del Calendario venatorio, è comunque l’ Assessore che adotta il calendario venatorio, su deliberazione del comitato regionale faunistico (legge regionale 23/1998).

Oltretutto l’assessore ha il potere di introdurre divieti o limitazioni in riferimento a sopravvenute particolari condizioni stagionali e climatiche, o per malattie o altre calamità .

Dunque sussiste per l’ Assessore, non solo il potere di “recepimento” del deliberato del Comitato, ma anche il potere di apportarvi modifiche o integrazioni al calendario, rispetto a quanto emerso in sede di organo tecnico .

Essendo la decisione del Comitato assorbita, in termini sia formali che sostanziali, dal Decreto dell’ Assessore è questo il (solo) provvedimento finale, come tale suscettibile di impugnazione e non anche gli atti endoprocedimentali.

Ed in ogni caso, nella fattispecie, l’impugnazione risulta estesa, con formula generale, anche ad ogni atto precedente/presupposto/conseguente/connesso, nell’ambito dei quali vanno ricompresi quelli scaturenti da fasi deliberative meramente endoprocedimentali, in particolare di natura tecnica (inidonee, da sole, ad assumere efficacia esterna).

La chiamata in giudizio, circoscritta all’autorità regionale (e non estesa anche al Comitato) è idonea e sufficiente per costituire il pieno contraddittorio, essendo stato l’atto finale assunto dall’Assessore, unico provvedimento che determina effettivi prescrizioni e divieti.

***

MERITO.

E’ indubbio che le due specie coinvolte (lepre sarda e pernice sarda) rappresentano due tipologie di fauna selvatica ritenute meritevoli di particolare tutela e protezione.

Sussiste, quale presupposto, in sede di emanazione del Calendario venatorio, la necessità di poter garantire e “conservare” la persistenza, in numero adeguato, delle unità. Al fine di permetterne la loro riproduzione.

Gli organismi tecnici, previa approfondita ed adeguata istruttoria, debbono valutare in quale modo (se e quando) sia ammissibile la previsione di giornate di caccia (o anche di mezze giornate).

In considerazione dello specifico e peculiare quadro ambientale regionale.

Risulta dunque inevitabile e necessario , nell’elaborazione del Calendario venatorio sardo, il (previo) coinvolgimento dell’ ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), organismo tecnico deputato alla protezione e tutela del patrimonio ambientale (comprensivo di quello faunistico), che è stato istituito con la legge 133/2008 di conversione del Decreto Legge 25 giugno 2008 n. 112 (art. 28), con svolgimento, tra le altre, anche delle funzioni che spettavano precedentemente all’Istituto Nazionale per la fauna selvatica di cui alla legge 11 febbraio 1992 n. 157 e successive modificazioni.

Tutta la questione contesa si pone in riferimento alla circostanza che il Calendario venatorio regionale sardo 2017/2018 prevede due giornate di caccia (fino alle ore 14), nei giorni 24 settembre e 1 ottobre 2017 anche nei confronti della “lepre sarda” e della “pernice sarda”.

Con autorizzazione ad un “carniere”, per ogni cacciatore, di, rispettivamente, 2 e 4 esemplari.

Parte ricorrente evidenzia che essendo i cacciatori in Sardegna complessivamente 35.987, risulterebbe , per effetto, autorizzato un “potenziale carniere” di prelievo complessivo di 71.974 esemplari di lepri sarde e 143.948 di pernice sarde.

L’Associazione ambientalista ritiene che tali quantificazioni non sarebbero legittime in quanto le specie coinvolte sono state riconosciute “tendenti alla diminuzione”.

Le Controparti (Amministrazione e Associazioni private di Cacciatori, resistenti ed intervenienti) ritengono, invece, che:

– i dati di riferimento (carnieri massimi) non tengono conto del fatto che solo una limitata parte dei cacciatori si dedica alla caccia di queste 2 specie; e dall’esame dei fogli dei libretti venatori detenuti dagli uffici regionali sarebbe stato possibile rilevare dati molto inferiori, relativi alle annate precedenti; con possibilità di acquisire, quindi, dati certi e attendibili, dimostrativi di un prelievo estremamente contenuto;

– non sarebbe stata tenuta in adeguata considerazione la circostanza che nelle 2 giornate di caccia (24 settembre e 1 ottobre), sono destinate al prelievo anche le altre 22 specie;

– è esigua la quantificazione che è stata prevista, specie se raffrontata ai numeri molto elevati per altre specie;

-non sussistono gli effetti negativi della siccità/incendi sulle specie in questione (pernici e lepri), che, per caratteristiche proprie, risulterebbero non risentire di tali fenomeni;

-in ogni caso il territorio, alla fine della stagione estiva (quando è previsto l’inizio della caccia), si dovrebbe presentare migliorato.

Il Collegio, confermando l’orientamento già specificamente espresso in sede cautelare, ritiene il ricorso meritevole di accoglimento.

Sostanzialmente tutti i profili rilevanti sono stati già esaminati nell’ordinanza di sospensiva, che, in questa sede, viene confermata nei contenuti.

Non sono emersi, infatti, in sede di scritti difensivi successivi alla Camera di consiglio (essenzialmente una memoria da parte della Regione), né in sede di Udienza pubblica, ulteriori elementi che possano privare di valenza le considerazioni già espresse da questo Collegio.

Sussiste interesse alla decisione , nonostante nelle more si sia consolidata la sottrazione alla cacciabilità di questi esemplari , essendo ormai decorse le due giornate (settembre/ottobre 2017) che erano state contemplate nel Calendario venatorio.

L’Associazione aspira all’affermazione di una tutela piena in sede di merito, con scrutinio di tutte le censure.

Preliminarmente non può condividersi la tesi (sostenuta, in particolare, dalla difesa delle Associazioni Cacciatori), in base alla quale l’ esistenza “in fatto”, rapportato agli anni precedenti, di un prelievo molto inferiore rispetto al tetto massimo previsto per queste due specie (dato che emergerebbe dall’analisi dei libretti dei cacciatori), dimostrerebbe l’assenza della idoneità della previsione di ledere in concreto.

Ma l’analisi della lesività delle previsioni contenute nel Calendario venatorio debbono essere considerate e valutate in relazione a quanto è stato formalmente deciso dall’Assessore (e , in istruttoria, dal Comitato) in riferimento ai “ carnieri ammessi” per cacciatore.

Tale dato rappresenta il “possibile” e giuridicamente “ammesso”, legittimo prelievo.

E tale quantificazione non può essere influenzato (ai fini della dimostrazione della presenza o assenza della capacità di ledere) dall’esistenza di dati inerenti le stagioni “trascorse”.

La possibilità di cacciare e prelevare un certo quantitativo di capi, una volta <definito> dall’Autorità preposta, non risulta influenzato (ai fini dell’impugnazione) né da eventuali diverse previsioni antecedenti, né del prelievo “di fatto” avvenuto da parte dei cacciatori (dati rilevabili da altre fonti).

La lesività, infatti, deriva dalle previsioni generali contenute nello strumento (Calendario venatorio), che ammettono e rendono legittimo il prelievo in quei quantitativi massimi definiti.

Neppure merita considerazione la circostanza indicata dalle controparti che nelle due giornate individuate di caccia, è ammessa la caccia anche di altre 22 specie; e, per l’effetto, non potrebbe essere ipotizzabile l’utilizzo di tale carniere (tutto) da parte dei cacciatori, impegnati nell’acquisizione di altre specie. Con possibile prelievo , in concreto, di un numero complessivo di esemplari molto inferiore (rispetto alle cifre ammesse).

Anche questo profilo rappresenta un dato di mero fatto che non consente di smentire la sussistenza, comunque, della possibilità teorica , e giuridica, di utilizzo della facoltà da parte dei cacciatori (il cui numero, peraltro, controparte neppure individua precisamente, menzionandolo come “qualunque esso sia”).

Ai fini della decisione neppure può essere condivisa la circostanza che il “quantum” individuato come ammissibile per la caccia di queste 2 specie, essendo molto inferiore rispetto al “quantum” concesso per le altre specie cacciabili, sarebbe da considerare praticamente irrilevante in termini di “impoverimento” del territorio.

Sul punto è sufficiente evidenziare che la tutela ambientale è in questa fattispecie “mirata” per la salvaguardia di determinate tipologie “sensibili”, che possono essere a rischio di riduzione/estinzione.

La lesività del “bene ambiente” non può che derivare dallo strumento giuridico generale che tale prelievo, in prospettiva, ammette e consente in riferimento ad una determinata stagione venatoria.

Rimanendo irrilevanti i dati pregressi, che possano influenzare le scelte amministrative attuate, ma non ne condizionano la loro applicazione.

Inoltre, in questa controversia non si discute della scelta discrezionale attinente il “quantitativo” del prelievo ammesso, ma la carenza degli elementi necessari istruttori, ritenuti imprescindibili per poter ritenere ammissibile la possibilità di cacciare queste 2 specie e di attuare il relativo prelievo, con individuazione delle giornate e dei carnieri.

Elemento ulteriore rilevante , che non può essere ignorato, è che l’anno 2017 si è caratterizzato per importanti emergenze ambientali, siccità e fuochi, che hanno incidenza, con negativi impatti sul patrimonio faunistico, come risulta dai pareri ISPRA (del 30.6 e 25.8.2017), depositati in giudizio.

Quanto sostenuto dalle controparti che la siccità ed i fuochi non avrebbero, nello specifico, influenza negativa nel mantenimento di queste 2 specie, non trova riscontro.

Addirittura si ritiene, a sostegno della mancata diminuzione dei capi, che quest’anno vi sarebbe stato “un aumento” di pernici e di lepri; e che sarebbero solo i cacciatori ed i loro cani ad essere danneggiati dalla siccità.

