Qualcosa di davvero utile per l’ambiente.


quattro spighe nel campo di grano

In Italia impazza veemente la polemica un po’ fine a se stessa sui sacchetti bio per alimenti nei supermercati.

Niente da fare, durerà ancora un bel po’.

Rimangono, invece, in secondo piano soluzioni semplici ed economiche che farebbero davvero bene all’ambiente.

Queste, per esempio:

reintroduzione del vuoto a rendere generalizzato per bottiglie di vetro di acqua minerale, birra e bibite (oggi reintrodotto solo in via sperimentale a partire dall’ottobre 2017 per alcune categorie di esercizi pubblici);

facoltà per i clienti di utilizzare propri contenitori riutilizzabili (borse, sporte, retine, ecc.) per frutta e verdura.

Soluzioni positive per l’ambiente e le tasche dei cittadini.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

bottiglie di vetro

A.G.I., 5 gennaio 2018

Ma alla fine, l’azienda Novamont produce sacchetti bio o no?

Quello delle buste per la spesa biodegradabili è diventato un affare di Stato, almeno a leggere i social. Come stanno davvero le cose.

Non sembra placarsi la polemica sui sacchetti di bioplastica che negli ultimi giorni ha investito i social network e i media. La vicenda riguarda l’obbligo per legge, dal 1 gennaio 2018, di utilizzare sacchetti di materiale biodegradabile per il reparto ortofrutta e anche di segnalare il prezzo degli stessi sull’etichetta prodotta dalle bilance quando si pesano frutta e verdura.

Tra le voci che si sono rincorse negli ultimi giorni, c’è anche quella che la norma sia un favore a un’azienda guidata da “un’amica” di Matteo Renzi. Anche se la confusione è tanta, perché al contempo alcuni insinuano che si tratti di una tassa. In ogni caso, per molti, parrebbe evidente che o sia una tassa o sia un favore passibile di conflitto di interessi.

La diretta interessata, Catia Bastioli, amministratrice delegata della piemontese Novamont, in un’intervista a Repubblica del 4 gennaio ha detto di non essere legata al segretario del Pd e che “noi nel 2016 abbiamo fatturato 170 milioni di euro, con circa una quota di mercato del 50% a livello europeo. Se invece parliamo dei numeri del business del bioplastico in Italia sono circa 450 milioni di euro totali, di tutte le imprese, che sono circa 150”.

Lo stesso Renzi è intervenuto sulla sua pagina Facebook  scrivendo che “quanto all’accusa che il Parlamento avrebbe [introdotto la norma] per un’azienda amica del Pd vorrei ricordare che in Italia ci sono circa 150 aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio. Hanno quattromila dipendenti e circa 350 milioni di fatturato”.

Abbiamo cercato di mettere chiarezza in questo argomento, partendo proprio dalla dichiarazione del leader di centrosinistra.

sacchetto biodegradabile per alimenti (foto Ministero Ambiente)

Quante aziende?

Abbiamo contattato Assobioplastiche, che riunisce le aziende che lavorano nel “comparto dei biopolimeri”, per avere i dati ufficiali e poter così analizzare la dichiarazione di Renzi. Secondo un report di Plastic Consult, società indipendente specializzata nella ricerca nel settore delle plastiche alla quale Assobioplastiche ha commissionato la ricerca, sono 152 le imprese del settore a operare in Italia.

Va però fatta un’importante distinzione tra i produttori della materia prima e i trasformatori, le società che cioè dalla materia prima creano i prodotti finali, come i sacchetti o i bicchieri in bioplastica. Nello specifico, in Italia i produttori sono 17, mentre tutti gli altri sono trasformatori. Di queste 135 aziende, “la maggior parte” produce sacchetti.

Possiamo quindi dire che l’affermazione di Bastioli sia corretta, mentre quella di Renzi è più imprecisa, perché non ci sono “circa 150 aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturale”, ma sicuramente meno di 135. Le 150 aziende sono quelle dell’intera filiera.

Un’altra precisazione: l’azienda di Bastioli non produce direttamente i sacchetti al centro della polemica. Anzi, Novamont non produce proprio sacchetti. Si occupa infatti della materia prima, per la quale è effettivamente uno dei maggiori produttori a livello europeo, ma non di trasformarla in sacchetti o altri prodotti. Inoltre ci è stato riferito dall’ufficio stampa di Novamont che la società non detiene né ha mai detenuto partecipazioni in altre aziende che producono sacchetti.

campo di mais

Il giro d’affari

È inoltre vera l’affermazione di Bastioli sul fatto che i “numeri del business del bioplastico in Italia sono circa 450 milioni di euro totali”, come confermatoci da Assobioplastiche.

