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PETIZIONE pubblica PORTOVESME vs TARANTO passando per PORTO TORRES: BONIFICHE IMMEDIATE


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In Sardegna, le industrie inquinanti da oltre 50 anni devastano il territorio, compromettono la salute ambientale e delle popolazioni in nome di un profitto per pochi. Le industrie, dopo aver usufruito di fiumi di finanziamenti pubblici destinati a creare benessere per i territori, oggi, con la delocalizzazione verso altre sedi dove sono garantiti nuovi vantaggi finanziari, maggior profitto e luoghi vergini da devastare, abbandonano l’Isola lasciandola impoverita e inquinata dopo aver violato le norme ambientali.

Questi sono i risultati della colonizzazione industriale nella Sardegna a partire dagli anni ‘60: un “boom economico” di distruzione e di morte senza giustizia per i sardi e con la complicità di istituzioni e di organismi che seppur deputati ai controlli, hanno scelto di non vedere e tacere.

L’indagine epidemiologica del Rapporto Sentieri , svolta con competenza dall’ Istituto Superiore della Sanità’ e dall’università La Sapienza di Roma, denuncia la gravità della situazione italiana e nella fatispecie sarda con il primato di 445.000 ha da bonificare. Non ci sono più’ dubbi sull’elevata incidenza dei tumori e di patologie gravi tra lavoratori e non solo, legate all’inquinamento ambientale. Ogni proposta di indagine sanitaria tesa a stabilire il nesso tra malattia e causa scatenante, ormai è superflua.

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Nei siti inquinati il Rapporto Sentieri parla chiaro “per gli incrementi di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie non tumorali, a Gela e Porto Torres è stato suggerito un ruolo delle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici, a Taranto e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese un ruolo delle emissioni degli stabilimenti metallurgici”; inoltre “Negli eccessi di mortalità per malformazioni congenite e condizioni morbose perinatali è stato valutato possibile un ruolo eziologico dell’inquinamento ambientale a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres”.

I SIN ( siti di interesse nazionale ove l’elevato inquinamento delle falde, dei suoli, dei sottosuoli, delle acque dei fiumi, del mare e dell’aria mettono quotidianamente a rischio la salute di chi ci lavora e di chi ci abita) del Sulcis Iglesiente, del Guspinese e di Porto Torres, in Sardegna, sono le aree inquinate più vaste d’Italia, tuttavia non si fa giustizia e si insiste con una politica scellerata di aiuti di Stato e di accordi bilaterali per continuare ad alimentare le fabbriche inquinanti (EURALUMINA, PORTOVESME srl, ALCOA , CARBOSULCIS, ENEL, ENI, E.On),  sulla pelle della popolazione.

La situazione dei nostri siti non è diversa e per certi aspetti anche peggiore da quella di altre realtà come a Taranto sono già scattate le manette a tutti i vertici dell’ILVA per DISASTRO AMBIENTALE, ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E CONCUSSIONE, cosa si aspetta per la Sardegna?

La SARDEGNA e’ un territorio immenso, ricco di risorse naturali e bellezze uniche nel suo genere che dobbiamo salvaguardare così come dobbiamo TUTELARE LA SALUTE e il LAVORO dei suoi abitanti. Pertanto le BONIFICHE dei territori rimangono l’unica fonte di salvezza, di ricchezza e di sviluppo.

si deve vivere così a Portoscuso?

si deve vivere così a Portoscuso?

CHIEDIAMO a tutti i sardi di firmare la petizione e alla Magistratura di fare anche qui il proprio lavoro per far si che, come prevede la legge (DM 471/99, legge 349/86),

CHI INQUINA PAGHI LA BONIFICA.

Tutti uniti nella richiesta di una bonifica immediata del territorio per una nuova prospettiva di lavoro dal diverso utilizzo per questi martoriati luoghi.