Sul punto basta richiamare il parere dell’organo tecnico che, invece, riferisce che anche per tali esemplari sussistono gli effetti negativi da tali pesanti fenomeni naturali.

“Come già evidenziato in passato da questo Istituto, in presenza di eventi climatici particolarmente avversi per la fauna, si ritiene che, seguendo il principio di precauzione, in occasione della prossima apertura della stagione venatoria vadano assunti provvedimenti cautelativi atti a evitare che popolazioni in condizioni di particolare vulnerabilità possano subire danni, in particolare nei territori interessati da incendi e condizioni climatiche estreme nel corso dall’attuale stagione estiva. Nello specifico, richiamando quanto previsto dalla legge n. 157/92, art. 19, comma 1, si consiglia di adottare le misure di seguito evidenziate……”.

….“Caccia nelle aree interessate da incendi :

L’esercizio dell’attività venatoria a carico di talune specie può rappresentare un ulteriore motivo di aggravamento delle condizioni demografiche delle popolazioni interessate, non solo nelle aree percorse dagli incendi, ma anche nei settori limitrofi e interclusi, allorquando l’azione del fuoco abbia interessato percentuali importanti di un’area (es.oltre il 30%) e quando gli incendi si siano succeduti nell’arco degli ultimi anni negli stessi comprensori. Lo scrivente Istituto è dunque del parere che le Amministrazioni competenti dovrebbero attivare specifiche iniziative di monitoraggio soprattutto a carico delle popolazioni di fauna selvatica stanziale o nidificante, potenzialmente oggetto di prelievo venatorio, assumendo di conseguenza eventuali misure di limitazione del prelievo stesso. In particolare dovrebbero essere emanati adeguati provvedimenti affinché il divieto di caccia nelle aree forestali incendiate (come già previsto dalla Legge 353/2000, art. 10, comma 1 per le sole aree boscate) sia esteso almeno per due anni a tutte le aree percorse dal fuoco (cespuglieti, praterie naturali e seminaturali, ecc.), nonché ad una fascia contigua alle aree medesime, le cui dimensioni debbono essere stabilite caso per caso in funzione delle superfici incendiate, della loro distribuzione e delle caratteristiche ambientali delle aree circostanti”;

(così parere del 25.8.2017, che smentisce la correlazione evento/danno).

Dunque il parere , preso atto che “i dati meteoclimatici indicano che il 2017 è stato caratterizzato, già a partire dagli inizi dell’anno, da una situazione meteorologica decisamente critica, caratterizzata da temperature massime assai elevate e prolungati periodi di siccità, che ha determinato in tutta Italia una situazione accentuata di stress in molti ecosistemi” ha rilevato che ciò ha “peggiorato le condizioni fisiche degli individui; e ciò può condizionare negativamente il successo riproduttivo e aumentare la mortalità degli individui giovani e adulti, a causa di una maggior vulnerabilità a malattie e predazione”.

“Per quanto concerne gli ecosistemi acquatici, le temperature elevate e la siccità possono favorire l’insorgenza di estesi fenomeni di anossia, con conseguente alterazione delle reti trofiche esistenti e parziale o totale collasso delle biocenosi. Allo stesso tempo, con il perdurare della crisi idrica molti ambienti palustri nel corso dell’estate tendono a seccare, riducendo il successo riproduttivo delle specie che nidificano più tardivamente e costringendo gli uccelli a concentrarsi nelle poche aree che rimangono allagate”.

Dunque non trova adeguato riscontro l’affermazione compiuta dalle controparti ove si sostiene che non vi sarebbe “la presenza di una diretta relazione negativa, significativamente rilevante, tra stato di siccità ed esercizio dell’attività venatoria, al fine di lamentare <un ipotetico pregiudizio> della fauna che venga assoggettata all’attività della caccia”.

La modifica dei suoli, certamente avvenuta, causata da siccità ed incendi, è un fattore ambientale che doveva essere ampiamente considerato (contenuto nelle prescrizioni tecniche ISPRA, specificamente indirizzate alla realtà sarda) ai fini delle decisioni da assumere a livello regionale , in materia faunistica (direttamente correlata) sia in termini di “an” che “quantum” in ordine all’ abbattimento delle due specie “sensibili”.

Né può essere condivisa la tesi , sostenuta da controparte, ove si sostiene che a fine settembre (corrispondente all’inizio della caccia), gli effetti della siccità, risulterebbero ormai ridotti e/o mitigati, con “riespansione” delle ordinarie facoltà di prelievo.

Tale valutazione, del tutto unilaterale, non trova alcun fondamento scientifico; e, del resto, è rimasta generica l’affermazione in quanto formulata secondo una formula generica:

“è ragionevole pensare che il periodo, fine settembre/fine gennaio, sarà caratterizzato da condizioni atmosferiche diverse da quelle attuali”.

Dunque, come rilevato, il nucleo essenziale e fondamentale della controversia è costituito dalla mancanza di adeguati ed appropriati “monitoraggi faunistici”, a monte della decisione di includere anche queste due specie sensibili (lepre e pernice sarda) nel Calendario 2017/2018.

Studi e rilevazioni che, coinvolgendo scelte inerenti specie particolarmente protette, costituiscono il necessario presupposto squisitamente scientifico per poter ammettere la previsione di cacciabilità.

Gli accertamenti/monitoraggi, necessariamente preventivi, che costituiscono adempimenti comunque necessari in via ordinaria, e che, ancor più, lo sono in riferimento ad un’annata (2017) caratterizzata da gravi fenomeni che hanno influito pesantemente a livello ambientale (come quelli accertati di siccità ed incendi, ritenuti da ISPRA fattori rilevanti in termini di causa/effetto, con riduzione degli esemplari e con difficoltà riproduttive).

Dunque elementi che hanno prodotto evidenti ripercussioni sul territorio, producendo effetti a livello di difficile sopravvivenza della fauna selvatica.

E’ vero che l’articolo 18 della legge 157/1992 prevede, al 1º comma, sub lett. a) , come cacciabili, tra le altre, anche la lepre sarda e la pernice sarda (dalla 3ª domenica di settembre al 31 dicembre).

Ma al 2º comma la medesima norma stabilisce anche che:

“I termini di cui al comma 1 possono essere modificati per determinate specie in relazione alle situazioni ambientali delle diverse realtà territoriali. Le regioni autorizzano le modifiche previo parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica. …..L’autorizzazione regionale è condizionata alla preventiva predisposizione di adeguati piani faunistico-venatori”.

Nel caso di specie la particolare delicatezza della materia , per la stagione venatoria 2017/18, specificamente contestualizzata per caratteristiche del tutto peculiari, emergeva dalla circostanza che l’organo titolato, per competenza, a compiere le valutazioni tecniche e specialistiche in materia (ISPRA), aveva espresso un parere sostanzialmente caratterizzato, proprio per queste specie, da grande cautela ed , essenzialmente, soprassessorio, fornendo una direttiva/parere negativo nelle more di accertamenti attualizzati alla situazione in essere.

Il tutto finalizzato a fornire particolare tutela a questi esemplari, meritevoli di particolare considerazione ai fini della loro adeguata conservazione..

Ritenendo imprescindibile l’espletamento, prima di poter ammetterne la cacciabilità, di una fase intermedia istruttoria di “studio e approfondimento” per il rilevamento delle condizioni concrete, con analisi, anche, degli effetti che si erano indubbiamente prodotti sul territorio e sulla fauna a causa degli accadimenti estremi emergenziali (e riconosciuti dalla stessa Regione).

In tale contesto consultivo non viene fornito un (mero) orientamento in ordine al “contenimento” del <numero dei capi> (che implicherebbe la già maturata decisione di ISPRA di ammettere la cacciabilità di queste due specie nella stagione 2017/18), bensì viene posta la necessità di “anteporre”, ad ogni decisione finale , la verifica ed il riscontro dei presupposti favorevoli di ammissibilità ambientale per poter includere le specie nell’ambito del Calendario 2017/18.

Tramite adeguate rilevazioni territoriali e specifici monitoraggi in ordine alla sussistenza di idonee condizioni per l’adeguata e sufficiente riproduzione.

Adempimenti ritenuti necessari per poter definire la possibilità, in concreto, del prelievo (quindi in termini sia di “an” che di “quantum”).

Sul punto assume valore assorbente la circostanza che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha fornito (tra i vari pareri) il 30 giugno 2017, nell’ambito della procedura di formazione del Calendario venatorio propriamente sardo 2017/18 (trattandosi di atto indirizzato specificamente alla Regione Sardegna –altri sono generici per tutte le Regioni-), la propria valutazione “ex lege” (in applicazione dell’ articolo 18 della legge 157/1992), chiedendo, esplicitamente:

<la sospensione della caccia alla lepre sarda e alla pernice sarda, in assenza di dati sulla consistenza>.

Affermando espressamente, per la pernice sarda (sub “avifauna acquatica-umida”) che “la sola restrizione a 2 giornate di caccia non rappresenta una condizione sufficiente per garantire la modulazione del prelievo in relazione alle consistenze locali, che dovrebbe essere pertanto subordinato alla stesura di un piano di prelievo commisurato alla dinamica della popolazione sulla base del monitoraggio standardizzato e della stima dell’incremento utile annuo. In assenza degli elementi di gestione appena citati il prelievo venatorio non dovrebbe essere consentito”.

Nel medesimo testo (sub “lagomorfi”) lo stesso ISPRA sostiene che:

così come per la pernice sarda, anche per la lepre sardaè necessaria la pianificazione della caccia basata su criteri di sostenibilità biologica in ciascuna unità territoriale di gestione attraverso il monitoraggio standardizzato della popolazione, la stima dell’incremento utile annuo, la stesura di un piano di prelievo commisurato alla dinamica della popolazione e l’adozione di meccanismi di controllo del prelievo che consentano il rispetto del piano programmato. In assenza degli elementi di gestione appena citati il prelievo venatorio non dovrebbe essere consentito”.

