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Nuovo intervento nel procedimento di VIA sulla centrale a biomassa di Porto Torres.


Bombo (gen. Bombus) su un fiore

Bombo (gen. Bombus) su un fiore

Le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra, grazie alla preziosissima collaborazione con l’Associazione Medici per l’Ambiente, hanno inoltrato un nuovo atto di intervento con “osservazioni” (26 luglio 2013) nel procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) riguardo il progetto centrale a biomassa da parte della Enipower s.p.a. nella zona industriale di Porto Torres (SS).

Esso fa seguito alle integrazioni volontarie depositate dalla Società proponente lo scorso 30 maggio 2013 . al fine di tenere conto dei rilievi esposti dai Soggetti coinvolti e intervenienti nel procedimento di V.I.A. in merito all’utilizzo del Fuel Oil of Cracking (FOK) quale combustibile per la caldaia di riserva e integrazione nonché di dare seguito ad altre osservazioni emerse in sede di Conferenza Istruttoria.

Anche il precedente atto di intervento con “osservazioni” (19 settembre 2012) aveva interessato direttamente il Servizio regionale valutazione impatti, nonché – per opportuna informazione – la Commissione europea, il Ministero dell’ambiente, la Provincia di Sassari e i Comuni di Porto Torres e Sassari.

Come noto, il progetto prevede la realizzazione di una nuova caldaia da 135 MWt, ottimizzata per la combustione di biomassa erbacea, ma adatta anche all’utilizzo di biomassa legnosa, dei relativi sistemi di stoccaggio e movimentazione della biomassa e delle ceneri di combustione, dei sistemi di trattamento fumi, di una turbina a vapore da 43,5MWe con estrazione di vapore tecnologico e di una caldaia da 70MWt alimentata da combustibile fossile per integrazione e riserva della fornitura di vapore al sito industriale”.   L’impianto – previsto dal Protocollo d’intesa per la c.d. Chimica Verde – è finalizzato alla fornitura dell’energia termica e di parte dell’energia elettrica per gli impianti del polo industriale, utilizzando la biomassa erbacea sottoprodotto della filiera agricola per la produzione di olii vegetali collegata alla c.d. Chimica Verde.   Contestualmente alla richiesta di V.I.A. e di autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.), è stata presentata istanza di autorizzazione unica (art. 12 del decreto legislativo n. 387/2003 e s.m.i.; art. 6 della legge regionale n. 3/2009), mentre nel procedimento di V.I.A. è compreso il procedimento di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A., art. 3, comma 10°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).

Carloforte, campagna in fiore

Carloforte, campagna in fiore

Numerose le “osservazioni” contenute nell’atto di intervento ecologista e riferite alla medesima veridicità e trasparenza del progetto presentato, in considerazione del fatto che almeno un terzo del combustibile impiegato sarebbe di origine fossile (ora è indicato il GPL, in sostituzione dell’originario FOK, residuo del processo industriale di produzione dell’etilene, pericoloso, cancerogeno) e non proveniente da fonti rinnovabili, mentre non sussiste alcuna certezza della possibilità di impiegare biomassa vegetale. Infatti, la creazione di una centrale a biomasse da 40 MWe è oltremodo sovradimensionata.

Il recentissimo studio sperimentale condotto da vari ricercatori (Luigi Ledda, Paola Deligios, Roberta Farci e Leonardo Sulas, Industrial crops and product journal, ed. Elsevier, vol. 47, pagg. 218-226, maggio 2013) in collaborazione con il C.N.R. su alcune piante delle Compositae, fra cui il Cardo gentile, utilizzabile nel caso concreto, hanno indicato in circa 10 tonnellate a ettaro, contro le 17 stimate dal progetto “Chimica verde” la resa media ottenuta, mentre gli studi effettuati dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Sassari e dall’Ente Foreste prevedono per l’intera Isola una disponibilità di biomassa naturale, su 800.000 ettari di territorio boscato e con macchia, di circa 300.000 tonnellate annue che, con un potere calorifico medio di 3500 Kcal/Kg, basterebbero al raggiungimento di una produzione di potenza di 20 MWe.

Si ricorda che la normativa italiana (art. 17 del decreto legislativo n. 387/2003, decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., decreto legislativo n. 28/2011) annovera tra le biomasse  (fonti rinnovabili) la parte biodegradabile dei rifiuti industriali ed urbani.      Ai fini della concessione di agevolazioni tariffarie, CIP 6, e di certificati verdi  ha, per lungo tempo,  consentito di assimilare alla biomassa vegetale vera e propria la frazione non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani  (art. 17  D.Lgs. 387/2003 e s.m.i.), con ciò di fatto incoraggiando l’uso di tali combustibili nelle centrali a biomasse. Per questa scelta, l’Italia è stata sottoposta a procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Ciononostante, l’ultima normativa continua ad ammettere la  realizzazione di strutture ibride che accedono a incentivi economici (D.Lgs. n. 28/2011). Possono, dunque, essere realizzate centrali che, ad esempio, bruciano  cardo  per il 51%, mentre per il resto bruciano rifiuti indifferenziati,  con ricchi incentivi. Questo è possibile grazie a un passaggio dell’ultimo decreto, specifico per i rifiuti soggetti a forfettizzazione ( D.M. 6 luglio 2012).  Tale elemento, assieme al sovradimensionamento dell’impianto, fa intravedere il rischio che la megastruttura possa essere adibita ad incenerimento di rifiuti solidi urbani, anche extra-regionali. A confermare questa ipotesi concorrono i riferimenti nel protocollo d’intesa e nell’addendum ai decreti legislativi citati e,soprattutto, le caratteristiche tecnologiche progettuali della centrale Enipower, che – si ribadisce – sono quelle preferite per l’incenerimento di rifiuti solidi urbani e assimilati.

Porto Torres, zona industriale

Porto Torres, zona industriale

E’ del tutto evidente che la creazione di un nuovo polo energetico a combustione nelle vicinanze di quello ad elevata potenza, di proprietà di E.ON (640 MWe da carbone, 320 MWe da olio combustibile e 80 MWe da gasolio), sempre a combustione di fossili, peggiorerebbe  in termini di emissioni e di produzioni di ceneri tossiche le condizioni sanitarie già precarie del territorio di Porto Torres, caratterizzato da dati epidemiologici allarmanti riguardo alle patologie tumorali (anche della prima infanzia e dell’adolescenza) e cronico-degenerative.

Si ricorda che Porto Torres e Sassari fanno parte del Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche  del nord Sardegna (SIN) ai sensi del D.M. 7 febbraio 2003, cioè territorio nel quale il livello di inquinamento dell’aria, dei suoli e delle falde, dovuto alla presenza industriale, mette a serio rischio la salute di chi ci lavora e di chi ci abita e, pertanto, deve essere bonificato.

Il rapporto  S.E.N.T.I.E.R.I. (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori  e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinanti, promosso dal Ministero della salute e pubblicato nel 2011) ha evidenziato come il territorio di Sassari (unico capoluogo di Provincia tra  i  57  siti  nazionali perimetrati) e quello di Porto Torres rientrino in uno dei 44 siti  che rappresentano le zone a maggior rischio di tumore in Italia.  Nel  SIN  Porto Torres-Sassari è stato rilevato un eccesso per tutte le cause di morte tra le quali tumori, malattie del sistema circolatorio, dell’apparato respiratorio, dell’apparato digerente, dell’apparato genitourinario.