È invece di nuovo impreciso Renzi quando sostiene che le aziende che producono sacchetti in materiale bioplastico “hanno 4mila dipendenti e circa 350 milioni di fatturato”. È vero che nel comparto lavorano circa 4 mila dipendenti, ma considerando anche le aziende produttrici, inclusa Novamont che da sola conta 600 dipendenti. Le altre più grandi imprese produttrici a operare in Italia sono la tedesca Basp, il gruppo francese Sphere, la tedesca Fkur e l’americana NatureWorks.

Anche riguardo al fatturato, è vero che solo per la parte di imballaggi in bioplastica si tratta di 350 milioni di euro, ma all’interno non sono considerati solo i sacchetti, ma anche tutti gli altri prodotti che servono a questi scopi, come i bicchieri per esempio (ma non le posate in biomateriale).

Cosa dice la legge

La norma che regola l’utilizzo di sacchetti biodegradabili nei supermercati anche per il reparto ortofrutta è stata approvata ad agosto all’interno del decreto legge 123/2017 e riprende una direttiva europea del 2015, che vuole ridurre l’uso delle borse di plastica, assai inquinanti.

La legge italiana ha aggiunto un obbligo di utilizzo di sacchetti ultraleggeri (quelli dell’ortofrutta) che siano anche biodegradabili. Stabilisce infatti che dall’1 gennaio 2018 le borse di plastica devono essere “biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento”, dall’1 gennaio 2020 “con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 50 per cento” e dall’1 gennaio 2021 “con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 60 per cento”.

Sul perché sia stato introdotto questo obbligo di utilizzo di borse di plastica biodegradabili e compostabili – se cioè per fare un piacere a un’azienda “molto vicina a Renzi e al Giglio magico”, come sostiene Giorgia Meloni (pur con un condizionale) o per il “sacrosanto obiettivo di combattere l’inquinamento alla luce degli impegni che abbiamo firmato a Parigi e che rivendichiamo” come dice Matteo Renzi, non è nostro ruolo esprimerci.

La legge è stata votata in via definitiva alla Camera con 276 voti favorevoli, 121 contrari e 3 astenuti.

Facussa

Il costo dei sacchetti

Altra grande confusione è stata fatta sul prezzo dei sacchetti. In effetti la polemica è nata proprio perché sulle etichette emesse dalla bilancia per pesare frutta e verdura è scritto, oltre al prezzo dell’alimento, anche quello del sacchetto. Da qui le critiche perché il costo a famiglia potrebbe variare “tra 4,17 e 12,51 euro” all’anno, dal momento che ogni sacchetto può costare tra gli 0,01 e i 0,03 euro.

La direttiva europea parla di obbligo di non distribuire gratuitamente le borse “leggere”, e infatti le normali “buste della spesa” in bioplastica si pagano da parecchio tempo.

Sulle buste ultraleggere – quelle dell’ortofrutta – la direttiva dice che “possono” essere escluse dall’obbligo di farle pagare. La legge italiana invece ha scelto di precisare che anche “le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito” e quindi “il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino”.

La spiegazione della scelta per un comportamento più rigido, in questo caso, è data dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che ha dichiarato a Repubblica che si tratti di “un’operazione trasparenza voluta dal Parlamento unanime”. Come abbiamo già citato, in realtà il voto del Parlamento non è stato così “unanime” (i voti favorevoli sono stati 276, i contrari 121).

La spiegazione delle parole del ministro viene supportata da Legambiente che in una nota sostiene che “da sempre i cittadini pagano in modo invisibile gli imballaggi che acquistano con i prodotti alimentari ogni giorno, la differenza è che dal 1 gennaio, con la nuova normativa sui bioshopper, il prezzo di vendita del sacchetto è visibile e presente sullo scontrino”.

Insomma, imporre la “vendita per singola unità” e il divieto che le borse siano “distribuite a titolo gratuito” sarebbero un modo per evitare che il commerciante o il supermercato le “regali” spalmando poi il prezzo sul costo degli alimenti.

Ape (Apis mellifera L.)