Dunque indirizzi peculiari ed appropriati specificamente rivolti a tali due specie ritenute particolarmente colpite dagli eventi.

Si tenga in considerazione, quale elemento fondante dell’ aggravamento, che la Regione aveva pronunciato, con la deliberazione della giunta regionale del 20 giugno 2017 30/37, lo stato di “grave siccità ed eccezionale avversità atmosferica”.

Elementi ambientali che avevano comportato una “grave sofferenza” per l’intero comparto agricolo e zootecnico, tale da qualificare la situazione in termini di “straordinaria emergenza”; con richiesta al governo nazionale di approvare “misure emergenziali” ritenute necessarie per limitare gli effetti dell’evento sull’intero comparto agricolo.

E a questa situazione generale (di incisivo impatto sulla natura e sull’ambiente) non si sottrae l’area della “fauna selvatica”.

La Regione ha ritenuto, invece, di poter sostanzialmente <superare> il parere negativo ISPRA considerando diversi elementi (4) ritenuti, complessivamente, idonei ad affermare l’insussistenza di concreti “pericoli di riduzione” delle specie coinvolte. Precisando che (a sostegno dell’inclusione fra le specie cacciabili per 2 o 4 capi):

– il contenimento a sole 2 mezze giornate sarebbe sufficiente a favorire un periodo di “riposo biologico”, posto che tra una giornata e l’altra di caccia è stata prevista una pausa di 6 giorni , ritenuta consistente (con divieto di caccia al giovedì); tale disposizione è più restrittiva rispetto a quanto indicato da ISPRA nella Guida, ove si ritiene efficace ma non sufficiente la restrizione a 4 o 5 giornate di caccia;

– le 2 mezze giornate, nelle domeniche del 24 settembre e 1 ottobre, inciderebbero in modo esiguo sulla popolazione di pernice e lepre sarde;

– tale restrizione è stata estesa, in queste 2 mezze giornate, oltre che alle 2 specie in esame, anche per tutte le altre specie;

– i carnieri giornalieri e stagionali deliberati, per le specie contestate, sarebbero molto severi e restrittivi (per la pernice sarda il carniere giornaliero è di soli 2 capi ed il carniere stagionale di soli 4 capi per cacciatore).

Si evidenzia, innanzitutto, che la citata “Guida” ISPRA è datata luglio 2010, quindi non aggiornata alla situazione specifica “attuale”; come tale assume importanza e rilevanza prevalente quanto definito nelle decisioni consultive dello stesso Istituto del 2017, inerenti la stagione venatoria 2017/18 (anziché le linee generali pregresse).

La decisione in sede di Calendario 2017/18, benchè restrittiva (2 giornate), è stata assunta nonostante mancassero i (necessari) monitoraggi, con acquisizione dei dati presupposti, che costituivano elementi <imprescindibili> per poter assumere la valutazione di ammissibilità, con, determinazione, qualora ritenuta compatibile, del “congruo” e ridotto prelievo.

In assenza di specifici censimenti , per tali specie, l’autorizzazione alla caccia delle due tipologie “sensibili” (lepre e pernice sarda) , riconosciute in diminuzione, ancorchè compiuta con modalità limitate, risulta priva della adeguata e necessaria istruttoria richiesta.

Con affievolimento della tutela ambientale-faunistica e rafforzamento delle facoltà concesse ai cacciatori.

Inoltre la decisione assunta in sede di Calendario venatorio, si pone anche in contrasto con il prevalente e generale <principio di precauzione>, che deve applicarsi in materia tutela ambientale, per disposizioni nazionali ed ancor prima comunitarie.

Come previsto, specificamente, dall’articolo 3 ter del decreto legislativo 152/2006 e dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’unione europea.

Tale “valore/principio” deve costituire e rappresentare il parametro di riferimento nell’assunzione delle decisioni che incidono in materia ambientale.

Dunque, in carenza per queste due specie, di adeguato “monitoraggio aggiornato”, le potestà autorizzatorie regionali (che ritengono comunque cacciabili, nella stagione venatoria 2017/18, tali specie, ancorchè in misura ridotta) subiscono un affievolimento in attesa dello specifico studio, di competenza della regione.

ISPRA, infatti, fornisce le direttive ed i principi di riferimento, ma non è tenuta a compiere, anche, l’analisi sul territorio regionale, al quale è tenuta, in esecuzione, la Regione Sardegna/Comitato faunistico (trattandosi di atto composto) , qualora intendano includere le 2 specie sensibili nel Calendario stagionale attuale.

E l’Amministrazione regionale può discostarsi dal parere ISPRA solo qualora abbia raggiunto adeguati dati scientifici a sostegno delle scelte permissive da intraprendere.

Elementi che, invece, nella fattispecie concreta, mancavano.

L’ISPRA, infatti, aveva specificamente chiesto, con il documento del 30.6.2017 (a pag. 4, in due diversi punti), una sospensione della cacciabilità di queste due specie , per mancanza di specifici dati sulla loro “consistenza”.

Dunque alla luce delle considerazioni formulate dall’organo tecnico, nel 2017, non si poteva escludere che potesse sussistere un concreto rischio di estinzione e/o di incisiva riduzione per queste due specie; circostanza che andava approfondita, in via prioritaria, rispetto alla scelta di includere nel Calendario venatorio Pernice e lepre sarda.

Posto che veniva riconosciuto da ISPRA che le emergenze territoriali (siccità e incendi 2017) avevano determinato l’impoverimento dei suoli (e della fauna che vi vive), nonché delle capacità di riproduzione di tali specie.

Analoghe richieste erano state avanzate anche dalle Province di Nuoro e di Oristano, sempre nell’ambito della procedura di formazione del Calendario venatorio.

In conclusione la sussistenza di “pericoli di riduzione/estinzione” delle (due) specie selvatiche, che costituiscono patrimonio indisponibile dello Stato, tutelato nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale, ex articolo 1 della legge 157/1992, imponeva di dover, previamente, acquisire i dati rilevanti, tramite adeguato monitoraggio , al fine di poter consentire l’inclusione anche di tali esemplari nell’ambito delle specie cacciabili, con definizione, solo conseguentemente, della quantificazione ammessa .

Dunque la decisone regionale di includere fra le specie cacciabili anche la lepre e pernici sarde è stata assunta in modo illegittimo, sussistendo un peculiare ed acclarato regime di tutela (aggiornato al 2017), per mancata acquisizione di preliminari ed adeguate verifiche tecniche.

In definitiva l’ammissione, in sede di Calendario, di due (mezze) giornate di caccia (il 24 settembre e l’ 1 ottobre 2017), si pone quindi in contrasto con la posizione assunta dall’organo tecnico (ISPRA).

Dunque, nell’attesa di rilievi adeguati ed aggiornati, andava privilegiata, per queste due tipologie, la tesi della sospensione (con divieto temporaneo di prelievo) della caccia, in applicazione diretta del parere ISPRA e del principio di precauzione, esplicativo della doverosa cautela vigente in materia di difesa ambientale, compresa la sfera venatoria.

La prevista cacciabilità di 2 e 4 esemplari per ciascun cacciatore ha determinato , oggettivamente , una riduzione di queste due specie, che sono state ritenute da ISPRA provvisoriamente non ammissibili (con previsione di necessaria sospensione in riferimento alla specifica stagione venatoria), se non tramite adeguati rilievi sul territorio regionale.

Prescrizione esplicata dal competente Istituto deputato a studiare (competenza propria) il patrimonio faunistico (ex articolo 7 comma 2 della legge 157/1992) sia tramite atti “generali” che “puntuali” (differenziandosi le realtà territoriali, caratterizzate in modo diverso fra Regione e Regione).

Per quanto concerne , infine, l’eccepita problematica di “competenza” (le controparti sostengono che sarebbe ISPRA stesso a dover provvedere al censimento e non la Regione, la quale non dovrebbe subire impedimenti per inerzie dell’Istituto) , si evidenzia che la norma, art. 7 3° comma della L. 157/1992, prevede <in apertura> l’attribuzione “generale” di <ambito di azione>, così definendolo e delimitandolo:

“L’Istituto nazionale per la fauna selvatica ha il compito di censire il patrimonio ambientale costituito dalla fauna selvatica, di studiarne lo stato, l’evoluzione ed i rapporti con le altre componenti ambientali, di elaborare progetti di intervento ricostitutivo o migliorativo sia delle comunità animali sia degli ambienti al fine della riqualificazione faunistica del territorio nazionale, di effettuare e di coordinare l’attività di inanellamento a scopo scientifico sull’intero territorio italiano, di collaborare con gli organismi stranieri ed in particolare con quelli dei Paesi della Comunità economica europea aventi analoghi compiti e finalità, di collaborare con le università e gli altri organismi di ricerca nazionali”.

In chiusura stabilisce che detiene la competenza “di controllare e valutare gli interventi faunistici operati dalle regioni e dalle province autonome, di esprimere i pareri tecnico-scientifici richiesti dallo Stato, dalle regioni e dalle province autonome”.

Dunque una attività esterna (e non sostitutiva) in materia di interventi che incidono sulla fauna regionale, i quali debbono essere redatti dalle regioni) nel rispetto dei vincoli sussistenti e di quelli individuati nelle direttive e nei pareri. Con attribuzione all’Istituto di compiti di controllo e valutazione. Pur permanendo l’azione dell’Istituto ai fini del censimento, di elaborazione di studi e progetti di riqualificazione faunistica.

In conclusione il ricorso va accolto con annullamento del provvedimento impugnato (che già era stato sospeso dal Collegio) di approvazione del calendario venatorio 2017/2018 , in parte qua.

