Lettera aperta a Sergio Rizzo sugli usi civici.


Umbria, Appennino sotto la neve

Scambio di opinioni sugli usi civici e la loro realtà attuale con uno dei più bravi giornalisti italiani.

Buona lettura!

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

Gent.mo dott. Rizzo,

Lei è uno dei più noti, capaci e stimati giornalisti italiani. Personalmente apprezzo particolarmente la Sua notevole capacità di documentarsi e di individuare il fulcro dei problemi.

Stupisce, pertanto, la liquida – visto che si parla di acqua – semplificazione con cui bolla in sostanza i diritti di uso civico come ridicoli, “medievali” e dannosi (“L’ente medievale ricorre al Tar e blocca un progetto da 30 milioni”, Il Corriere della Sera, 30 marzo 2017).

Lo spunto è dato dalla “battaglia” legale avviata dalla Comunanza Agraria dell’Appennino Gualdese contro la proroga della concessione per l’emungimento di acqua minerale (fra l’altro, senza alcuna gara) in favore della società Rocchetta s.p.a. rilasciata dalla Regione Umbria nel 2015 su 224 ettari, quasi tutti appartenenti al demanio civico di Gualdo Tadino (PG).

Appennino, Lupo (Canis lupus italicus)

Il “nocciolo” della contesa è semplice e tutt’altro che secondario: quei terreni e quelle acque sono dei cittadini gualdesi, titolari dei diritti di uso civico, non del Comune, che si è arrogato il diritto di disporne, non della Regione Umbria.

Il quadro normativo (legge n. 1766/1927 e s.m.i.; regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.; legge regionale Umbria n. 1/1984) è chiaro: i diritti di uso civico sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.), analogamente alle terre civiche (art. 2 della legge regionale Umbria n. 1/1984).  Qualsiasi cambio di destinazione d’uso di terreni a uso civico dev’essere autorizzato dalla Giunta regionale e basato su un piano di sviluppo economico (artt. 3 e 7 della legge regionale Umbria n. 1/1984).

Quella che lei chiama “associazione per il pascolo libero”, in realtà è il soggetto che rappresenta i cittadini titolari dei diritti di uso civico e che deve difendere i valori ambientali e socio-economici dell’Appennino gualdese. Il Commissario per gli Usi civici non è “uno di quei tribunalini speciali” oziosi e solo il fatto che l’allora ministro Calderoli, tutt’altro che preclaro statista, li abbia definiti “dannosi”, avrebbe dovuto farLe suonare un campanello d’allarme. Si tratta, infatti, di giudici specializzati in una materia rilevante e che pochi conoscono e abolirli avrebbe fatto il degno paio con la soppressione dannosissima del Corpo Forestale dello Stato.

I diritti di uso civico significano in Italia più di 5 milioni di ettari di boschi, coste, pascoli, acque, suoli agricoli.

E’ grazie alle Regole Ampezzane, usi civici “medievali”, che i boschi della conca di Cortina d’Ampezzo di sono conservati, per esempio.

Sono terre collettive la gran parte dell’Altopiano dei Sette Comuni, per fare un altro esempio.

Trino Vercellese, Bosco delle Sorti

Così, è grazie alla Partecipanza di Trino Vercellese che si è salvato l’ultimo grande bosco planiziale della pianura padana.

In Sardegna ne abbiamo oltre 400 mila ettari, un sesto dell’Isola, assediati da occupazioni illegittime, discariche industriali, speculazioni immobiliari.

Il “medievale diritto” di cui parla, oltre a consentire la fruizione collettiva delle terre e ad aver permesso la sopravvivenza di numerosissime comunità locali in tutta Italia, attualmente costituisce anche un importante strumento di tutela ambientale.

Spero di averLe quantomeno ispirato la curiosità di capire che cosa siano davvero gli usi civici e il loro ruolo nell’Italia di oggi.

Con i più cordiali saluti.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

foglie nel bosco

Sergio Rizzo molto cortesemente ha risposto (3 aprile 2017).

 

La ringrazio per le osservazioni.

Quanto alla gara, è vero: questi affidamenti si fanno tramite gara. Nella fattispecie, la Regione (che come lei sa è titolare delle acque) si è fatta convincere a prolungare la concessione in cambio dell’investimento. Sono cose che accadono piuttosto frequentemente, e per quanto non sia una procedura ortodossa è certo meno scandalosa questa della proroga delle concessioni autostradali per cui non mi risulta che qualcuno nella nostra stampa (tranne il sottoscritto) abbia alzato il dito.