La posizione di Legambiente

Proprio Legambiente si è espressa duramente a riguardo e parla di “troppe bufale e inesattezze sui biosacchetti”.

A partire dal costo, come precisato sopra, l’associazione ambientalista prova a spiegare la propria posizione sull’argomento e per farlo sottolinea che un’altra bufala sia “la questione del monopolio di Novamont”.

Legambiente ribadisce che “in Italia si possono acquistare bioplastiche da diverse aziende della chimica verde mondiale” e che “tra le principali aziende della chimica verde una volta tanto l’Italia ha una leadership mondiale sul tema, grazie a una società che è stata la prima 30 anni fa a investire in questo settore e che negli ultimi 10 anni ha permesso di far riaprire impianti chiusi riconvertendoli a filiere che producono biopolimeri innovativi che riducono l’inquinamento da plastica”.

Mentre sulla possibilità di riutilizzo vecchi sacchetti o di portarli da casa, l’associazione sostiene che sia “un problema che si può facilmente superare semplicemente con una circolare ministeriale che permetta in modo chiaro, a chi vende frutta e verdura, di far usare sacchetti riutilizzabili, come ad esempio le retine, pratica già in uso nel nord Europa”.

Federdistribuzione, l’associazione di categoria della grande distribuzione, si dice però contraria a una simile interpretazione della normativa per vari motivi, non ultimo “l’impossibilità di ritarare le bilance di volta in volta in base al diverso imballaggio del consumatore”.

Bombo (gen. Bombus) su un fiore

Conclusioni

Come spesso capita quando le notizie vengono alimentate dai social network, sono state dette molte imprecisioni riguardo all’obbligo di utilizzare i sacchetti in materiale biodegradabile per imbustare alimenti sfusi.

Renzi stesso è stato impreciso quando ha parlato di circa 150 aziende che producono sacchetti, con 4 mila dipendenti e 350 milioni di euro di fatturato. Ma l’ordine di grandezza è comunque simile. Anche il ministro Galletti ha parlato di dettagli su cui c’era un consenso “unanime”, mentre così non è stato.

Ma la curiosità forse più interessante nella vicenda è che la Novamont, l’azienda di Catia Bastioli accusata di essere vicina a Renzi, in realtà non produce i sacchetti di materiale bioplastico, ma solo la materia prima dalla quale questi vengono ricavati.

 

 

sacchetto bio (non proprio completamente bio)

 

da Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2018

Sacchetti bio a pagamento? Andranno in discarica: gli italiani li pagheranno 2 volte.

Il governo ha reso obbligatorie e a pagamento le buste dopo aver cominciato a incentivare gli impianti per la produzione di biogas e biometano dai rifiuti organici, dove però i sacchettini creano più di un problema e spesso vengono eliminati in ingresso. Due strade sempre più divergenti: da una parte cresceranno rapidamente questi impianti, dall’altra ci saranno 25mila tonnellate di buste da smaltire (con i costi che ricadranno nelle tasche degli italiani). (Veronica Ulivieri)

I nuovi sacchettini per l’ortofrutta sono biodegradabili, compostabili e quasi ovunque si possono usare per la raccolta dell’organico, ma nella realtà prenderanno sempre più spesso la via della discarica. Possibile? Sì, perché il governo ha reso obbligatorie e a pagamento queste bustine per gli alimenti sfusi nei supermercati dopo aver cominciato a incentivare (in accordo con le politiche energetiche dell’Ue) gli impianti per la produzione di biogas e biometano dai rifiuti organici, dove però i sacchettini creano più di un problema e vengono quindi eliminati in ingresso. Così, ci troveremo di fronte a due strade sempre più divergenti: da una parte cresceranno rapidamente questi impianti, dall’altra avremo 25mila tonnellate di sacchettini da gestire in qualche modo. Aspetti non valutati dal ministero dell’Ambiente prima di infilare questa estate l’emendamento balneare della legge di conversione del decreto Mezzogiorno. Il testo, infatti, è stato scritto senza chiedere un parere di merito al braccio scientifico del dicastero, l’Ispra: il ministro ripete che la misura “fa bene all’ambiente”, ma una valutazione tecnica avrebbe potuto far emergere, oltre ai pro, anche i contro della scelta. A partire proprio dalle criticità per gli impianti e i tempi lunghi di biodegradabilità nel mare, fino all’esortazione dell’Onu ad abbandonare l’usa e getta piuttosto che promuovere le bioplastiche.