Le spese di giudizio seguono le regole della soccombenza, e vengono quantificate in dispositivo (tenendo anche conto della difesa unitaria svolta dalla Libera Caccia Associazione, chiamata autonomamente in giudizio, con le altre intervenienti, con omogeneità degli scritti giudiziari).

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie, con annullamento, in parte qua, del provvedimento impugnato.

Condanna le controparti al pagamento di euro 3.000 (in solido) per onorari e spese di giudizio, in favore della ricorrente, così ripartite:

-1.500 a carico della Regione;

-1.500 a carico delle (4) Associazioni cacciatori (la prima chiamata in giudizio, le altre tre intervenute ad opponendum) , che si sono avvalse della medesima difesa (coordinata e differenziazioni di esame/controdeduzioni).

Oltre al rimborso del contributo unificato, nonché accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Cagliari nella camera di consiglio del giorno 20 dicembre 2017 con l’intervento dei magistrati:

Caro Lucrezio Monticelli, Presidente

Grazia Flaim, Consigliere, Estensore

Antonio Plaisant, Consigliere

Depositata in Segreteria l’1 febbraio 2017

 

Pernice sarda (Alectoris barbara, foto Raniero Massoli Novelli)

L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, 2-3 febbraio 2018

(foto Raniero Massoli Novelli, S.D., archivio GrIG)

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  1. febbraio 2, 2018 alle 10:18 pm

    da Cagliaripad, 2 febbraio 2018
    Salva lepri e pernici sarde, associazione Grig esulta: “Tar ha accolto nostro ricorso”: http://www.cagliaripad.it/288764/salva-lepri-pernici-sarde-associazione-grig-esulta-tar-accolto-nostro-ricorso

    ___________________

    da Olbia.it, 2 febbraio 2018
    Sardegna: accolto definitivamente il ricorso “salva Lepri e Pernici sarde”!: http://www.olbia.it/sardegna-accolto-ricorso-salva-lepri-pernici-sarde-04-02-2018/

    _______________

    da Casteddu online, 2 febbraio 2018
    Stop alla caccia: Tar salva lepri e pernici sarde.
    Il Tribunale amministrativo dà ragione agli ecologisti. Mancano i monitoraggi faunistici. Annullate le giornate di caccia a lepri e pernici sarde da molti considerate ormai in via di estinzione: http://www.castedduonline.it/caccia-lepri-pernici/

    _______________

    da You TG, 2 febbraio 2018
    “Niente monitoraggi su lepri e pernici, illegittimo l’ok della Regione alla caccia”: fucilata dal Tar: http://www.youtg.net/v3/primo-piano/5442-niente-monitoraggi-su-lepri-e-pernici-illegittimo-l-ok-della-regione-alla-caccia-fucilata-dal-tar

    __________________

    da Alghero Live, 2 febbraio 2018
    Il T.A.R. Sardegna accoglie definitivamente il ricorso “salva Lepri e Pernici sarde”: http://algherolive.it/2018/02/03/il-t-a-r-sardegna-accoglie-definitivamente-il-ricorso-salva-lepri-e-pernici-sarde/

    ___________________

    da Caccia Passione, 3 febbraio 2018
    Il TAR Sardegna accoglie il ricorso ecologista, stop alla caccia di lepri e pernici.
    Secondo i giudici, le due giornate della stagione appena terminata (24 settembre e 1° ottobre) non dovevano essere autorizzate. (Simone Ricci): https://www.cacciapassione.com/il-tar-sardegna-accoglie-il-ricorso-ecologista-stop-alla-caccia-di-lepri-e-pernici/

  2. M.A.
    febbraio 2, 2018 alle 11:45 pm

    Eh bravi il Grig. La sentenza del TAR sarà un punto di svolta per la caccia in Sardegna. La Regione si sta già muovendo per la realizzazione dei censimenti, e da ciò che emergerà da questi, si arriverà alla programmazione faunistica venatoria con la nascita degli ATC e tutto ciò che ne deriva. Per la felicità dei funzionari dell’Assessorato i cacciatori si ritroveranno a pagare qualche centinaio di euro in più per far gonfiare enti provinciali che parassitano sulle tasche dei contribuenti che vogliono andare a caccia. Per tanti non sarà un problema, per qualche altro si, ma poco importa. Ripopolare con selvaggina autoctona è un qualcosa che mi ha sempre affascinato, ma conoscendo il business che si cela dietro gli ATC continentali con il pronta caccia…resterà un sogno. Eppure, se la politica fosse lungimirante, in virtù dei tempi di forte instabilità, io qualche cosa farei. Se al biondo americano parte l’embolo e dimostra concretamente che il giochino “a chi ce l’ha più duro” con il nord coreano non sia un bluff per creare instabilità nel mercato e smuovere le borse, ma invece decide di premere concretamente quel “pulsante rosso” scatenando una guerra nucleare capace di mettere in crisi questo sistema, la gente capirà che di internet, PC, smartphone e compagnia contante non ci si può nutrire. È bastato un recente bombardamento di un pozzo di petrolio per far schizzare il prezzo della benzina alle stelle, creando disagi in vari settori, figuriamoci un’azione di quella portata. Almeno un pezzo di carne a costo zero da mettere sotto i denti, in caso di necessità, lo avremo. Sono sicuro che se dovesse accadere ciò le nutrire, cinghiali, volpi e cornacchie non rappresenterebbero più un problema :). D’altronde se oggi siamo qui, è perché 70 anni fa molti dei nostri nonni riuscirono a campare in questo modo in periodi storici terribili. Oggi, in un analoga circostanza, per svariati motivi, la selezione naturale della nostra specie sarebbe brutale.

    • febbraio 3, 2018 alle 7:24 am

      la sentenza non parla di A.T.C., coreani, missili e compagnia cantante.
      Parla di un minimo decente criterio per elaborare i calendari venatori, sempre rifiutato da Regione e rappresentanti delle associazioni venatorie.
      Ora si ambia registro, buona giornata 😊

      Stefano Deliperi

  3. Marco Efisio
    febbraio 3, 2018 alle 12:23 pm

    Buongiorno Stefano Deliperi.
    Per chiarezza è bene che si sappia che l’Associazione che rappresento, il C.P.A. Sardegna, non si è MAI rifiutata di fare i censimenti, anzi in più occasioni ha chiesto che venissero organizzati i corsi per censitori/monitoratori e nonostante ci fosse il benestare dell’Ispra, l’Assessorato all’Ambiente non ci ha mai autorizzato.
    Come già detto in precedenti occasioni, i primi a voler salvaguardare le specie siamo noi cacciatori, poiché siamo responsabili e attenti a non andare ad intaccare il patrimonio faunistico. La recente Sentenza del TAR non fa altro che confermare ciò che abbiamo detto nei nostri documenti ufficiali, ovvero la grande responsabilità degli Uffici, ecco perché presenteremo formale denuncia affinché vengano individuati eventuali responsabili.
    Cordialità
    Marco Efisio Pisanu
    Presidente Reg. C.P.A.

    • febbraio 3, 2018 alle 1:40 pm

      Buongiorno Marco Efisio, come saprai (posso darti del tu?) perché componente del Comitato faunistico regionale, la decisione di aprire la caccia a Lepri e Pernici sarde in calo e in assenza di censimenti faunistici, in periodo di siccità conclamata e dopo devastanti incendi, non é dipesa certo da noi.
      Non siamo stati minimamente ascoltati.
      Questo è il risultato.
      Buona giornata 🌄

      Stefano Deliperi

      • Marco Efisio
        febbraio 3, 2018 alle 2:45 pm

        Ciao Stefano, certo che possiamo darci del tu.
        Neanche noi siamo stati ascoltati e le nostre prime richieste di censimenti risalgono a tre anni fa, anno in cui il C.P.A. è entrato per la prima volta a far parte del CRF.
        Per quanto riguarda lo stato di salute di lepri e pernici, posso confermarti che godono di ottima salute e che la popolazione delle lepri, già numerosa lo scorso anno prima dell’apertura della caccia, è ulteriormente aumentata. Sono certo che aumenteranno anche le pernici, visto che la numerosa popolazione è rimasta integra, o quasi, a causa di qualche bracconiere imbecille.
        Spero che i censimenti affidati al’Università di Sassari diano i reali risultati, a tal proposito non sono per niente contento di questo affidamento (che sarà giudicato nelle sedi opportune), poiché ritengo che i censimenti andavano affidati al CFVA, non solo perché lo prevede la legge, ma anche e soprattutto perché gli Agenti del CFVA sono presenti in maniera capillare in tutta la Regione e conoscono il territorio quanto i Cacciatori.
        Buona giornata anche a te.
        Marco e.p.

        P.s. siamo ancora in tempo per condurre assieme la battaglia contro gli ATC, che come tu sai, se approvati, causerebbero la morte (inutile) di oltre 7.000.000 milioni di animali in più.

      • febbraio 3, 2018 alle 7:22 pm

        veramente sono più di dieci anni che chiediamo che siano fatti censimenti scientificamente seri su cui basare il calendario venatorio e mai abbiamo avuto un qualche riscontro.
        Lo “stato di salute” di Lepri e Pernici sarde si conoscerà solo dopo quei censimenti che finora non esistono.
        Noi siamo a favore del legame “cacciatore – territorio” previsto dalle normative nazionali e regionali oltre che dal buon senso, ma non certo sul modello degli A.T.C. realizzati in tente Regioni italiane. L’abbiamo detto e formalizzato in mille occasioni. A oggi sembra tutto ancora in alto mare.
        Buona serata.