Detto questo, veniamo alla questione centrale. In Italia si sono verificati molti casi del genere: a Cortina d’Ampezzo le Regole, che lei ha citato, hanno bloccato non la devastazione dei boschi, ma una gara attraverso cui l’Anas voleva trasformare le case cantoniere abbandonate in luoghi di ristoro.

E a Cortina, come a Gualdo, il problema è che cosa siano e che cosa oggi rappresentino quegli enti, se ente può essere considerato la parola giusta. Rappresentano gli agricoltori? Gli allevatori?

La cosa francamente non si capisce: sappiamo solo che il presidente è una biologa e che nel consiglio c’è una ex guardia forestale, mentre gli aderenti alla Comunanza sono circa 300 (ma sono notizie non ufficiali, perché questi dati nel sito non ci sono). Trecento, in un Comune di 15 mila abitanti.

Soprattutto, che cos’è un Comune? “quei terreni e quelle acque sono dei cittadini gualdesi, titolari dei diritti di uso civico, non del Comune, che si è arrogato il diritto di disporne”, scrive lei. Se ne deduce che il Comune è cosa diversa dai cittadini, che pure ne hanno votato il sindaco affinché li rappresentasse.  La cosa mi lascia francamente perplesso.

Non dico che gli usi civici in qualche caso non abbiano ragion d’essere, ma vanno ricordate le loro radici, spesso medievali: servivano a difendere la collettività dai soprusi feudali, garantendo alcuni diritti. Diritto di pascolo e di legnatico, soprattutto. Ora però grazie a Dio il feudalesimo è finito da un pezzo e dovremmo essere in democrazia.

Non sarebbe il caso di modernizzare quell’istituto, per renderlo almeno compatibile con il fatto che per fortuna abbiamo il suffragio universale?

Tutto qui.

Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera

 

Umbria, Appennino, boschi

Gent.mo dott. Rizzo,

la ringrazio per la risposta, concordo su diverse considerazioni, in particolare sulla scandalosa proroga delle concessioni autostradali passata generalmente sotto silenzio, proprio con la sua lodevole eccezione.

La Regione Umbria, per il caso della concessione relativa all’acqua minerale di Gualdo Tadino, avrebbe dovuto, per legge, coinvolgere i titolari dei diritti di uso civico nell’ambito di un piano economico e fare una specifica gara, così avrebbe potuto soddisfare i vari interessi coinvolti (art. 8 della legge regionale Umbria n. 1/1984 e s.m.i.).

Non ho idea di quale “gara attraverso cui l’Anas voleva trasformare le case cantoniere abbandonate in luoghi di ristoro” abbiano bloccato le Regole Ampezzane, ma sul web trovo che le Regole hanno ristrutturato proprio un ex cantoniera per farvi un esercizio per il turismo scolastico.   Di sicuro hanno conservato per secoli e conservano il patrimonio boschivo locale sostanzialmente in un positivo rapporto con il Comune di Cortina d’Ampezzo.

Chi rappresentano gli organi di gestione dei demani civici?    Rappresentano la comunità locale, secondo usi e procedure che si sono formati nel corso dei secoli.    Hanno perciò composizione e organi di rappresentanza differenti nelle varie parti d’Italia.

A Cortinai Regolieri sono i capifamiglia discendenti dall’antico ceppo ampezzano, che amministrano il patrimonio comunitario secondo i Laudi, le antiche leggi approvate dall’assemblea costituita dai capifamiglia”, a Gualdo Tadino i titolari sono i residenti da almeno 5 anni nel territorio comunale, in Sardegna – dove i demani civici sono gestiti dai rispettivi Comuni nell’esclusivo interesse della comunità locale (art. 11 della legge regionale Sardegna n. 12/1994 e s.m.i.) – c’è la previsione forse più “democratica”: “gli usi civici, intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nelle cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all’uso” (art. 2 della legge regionale Sardegna n. 12/1994 e s.m.i.).