Brescia, inceneritore

L’impianto di Bolzano: “Non buttate l’umido nei sacchettini” – Mentre i consumatori stavano ancora prendendo le misure con la novità, dalla società di igiene urbana di Bolzano Seab è partito l’allarme: “Da noi i cosiddetti sacchetti ecologici non sono adatti per la raccolta dell’organico. Utilizzate quelli in carta”. Il motivo? “Il tempo di degradazione di questi sacchi ecologici, significativamente più lungo rispetto agli altri materiali raccolti, influirebbe sull’intero processo. Inoltre, questi sacchi spesso si incastrano tra le lame del frantumatore causando dei guasti al sistema”. L’impianto in questione tratta i rifiuti umidi attraverso una fermentazione senza ossigeno: si chiama digestione anaerobica e rispetto ai vecchi impianti per il semplice compostaggio (fermentazione aerobica) dell’umido permette di ottenere, oltre a un ammendante per l’agricoltura, anche energia in forma di gas. Per questo, anche per effetto degli incentivi statali, è in corso una forte riconversione e nasceranno nel tempo anche nuovi digestori. Secondo l’Ispra, solo nel 2016 i rifiuti umidi trattati in maniera combinata sono cresciuti di oltre il 30% e il Consorzio italiano compostatori prevede che nel 2020 andranno a digestione anaerobica 5,7 milioni di tonnellate di organico urbano, contro gli 1,8 milioni di adesso. Non solo: ad oggi, su quasi 30 grossi impianti di questo tipo attivi in Italia, i due terzi usano la tecnologia definita tecnicamente “wet”, quella in cui i sacchetti danno più problemi.

centrale a biomassa

Il viaggio dei sacchetti: dal compostaggio alla discarica – Il punto, spiega a ilfattoquotidiano.it Mario Grosso, docente al dipartimento di Ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, è che “i sacchetti compostabili certificati ricevono il marchio dopo il test in un impianto aerobico, cioè di compostaggio, dove si disgregano in 90 giorni. Purtroppo però questo non implica che succeda la stessa cosa in un impianto di digestione anaerobica, dove le condizioni sono totalmente diverse e il processo più breve”. Non solo: “Se anche i sacchetti si disgregassero del tutto, molti impianti di questo tipo continuerebbero comunque a toglierli come fanno adesso perché si tratta di un materiale plastico e filamentoso che dà fastidio al funzionamento: si impiglia nelle lame, intasa le tubazioni”. E anche nei processi di compostaggio le buste vengono tolte in molti casi all’inizio: “In questo caso si fa soprattutto perché più del 40% dei sacchetti con cui i cittadini conferiscono l’umido continua a essere non compostabile”. È il problema delle buste contraffatte, che secondo Assobioplastiche rappresentano il 60% di quelle in circolazione. Così, anche dove i sacchetti biodegradabili e compostabili potrebbero trasformarsi in ammendante agricolo, vengono deviati in discarica: “All’ingresso degli impianti non è possibile distinguere le buste in regola da quelle fuori legge, e quindi si tolgono tutte”.

trasporto rifiuti urbani alla discarica di Serdiana negli anni ’90 del secolo scorso (da Sardegna Industriale)

Il cittadino paga due volte – In Italia crescono pian piano le aree in cui si usano sacchetti in carta o addirittura, in qualche raro caso, direttamente i bidoncini, poi svuotati dagli operatori dell’igiene urbana. Ma i sacchetti biodegradabili rimangono la modalità più diffusa e in questi casi, dice a ilfatto.it – chiedendo di rimanere anonimo – il tecnico di una società che gestisce molti impianti di trattamento dell’organico, “il cittadino paga due volte: la prima al supermercato per il sacchetto, e la seconda nella tariffa rifiuti, visto che i costi di smaltimento degli scarti vengono ovviamente ribaltati in bolletta”. Non solo: “In media ogni sacchetto in plastica o bioplastica, quando viene tolto, si porta dietro materia organica pari a quattro volte il suo peso. Rifiuti che invece di diventare biogas vengono smaltiti. Dove ci sono molti sacchetti, si arriva al 30%-40% di rifiuto organico sprecato”, continua il professor Grosso.