In particolare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che la maggior parte degli inquinanti dell’atmosfera deriva dalle combustioni e registra un incremento significativo della mortalità per cause polmonari e per cancro del polmone, per esposizione a lungo termine a PM 2.5.    Per tutti questi motivi, la più che decennale normativa europea  sulla materia impone ormai perentoriamente l’abbattimento dei valori di PM 2.5 nell’aria (mentre gli scienziati, come detto sopra, già avvertono dei danni, ancora maggiori, da nanoparticelle, PM 0.1).     In proposito, sembrerebbe non presente alcuna strumentazione necessaria per la misurazione del PM 2.5 presso le Strutture tecnico-scientifiche pubbliche operanti nella Provincia di Sassari, con ovvie conseguenze sul monitoraggio ambientale.

Invero, la situazione ambientale-sanitaria dell’area impone che i provvedimenti di bonifica ambientale (oggetto degli impegni sottoscritti nel Protocollo d’intesa sulla c.d. Chimica Verde) siano anteposti alla realizzazione di qualsiasi altro intervento industriale.

Oxalis pes-caprae

Oxalis pes-caprae

Infatti, nei siti adiacenti a quello individuato si ricorda che, a causa di uno sversamento di benzene tuttora in essere nella darsena del porto di Porto Torres, oramai risalente a diversi anni, sono stati registrati livelli di benzene nell’acqua pari a 417.000 (quattrocentodiciassettemila) volte oltre il limite consentito dalla legge, e nell’aria pari a 2.500 microgrammi/m3, nonché di toluene nell’acqua nella misura di 3.300 (tremilatrecento) volte oltre i limiti di legge, di etil-benzene 226 volte sempre per l’acqua (dati Rapporto della Direzione della Tutela del Territorio e ISPRA).

A tale bolgia inquinata dal sapore dantesco devono aggiungersi i siti compromessi delle aree A e B del polo industriale.

Nella prima dovrebbero trovar posto i nuovi impianti della c.d. Chimica Verde, nella seconda è presente la discarica a cielo aperto di Minciaredda, ambedue non sono stati disinquinati.

In precedenza, con atto del 20 settembre 2011, le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra erano intervenute nel procedimento di V.I.A. del complessivo  “Progetto Polo Verde – Fase I. Impianti per la produzione di monomeri ed oli lubrificanti, biodegradabili, da oli vegetali naturali” da parte della Matrica s.p.a. conclusosi con un giudizio di compatibilità ambientale subordinato a numerose condizioni (deliberazione Giunta regionale n. 52/40 del 23 dicembre 2011).          Il progetto – che rientra nel protocollo d’intesa Stato – Regione – gruppo ENI – gruppo Novamont sulla c.d. Chimica Verde stipulato il 26 maggio 2011 – prevede complessivamente la realizzazione di un nuovo stabilimento per la produzione di derivati di oli vegetali naturali non modificati, comprendente un impianto di produzione di monomeri biodegradabili e un impianto di produzione di oli lubrificanti biodegradabili da materie prime derivate da fonti rinnovabili, funzionalmente integrati e aventi capacità produttiva rispettivamente di 40.000 tonnellate/anno di monomeri biodegradabili e di 30.000 tonnellate/anno di oli lubrificanti biodegradabili.

fumi industrialiSecondo lo studio di impatto ambientale, in termini di emissioni questo impianto di “chimica verde” produrrebbe 32,4 t/anno di NOx, 4,2 t/anno di COV, 16,6 t/anno di CO, 10,3 t/anno “Polveri” e 5,4 T/anno di SO2. E’ sintomo di scarsa attenzione ai parametri della qualità dell’aria  considerare le “polveri” e non le loro frazioni (PM 10, PM 2,5  e tanto meno PM 0,1, UF e nano particelle); queste carenze sono presenti anche nella rete dei sistemi di monitoraggio nel territorio della Provincia e dell’intera Isola. Dal 6 novembre 2008 il sistema di monitoraggio della qualità  dell’aria della Provincia di Sassari è sotto il controllo dall’ARPAS; a tutt’oggi i valori di riferimento presi in considerazione non rispondono alla seconda fase attuativa temporale del D.M n. 60/2002, e tanto meno a quelle del nuovo D.Lgs. 13 agosto 2010; il valore del PM 2,5, elemento centrale della normativa più recente, non viene preso in considerazione.

Nel protocollo di intesa e nelle dichiarazioni di presentazione dovrebbe esser presente un forte legame con la filiera agricola locale, consistente nella produzione di amido e di una qualche varietà di cardo per ricavarne olio vegetale e biomassa per la centrale. Se tutto ciò fosse prodotto in Sardegna, sarebbero impegnate enormi estensioni di terreno: 8-10.000 ettari di mais, 230.000 ettari circa di cardo; ciò equivale a più di tutta la superficie attualmente impegnata in Sardegna dalle colture in atto. Il dubbio che possano essere impiegati in maniera estensiva OGM, fertilizzanti chimici, pesticidi ed altri composti chimici per l’agricoltura di cui si conosce il potenziale nocumento per la salute, genera preoccupazione dal punto di vista sanitario.

Inoltre, il progetto Matrica s.p.a. è in conflitto con un altro proposto da Powercrop s.r.l.  (vds. deliberazione Giunta regionale n. 6/31 del 12 febbraio 2010) nel sito industriale di Macchiareddu (Assemini) per il quale è previsto un inceneritore a biomasse da 50 MWe diviso tra una linea a biomassa solida ed una a olio combustibile di origine vegetale.

Insomma, ancora poca chiarezza per finalità così rilevanti.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra

Cisto (Cistus)

Cisto (Cistus)

(foto da mailing list ambientalista, S.D., archivio GrIG)

  1. luglio 28, 2013 alle 2:09 PM

    da La Nuova Sardegna, 28 luglio 2013
    La centrale Enipower potrebbe bruciare rifiuti solidi urbani.
    Lo dicono Gruppo di intervento giuridico e Amici della terra. Denunciata la mancanza di controlli sulle nanoparticelle (Pinuccio Saba)