        Stefano Deliperi

  4. Marco Efisio
    febbraio 4, 2018 alle 12:07 pm

    Buongiorno Stefano,
    Noi Cacciatori abbiamo fatto i censimenti, ma purtroppo non hanno valore scientifico. Ritengo pertanto che se i censimenti affidati all’Università di Sassari saranno fatti con coscienza, sono certo che confermerà il buono stato di salute di lepri e pernici.
    Il legame del cacciatore al territorio esiste già con le Autogestite, che andrebbero potenziate e rese autonome in merito alla gestione della fauna.
    Chi dice che gli ATC servono per legare il cacciatore al territorio dice il FALSO, poiché tu sai che questi carrozzoni servono solo per accontentare i politici trombati.
    La dimostrazione di ciò che affermo sta nel fatto che con gli ATC, chi ha soldi si potrà iscrivere in tutti gli ATC che vuole, mi sembra una palese incongruenza con il tanto citato slogan “Leghiamo il Cacciatore al territorio”.
    Ti rinnovo l’invito per fare assieme la battaglia contro l’istituzione degli ATC, cosa che dovrebbero fare TUTTI gli Ambientalisti e animalisti VERI.
    A qualcuno dovrebbe far riflettere che un Cacciatore chieda di poter continuare a fare i giusti prelievi, non mattanze come accadrebbe con gli ATC…
    Buona domenica
    Marco Efisio Pisanu

    • febbraio 4, 2018 alle 6:38 pm

      i censimenti dei cacciatori valgono come quelli a “occhiometro” che possono fare gli ambientalisti, cioè nulla.
      Tutti i cacciatori dovranno esser iscritti obbligatoriamente ad Autogestite e potranno cacciare solo lì?
      Benissimo.
      Per noi il punto fondamentale è il legame inderogabile “cacciatore – territorio”.
      Buona serata.

      Stefano Deliperi

      • Pietro Pirredda - Arzachena (Sardegna)
        febbraio 5, 2018 alle 1:19 pm

        La 157/92 sappiamo che è ambigua sul legame cacciatore-territorio.
        Prima chiede questo e poi consente di partecipare a tutti gli ATC (con la possibilità di scegliere tra 3 giornate su 5 settimanali) che hanno un numero di cacciatori inferiore a quello stabilito da una norma che prevede, per una “corretta gestione”, una densità di 19.5 ettari a cacciatore.
        Noi in Sardegna abbiamo circa 80 ettari a cacciatore e, se si faranno gli ATC, DOBBIAMO per legge accettare cacciatori non Sardi (circa 80.000 aventi teoricamente titolo all’accesso) fino al raggiungimento, ed eventualmente, il superamento dei 19.5 ettari/cacciatore, come previsto dall’art. 14 -comma 8 della 157/92.
        Di fatto la 157 autorizza il c.d. Turismo Venatorio soprattutto da quando vi è stata la modifica del art. 177 – Titolo V° Della Costituzione.
        Dobbiamo valutare bene cosa sia meglio per l’ambiente Sardo. Sono necessarie sinergie e accomodamenti che, nell’interpretazione della norma, ci tutelino dal rischio ATC.

      • febbraio 5, 2018 alle 3:51 pm

        vedasi risposta precedente. 😉

      • Pietro Pirredda - Arzachena (Sardegna)
        febbraio 5, 2018 alle 1:20 pm

        correggo art. 117 (non 177) Costituzione

  5. M.A.
    febbraio 5, 2018 alle 10:06 am

    Grig, valuta attentamente l’invito di M.E.P. Gli ATC in Regione sono più vicini di quanto tu possa credere, e questi censimenti, affidati a chi ne è favorevole, possono essere la “condicio sine qua non” che la Regione aspetta per effettuare l’attività venatoria. Avete fatto finora, seguendo i vostri interessi, il gioco della Regione. Sinceramente quello che ancora non capisco se è stato fatto in maniera volontaria o meno. ATC non è sinonimo di programmazione venatoria e gestione faunistica, ma è sinonimo di lucro ai danni dell’ambiente e della fauna. E’ un tentativo disperato della Regione di creare carrozzoni sub provinciali, sfruttando la forte propensione venatoria dell’isola, per dare entrate alle province in molti settori ormai collassati. E’ quindi lo strumento principale per istituzionalizzare la caccia attuando la 157/92. ATC è un idea continentale malata di caccia a mo’ di macelleria ecosostenibile. Se mai dovessero essere istituiti, sarà priorità delle province ripopolare con polli travestiti da pernici sarde, e conigli mascherati da lepri sarde, per garantirsi un bacino di utenti e clienti, favorendone il prelievo. Senza considerare tutto il resto che già conosci. 3 giornate a settimana che diventano 5, turismo venatorio per andare a colmare la densità cacciatore su ettaro che rimane ben lontana dalla saturazione effettuata dai soli cacciatori sardi per la vastità dei territori che abbiamo e tanto altro ancora. Noi siamo contro le 5 giornate, siamo contro la macelleria ecosostenible con la fauna pronta caccia, e tanti sono contro anche l’attuale caccia al cinghiale il giovedì. L’idea delle autogestite potrebbe essere una strada da percorrere per contrastare gli ambiti. Esiste un proposta di legge dell’On. Eugenio Lai, se non sbaglio, che obbliga tutti i cacciatori ad esercitare la caccia alla nobile stanziale esclusivamente nelle autogestite in cui è iscritto. Ed ‘è una buonissima soluzione, perchè se le zone autogestite fossero mandate a regime, come accadeva anni fa, ripopolavano le zone limitrofe. Da tanti anni a questa parte, le province non autorizzano più la loro gestione, ed oggi hanno la sola funzione di preservare le battute di caccia al cinghiale ai soci delimitando il territorio. Indovina un po’ perchè le istituzioni hanno fatto ciò? per arrivare alla situazione attuale, e spianare la strada per gli ATC. Chiudo con un’ultima cosa. Durante le riunioni VAS di presentazione del piano faunistico venatorio regionale, chi seduto davanti ai portatori d’interesse (i cacciatori) diceva “guardate che gli ATC convengono a voi, poiché potete gestirvi la caccia come meglio credete”. Non hanno fatto però i conti con l’aspetto tradizionale e culturale con cui noi sardi viviamo la caccia, ben diverso da quello continentale, motivo per cui fin’ora non sono mai stati calati dall’alto con la forza. Oggi cercano altre strade quali sentenze del TAR, “censimenti” autorizzati etc. etc. La caccia deve stare in mano ai sardi e lontana il più possibile dalle istituzioni, poichè una volta che diventerà imprenditorializzata, con la nascita di quelle 8 Aziende Territoriali di Caccia, nasceranno molti Berlato in Sardegna per tutelare i cacciatori, e dopo sarà tutta un’altra storia.

    • febbraio 5, 2018 alle 3:50 pm

      per noi il discorso A.T.C. lascia il tempo che trova: la legge n. 157 del 1992 prevede il legame “cacciatore – territorio” e indica l’A.T.C. come modello.
      Nulla impedisce – come abbiamo detto infinite volte – che la Regione autonoma della Sardegna, avente competenza primaria in materia, decida per una forma di gestione maggiormente “garantista” per la fauna selvatica, come richiede la giurisprudenza costituzionale in materia.
      Cioè un sistema di gestione che preveda solo forme di prelievo locale.
      Farebbe comodo anche a voi cacciatori.
      Non è obbligatorio replicare gli A.T.C. della Penisola.
      É obbligatorio quel legame “cacciatore – territorio” che finora è stato avversato dalle associazioni venatorie.
      Rendetevene conto, finalmente.

      Stefano Deliperi

      • Pietro Pirredda - Arzachena (Sardegna)
        febbraio 6, 2018 alle 10:50 am

        Sig. Deliperi,
        chiedo: siccome è nota la sua conoscenza della materia Costituzionale, è possibile ancora parlare di “competenza primaria in materia di Caccia” da parte della Regione Autonoma della Sardegna?

        Di fatto sembrerebbe che con la modifica del Titolo V° della Costituzione da cui ne è scaturito il nuovo art. 117, la Regione Sardegna deve adeguarsi al dettato normativo della 157 anche per quanto concerne gli Ambiti e la loro gestione.

        Nel senso che, se prima del 2002 la Sardegna poteva auto regolamentare gli accessi e rimanere più garantista (meno giornate e prelievo effettuato dai soli cacciatori Sardi), oggi su questo punto la Giurisprudenza sembra aver proclamato la fine della competenza primaria delle Regioni a Statuto Speciale che si devono adeguare come quelle a Statuto Ordinario ai Regolamenti e alla densità ottimale stabilita dal D.M. del 1993 che prevede una densità 19.5 ettari a cacciatore.
        Come sappiamo oggi invece la Sardegna ha una bassa incidenza di cacciatori (circa 80 ettari a cacciatore.)

        Se si attuasse questa norma, con il Piano Regionale Faunistico e gli ATC dovremmo obbligatoriamente, anche tenendo presente una sentenza della Corte Costituzionale del 2004, far accedere i cacciatori fino a raggiungere (o addirittura superare – art. 14 comma 8 della 157 – la densità cacciatori/territorio anzidetta.

        Saluti

      • febbraio 6, 2018 alle 3:57 pm

        sì, la Sardegna ha competenza primaria in materia di caccia.
        La giurisprudenza costituzionale costante, anche dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, afferma che le norme fondamentali della legge n. 157 del 1992 costituiscono il nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica, le Regioni e Province autonome possono benissimo incrementarlo (vds. Corte cost. n. 174/2017; n. 139/2017; n. 74/2017; n. 142/2013; n. 278/2012; n. 227/2003; n. 226/2003; n. 536/2002; n. 4/2000).
        Nel caso di specie, dev’esserci il legame cacciatore – territorio, ma la densità venatoria e la forma di gestione dell’ambito di caccia possono esser certo regolate dalla Regione per una migliora tutela della fauna selvatica.
        Buona serata.