Ma anche se appare strano, spesso “il Comune è cosa diversa dai cittadini, che pure ne hanno votato il sindaco affinché li rappresentasse”: per esempio, in Sardegna vi sono centinaia di casi in cui le amministrazioni comunali di turno (regolarmente elette) hanno illegittimamente venduto terreni a uso civico a imprese immobiliari o industriali senza averne alcun titolo, ponendosi in oggettivo contrasto con i diritti dei cittadini.

E’ certamente opportuno favorire la “modernizzazione” di istituti e partecipazione nella gestione dei demani civici, valutando caso per caso, sempre tenendo conto del loro grande valore ambientale e sociale.

Grazie ancora per l’attenzione, con i più cordiali saluti.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Appennino, boschi dell’Umbria

da Il Corriere della Sera, 30 marzo 2017

L’ente medievale ricorre al Tar e blocca un progetto da 30 milioni.    L’associazione per il pascolo libero riesumata contro la fabbrica Rocchetta. L’ampliamento dell’industria delle acque minerali bloccato da un ricorso al tribunale regionale della Comunanza agraria Appennino Gualdese. (Sergio Rizzo)

In principio fu papa Leone X: correva l’anno del Signore 1514, gennaio 29. Poi ecco i giacobini, l’otto germile del 1799. Il 26 novembre del 1976 è toccato invece al Comune. E ora è la volta di Rocchetta. Non c’è pace sulla montagna di Gualdo Tadino, meravigliosa cittadina aggrappata sull’Appennino fra l’Umbria e le Marche. Lì il tempo sembra essersi fermato al Medioevo. E non soltanto per lo spettacolare maniero che svetta sull’abitato. A Gualdo c’è una guerra che si trascina da secoli e adesso viene combattuta contro l’ampliamento di una fabbrica per l’acqua minerale. Il che almeno identifica uno dei due contendenti. Si tratta, appunto, della società per azioni Rocchetta, già titolare di una concessione che scadrebbe nel 2022.

acqua e gemme

Progetto paralizzato dal ricorso al Tar

Scadrebbe, perché a dicembre del 2015 la Regione Umbria di Catiuscia Marini l’ha prorogata fino al 2040 accogliendo così un piano di investimenti industriali per 30 milioni e mezzo che comporterebbe la creazione di una trentina di posti di lavoro. Nonché la sistemazione, a spese della stessa Rocchetta, di un’area devastata dall’alluvione del 2013 e mai risanata. Oltre al pagamento di un canone annuale. Ma il progetto, che era pronto a partire già oltre un anno fa, è paralizzato dal solito ricorso al Tar. Un classico, nel Paese dei contenziosi e delle gabole burocratiche, che qui però ha un sapore tutto particolare.
Perché il ricorso arriva direttamente dal Medioevo. L’ha presentato la Comunanza agraria Appennino Gualdese: un organismo che affonda le proprie radici nella notte dei tempi e che si credeva ormai dissolto, prima che riemergesse a sorpresa qualche anno fa, proprio mentre prendevano corpo i piani per aumentare lo sfruttamento delle acque minerali di cui la zona è ricchissima.

La storia di quelle terre

Per secoli le terre della montagna erano state utilizzate dai cittadini di Gualdo Tadino come pascolo e legnatico. Finché nel 1514 papa Leone X le confiscò assegnandole alla Camera Apostolica. Trent’anni dopo, però, il suo successore dovette fare marcia indietro finché nel 1799 la Repubblica romana napoleonica non decise di privatizzarle. Il Regno d’Italia riconobbe in seguito ai gualdesi il diritto al «dominio collettivo» esercitato fin dal Medioevo dai predecessori della Comunanza, il cui statuto originario risale al 1896, e si andò avanti per ottant’anni. Un bel giorno del 1976, poi, il Comune decise di intestarsi la proprietà di quei 2.800 ettari.