    PORTO TORRES. Secondo il Gruppo di intervento giuridico e Gli amici della Terra resta alta la possibilità che la centrale a biomasse prevista nel piano Matrìca possa bruciare anche la parte non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani. La denuncia è contenuta nell’ultima osservazione alla procedura di Valutazione di impatto ambientale in corso alla Regione, predisposta con la collaborazione dell’Associazione Medici per l’Ambiente. Combustibile. È il tema centrale delle osservazioni del Gruppo di intervento giuridico e Amici della Terra basato, tra l’altro, su un recentissino studio condotto da quattro ricercatori in collaborazione con il Cnr su alcune piante della famiglia delle Compositae fra le quali il Cardo Gentile, il cui utilizzo è indicato nel progetto presentato da Unipower. Secondo il progetto “Chimica verde”, la resa dovrebbe essere di 17 tonnellate per ettaro, ma secondo lo studio dei quattro ricercatori la produzione di cardo non supererebbe le 10 tonnellate. Gli studi effettuati dalla facoltà di Agraria dell’università di Sassari e dall’Ente Foreste, sostengono ancora le due associazioni ambientaliste, prevedono per l’intera isola una disponibilità di biomassa naturale, su 800 mila ettari di territorio boscato e con macchia, di circa 300 mila tonnellate annue che, con un potere calorifico medio di 3500 Kcal/Kg, basterebbero al raggiungimento di una produzione di potenza di 20 megawatt. Troppo poco per consentire il funzionamento di una termocentrale con una potenza nominale di 40 megawatt. Rifiuti. Per ovviare alla mancanza di combustibile Enipower – sempre secondo Amici della Terra e Gruppo di intervento giuridico – potrebbe utilizzare i rifiuti solidi urbano e non soltanto la parte biodegradabile. Questo grazie alla normativa risalente al 2003 che ai fini della concessione di agevolazioni tariffarie, “Cip 6” (scarti di lavorazioni industriali) , e di certificati verdi ha, per lungo tempo, consentito di assimilare alla biomassa vegetale vera e propria la frazione non biodegradabile dei rifiuti solidi urbani, «e con ciò di fatto incoraggiando l’uso di tali combustibili nelle centrali a biomasse. Possono, dunque, essere realizzate centrali che, ad esempio, bruciano cardo per il 51per cento, mentre per il resto bruciano rifiuti indifferenziati, con ricchi incentivi. Questo è possibile grazie a un passaggio dell’ultimo decreto, specifico per i rifiuti soggetti a forfettizzazione. Tale elemento, assieme al sovradimensionamento dell’impianto – aggiungono le due associazioni – fa intravedere il rischio che la megastruttura possa essere adibita ad incenerimento di rifiuti solidi urbani, anche extra-regionali». Salute pubblica. Grig e Amici della Terra ricordano che il rapporto “Sentieri” del 2011 (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio inquinamenti) ha rilevato un eccesso di tutte le cause di morte nel territorio di Sassari. In questa situazione e al’interno di un “Sin” si inserirebbe la nuova centrale-inceneritore sulla quale, inoltre, mancherebbero perché non previsti controlli sull’emissione di micropolveri PM2,5 e Pm 0,1 e sulle nanoparticelle.

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    da Alguer.it, 30 luglio 2013
    Centrale a biomassa, ombre dagli ecologisti. Nuove osservazioni delle associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra, nel procedimento di valutazione di impatto ambientale riguardo il progetto centrale a biomassa da parte della Enipower: http://notizie.alguer.it/n?id=60743

  2. agosto 1, 2013 alle 3:00 PM

    dal sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna, 30 luglio 2013
    Valutazione di impatto ambientale per l’intervento “Centrale a biomassa di Porto Torres”: Completamento integrazioni volontarie.

    Il Servizio Sostenibilità ambientale, valutazione impatti e sistemi informativi ambientali (Savi) dell’Assessorato regionale della Difesa dell’ambiente informa che la Società Enipower S.p.A ha depositato, in data 18 luglio 2013, a completamento di quanto depositato in data 30 maggio 2013, lo “Studio sulle ricadute socio-occupazionali connesse alla fase agricola della filiera del cardo” e lo ”Studio sulle ricadute economiche e socio-occupazionali derivanti dalla costruzione della centrale a biomassa di Porto Torres e dalle attività connesse attraverso un modello I-O multi regionale” relativi al progetto “Centrale a biomassa di Porto Torres” in Comune di Porto Torres. Detta documentazione non è pubblicata integralmente in quanto la Società proponente ha chiesto, ai sensi dell’art. 6 comma 8 dell’allegato A alla DGR 34/33 del 2012, di non renderla pubblica poiché contenente dati ed informazioni rilevanti ai fini commerciali. In particolare sono stati rimossi e sostituiti con la dicitura “omissis” l’allegato 3 (pagine 117-120) dello “Studio sulle ricadute socio-occupazionali connesse alla fase agricola della filiera del cardo” e i capitoli 6 e 7 relativi ai dati di input della fase di esercizio (pagine 34-44) dello ”Studio sulle ricadute economiche e socio-occupazionali derivanti dalla costruzione della centrale a biomassa di Porto Torres e dalle attività connesse attraverso un modello I-O multi regionale”. La documentazione è consultabile anche presso il Comune di Porto Torres e la Provincia di Sassari: http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=612&s=235634&v=2&c=4807&idsito=18

  3. agosto 8, 2013 alle 3:33 PM

    fiumi di latte e miele…

    da La Nuova Sardegna, 8 agosto 2013
    PORTO TORRES. Centrale a biomasse, i numeri di Enipower: «Ecco i benefici». (Vincenzo Garofalo)

    PORTO TORRES. Magari gli ambientalisti continueranno a storcere un po’ il naso perché la centrale a biomasse, che sarà il cuore pulsante della chimica verde di Porto Torres, un po’ continuerà a inquinare (le emissioni di monossido di carbonio nell’aria aumenteranno del 213 per cento). Ma avendo fiducia nella relazione che la Società Enipower spa ha depositato il 18 luglio scorso all’assessorato regionale all’Ambiente, la costruzione della centrale che produrrà energia bruciando paglia di cardo, riverserà su tutta la Sardegna una pioggia di denari e posti di lavori. Per le imprese locali è previsto un incasso di 50 milioni di euro per la fornitura di beni e servizi, mentre sul fronte lavoro sono previsti 867 addetti occupati nei cantieri e nella filiera produttiva del cardo. I numeri complessivi del progetto sono noti da tempo. Il piano di costruzione della centrale prevede un investimento complessivo di circa 170,45 milioni di euro, così ripartito 110 milioni per la fornitura di materiali (65% del totale investimento), 39 milioni per la costruzione di opere civili, demolizioni e montaggi (23%), 18 milioni per servizi “chiavi in mano” (11%), 1,95 milioni di euro per gli oneri di sicurezza e i rimanenti 1,5 milioni per la costruzione di opere temporanee. Ma ora Enipower, nella fase di Via (valutazione di impatto ambientale), è voluta entrare nel dettaglio delle ricadute economiche e occupazionali che saranno generate dalla realizzazione della centrale a biomassa. L’analisi presentata agli uffici Savi dell’assessorato regionale all’Ambiente spiega anche dove si prevede che finiranno i 50 milioni di spesa sul territorio, settore per settore: 18 milioni e 631 mila euro saranno a vantaggio del settore costruzioni; 12 milioni e rotti per il manifatturiero, riparazione e installazione di macchinari; 7 milioni e 400 mila euro per l’acquisto di macchinari e altre apparecchiature; quasi 4 milioni per il trasporto e magazzinaggio; poco più di 3 milioni di euro alla voce servizi alle imprese; 1 milione per i prodotti in metallo; 930 mila euro per prodotti minerali non metalliferi; 907 mila nel settore computer, apparecchi elettronici e ottici; 779 mila per apparecchi elettrici; 952 mila euro per altre attività di servizio alle imprese. Una torta ricchissima che, sempre secondo l’analisi di Enipower, porterà in Sardegna molti altri benefici come, per esempio, un incremento di valore aggiunto all’economia pari a 19,9 milioni di euro in tre anni. Ma la costruzione della centrale, per effetto degli stipendi e delle commesse ricevute dalle imprese locali, avrà un impatto positivo sui redditi delle famiglie sarde pari a 8,7 milioni di euro nei tre anni di cantiere. E non è finita qui. La relazione evidenzia anche che la mole di lavoro e di soldi freschi richiamati a Porto Torres produrranno profitti e altri redditi (come gettito fiscale etc) per una cifra di 11,2 milioni di euro. La realizzazione della centrale a biomassa dovrebbe dare anche una spallata all’emorragia di buste paga: sono previsti 203 occupati diretti nei cantieri di Porto Torres e altri 210 nei vari settori legati alla costruzione della struttura. E questo solo per quanto riguarda la prima fase del progetto, ossia la costruzione della centrale. C’è poi la seconda fase, quella di approvvigionamento del cippato, ossia del combustibile che potrebbe essere necessario in una prima fase di avvio della combustione, quando potrebbe non essere pronta la produzione di paglia di cardo. Questa seconda fase, come scritto nella relazione, «consentirebbe una crescita annua complessiva di 2,9 milioni di euro di valore aggiunto e un impiego occupazionale medio di 53 addetti. Infine c’è una terza fase, quella in cui la centrale entrerà a regime con la combustione della paglia di cardo coltivato in Sardegna. In questa ultima fase è previsto «un aumento annuo di valore aggiunto corrispondente a 13,4 milioni di euro, consentendo l’attivazione di 280 addetti totali. A questi sono da aggiungere 111 addetti derivanti dalla produzione dei semi-oleosi.