Presentano la petizione :

Lista Civica TABARCHIN PAU BEN IN CUMUN di Carloforte

Il comitato Civico CARLOFORTINI PREOCCUPATI

Dottoressa Claudia ZUNCHEDDU, consigliere regionale di SARDIGNA LIBERA

Dott. Vincenzo MIGALEDDU, Presidente ISDE – Medici per l’Ambiente – Sardegna

Dott. Stefano DELIPERI, presidente del Gruppo di Intervento Giuridico – Cagliari

Dott Giancarlo BALLISAI,  Presidente dell’associazione ADIQUAS di NURAXI E FIGUS

Il Comitato cittadino C.A.P.S.A (Comitato di Azione,Protezione e Sostenibilita Ambientale ) per il NORD -OVEST della Sardegna

Comitato cittadino Non Bruciamoci il Futuro Macomer /Cagliari

Cristiano Sabino, Segr.di A Manca pro s’Indipendenzia   Sassari /Nuoro

Giacomo Meloni,   segr.gen.CSS (conf.sindacale sarda ) Cagliari

Angelo Bonelli,  Segr.Nazionale dei VERDI e Consigliere Comunale di Taranto

firmate e fate firmare la petizione qui: http://firmiamo.it/portovesme-vs-taranto—bonifica-immediata#petition

Portoscuso, zone industriale di Portovesme

Portoscuso, zone industriale di Portovesme

(foto per conto GrIG, S.D., archivio GrIG)

  1. icittadiniprimaditutto
    dicembre 10, 2012 alle 10:43 am

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Occhio nudo
    dicembre 10, 2012 alle 11:03 am

    sul sito firmiamo.it non appare il testo della petizione..

  3. sergio
    dicembre 11, 2012 alle 12:48 am

    E’ quello che è successo alla Stoppani di Cogoleto Arenzano cento e piu’ anni di inquinamento e profitti .
    Naturalmente la Stoppani è fallita cosi’ chi ha inquinato non paga ma paga lo stato che non ha piu’ soldi e cosi’ la bonifica è praticamente ferma .
    E , per quanto mi risulta nessuna conseguenza penale.
    Ma non se ne parla piu’.
    Forse bisogna accontentarsi del fatto che con la chiusura della fabbrica (che dicono negli ultimi anni non producesse piu’ ma depurava liquami inquinati provenienti da altri stabilimenti ) si è fermato l’inquinamento della falda.

  4. dicembre 11, 2012 alle 11:34 am

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

  5. marzo 27, 2013 alle 2:51 pm

    inquinamento sulla via della “santa” prescrizione a Porto Torres.

    da La Nuova Sardegna, 27 marzo 2013
    Veleni a Porto Torres. Cianuro e cromo in mare: non ci fu dolo. Dopo 7 anni l’accusa di disastro ecologico diventa colposa. Verso la prescrizione Il processo per i manager della chimica. (Elena Laudante)