Cagliari, parte terminale di Via Simeto, discarica abusiva

“Bioplastiche biodegradabili in 90 giorni solo negli impianti” – Insomma, se i biopolimeri rimangono un’invenzione eccezionale perché permettono di ottenere manufatti a contenuto di materia fossile più contenuto, o addirittura al 100% rinnovabili, sui singoli usi delle bioplastiche è necessaria una valutazione. La stessa Rete europea delle agenzie ambientali, di cui fa parte anche l’Ispra, ha chiesto a Bruxelles “un approccio consapevole sull’uso delle bioplastiche”, evidenziando che per promuoverne “la produzione e l’uso su larga scala, questi prodotti dovranno misurarsi con il bisogno di essere completamente degradabili”. Requisito oggi assente.

Cagliari, Poetto, accumulo di Posidonia e rifiuti

Se infatti associazioni come Legambiente ritengono che i sacchettini per l’ortofrutta siano un passo avanti nella lotta all’inquinamento del mare dalle plastiche, per gli esperti del network europeo “le plastiche bioegradabili non possono essere considerate veramente biodegradabili al momento. Dati affidabili sugli effetti ambientali, in particolare sul suolo e sulle acque marine, non sono disponibili”. Numerosi studi scientifici a livello mondiale confermano i tempi molto lunghi necessari ai sacchettiin plastica biodegradabile per smembrarsi in mare. Tra gli ultimi c’è quello di un gruppo di scienziati dell’università di Pisa, pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment e condotto usando dei sacchetti biodegradabili e compostabili per la raccolta dell’umido, più spessi di quelli per l’ortofrutta ma più sottili delle buste distribuite alle casse dei supermercati. “Studi precedenti al nostro dimostravano che le buste, degradandosi, alterano la composizione e le caratteristiche del sedimento marino e la comunità microbica presente. Partendo da qui, ci siamo chiesti come questo fatto avrebbe potuto influenzare le piante che vivono in quegli ambienti in Mediterraneo”, spiega a ilfattoquotidiano.it la biologa pisana Elena Balestri. “Abbiamo allestito un esperimento in vasca considerando due specie di piante marine e ci siamo accorti che i frammenti di bioplastiche erano ancora presenti nei sedimenti dopo 6 mesi, e avevano modificato la concentrazione di ossigeno, pH e temperatura e alterato i rapporti tra le due specie. Queste alterazioni potrebbe influenzare la composizione delle praterie marine e anche dei popolamenti animali ad esse associati. Le nostre ricerche su questo tema vanno avanti per considerare sia la eventuale completa degradazione dei frammenti sia per osservare come tali processi possono influenzare le specie a lungo termine”.

 

Bombo (gen. Bombus) su Girasole

(foto Ministero Ambiente, da Sardegna Industriale, da mailing list ambientalista, Cristiana Verazza, M.F., S.D., archivio GrIG)

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  1. capitonegatto
    gennaio 6, 2018 alle 4:38 pm

    Il business domina, con la scusante dell’ecologia. E chi legifera coglie la palla al balzo, senza una linea logica e omnicomprensiva del problema . E poi si da addosso alle incompetenze degli altri, e non alle propie !!

  2. Gianluigi Cossi
    gennaio 6, 2018 alle 8:59 pm

    Salve Grig
    per completezza di informazione oltre a quanto riporta Repubblica, bisognerebbe riportare che tale Catia Bastioli, oltre ad essere AD di Novamont (titolare di un brevetto da cui ottiene ricavi e quindi soldi dai produttori su cui è limitato il fact checking) è presidente di un importante azienda a capitale pubblico (nomina quindi decisa dall’azionista stato e quindi dalla politica ossia da qualche partito o segretario di partito che si trova in sintonia con la signora).
    Saluti e Buon 2018

  3. V
    gennaio 7, 2018 alle 6:30 pm

    Buonasera, qualche piccolo suggerimento per fare qualcosa a prescindere dai governi, che sembrano incapaci anche solo di realizzare proposte ragionevoli e di facile attuazione come quelle del grig : si può seguire l’esempio della compagnia del turista spazzino o del movimento degli eco runners che per hobby raccolgono la plastica abbandonata in campagna o al mare. Nel mio piccolo il primo ho raccolto centinaia di cicche di sigarette lungo la riva del Poetto (che figo deve essere passeggiare a capodanno in riva al mare con la sigaretta in bocca e poi buttare la cicca…). Poi si può utilizzare il motore di ricerca ecosia che finanzia progetti di riforestazione.

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