  4. agosto 18, 2013 alle 2:36 PM

    da Casteddu online, 18 agosto 2013
    Nel silenzio generale,via ai lavori per la centrale biomasse a Macchiareddu. (Dario Serra): http://www.castedduonline.it/silenzio-generalevia-lavori-centrale-biomasse-macchiareddu

  5. Avatar di franco
    franco
    settembre 5, 2013 alle 11:43 PM

    Una CTE tradizionale, ciclo Rankine-Hirn a vapore, come quella a biomassa prevista a Porto Torres che brucia 300.000 t/anno di biomassa, con PCI 3.500 kcal/kg, può produrre, con un rendimento del 30%, circa 40MWe e non 20MWe al massimo. Se producesse soltanto 20MWe avrebbe un rendimento di circa il 15%, il che, per una CTE del 2013, sarebbe ridicolo.
    Carissimi del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra vi invito a fare bene i conti prima di pubblicare.
    Non capisco cosa volete che venga fatto a Porto Torres, sappiate che senza la CTE a biomasse, il progetto della chimica verde difficilmente si reggerebbe in piedi ed inoltre, senza chimica verde, sarebbe Porto Torres a non reggersi in piedi… che certamente non può puntare (solo) sul turismo!
    Siete consapevoli del dramma sociale che scaturirebbe in seguito al fallimento del petrolchimico e della chimica verde? Sapete quanto costa il MWh in Sardegna? Perchè in sardegna, oltre al problema dell’insularità, non abbiamo industrie?
    Capisco che è giusto seguire le regole e che ci vuole controllo, ma dobbiamo dire SI tutti insieme all’industrializzazione, perchè l’industria è progresso e la chimica verde è il miglior progetto di industrializzazione offerto negli ultimi 50 anni a questo territorio.

    • settembre 6, 2013 alle 3:01 PM

      come avrai potuto leggere, è indicato chiaramente nell’articolo che i calcoli della resa della centrale sono stati effettuati dalla Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Sassari e dall’Ente Foreste della Sardegna, non da noi.
      E’ analogamente scritto chiaramente che cosa si dovrebbe fare a Porto Torres PRIMA di ogni nuova iniziativa industriale, anche della più “ecologicamente corretta”.
      Si dovrebbero fare le necessarie bonifiche ambientali, che – tra l’altro – costituirebbero occasione di centinaia di posti di lavoro, in un territorio dichiarato S.I.N. con tassi molto elevati di malattie e decessi per eventi tumorali e quant’altro di peggio si voglia immaginare.
      Sappiamo anche che molto difficilmente il quantitativo di biomassa necessaria per il funzionamento della centrale giungerà dal cardo, visto che non si può certo coltivare a cardo mezza Sardegna.
      Il resto del “combustibile” da dove viene?
      Siamo perfettamente consapevoli del dramma economico-sociale che si creerebbe a Porto Torres come a Portoscuso con la chiusura dei poli industriali, ma siamo anche perfettamente consapevoli che non si può continuare a sacrificare la salute dei cittadini (operai e non) e l’ambiente in nome di un’industrializzazione che non ha portato quel benessere duraturo tanto sbandierato.
      Conosciamo anche i meccanismi perversi che determinano i costi dell’energia, in particolare in Sardegna (vds. https://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2013/06/07/i-costi-canaglia-nascosti-dellenergia-elettrica/) e sappiamo bene che sono frutto di speculazione e di arricchimenti molto opachi.
      Non sono certo “colpa” degli ecologisti. O no?

  6. settembre 13, 2013 alle 3:48 PM

    da La Nuova Sardegna, 13 settembre 2013
    Dalla chimica verde nasce un futuro bio. L’amministratore delegato Catia Bastioli spiega la filosofia di Matrìca: «Occasione straordinaria di sviluppo per il territorio».
    Green Economy. Non mi aspettavo di trovare tante difficoltà: l’eredità del petrolchimico si sente. (Luigi Soriga)