Roma, Commissariato per gli Usi Civici per Lazio, Umbria, Toscana

Il tribunale speciale

Il sindaco Massimiliano Presciutti, che sull’ampliamento dello stabilimento ci ha messo la faccia, dice che lo chiese la stessa Comunanza. Ammettendo che fu commesso solo l’errore di non scioglierla formalmente. Errore che si sarebbe rivelato catastrofico, perché gli oppositori dell’acqua minerale si sono trovati così fra le mani un grimaldello micidiale. Gli è bastato far rinascere la Comunanza, nominando un consiglio alla cui testa c’è Nadia Monacelli, di professione biologa. Quindi rivolgersi per farsi riconoscere al Commissariato liquidazione degli usi civici per Lazio, Toscana e Umbria. Che cos’è? Uno di quei tribunalini speciali istituiti nel 1927 e che nel 2009 il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli avrebbe voluto sopprimere, qualificandolo in una proposta di legge fra gli enti definiti «dannosi»: testuale. La legge non passò e i commissariati per gli usi civici sono rimasti. Compreso appunto quello che il 7 marzo 2016 ha confermato alla Comunanza agraria Appennino Gualdese il medievale diritto al «dominio collettivo».

Il ricorso al Tar

Il giorno stesso, forte della sentenza, l’avvocato di Nadia Monacelli ha depositato il ricorso al Tar contro la proroga della concessione a Rocchetta, sostenendone l’incostituzionalità, argomentando una lunga serie di irregolarità e comunque l’impoverimento della collettività locale a causa dell’aumento del prelievo idrico. Impossibile immaginare l’esito: è altrettanto impossibile, tuttavia, non notare come seguendo la migliore tradizione della giustizia italiana il Tar si sia preso più di 20 mesi solo per esaminare la pratica. L’udienza è fissata a novembre 2017. E comunque vada, nella guerra all’acqua minerale la Comunanza non è sola: al fianco c’è il Movimento 5 Stelle che ha già bollato come «un progetto inquietante» l’intera operazione.
Il sindaco Presciutti ha un diavolo per capello: «Oggi ero con i 300 della ex Merloni rimasti senza lavoro, che non sanno dove sbattere la testa. Qui servono lavoro e investimenti, se quando arrivano gli mettiamo anche i bastoni fra le ruote».

 

corso d’acqua nel bosco

(foto S.L., E.R., S.D., archivio GrIG)

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  1. aprile 4, 2017 alle 5:59 am

    Ti dice nulla che è una legge del periodo fascista che regolamenta gli usi civici???
    Ti dice nulla che molte comuni in Italia dopo cause di decenni sono riusciti a intestarsi i diritti e ora si stanno finanziando liquidando gli usi civici contro vile denaro, innalzaldo i costi delle liberazioni a livelli da strozzinaggio…
    Forse sarebbe opportuno liberarsi da congreghe e università agrarie medievali che non rappresentano che pochi interessi e regolamentare le terre degli usi con leggi moderne, evitando stratificazioni inutili tra i vari iivelli di protezione ambientale con un unico strumento… in questo senso ha perfettamente ragione Rizzo.

    • aprile 4, 2017 alle 6:35 am

      gli usi civici esistono da tempo immemorabile, la legge n. 1766/1927 ha dato solo una disciplina univoca rispetto alle precedenti degli Stati pre-unitari.
      Molte amministrazioni comunali hanno fatto (poca) cassa sulla pelle dei diritti dei cittadini, quando non hanno favorito tizio o caio o la società immobiliare di turno.
      Mille volte meglio le terre e i diritti della collettività.
      Buona giornata.

      Stefano Deliperi

  2. amico
    aprile 4, 2017 alle 7:48 am

    Io credo che onestà intellettuale voglia che una legge venga considerata buona o cattiva non a seconda del periodo in cui è stata approvata ma se ha prodotto gli effetti sperati. Quelle Legge ha prodotto quanto doveva, Ha tutelato le collettività (che esistono prima degli Enti esponenziali che le rappresentano) da un sicuro accaparrarsi di terre da parte dei notabili di ogni dove. Più tardi ha raggiunto lo scopo di continuare a tutelare quelle terre da immonde speculazioni. Certo potrebbe essere modernizzata ma alcuni istituti presenti anche in Leggi Regionali successive consentono usi dei terreni moderni e vantaggiosi. Il problema è che non si utilizzano. I piani di valorizzazione consentirebbero questo.
    Mi spiace per Rizzo ma gli usi civici per come nati sono proprio come istituto anti medievale, tanto che tutte le terre di origine feudale vengono individuate come usi civici proprio contro una logica feudale di possesso da parte di pochi.
    Ma poi diciamocela tutta. Se la Legge esiste occorre rispettarla, che la si condivida o meno o anche se risale al periodo fascista, oppure cosa facciamo non rispettiamo il Codice Penale (Codice Rocco) perchè anche esso di quel periodo? In Italia troppo facilmente ci si dimentica che si vive in uno Stato di diritto.
    Saluti