        Stefano Deliperi

      • M.A.
        febbraio 6, 2018 alle 4:16 pm

        Nel caso di quali specie? Quelle tutelate dalla Convenzione di Berna chiamata “nobile stanziale” per intenderci, o la specie stanziale incluso il coniglio, la quaglia, la volpe e il cinghiale, specie per le quali è attuabile una pianificazione venatoria con il ripopolamento secondo il modello ATC, oppure tutte le specie comprese nel calendario venatorio, anche quelle su cui non si può fare una programmazione come la migratoria?

      • febbraio 6, 2018 alle 9:57 pm

        tutte le specie oggetto di caccia.
        I censimenti, i monitoraggi, le stime servono anche a questo.

        Stefano Deliperi

      • M.A.
        febbraio 7, 2018 alle 9:28 am

        Saresti fuori dalla 23/98 chiedendo ciò. La legge prevede la caccia alla migratoria libera in tutta la Regione. Inoltre, anche con il sistema delle autogestite, che attualmente hanno il compito di legare il cacciatore socio ad un territorio “comunale” per quanto concerne però la caccia alla nobile stanziale, a differenza degli ATC che sono di dimensioni “sub provinciali”, sarebbe in egual modo impossibile. Le differenze in termini di morfologia del territorio, o meglio di habitat e quindi di vocazione faunistica, di un’autogestita del Campidano rispetto ad una gallurese ad esempio, sono nette. Un cacciatore residente a Samassi o Serramanna, appassionato della caccia al cinghiale, o alla migratoria come tordi o beccacce, difficilmente potrà cacciare gran parte della selvaggina inserita nel calendario venatorio pur pagando le stesse concessioni governative e regionali dei colleghi. Caso diverso sarebbe obbligare tutti i cacciatori ad essere soci di un’autogestita limitatamente a determinati tipi di prelievi venatori, come lepri e pernici sarde, legando questo al territorio e contribuendo attivamente alla gestione e alla programmazione faunistica con autogestite a rotazione. Ma si parla di specie che si possono gestire e programmare diversamente non ha nessun senso.

      • febbraio 7, 2018 alle 9:30 pm

        come detto più volta, in ogni caso è necessaria una modifica della legge regionale Sardegna n. 23/1998 per creare degli ambiti territoriali di caccia più consoni alla realtà sarda.
        Il cacciatore, se vorrà continuare ad andare a caccia, dovrà per forza fare delle scelte.

        Stefano Deliperi

  6. Pietro Pirredda - Arzachena (Sardegna)
    febbraio 5, 2018 alle 12:59 pm

    I censimenti sono la base di ogni prelievo di specie stanziale eppure la Regione (con le Province) non è mai stata sensibile nel programmare corsi di formazione su linee Ispra.
    Infatti sarebbero le Province che dovrebbero provvedere ai censimenti.
    Troppo facile per Oristano e Nuoro chiedere la chiusura quando non si è fatto nulla per provvedere a fornire i dati richiesti.
    I cacciatori sono utilizzati da tutte le parti, sotto controllo della provincia, per i censimenti.
    Di fatto la Regione non utilizza nemmeno le Zone di Ripopolamento e Cattura nè le Oasi Protezione Faunistica. Infatti non si ricorda a memoria d’uomo una cattura in queste OASI.
    In più, è bene ricordare, I centri pubblici di produzione della Fauna di Bonassai e Monastir dove le pernici nascono-crescono e muoiono dopo i 4 anni (di media di vita della pernice.) e che dovrebbero servire in parte per la immissione, seguendo piani ben organizzati.
    Viene più facile (per chi ha voluto effettuare lanci senza un piano preciso – parlo delle Autogestite) acquistare pernici dai centri privati di produzione, che hanno mostrato seri dubbi di idoneità e anzi si sono rivelati (per cosi dire) spesso animali non in ottima forma.

    per il Sig. Marco Efisio Pisanu, le autogestite (da me soprannominate – usate per la caccia al cinghiale – dove tutto è consentito) sono istituti che hanno fallito. Di fatti sono solo capaci di chiedere la chiusura della stanziale (pernice e lepre), guai se gli si tocca il dio-cinghiale.

    Che le autogestite (Feudi) diventino zone libere o Oasi-ZRC, tanto per tenerle cosi e farle usare come fino ad oggi si è permesso non determina nessun fatto positivo per incremento selvaggina.

    saluti

    • febbraio 5, 2018 alle 3:53 pm

      vedasi risposta precedente.
      Le Autogestite sono fortemente sostenute da una parte dell’associazionismo venatorio.