    SASSARI. Il terreno più fertile perché la chimica verde possa attecchire, è quello che presenta contemporaneamente due condizioni: la dismissione industriale e l’abbandono di aree agricoli perché improduttivi. Il nord ovest della Sardegna ha tutti i requisiti, con la chiusura del Petrolchimico di Porto Torres e con circa 70mila ettari di zone agricole perse dal 1982 a oggi nell’intera provincia di Sassari. Ecco perché Matrìca l’ha eletto a sito ideale in cui tentare di cambiare modello di sviluppo economico: un caso di studio per la chimica verde a livello mondiale. Catia Bastioli, amministratore delegato di Matrica (la joint venture tra Polimeri Europa, oggi Versalis, Novamont ed Eni) ha spiegato a un pubblico di ricercatori e studenti universitari la filosofia della green economy che sta muovendo i primi passi nell’ex polo chimico turritano. L’occasione è stata offerta dal 35° Convegno Nazionale della Divisione di Chimica Organica della Società Chimica Italiana, organizzato dal Dipartimento di Chimica e Farmacia e dall’Istituto di Chimica Biomolecolare del CNR. A Porto Torres saranno realizzate una centrale a biomasse e una bioraffineria di terza generazione, che prevede l’utilizzo di materie prime agricole per la produzione di bio plastiche, tra le quali sacchetti per la spesa, piatti e posate in mater-bi, materiale biodegradabile. «A Porto Torres è in corso la sperimentazione attraverso l’utilizzo del cardo – ha detto Catia Bastioli – materia prima scelta per due ragioni: la vasta disponibilità di terreni in cui avviare le coltivazioni e il fatto che il cardo non necessita di irrigazione». Ma il cardo (sulla cui sperimentazione a luglio Matrica ha siglato un accordo con Coldiretti) è considerato solo il primo tassello di un processo produttivo virtuoso che evolve in maniera circolare. «A differenza dell’industria tradizionale, che si basa sullo sfruttamento delle risorse in maniera orizzontale e si concentra sulla realizzazione di un singolo prodotto – ha spiegato la Bastioli – la chimica verde si sviluppa attraverso una circolazione continua di risorse, idee e conoscenze. Per questo sarà fondamentale l’apporto dei ricercatori, professionisti radicati nel territorio, del quale conoscono alla perfezione le caratteristiche e dunque le potenzialità e le risorse». Il progetto prevede continue sperimentazioni, attraverso analisi e combinazioni delle materie prime per ottenere produzioni variegate, senza trascurare “neppure una delle infinite possibilità”. La filosofia e’ quella del rifiuto zero, perché anche gli scarti saranno oggetto di lavorazioni. Con la finalità di ottenere produzioni locali di altissimo livello tecnologico e a ridottissimo impatto ambientale: un esempio può essere quello dei lubrificanti per motori ottenuti da scarti vegetali, che a Porto Torres potrebbero essere prodotti già dal 2014. Non meno importante la possibilità’ di raggiungere l’autosufficienza limitando le importazioni: è il caso della farina di soia, di cui la Sardegna importa ogni anno 140mila tonnellate. Ma introdurre una rivoluzione copernicana, un modello di sviluppo a sistema in un territorio abituato a convivere con gli scenari e le logiche l’industria pesante, è molto complicato: «Il progetto dovrebbe essere visto come una straordinaria occasione di impulso economico, occupazionale e dai risvolti ambientali importanti – ha detto Catia Basioli – Ma perché i risultati siano positivi, devono crederci con forza tutti i soggetti coinvolti. Finora ad essere sinceri le difficoltà a far decollare il progetto sono state superiori alle aspettative. Sapevamo che ogni territorio ha la sua storia e le sue ferite, e quella di Porto Torres è molto sofferta». Pesa molto l’eredità di Eni, le centinaia di speranze di riconversione e rilancio disilluse. I cittadini ormai diffidano di fronte alle panacee e fiutano facilmente odor di fregatura. I dubbi sulla chimica verde ancora persistono e riguardano l’effettivo potenziale della coltura del cardo. Anche l’introduzione di una monocoltura estensiva, sul versante dell’impatto ambientale, lascia qualche perplessità. Ma la paura più diffusa è sempre un’altra: riguarda la possibilità che in futuro, nel caso il cardo dovesse rivelarsi un flop, la centrale a biomasse possa essere utilizzata per bruciare rifiuti tradizionali. L’ipotesi però è sempre stata respinta con decisione dai responsabili della joint venture. In altre occasioni i dirigenti di Matrica avevano sottolineato anche i ritardi nella procedure, i tempi lunghi per ottenere un’autorizzazione da parte delle istituzioni: il primo accordo risale al 2009, poi sino al 26 maggio 2011, giorno della firma del protocollo d’intesa non è stato fatto nulla. E anche adesso il progetto non corre così spedito. Ci sono tanti tavoli di confronto, (dalla Provincia, alla Regione, alle associazioni di categoria…) tutti piccoli, e nessuno complessivo capace di affrontare in maniera globale la questione.

  7. settembre 17, 2013 alle 2:57 PM

    da La Nuova Sardegna, 17 settembre 2013
    CHIMICA VERDE. Sardinia green day, venerdì il Simposio internazionale.

    SASSARI. Paul Anastas, americano, è considerato dalla comunità scientifica il padre della chimica verde e venerdì matina sarà lui ad aprire, il simposio «Sardinia green day», organizzato dal dipartimento di Chimica e Farmacia nella sala conferenze di Via Vienna. L’evento è stato presentato ieri a Cagliari dall’assessore regionale al lavoro, Mariano Contu, dal direttore del master universitario Alberto Mariani e dal presidente del Consorzio industriale, Franco Borghetto. «Il simposio – ha detto l’assessore – sarà un momento deciso di riflessione e approfondimento sulle possibilità offerte da questo settore all’avanguardia e capace di restituire un futuro anche alla chimica tradizionale in crisi». Un futuro che, come si sa, a Porto Torres ha già un nome: Matrìca. «Fra venerdì e sabato vogliamo fare il punto non solo scientifico ma anche economico del progetto», ha sottolineato Mariani, nell’annunciare che le «comunicazioni saranno tutte di alto livello» e fra i relatori ci sarà anche Stefano Fiori, laureatosi a Sassari e che ora fa parte del vertice della spagnola «Condensia Quimica». Che tra l’altro è una delle aziende, insieme a Matrìca, Versalis e Novamont, in cui si concluderà il primo master di “Produzioni chimiche e nuovi materiali da fonti rinnovabili” cominciato due anni fa a Sassari e a cui hanno partecipato 14 laureati sardi che presto potrebbero entrare a far parte della squadra di Matrìca. Il simposio che proseguirà sabato mattina, prevede venerdì pomeriggio (ore 15.30 sempre nella sala conferenze di via Vienna) una parentesi economica organizzata Consorzio industriale. «Sarà il momento per gettare le basi – ha detto il Franco Borghetto – della filiera della chimica verde, perché deve essere questo il traguardo quando nel 2017 Matrìca diventerà una realtà industriale ecosostenibile e capace di garantire 270 assunzioni».

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    da L’Unione Sarda, 17 settembre 2013
    Impianti attivi nel 2017. Chimica verde, master e tirocini per Matrìca: http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20130917084754.pdf

  8. settembre 20, 2013 alle 2:55 PM

    da La Nuova Sardegna, 20 settembre 2013
    Bioeconomia, il futuro inizia a Porto Torres. Con la riconversione del polo verde la Sardegna potrebbe giocare un ruolo da protagonista nei nuovi ed emergenti scenari produttivi. (Catia Bastioli, Amministratore delegato Novamont SpA, Amministratore delegato Matrìca SpA)

    Attuare crescita e sviluppo economico dei settori produttivi attraverso un uso intelligente delle risorse rinnovabili, secondo modalità che siano “sostenibili” per l’ambiente e per le persone: è la Bioeconomia, sulla quale la UE ha concentrato da tempo la sua attenzione con la strategia “Innovating for Sustainable Growth: A Bioeconomy for Europe” dalla quale non può essere assente l’Italia che nel progetto di Porto Torres sta realizzando uno dei casi più rappresentativi a livello internazionale. In base agli studi effettuati dall’UE, 1 euro investito in ricerca e innovazione in Bioeconomia potrà generare una ricaduta in valore aggiunto pari a 10 euro entro il 2025, purché con il sostegno di adeguate politiche nazionali e comunitarie. Non a caso l’Action Plan della UE per la Bioeconomia incoraggia la declinazione della strategia in obiettivi precisi da parte degli Stati Membri, al fine di disporre di un ambiente legislativo coerente indispensabile per attuare una crescita organica del settore. Sempre nell’ambito della strategia è stato attivata una Partnership Pubblico Privata Istituzionale dedicata alle industrie biobased che prevede lo stanziamento di fondi comunitari pari a circa 1 miliardo di euro (provenienti da Horizon 2020) a fronte di un impegno del mondo industriale per 2,8 miliardi. Si tratta di un risultato di assoluta importanza per la crescita del comparto biobased in Europa. A livello extraeuropeo iniziative similari a quella intrapresa dall’Europa sono in forte crescita: nel 2012 gli Usa hanno pubblicato il Blueprint per la Bioeconomia, il Canada ha già messo in atto misure operative di sostegno, la Thailandia sta finanziando la costruzione di impianti dedicati alle bioplastiche e la Cina ha indicato le Bioindustrie al 3° posto tra i 7 settori strategici emergenti. Il nostro Paese non si è ancora dotato di un’organica politica di sviluppo della Bioeconomia anche se abbiamo assistito ad alcuni passi molto positivi che puntano nella direzione giusta. In particolare è nato il cluster della Chimica Verde, su iniziativa del Miur – che coinvolge la ricerca pubblica e privata, e le associazioni che si occupano della trasformazione delle risorse rinnovabili in prodotti ad alto valore aggiunto – si sono consolidati gli Stati Generali della Green Economy ideati da Susdef e supportati dal Ministero dell’Ambiente e il confronto promosso da Mise sulle industrie biobased. Vanno anche sottolineate iniziative estremamente virtuose come quelle sostenute e promosse da Fondazione Cariplo per l’alta formazione, l’abitare sostenibile e i progetti pioneristico della Fondazione Ager promossa dalle principali tredici fondazione bancarie italiane. Dal punto di vista industriale numerose imprese chimiche italiane e internazionali stanno investendo ingenti risorse in bioraffinerie, impianti pilota e nuove tecnologie all’avanguardia in diverse regioni italiane (Campania, Piemonte, Sardegna, Umbria, e Veneto), attivando processi virtuosi di riconversione di siti deindustrializzati, segnati da alti tassi di disoccupazione, e nuovi modelli di collaborazione tra industria e agricoltura. Un fermento straordinario che vede nella Sardegna, con la riconversione del polo verde di Porto Torres, un’enorme opportunità per giocare un ruolo da protagonista nello scenario di una nascente Bioeconomia. Si tratta di un nuovo modello di sistema che non può essere affrontato secondo i vecchi schemi: richiede, quindi, la collaborazione da parte di tutti gli interlocutori trovando nella realizzazione di nuovi progetti territoriali il collante indispensabile per il successo. Senza il necessario rispetto la credibilità delle parti, la creatività nell’affrontare in modo originale le sfide che si incontrano, l’obiettivo, però, sarà difficilmente raggiungibile.

