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Demani civici, diritti della collettività e difesa della natura.


Trino Vercellese, Bosco delle Sorti

Un bell’esempio di accorta gestione dei demani civici viene dal Piemonte, dalla Partecipanza di Trino, che gestisce con cura il Bosco delle Sorti.       Ecco come si possono difendere e usufruire dei diritti d’uso civico delle collettività locali e salvaguardare il nostro ambiente.

Un atteggiamento positivo, simile a quello che sta maturando a Carloforte, ma molto diverso da quello tenuto in altri parti della Sardegna, da Portoscuso a Dorgali, a Orani, ai tanti Comuni dove mancano ancora anche i meri atti di accertamento, o nel resto d’Italia, da Rocca d’Evandro (CE) a Capena (RM), solo a titolo di esempio.

Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l’elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l’esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.
Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
– esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
– titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
– fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
L’uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall’uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc.         Forme di fruizione più moderne, previste da varie normative regionali, sono quelle della fruizione naturalistica (forestazione, turismo escursionistico, ecc.).       Quindi l’uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d’uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.

Trino Vercellese, Bosco delle Sorti

Dopo la legge n. 431/1985 (la nota Legge Galasso), i demani civici hanno anche acquisito una funzione di tutela ambientale.      

Con l’approvazione regionale sarà, così, possibile tutelare efficacemente il demanio civico e svolgere tutte quelle operazioni (permute, recuperi, sdemanializzazioni, trasferimenti di diritti, ecc.) finalizzate a ricondurre a corretta e legittima gestione una vera e propria cassaforte di natura della comunità locale, da regolare anche mediante il piano di recupero e gestione delle terre civiche (legge n. 1766/1927 e leggi regionali specifiche).

Si tratta di circa 5-7 milioni di ettari in tutta Italia, fra il 10 e il 15% del territorio nazionale, forse il 30% dei boschi italiani.  Un patrimonio collettivo da difendere e gestire con cura e attenzione.

Gruppo d’Intervento Giuridico 

 

corso d'acqua nel bosco

da La Stampa on line, 1 dicembre 2011

La partecipanza salva l’ultimo bosco di pianura. Il Bosco delle Sorti è un esempio quasi intatto di quelle selve che un tempo coprivano la valle del Po. Nel Vercellese seicento ettari di querce e pioppi. Una proprietà collettiva che risale al Medioevo.   

Trino Vercellese (VC).  Quasi un miracolo: querce, pioppi e centinaia di specie arboree quali si trovavano dalla notte dei tempi nelle pianure del Nord Italia, e nemmeno la robinia, specie infestante, ha potuto prendere il sopravvento come altrove: è il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino, residuo di «bosco planiziale», esempio quasi intatto delle selve che un tempo coprivano la Pianura Padana.Poco meno di 600 ettari, una magnifica casa colonica (la «Guglielmina») restaurata, una foresteria immersa in un mare di verde che sfiora altri gioielli medioevali, le antiche abbazie di Lucedio e di Madonna delle Vigne.
Un Medioevo per certi versi assai meno buio del nostro (come vuole un cliché duro a morire), perché attento alle risorse della terra: il «Capitulare de Villis» di epoca carolingia chiedeva espressamente che «i nostri boschi e le nostre foreste» fossero «ben sorvegliati»; «dove devono esserci i boschi scriveva – i funzionari non consentano che vengano abbattuti o danneggiati». Ordinava che si vegliasse «sulla cacciagione delle nostre foreste».    Il Bosco delle Sorti è dunque un’oasi, una zattera verde tra le risaie del Vercellese, sopravvissuta grazie al pragmatismo degli antichi romani – la selva era parte del «Lucus Dei», bosco sacro probabilmente ad Apollo – poi grazie a rigide regole di gestione dei tagli che risalgono al Medioevo, secondo alcune fonti al 1202, quando Bonifacio I, marchese del Monferrato, donò l’area ai «partecipanti», cioè alle famiglie che ne avrebbero condiviso la gestione e il reddito.
Oggi l’area è un parco naturale, ma i «partecipanti» esistono ancora, sono quasi 1300. Il Bosco rimane un piccolo grande simbolo di «collettivismo», di assennata gestione comune («et fecerunt in commune», ecco come sono nate le municipalità, bisognerebbe non dimenticarlo), un esempio di buongoverno della «res publica».

Trino Vercellese, Bosco delle Sorti

Lo auspica un libro recentissimo di Ugo Mattei, docente in prima fila nel referendum sull’acqua: è intitolato «Beni comuni. Un manifesto» (Laterza), parla di «futuro in comune o nessun futuro», perché la cosa pubblica non è «res nullius», cioè cosa di nessuno, non è cosa da arraffare da parte del primo che arriva.   Il bosco, la montagna: il Bosco delle Sorti è in pianura, ma vale la pena ricordare le foreste per eccellenza, che sono montane e la comunanza di interessi e di gestione di tanti villaggi alpini e appenninici, di una società contadina e montanara certo capace di grandi egoismi, ma anche di dedizione e collaborazione, non di follia ecologica. «Andate alla montagna prima che la montagna venga a voi», si potrebbe dire con una battuta che non è irriverente: qualcosa si dovrà fare per la messa in sicurezza del territorio; montanari e contadini ne erano i primi garanti.
L’Italia ha lande desolate, Alpi e Appennino e Sud sono coperti di villaggi e terreni abbandonati, in rovina. Accanto a Pompei e l’Aquila c’è un’Italia dimenticata che cade a pezzi, borghi fantasma e centinaia di Comuni che affogano; l’Italia minore che se ne va, l’Italia Felix che scompare. Circa un anno fa la biennale del paesaggio di Reggio Emilia aveva prodotto un doc-film sulle dimore disabitate, con testimonianze di Pupi Avati, Tonino Guerra, Marco Revelli e la moglie scrittrice Antonella Tarpino, che stanno ridando vita alle baite di Paralup, simboliche rovine della Resistenza partigiana. L’Accademia di Brera aveva patrocinato e ospitato una mostra itinerante sui borghi fantasma, curata anche dalla Fondazione Nuto Revelli e lo stesso Oliviero Toscani, tramite l’associazione «La Sterpaia», insiste sull’importanza del restauro, della conservazione.  Segnali, voci per ora inascoltate (Salvatore Settis scrive «Paesaggio, costituzione, cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile», Einaudi), ma forse i tempi stanno cambiando: è tempo di salvare le nostre radici, ciò che dura e che resta. Ricordi e immaginazione sono pieni di borghi, di villaggi, montagne, case e giardini: dai «palazzi della memoria» di Agostino ai Sassi di Matera, sono baluardi contro i non-luoghi che appiattiscono la memoria, che la annullano, che estendono il «dispotismo del presente».

 (foto da La Stampa, da www.parks.it, S.D., archivio GrIG)

  1. giugno 6, 2016 alle 2:49 PM

    da La Stampa, 6 giugno 2016
    Le donne che ereditano il bosco del Medioevo.
    Si estende nel Vercellese ed è gestito da 1200 famiglie: http://www.lastampa.it/2016/06/06/edizioni/vercelli/le-donne-che-ereditano-il-bosco-del-medioevo-d045udH0EHzJTkM05jC6mN/pagina.html

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