  7. quinnipack
    febbraio 8, 2018 alle 10:45 am

    Buongiorno a tutti,
    Forte di 30 anni di esperienza di caccia alla pernice, mi permetto di dare un piccolo – disinteressato – contributo alla discussione.
    Innanzitutto, benvenuta la sentenza del TAR che formalizza giuridicamente l’incompetenza con cui è trattata la materia venatoria in Sardegna.
    Non che vi fossero dubbi su quale potesse essere il pronunciamento del Tribunale amministrativo, la vicenda è palese, solo l’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente (sic.) e qualche Associazione Venatoria eccessivamente partigiana potevano avere dubbi sul verdetto. Bene ha fatto il TAR a condannarli alle spese processuali, i soldi investiti nella lite temeraria potevano certamente avere un impiego migliore; magari proprio a difesa della selvaggina stanziale …
    La sentenza fuga definitivamente alcuni dubbi, che peraltro oramai permanevano solo presso alcuni Uffici della Regione e ristretti circoli di caccia, ovvero nella difesa dell’ambiente il principio di precauzione prevale su tutto, quindi l’esercizio della caccia non è un diritto inviolabile, ma una concessione che può essere rilasciata a condizione che siano presenti dati oggettivi e scientifici che ne giustifichino la sostenibilità.
    Purtroppo la visione che si ha in Sardegna dell’attività venatoria è estremamente retrodatata e priva di prospettiva: e mi riferisco alla Regione, alla moltitudine dei cacciatori (ed alle associazioni venatorie che li rappresentano) ed anche le associazioni ambientaliste.
    Da comune cittadino ho sempre osservato nella Regione, in maniera altalenante, talvolta un atteggiamento di marcato disinteresse (anche fastidio) per le incombenze amministrative correlate all’attività venatoria; altre volte, soprattutto in prossimità delle cadenze elettorali, un interesse “populistico” volto esclusivamente ad accaparrarsi qualche manciata di voti in mano ai 40.000 cacciatori isolani (con famiglia). Basti ricordare che, a fini elettorali, la tassa per l’autorizzazione regionale è stata abbassata a 25 Euro, mentre in tutte le altre regioni d’Italia si paga mediamente tra i 50 – 80 Euro a cui si aggiungono altre 80 – 120 Euro per i tanto vituperati ATC.
    Da cacciatore, invece, ho avuto modo di riscontrare in molti miei colleghi un atteggiamento eccessivamente “predatorio”. E con il termine “predatorio” mi riferisco alla quella deprecabile tendenza per cui si vede la caccia solo come “carniere”, quell’attitudine a voler per forza terminare la giornata con lo zaino pieno, a ritenere quasi infamante, riduttivo della propria virilità, il drammatico evento di tornare a casa senza qualche capo di preziosa selvaggina.
    Tale atteggiamento poteva essere giustificato lo scorso secolo, quando si andava a caccia per procacciarsi la carne e, se non si aveva la certezza di colpire la preda non si tirava neanche il grilletto del fucile, perché non ci si poteva permettere di sprecare le cartucce … che costano care, si diceva … Ringraziano Iddio le cose sono cambiate, ed ora, anche nelle situazioni più difficili, a nessuno manca il cibo, anzi spesso siamo di fronte al problema opposto: le conseguenze di una salute menomata da eccessi alimentari.
    Da ambientalista (ebbene si, benché cacciatore anche io mi riconosco in tale categoria) spesso vedo un mondo fatto di pregiudizi, di convincimenti ideologici, di eccessive semplificazioni, … , il cacciatore è sempre è comunque il cattivo, l’assassino degli animali, il distruttore della fauna.
    Per l’ambientalista di città, tra un happy hour ed una convention con l’On. Brambilla, inevitabilmente il cacciatore diviene il capro espiatorio per tutti i mali, forse con la freudiana aspirazione di lavarsi la coscienza; benché, al giorno d’oggi, qualunque cittadino con una visuale non distorta dall’ideologia, possa ragionevolmente osservare come l’impatto dell’attività venatoria sull’ambiente sia veramente residuale: una nullità rispetto ai danni globali causati dall’urbanizzazione crescente, dall’ antropizzazione del territorio, dalla meccanizzazione e dall’abuso della chimica in agricoltura, dalla capillarizzazione delle vie di comunicazione, ….
    Ciò che veramente mi spiace, è che a pagare le conseguenze di tutto questo sarà, principalmente, il nostro amato galliforme, come del resto già successo nel resto d’Italia per la starna e la coturnice.
    Checche ne dicano le associazioni venatorie, purtroppo, la pernice è in forte sofferenza. Non c’è bisogno di rivolgersi ad autorevoli accademici per fare questa affermazione. E’ sufficiente frequentare le campagne, guardarsi un po attorno, e ricordarsi che nelle stoppie in cui 30 anni fa scorgevi consistenti brigate di pernici ora riesci ad osservare solo decine di cornacchie indispettite ed arroganti.
    Certo, la situazione è molto disomogenea, la frammentazione dell’ambiente e la meccanizzazione dell’agricoltura hanno generato situazioni fortemente contrastanti. Parlo per esperienza personale, le stoppie, i vigneti, le carciofaie del medio campidano, 30 (forse 20) anni fa erano territorio incontrastato della pernice, ora permangono solo piccole isole felici, la cui persistenza del galliforme è dovuta ad un certa conservazione delle condizioni ambientali (spesso dovute alla scadente propensione agricola o urbanistica dei territori) e non di certo alle limitazioni venatorie.
    Sia ben chiaro, la pernice non ha paura della siccità (e dalla notte dei tempi che l’affronta); il suo problema non sono gli incendi (non stazione nei boschi o nella macchia troppo fitta, e nelle stoppie percepisce il fuoco dai primi istanti e non ha difficoltà a mettersi in salvo); neanche una caccia responsabile puo metterla in difficoltà.
    I suoi veri nemici sono la distruzione del suo habitat, il bracconaggio ed i predatori.
    Una caccia programmata è sostenibile sono solo il punto di partenza. Non saranno certo i censimenti (indispensabili) o le limitazioni venatorie a salvarla. Bisogna fare ben altro.
    Prima di tutto, e mi rivolgo ai colleghi cacciatori (che non mi ascolteranno volentieri) metter mano al portafoglio. Le opere di recupero e salvaguardia ambientale hanno un costo, consistente, e tutti quanti devono fare la propria parte. La categoria dei cacciatori chiede molto all’ambiente, quindi è giusto che contribuisca in maniera appropriata. Capisco la discriminazione per chi non ha grandi possibilità economiche, si potrebbe facilmente ovviare prevedendo la possibilità di pagare parte delle tasse “in natura” tramite attività di volontariato.
    E’ poi diciamola tutta, nel mondo venatorio il bracconaggio non è ancora stigmatizzato con la dovuta severità. Complice una sostanziale assenza di controlli, sono ancora tanti quelli che cadono in tentazione davanti ad una pernice, ed ancora più davanti alla lepre. Le imprese di questi bracconieri occasionali devono essere condannate nella maniera più risoluta; non è ammissibile che nei circoli di caccia o al bar questi soggetti raccontino indisturbati, con orgoglio, le loro gesta venatorie, che si facciano vanto di aver catturato una lepre a dicembre. Pur in assenza di prove, necessarie per denunciarli all’Autorità Giudiziaria, dovrebbero essere trattati per quello che sono, dei ladri, ed espulsi da qualunque circolo o comitiva di caccia.
    Poi, non posso non osservare come, troppo spesso, sia lasciata totalmente fuori dalle discussioni la categoria degli agricoltori. Nel bene e nel male, solo loro gli artefici dei cambiamenti ambientali nelle campagne, un loro maggiore coinvolgimento è indispensabile. Personalmente sono sempre stato dell’opinione che una consistente parte delle tasse pagate andrebbe devoluta direttamente ai proprietari dei fondi: a condizione che facciano tutto il possibile per la salvaguardia della selvaggina che vive e si riproduce nel loro fondo.
    Degli ATC tanto si parla, spesso a sproposito e senza conoscerli. L’esperienza degli ATC in Italia è estremamente variegata, ci sono molti casi di inefficienza (o inutilità), però ci sono anche molti casi di ottimo funzionamento (ad esempio, in Toscana, in Umbria, addirittura si riesce a fare qualcosa pure a Milano in quasi totale assenza di territorio utile).
    Gli Ambiti Territoriali di Caccia sono degli istituti in continua evoluzione, anziché dire di no a priori occorrerebbe studiare gli ATC che ben funzionano ed evitare gli errori commessi da altri.
    Del resto non mi pare proprio che le c.d. Autogestite siano molto migliori, anzi spesso si sono trasformati in circoli chiusi, ad appannaggio di pochi soci, che le gestiscono a come riserve di caccia privata, di stampo medioevale, sottratte a qualunque tipo di controllo pubblico (con ciò che comporta ….).
    Al contrario gli ATC sono degli enti pubblici, quindi soggetti a tutti i vincoli delle Amministrazioni Pubbliche, prima tra tutte la trasparenza e la tracciabilità di tutti i fondi in bilancio.
    Per evitare che diventino un carrozzone per i politici trombati basterebbe includere nello statuto una semplice regola, il servizio verrà reso a titolo gratuito, potrà essere riconosciuto solo il rimborso delle spese documentate.
    Del resto la composizione del consiglio direttivo dovrebbe essere riservata ai componenti degli enti locali e delle associazioni interessate. Per intenderci, con le dovute proporzioni, non dovrebbe essere molto dissimile dalla composizione del Comitato Faunistico Regionale, con l’ulteriore vincolo della trasparenza dei bilanci (che andranno sempre approvati dall’assemblea di tutti gli iscritti).
    Permane il problema della bassa densità venatoria in Sardegna. E’ vero, in condizioni normali, la scarsa presenza di cacciatori isolani (e le necessità di raccogliere fondi) potrebbe indurre ad accogliere un numero spropositato di cacciatori “continentali”. Con un adeguato intervento pubblico si potrebbe ovviare abbastanza agevolmente al problema. Non mi risulta che vi sia alcuna legge dello Stato che imponga una densità minima di cacciatori. Ed in ogni caso, proprio in virtù del “principio di precauzione” solennemente riconosciuto ancora una volta dal TAR ben potrebbe la Regione Autonoma della Sardegna (avente potestà legislativa primaria all’interno dei criteri minimi di protezione fissati dalla legge statale) legiferare in maniera maggiormente garantista ammettendo un numero ridotto di cacciatori.
    L’ultima questione su cui vorrei spendere due parole riguarda la controversa questione dei ripopolamenti c.d. “pronta caccia”.
    Spesso vengono criticati in maniera veemente ed immotivata. Chi critica senza conoscere sbaglia. Se ampliamo la nostra prospettiva e realizziamo che la caccia nel 2018 non può più svolgersi con le stesse finalità del 1960, ci rendiamo che il “pronta caccia” assolve molteplici positive funzioni.
    Come ha giustamente sottolineato il ricorso del GRIG e la sentenza del TAR, noi ci troviamo in presenza di un calendario venatorio che legalmente potrebbe consentire un “potenziale carniere” di prelievo complessivo di 71.974 esemplari di lepri sarde e 143.948 di pernice sarde !!! Probabilmente in tutta la Sardegna non vi è un numero tale di lepri e pernici. Se tutti i cacciatori utilizzassero (legalmente) le opportunità fornite dal calendario venatorio, pernici e lepri si estinguerebbero totalmente in una sola stagione. Pertanto, se vogliamo continuare a praticare la nostra passione senza creare danni irreparabili al patrimonio faunistico, è indispensabile integrare la fauna cacciabile.
    Il “pronta caccia” assolve a molteplici scopi.
    Innanzitutto l’immissione di selvaggina allevata permetterebbe una sostanziale riduzione della pressione venatoria sulla fauna autoctona, salvaguardando le popolazioni selvatiche.
    Permetterebbe un esercizio della caccia meglio ripartito nel corso della stagione venatoria. Normalmente le specie di immissione possono essere cacciate per buona parte dell’anno. Questo consentirebbe di arginare il periodo a maggior rischio bracconaggio, ottobre – novembre, ovvero quel periodo “di stasi” in cui è non è ancora arrivata la migratoria invernale ed è proibita la caccia alla stanziale.
    Permetterebbe dei carnieri più facili e numerosi, il che darebbe la possibilità di tenere i cani in esercizio per lungo tempo. Anche tante persone anziane potrebbero dedicarsi con più facilità alla loro passione. Inoltre, andare a caccia e fare carniere, magari anche solo sparando a dei “polli colorati”, restituirebbe alla caccia quell’aspetto ludico e sociale che purtroppo si sta perdendo a discapito di un atteggiamento sempre più “predatorio” e “fanatico”, mirato ad uccidere qualcosa a tutti i costi.
    Permetterebbe lo sviluppo di numerose attività di allevamento avicolo, anche di piccole dimensioni e magari proprio in prossimità delle zone di immissione della selvaggina, con la creazione di centinaia di posti di lavoro ed un indotto di notevoli dimensioni.
    Del resto non si pensi che la selvaggina pronta caccia sia necessariamente “scadente”. Certamente essa va scelta con cura, sottoposta preventivamente ai più accurati esami veterinari e genetici. Vi assicuro che esistono tanti esempi in cui vengono allevati animali di grande qualità, in grado di impegnare a fondo anche i migliori cani. Talvolta capita che alcuni esemplari, scampati alla stagione venatoria, riescano a riprodursi e creare delle colonie autoctone.
    Certo, gli animali sani e puri, allevati in grandi spazi, costano … e non si può pretendere che li fornisca la Regione con 25 Euro di tasse regionali.
    Io avrei un’idea di questo tipo. Dove possibile, censire accuratamente le aree di caccia e dividere i territori comunali in due parti: una in cui vi è ancora la selvaggina; l’altra in cui ormai si è estinta.
    Nelle aree in cui la selvaggina stanziale è ancora presente, interdire totalmente la caccia per almeno due anni (ad eccezione dei nocivi), e solo in seguito alla ricostituzione di consistenti colonie originarie ammettere una prelievo programmato pari a circa il 50% della popolazione censita. Con interruzione immediata al raggiungimento della quota programmata (magari con un carniere da comunicare in tempo reale tramite sms ad un numero appositamente predisposto presso il CFS).
    Nelle aree in cui ormai la stanziale si è estinta, ma che un tempo erano vocate, si potrebbe procedere con forti immissioni di “pronta caccia”. Dando comunque la possibilità a tutti i cacciatori di esercitare la propria passione, limitando la pressione sulle altre specie cacciabili, ed arginando le tentazioni di bracconaggio.