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    Opportunità o miraggio? Tanti dubbi, si gioca sulla pelle dei sardi. L’impatto sulla agricoltura della Nurra corre il rischio di essere devastante. Insomma, ci risiamo: «Pinta la legna e portala in Sardegna». (Ignazio Camarda, Professore ordinario Facoltà di Agraria Sassari)

    I sardi conoscono il detto “Pinta la legna e portala in Sardegna”. In effetti di “linna pintada” se n’è vista tanto spacciata per oro colato, e quando è passata l’euforia ha lasciato i disastri di terreni inquinati e cumuli di materiali inerti carichi di metalli pesanti, che dovrebbero essere risanati e che invece, stanno sempre lì. La Sardegna è stata “pintata” anche di alberi, qualcuno ricorderà il famoso pino radiato che doveva fornire cellulosa alla cartiera di Arbatax e sappiamo come è finita. Senza parlare delle irrecuperabili discariche delle cave di granito della Gallura. A ciò si aggiungono i disastri della grande industria inquinante che ha fatto della Sardegna una delle regioni più avvelenate d’Italia. La cosiddetta chimica verde sembra ormai avere conquistato cuore e la mente dei sardi. Energia pulita, rinascita dell’agricoltura, valorizzazione del miracoloso cardo, olio dai semi, cellulosa dalle foglie e dai fusti, e davvero sembra incredibile che nessuno ci abbia pensato prima. Dagli articoli e resoconti di incontri con tecnici e amministratori, nel vedere servizi televisivi che decantano il cardo sembrerebbe davvero difficile non essere riconoscenti a Matrìca e alle industrie che partecipano all’impresa di rinverdire la Sardegna. Tuttavia i dubbi restano. Innanzitutto le immagini che circolano ancora sono a volte di cardo mariano (una pianta che cresce in ambienti ruderali) e il cardo chiamato sardo, che in realtà è una varietà di carciofo, coltivato come ortaggio. Si tratta, a quanto pare, di un carciofo (Cynara scolimus var. altilis) e non del carciofo selvatico (Cynara cardunculus) e di sardo non ha proprio nulla. Ma se diciamo che è cardo-sardo sembra che stiamo valorizzando una pianta selvatica nostrana e questo facilita il consenso. Si richiede che si faccia sperimentazione per verificare se le produzioni sono davvero miracolose, ma a mio parere non è necessario. Credo che gli agricoltori sappiano bene come stanno le cose. Gli agricoltori sanno bene che per la loro crescita occorre coltivare; ossia arare, irrigare, concimare, sarchiare, eliminare le infestanti e i parassiti, raccogliere, trasportare, insilare, conservare, anche perché non è pensabile che tutto venga raccolto e utilizzato contemporaneamente. Ciò significa ore di lavoro e costi che ogni buon agronomo può facilmente calcolare. Si dice che si prevede una superficie coltivata di 30.000 o di 60.00 ettari. La cosa non è di poco conto anche perché, se togliamo boschi, macchie, dune, stagni, macchie, aree irrigue, non sarà facile reperire 60.000 ettari nella parte restante della Nurra. Si dica, quali saranno questi terreni. E come faranno i terreni improduttivi a produrre miracolosamente centinaia di migliaia di tonnellate di carciofo? O saranno i già terreni irrigui? La coltura del carciofo sostituirà la pastorizia? Scompariranno le altre attività agricole? Ecco, mi piacerebbe che qualche risposta sia più chiara e convincente di quanto sinora sono riuscito a capire. E, per favore, non diteci che siamo contro i disoccupati, contro l’industria e contro il progresso della scienza. E’ una musica stonata, anche se dipinta di verde. Una musica che i sardi hanno troppo spesso sentito sulla loro pelle

  9. settembre 24, 2013 alle 2:46 PM

    da La Nuova Sardegna, 24 settembre 2013
    CONVEGNO UILTEC. «Via libera alla chimica verde ma non senza le bonifiche». (Gavino Masia)

    PORTO TORRES. «Il programma di bonifiche dell’area industriale di Porto Torres rappresenta, come ho avuto modo di evidenziare in Parlamento nelle dichiarazioni programmatiche al mio insediamento, una delle priorità in ambito nazionale: con la nascita del polo della chimica verde, affrontate e superate tutte le problematiche sottolineate dalle parti sociali e dalle amministrazioni locali, spero si possa affermare un esempio virtuoso e moderno di riconversione industriale in senso sostenibile nel nostro Paese». È il messaggio che il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha fatto pervenire al convegno organizzato dalla Uiltec “Polo industriale di Porto Torres: priorità e prospettive dalle bonifiche alla chimica sostenibile”. L’iniziativa, svoltasi ieri nella sala Filippo Canu, si colloca tra le azioni volte a promuovere impostazioni e possibili soluzioni alle problematiche che affliggono le condizioni sociali e lavorative del territorio . Per il segretario nazionale Uiltec, Paolo Pirani, il costo dell’energia è lo snodo cruciale del nostro sistema economico: «Una partita che si gioca sulla green economy, ovvero nel cuore del “polo verde” che prevede la realizzazione in sei anni di impianti “green” per un valore complessivo di 500 milioni di euro, oltre alla realizzazione da parte di Enipower di una centrale a biomasse integrata al sito per un investimento di 230 milioni di euro». I temi delle bonifiche e della chimica sostenibile, secondo il segretario della Uiltec di Sassari Giovanni Tavera, sono stati utilizzati da più parti in termini propagandistici: «Servono invece interventi urgenti per “sburocratizzare” molti dei progetti di bonifica che giacciono da troppo tempo al ministero dell’Ambiente, e che non permettono a un effettivo avvio delle bonifiche». Per il segretario regionale della Uil, Francesca Ticca, «la chimica sostenibile è una opportunità importante, ma non l’unica soluzione ai problemi dello sviluppo economico e occupazionale».