  3. maria ignazia massa
    aprile 4, 2017 alle 8:16 am

    Molti non apprezzano l’appartenenza alla collettività dei terreni a uso civico, ma fanno parte della nostra storia e della nostra identità. Sono beni non alienabili e il Comune può solo gestirli, non sottrarli alla collettività. Le ripetute proroghe delle concessioni somigliano tanto a vendite rateali a prezzi modesti.
    Nel caso specifico dell’acqua ci siamo già espressi sul fatto che l’acqua è un bene pubblico. I Sindaci dovrebbero sentirsi parte della comunità che rappresentano ma spesso si sentono ex grege, cittadini egregi, dotati di potere.

  4. V.
    aprile 4, 2017 alle 9:09 am

    Buongiorno, in effetti a dirla tutta anche se in modo semplificato, la legge del 1927 aveva nell’impostazione la finalità di liquidare le terre ad uso civico, poi è stata la giurispridenza Costituzionale e soprattutto la legge Galasso e l’impegno delle Associazioni come il Grig a modificare il quadro di riferimento. In base alla legge del 1927 bastavano due righe (o quattro righe, ma senza grandi motivazioni o istruttorie), della Regione (almeno in Sardegna), per autorizzare la disposizione delle terre civiche. In fin dei conti non sembra così evidente e definita la differenza, almeno da un punto di vista non giuridico, tra i casi in cui le Amministrazioni comunali meno accorte (in buona o malafede, vallo a capire, il più delle volte sono passati almeno 30/ 40 anni anni) hanno illegittimanete venduto terreni ad uso civico (e cioè li hanno venduti senza quelle due righe di autorizzazione), e i casi in cui le Amministrazioni comunali più accorte o meglio informate li hanno venduti munite dell’autorizzazione. Forse è anche per questo che è giusto discutere e valutare i problemi e le situazioni con serenità.
    In ogni caso, è bello assistere ad un dibattito tra persone coraggiose come il dott. Rizzo ed il dott. Deliperi !

  5. amico
    aprile 4, 2017 alle 10:44 am

    La Legge del 1927 è vero che aveva la finalità della liquidazione ma è altrettanto vero che ha determinato che i terreni ex ademprivili (non toccati alla compagnia ferroviaria che poi di fatto sono rientrati per la maggior parte nel patrimonio dei Comuni) e sopratutto quelli di antico possesso (per i quali si considerano soggetti ad uso civico tutti i terreni per i quali il Comune non poteva dimostrare l’acquisto con atto scritto, come da circolare Ministeriale inviata a tutti i Commissari degli usi civici) sono stati assoggettati al vincolo.
    A volere essere precisi sino alla Legge regionale del 1994 erano i Commissari che già in fase di liquidazione individuavano i terreni passibili di alienazione ma dovevano individuarli tra quelli non più utilmente utilizzabili quali usi civici. Da una lettura dei provvedimenti Commissariali non sono tanti i terreni per i quali è stata autorizzata l’alienazione. La Regione ne ha autorizzate ben poche (da ultimo la scellerata svendita nel Comune di Villagrande). Quanto ai Comuni gli unici che possono avere, diciamo, una scusante sono quelli per i quali il provvedimento di accertamento non era stato ancora emesso al momento in cui hanno ceduto i terreni. Per quelli per i quali invece il provvedimento era stato emesso non vi sono scusanti in quanto l’atto Commissariale era trascritto in conservatoria dei registri immobiliari (o delle ipoteche al tempo) e quelli emessi dalla regione sono stati notificati ai Comuni e pubblicati sul BURAS. In ogni caso la possibilità di sanare situazioni in cui non vi è colpa vi sono. Sia con gli istituti attuali (trasferimento permute ecc) sia con le sclassificazioni (a memoria ne ricordo almeno tre) che nel tempo sono state autorizzate dalla regione. Il problema è che le cose devono affrontarsi bene e senza doppi fini. La legge proposta da GRIG ne è un esempio. Oggi l’uso civico da fastidio. E’ ex lege individuato quale vincolo paesaggistico con tutte le conseguenze in termini di pianificazione territoriale

  1. aprile 4, 2017 alle 3:29 pm

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