    • M.A.
      febbraio 8, 2018 alle 3:00 pm

      salve Quinnipack, concordo su tante cose che ha scritto. Tuttavia, l’unica cosa di cui non ha parlato è “l’interesse venatorio” della categoria. Da quanto ha scritto lei ha un’esperienza su questo tipo di caccia trentennale, e quindi saprà bene come sia cambiato l’interesse venatorio in 30 anni. Negli anni 80′, la caccia alla nobile stanziale era la caccia più praticata in tutta la Sardegna e i cacciatori non erano di certo 36000, se non il doppio poco ci mancava. Le campagne, a differenza delle montagne, erano veramente vissute dai cacciatori, e gli spari non erano quantificabili. Chi praticava la caccia grossa erano in pochi. La quantità dei cinghiali era notevolmente più ridotta rispetto alla presenza attuale, ma la stanziale nonostante la massiccia presenza e pressione venatoria era abbondante in tante parti dell’Isola. Gli anni 80′ erano un periodo di benessere economico, ed erano anche gli anni in cui iniziavano a nascere come funghi gli agriturismi e villaggi turistici nelle coste, che richiamavano molti turisti “pillanzosi” e molti dei quali servivano all’epoca pietanze locali e prelibate come la selvaggina. Il bracconaggio notturno, ai danni specialmente dei lagomorfi, ma anche di pernici nelle stoppie, era spietato e i controlli dell’epoca non erano purtroppo come quelli odierni. Anche i citati pastori, specialmente nel Campidano, in quegli anni, di selvaggina ne mangiavano forse quanto i cacciatori se non di più, considerato che il loro tipo di prelievo (spesso con mezzi fortuiti, dopo che hanno tolto muri a secco e siepi sostituendole con le reticelle, i cavetti era una prassi abbastanza diffusa). Senza considerare la rete stradale in quegli anni capitava molto spesso di vedere qualche carcassa di coniglio o di lepre. Era consuetudine specialmente in estate vederle attraversare. Nonostante tutto, la fauna abbondava. Alla luce di tutto ciò parlare di atteggiamento predatorio o di pressione venatoria, quando i 3/4 della nostra categoria sono orientati TOTALMENTE sul cinghiale, mi fa sorridere. Condivido con quanto dici che la pernice è in sofferenza, IN CERTE ZONE, ma è consistente in altre.
      Di certo la causa non è il cacciatore. Le cause sono a mio avviso sono ascrivibili ad:
      – una folle pressione zootecnica sul territorio che non riesce a garantire più un minima forma di sussistenza.
      – cani randagi che predano tutto l’anno.
      – deleterie politiche agricole volute dall’unione europea che ha causato una trasformazione paesaggistica delle campagne. Eliminazione dei granai ed eliminazione delle vigne, in favore delle monocolture.
      – attuali tecniche di aratura con la semina su sodo ( e non con il vecchio aratro) con l’uso massiccio di diserbanti.
      – incremento di nocivi opportunisti, cornacchie e volpi, in primis, cinghiale in secundis grazie alla diffusione di habitat a queste specie più consone. (ritorno del bosco in montagna, mentre in Campidano nascita di foreste di Eucalyptus, ottimi dormitori per le cornacchie, ottimo habitat per volpi, ma habitat invivibile per la pernice). Etc etc.
      Un altro fattore che condiziona l’interesse venatorio isolano sono anche le mode alimentari. E’ vero che non si caccia per soddisfare un esigenza fisiologica, ma si caccia con un etica. Con le mode non mi riferisco all’animalismo radical chic da salotto o da comizi, lontano dalle realtà rurali, ma mi riferisco alle mode alimentari in generale.
      Ad esempio l’allevamento del coniglio da carne, ha avuto una contrazione di oltre il 50% negli ultimi anni, proprio per scarso interesse da parte del consumatore. 30 anni fa se si portava una lepre o qualche pernice a casa, era divorata da tutti i componenti della famiglia, non per fame, ma per gustosità delle carni: Oggi nei tempi moderni, nell’era dei fast food, ristoranti cinesi, giapponesi e kebab vari, se un cacciatore porta a a casa una lepre o una pernice, mogi e figli non ne toccano più e se non invecchia nel freezer, se la mangia da solo. Sono cambiate tante cose, anche i gusti della gente. La carne di cinghiale resta la più apprezzata dalla popolazione in generale, motivo per cui parte dell’interesse venatorio è spostato verso il suide. Le grandi mattanze di una volta non esistono più non per carenza di selvaggina ma proprio di interesse venatorio.
      La caccia per me non è mai stato un gioco, ma è una pratica naturale con un fine etico, ossia la nutrizione. Le scene di caccia, o l’atto della predazione, è il motore che anima quella passione. Andare a caccia per gioco o per aspetto ludico, per me è come andare in un bosco e prendere a calci i porcini e tutti gli altri funghi, non so se mi spiego.
      Reputo che senza i cacciatori, non ci potrebbe essere quel tipo di fauna, perchè non esisterebbe ripopolamento senza gestione.
      Il pronta caccia servirebbe solo a ripopolare delle zone un tempo vocate, ma oggi non più, e secondo me, nemmeno decenni di protezione faunistica riuscirebbero a ripopolare con fauna autoctona le pianure desertificate e compromesse dai fattori descritti in precedenza del Campidano. Abbiamo avuto conferme da zone e Ripopolamento e Cattura chiuse decenni, ma nulla è cambiato. Se lo scopo del pronta caccia, sarebbe quello di restituire un velo di biodiversità artificiale, con specie che avrebbero una morte naturale programmata, dato che sarebbero costrette a vivere in habitat non più idonei, posso capire il suo ragionamento. Ma far gravare il costo di tutto ciò su una categoria la cui totalità si tratta di pensionati, e i restanti operai disoccupati e cassaintegrati di cui i 3/4 pagano le concessioni per spararsi un cinghiale in tutto l’anno e farsi 24 pranzi di caccia in una stagione, non penso che avrà successo. E’ la Regione che si deve mobiliare, non il mondo venatorio, Le scelte politiche che sono state causa delle devastazioni ambientali degli ultimi 30 anni non le hanno volute i cacciatori.

  8. Marco Efisio Pisanu
    febbraio 9, 2018 alle 8:53 am

    Buongiorno A tutti,
    Nei commenti fatti dai Signori M.A. e quinnipack ci sono argomenti interessanti che si potrebbero approfondire, ma mi piacerebbe farlo sapendo chi è l’interlocutore…
    Vi anticipo che per il 14 Aprile il C.P.A. ha organizzato un Convegno nazionale, dove si parlerà appunto di ATC con le persone che li vivono.
    Siete invitati a partecipare.
    Saluti
    Marco Efisio Pisanu

  9. febbraio 10, 2018 alle 7:12 pm

    chiusura della caccia in Italia. Il bilancio.

    A.N.S.A., 31 gennaio 2018
    Caccia: Wwf, nuovo bilancio negativo per chiusura stagione.
    “Anno da dimenticare tra vittime e politiche filovenatorie”. (http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/animali/2018/01/31/caccia-wwf-nuovo-bilancio-negativo-per-chiusura-stagione_8ec91d5b-5d3d-4929-a832-89f77916a332.html)

    “Molti fatti negativi e rarissimi segnali positivi per la tutela della fauna selvatica e il rispetto della legalità”. Da questo, secondo il Wwf, è stata caratterizzata la stagione della caccia che si chiude oggi. La situazione climatica, i drammatici incendi della scorsa estate, l’aumento dei morti per caccia, l’incremento del bracconaggio anche su specie protette, i provvedimenti delle Regioni sempre a vantaggio dei cacciatori e contro la tutela di animali, natura e normative europee e internazionali, osserva l’associazione in una nota, “hanno aggravato la situazione”.
    Venticinque morti e 58 feriti è, ricorda il Wwf, il bilancio di fine dicembre della stagione di caccia, in cui l’associazione si è trovata nuovamente a “dover arginare proposte di legge finalizzate a deregolamentare ulteriormente il settore a tutto vantaggio delle potenti lobby dei cacciatori e dei produttori di armi”. Non è andata meglio sul versante delle Regioni che, rileva l’associazione, ad eccezione dell’Abruzzo, “hanno dato il peggio di sé all’inizio della stagione venatoria: invece di rinviare ad ottobre l’avvio della caccia per dare una tregua e consentire di riprendersi agli animali selvatici stremati dal caldo estremo, dagli estesi incendi e dalla siccità, hanno anticipato la stagione venatoria”. Come se non bastasse, a dicembre 2017 e gennaio, nota ancora il Wwf, “vi è stato un fiorire di leggi regionali non conformi alla legge quadro sulla caccia. Le notizie peggiori si sono registrate sul bracconaggio.
    Uccisioni di specie protette, detenzione illegali o gravi maltrattamenti ai danni di animali selvatici, molti dei quali durante la stagione di caccia sono alcuni dei casi più eclatanti seguiti dal Wwf nel 2017. L’associazione chiede che il Paese si allinei agli standard internazionali ed europei in materia di tutela della fauna selvatica e di prelievo venatorio, migliorando la vigilanza e aumentando i controlli, riducendo il periodo di caccia e riformando il sistema sanzionatorio penale.

    ___________________

    da L’Unione Sarda, 9 febbraio 2018
    Si chiude la stagione della caccia. Gli animalisti: “Sterminio di massa”: http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2018/02/09/si_chiude_la_stagione_della_caccia_gli_animalisti_sterminio_di_ma-68-695941.html

    • Marco Efisio Pisanu
      febbraio 11, 2018 alle 10:25 am

      Buongiorno,
      una delle poche cose giuste riportate da Wwf è:
      “L’associazione chiede che il Paese si allinei agli standard internazionali ed europei in materia di tutela della fauna selvatica e di prelievo venatorio, migliorando la vigilanza e aumentando i controlli, riducendo il periodo di caccia e riformando il sistema sanzionatorio penale”
      Esatto, visto che siamo in Europa, anche noi chiediamo di poter cacciare alcune specie fino al 20 Febbraio… e di adeguare i carnieri!
      Mep

      • febbraio 11, 2018 alle 10:47 am

        senza censimenti faunistici validati e conseguenti previsioni a caccia non andate proprio, vedasi la ben nota sentenza del T.A.R. Sardegna.

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