  10. settembre 28, 2013 alle 7:45 am

    da La Nuova Sardegna, 28 settembre 2013
    A Porto Torres l’unica via praticabile sono le bonifiche. (Paola Pilisio, Comitato “No chimica verde No inceneritore”)

    Prima ci rubano la parola “matrìca”. Ora, durante il 35° Convegno nazionale di chimica organica organizzato nei giorni scorsi a Sassari, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, racconta che la chimica verde ha pure una filosofia basata sul ciclo dei rifiuti-zero. E di colpo ci troviamo a essere derubati, noi cittadini e comitati impegnati nelle battaglie in tutta Italia, anche di questo. Ma la realtà è ostinata e tutti la conoscono. Eni e consociate hanno puntato sulla distrazione di massa e la pigrizia colpevole di chi avrebbe dovuto studiare questo progetto. Hanno avuto buon gioco con gli amministratori locali, i quali hanno firmato un protocollo di intesa senza consultare le comunità coinvolte, come pure la legge li obbliga a fare. Autorizzando una mega centrale che, come dimostrano i riferimenti normativi, potrà bruciare spazzatura, poiché di biomassa all’orizzonte non se ne vede. Il cardo di Matrìca è un ibrido ben riuscito tra una barzelletta e una fandonia a cui continuano a far finta di credere i nostri amministratori. La povera pianta spinosa però non sembra disponibile a lavorare per l’Eni, se non nei pochi ettari prodigiosamente pompati ad azoto per curarne la fotogenia della zona industriale. Tanto più che le richieste di collaborazione rivolte ai coltivatori della Nurra sono state respinte al mittente con un secco no all’intero progetto. Questo, nonostante i mille abboccamenti dell’Eni con la Coldiretti e le discutibili campagne di Legambiente a favore delle monocolture e degli speculatori dei kilowatt-ore sovvenzionati. Si continua a sostenere un progetto traballante sul piano industriale, sanitario e morale. Senza parlare delle migliaia di disoccupati, a cui non offre alcuna prospettiva. Ma per questi signori tutto va bene nel peggiore dei mondi possibili: in primo luogo tralasciano la darsena imbenzenata e dimenticano che c’è una procedura di valutazione di impatto ambientalein corso. Infine, ci sono indagini e perizie da parte della magistratura che inchiodano sempre più l’Eni alle sue responsabilità passate e presenti. Nella sua filosofia riciclona Catia Bastioli omette un particolare: il trattamento delle ceneri generate dalla combustione della centrale a biomasse, che non solo sono rifiuti, ma sono rifiuti speciali e pericolosi che la Enipower, nello Studio d’impatto ambientale, vorrebbe smaltire nelle discariche della Nurra. Peccato che la zero-waste-philosophy va contro la legge in vigore, aspetto che la signora Bastioli sottovaluta. E’ ovvio che Novamont facendo comunella con l’Eni, ne condivide la pesante eredità. Eredità composta anche dai tanti veleni disseminati nel S.I.N. che impone a tutti gli organi competenti di adottare provvedimenti a conseguire il miglioramento della qualità dell’aria e che dall’inosservanza di tale obbligo possono scaturire condizioni di disastro ambientale. Non manca un Rapporto Sentieri stilato dall’Istituto Superiore di Sanità che descrive il nesso tra cancri e inquinamento industriale. Perciò l’unico futuro possibile passa attraverso le bonifiche. Se la centrale a biomasse sarà autorizzata, è perché il “Savi” lo avrà voluto e effetti è una grave responsabilità che pesa sui membri del Servizio Valutazione Impatto Ambientali della Regione di Cagliari, decisione cui dovranno rispondere ai cittadini. Il fiorire di comitati, la mobilitazione delle comunità, le lotte già vinte o in corso contro l’arrembaggio ai nostri luoghi da parte delle varie mafie speculative interessate alle così dette energie rinnovabili, ci rendono fiduciosi. Di questo movimento facciamo parte, da questo vento ci lasceremo portare, che continuerà a rinforzare qualunque sia la risposta che verrà da Cagliari.

  11. ottobre 14, 2013 alle 2:49 PM

    sull’impianto Powercrop di Macchiareddu.

    da Sardinia Post, 13 ottobre 2013
    Centrale Powercrop: è veleno “verde”? (Piero Loi): http://www.sardiniapost.it/cronaca/centrale-powercrop-veleno-verde/

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    Energia rinnovabile per 140mila famiglie, nasce a Macchiareddu il nuovo polo verde: http://www.sardiniapost.it/cronaca/energia-rinnovabile-per-140mila-famiglie-nasce-a-macchiareddu-il-nuovo-polo-verde/

    —————-

    Migaleddu: “Impianti ecocompatibili? Sprigionano diossine e altre sostanze cancerogene”: http://www.sardiniapost.it/cronaca/migaleddu-impianti-ecocompatibili-sprigionano-diossine-altre-sostanze-cancerogene/

  12. novembre 5, 2013 alle 2:47 PM

    da L’Unione Sarda, 5 novembre 2013
    Assemini. Claudia Zuncheddu scrive al sindaco. Consiglio a Capoterra. «Bloccate quella centrale».
    Raffica di proteste per l’impianto a biomasse: http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20131105085353.pdf

  13. Avatar di Nicola Putzu
    Nicola Putzu
    gennaio 23, 2014 alle 12:50 PM

    La Giunta regionale ha dato parere positivo (con prescrizioni) alla centrale di Porto Torres: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20140122155908.pdf

  14. gennaio 23, 2014 alle 2:52 PM

    da La Nuova Sardegna, 23 gennaio 2014
    «Già spesi 150 milioni per le bonifiche».
    L’ad di Syndial Giovanni Milani fornisce cifre e dati sul lavoro svolto all’interno dello stabilimento.
    Gianluca D’Aquila. Non appena la darsena servizi sarà resa disponibile dalla magistratura metteremo in sicurezza anche quell’area.

    PORTO TORRES. «Dal 2001 Syndial ha sostanzialmente speso per l’area industriale di Porto Torres 150 milioni di euro per attività di messa in sicurezza, bonifica e smaltimento dei rifiuti: parliamo soltanto di spese verso terzi, dove non sono dentro gli stipendi dei nostri dipendenti, e allo stato attuale l’occupazione può contare su 60 persone dell’indotto che stanno lavorando all’interno del nostro sito assieme a 61 dipendenti dell’azienda». L’amministratore delegato di Syndial, Giovanni Milani, ha voluto snocciolare cifre e risorse umane impiegate nelle bonifiche negli ultimi 12 anni. «In questi anni abbiamo messo in sicurezza il sito – ha aggiunto Milani –, fuori da esso non ci sono rischi alle persone e all’ambiente, ma pare che questi aspetti non vengano percepiti dal territorio: conosciamo le aree sulle quali dobbiamo intervenire, e trattando 240 metri cubi l’ora di acqua andiamo ogni anno a sottrarre all’inquinamento della falda 15 tonnellate di benzene». C’è poi il progetto per la collina dei veleni di Minciaredda, cassato nel 2008 dal ministero: sono stati invitati 24 operatori internazionali esperti in bonifica, sono rimasti 3 consorzi, su cui la Syndial sta sviluppando l’esame tecnico, e si spera di aggiudicare l’appalto entro la primavera, coinvolgendo nei lavori pure le aziende del territorio. «Crediamo che l’occupazione generata dal progetto di Minciaredda e di altri progetti in via di autorizzazione possa raggiungere circa 150 occupati, quasi tutti locali, per diversi anni», assicura l’amministratore delegato. Ma Syndial ha detto di non volersi sottrarre anche all’intervento sulla darsena servizi del porto industriale: «Non appena l’area verrà resa disponibile dalla magistratura – ha detto il Program manager Gianluca D’Aquila –, siamo pronti a metterla in sicurezza». La delegazione Eni ha incontrato ieri mattina anche il presidente della Provincia Alessandra Giudici e l’assessore all’Ambiente Paolo De Negri, che chiedono al ministero dell’Ambiente di non condizionare l’iter dei progetti di bonifica già valutati positivamente. «L’atteggiamento del governo è la principale incognita che incombe sul rispetto del cronoprogramma stabilito per le bonifiche – ha aggiunto la Giudici –, e su questo e altre questioni sarà opportuno convocare a breve un tavolo di confronto con tutti i soggetti territoriali che hanno voce in capitolo». (g.m.)

  15. gennaio 23, 2014 alle 5:21 PM

    il procedimento di V.I.A. si è concluso con un provvedimento positivo con numerose condizioni, la deliberazione Giunta regionale n. 1/44 del 17 gennaio 2014: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20140122155908.pdf

    • gennaio 24, 2014 alle 2:51 PM

      da La Nuova Sardegna, 24 gennaio 2014
      Ok della Regione alla centrale Enipower.
      Valutazione di impatto ambientale positiva per l’impianto a biomasse. Via libera a un nuovo tassello del progetto Matrìca. (Gavino Masia)

      PORTO TORRES. La Regione ha espresso giudizio positivo sulla compatibilità ambientale della centrale a biomassa proposta da Enipower da costruire all’interno dell’area industriale di Porto Torres. Un procedimento più spedito sui decreti autorizzativi per il nuovo impianto erano stati richiesti dalle sigle sindacali, per evitare anche che la centrale diventasse non più competitiva, e in piena campagna elettorale è arrivata la notizia positiva che può premettere di programmare con maggiore serenità le altri fasi del progetto chimica verde. Nella procedura di approvazione della “Via” la Regione pone anche come condizione imprescindibile che siano rispettate e recepite nel progetto da sottoporre ad Autorizzazione integrata ambientale (Aia) alcune prescrizioni, sull’osservanza delle quali dovranno vigilare il Comune di Porto Torres, la Provincia di Sassari, il Servizio territoriale dell’ispettorato ripartimentale del Cfva di Sassari e l’Arpas. Enipower aveva presentato a luglio 2012 l’istanza di avvio della procedura di Valutazione di impatto ambientale della centrale a biomassa: l’intervento ha un costo di 170 milioni 450mila euro, finanziato con capitali privati, e rientra nell’ambito del Protocollo d’intesa per la chimica verde siglato il 26 maggio 2011 tra Eni, Novamont, Polimeri Europa, Syndial, Enipower, Presidenza del consiglio dei ministri, ministeri, Regione, associazioni e Comuni. Il progetto prevede la realizzazione di una nuova centrale alimentata a biomasse solide, destinata a fornire energia termica e parte dell’energia elettrica necessarie agli impianti di Matrìca e di Versalis, utilizzando principalmente la biomassa erbacea derivante dalla filiera agro-industriale collegata alla chimica verde. L’impianto sarà costituito da una caldaia da 135 MWt, con sistemi di alimentazione della biomassa erbacea e legnosa per un totale di circa 250 mila tonnellate l’anno, nonché da sistema di trattamento delle emissioni in atmosfera e di gestione delle ceneri. Ci sono poi una turbina a vapore da 43,5 Megawatt a condensazione (raffreddata ad acqua mare) ed estrazione di vapore, un parco di stoccaggio della biomassa in un’area dello stabilimento contigua alla centrale e una caldaia ausiliaria alimentata a Gpl da 70 megawatt, mantenuta come riserva fredda o utilizzata come integrazione della caldaia a biomassa a garanzia della fornitura del solo vapore tecnologico al sito. I lavori relativi alla centrale, la cui data di inizio dovrà essere comunicata al servizio Savi, dovranno essere realizzati entro cinque anni dalla pubblicazione della deliberazione regionale. «Con numerose e scrupolose prescrizioni – sottolinea l’assessore all’Ambiente Gavino Gaspa –, imposte dal Savi della Regione e dagli enti locali del territorio, questa delibera da il via alla complessa, travagliata e combattuta rinascita del nostro comparto industriale: se sapremo vigilare con puntiglio, competenza e determinazione, tutto il progetto della chimica verde non sarà una chimera ma una realtà alla nostra portata».

  16. marzo 12, 2014 alle 5:18 PM

    da L’Unione Sarda, 12 marzo 2014
    SASSARI . La denuncia: vogliono costruire su terreni non bonificati. Matrica finisce in Procura:
    esposto contro la centrale. (Patrizia Canu): https://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20140312094537.pdf

  17. marzo 14, 2014 alle 12:26 PM

    da La Nuova Sardegna, 14 marzo 2014
    Il mega impianto per Matrica costruito a Porto Torres. Impresarda consegna in anticipo lo “sky package”. All’opera 20 tecnici specializzati: un segnale di affidabilità. (Gianni Bazzoni)

  18. Maggio 18, 2014 alle 10:42 am

    complimenti.

    da La Nuova Sardegna, 18 maggio 2014
    Mappa dei veleni, Porto Torres e Sassari peggio di Taranto.
    I Medici per l’ambiente analizzano gli ultimi dati scientifici e rivelano: «Anche nel capoluogo la mortalità è più alta che nelle aree intorno all’Ilva». (Pier Giorgio Pinna): http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2014/05/18/news/mappa-dei-veleni-porto-torres-e-sassari-peggio-di-taranto-1.9250257

  19. agosto 14, 2014 alle 10:52 am

    il T.A.R. Sardegna, con sentenza Sez. II, 13 agosto 2014, n. 708, ha dichiarato improcedibile il ricorso del Comune di Capoterra avverso l’A.I.A. e le altre autorizzazioni ambientali in favore della centrale a biomassa Powercrop: http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Cagliari/Sezione%202/2014/201400428/Provvedimenti/201400708_01.XML

  20. ottobre 3, 2014 alle 2:52 PM

    mah…

    da La Nuova Sardegna, 3 ottobre 2014
    L’Eni rallenta sul progetto chimica verde. (Gianni Bazzoni): http://consiglio.regione.sardegna.it/rassegnastampa/pdf/100776_LEni_rallenta_sul_progetto_chimica_verde.pdf

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    Syndial oggi presenta il suo piano per la bonifica delle aree di Minciaredda: http://consiglio.regione.sardegna.it/rassegnastampa/pdf/100777_Syndial_oggi_presenta_il_suo_piano_per_la_b.pdf

  21. settembre 11, 2015 alle 2:46 PM

    da L’Unione Sarda, 11 settembre 2015
    CAPOTERRA . Dopo l’annuncio della retromarcia dato dal sindaco al Consiglio.
    Powercrop smentisce Dessì: «Costruiremo la centrale». (Ivan Murgana): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20150911084921.pdf

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