    SASSARI. Cadmio, mercurio, cromo, rame, cianuri e solventi furono scaricati nelle acque di Porto Torres, tra i suoi pesci, non con una piena intenzionalità, ma per colpa. Fino al 2005, forse al 2006, all’ex petrolchimico probabilmente ci fu una sequenza di violazioni delle regole poste a tutela dell’ambiente, certo. E con conseguenze nefaste, insanabili. Ma non causate dalla volontà di chi doveva evitarlo, dal dolo di chi ha causato quegli sversamenti. Atto secondo nel processo sui cosiddetti veleni di Porto Torres: la Procura fa un passo indietro rispetto ai reati contestati nella prima inchiesta ai quattro indagati, rispedita al mittente dalla corte d’assise il 9 luglio 2012, che annullò il decreto di rinvio a giudizio perché ipotizzava un reato più grave rispetto a quello inizialmente attribuito. Una violazione – sostennero i legali – dei diritti di difesa. E ora la magistratura ha fatto una scelta, ha contestato le ipotesi di disastro e avvelenamento colposi ai manager di Syndial Spa (Gruppo Eni) Gianfranco Righi, di Sasol Guido Safran, e di Ineos Vinyls Italia, Diego Carmello e il direttore di stabilimento Francesco Maria Appeddu. Si ritorna alla prima ipotesi di reato formulata dal pm Michele Incani nel lontano 2008, poi da lui cambiata in corso d’opera, con la conseguenza di una bocciatura da parte dei giudici del dibattimento. Dopo quella decisione che fece regredire il processo allo stadio della chiusura delle indagini preliminari, la Procura ha dovuto comunicare agli interessati di nuovo l’atto di chiusura dell’inchiesta. L’attuale titolare del fascicolo, Paolo Piras, che ha ereditato l’inchiesta di Incani andato alla Procura generale di Cagliari, sceglie dunque di contestare un reato meno grave ma comune agli altri processi per violazioni ambientali, da Porto Marghera in giù. Quella sui “veleni di Porto Torres” era stata la prima volta, in Italia, in cui gli imputati erano accusati di inquinamento “doloso”. La differenza tra le due ipotesi non sta solo in una diversa rappresentazione dell’elemento psicologico, cioè di quello che avevano in testa i dirigenti mentre le loro aziende inquinavano il golfo. Riguarda la distanza tra una pena di 3 anni e una che sale fino 15 anni di reclusione. È la differenza, per essere chiari, fra un processo destinato forse alla prescrizione ancora prima della sentenza d’Appello, e uno che – in caso di condanna – avrebbe portato gli imputati a scontare il carcere. Sempreché l’impianto non si fosse rivelato sbagliato, dal punto di vista giuridico. La nuova imputazione di Piras, firmata anche dal procuratore Roberto Saieva, accusa i manager di aver scaricato i reflui industriali attraverso la rete fognaria del petrolchimico poi dismesso, con modalità precise. E cioè collegando gli scarichi degli impianti produttivi con quelli di raffreddamento, come sarebbe stato dimostrato dalla presenza di sostanze inquinanti appartenenti a diverse linee di produzione da quelle a cui gli scarichi erano collegati, usando invece un canale unico. Che avrebbe condotto tra i flutti di La Marinella sostanze cangerogene e pericolose per l’ambiente acquatico: idrocarburi pesanti in grado di «alterare in modo permanente – scrivono i magistrati – la flora e la fauna marina e non potendo essere oggetto di risanamento». Danni pesanti, assicurano i consulenti della Procura, la cui valutazione però spetta a un tribunale. Chiusa l’inchiesta, il pm dovrà esercitare l’azione penale e chiedere il processo al giudice dell’udienza preliminare. A quel punto, in caso di accoglimento, il gup disporrà il dibattimento, stavolta davanti al giudice monocratico, non alla corte d’assise competente sulla vecchia ipotesi di disastro e avvelenamento dolosi. Ma è chiaro come i difensori degli indagati, i penalisti Agostinangelo Marras, Carlo Federico Grosso, Pietro Arru, Mario Brusa, Fulvio Simoni, stiano già facendo i conti per capire quando scatterà la prescrizione. Il calcolo è agevole per quanto riguarda le sette contravvenzioni nel capo d’accusa: violazioni di norme varie che si estinguono al massimo in cinque anni. Resta il dubbio sulle due accuse più gravi, i reati di avvelenamento e disastro colposi. Quest’ultimo potrebbe avere “vita” più lunga, forse fino a 15 anni a partire dalla data dei fatti, 2005. Ma non è scontato. Il peccato originale dell’inchiesta risale alla modifica del capo d’imputazione che l’allora titolare fece tra la chiusura dell’inchiesta e l’udienza preliminare. Per dare l’idea «è come se mi presentassi dal giudice sapendo di dover rispondere di omicidio colposo e invece mi accusano di omicidio volontario», era stata l’efficace esempio dell’avvocato Marras. All’udienza preliminare (2009-2011), il gup rigettò la richiesta di annullare tutto poi, invece, accolta nel 2012 dalla corte d’assise. La Procura non ha impugnato quell’ordinanza: di fatto, ne ha ammesso la correttezza.

    ——

    Un’inchiesta che portò a galla dati terribili per la salute e l’ambiente. (Daniela Scano)

    Tutto era cominciato nell’aprile 2006 con una relazione che aveva fatto saltare sulla sedia il sostituto procuratore Michele Incani (nella foto) titolare dell’inchiesta sui veleni industriali disciolti nel mare del porto industriale. Sette anni fa Giorgio Ferrari, direttore della sezione Inquinamento del Magistrato delle Acque di Venezia, era stato chiarissimo: Porto Torres si specchiava in un mare di veleni. Altissime concentrazioni che avevano lasciato il segno nei pesci e nei molluschi usati dagli esperti nominati dalla Procura sassarese. Il direttore della sezione Inquinamento del Csmo (Centro studi microinquinanti organici) aveva riscontrato la presenza di diossine, idrocarburi, policlorodibenzofurani. Dati più che allarmanti, anche se non proprio segreti per gli addetti ai lavori. Mentre l’inchiesta procedeva, con ulteriori e sofisticati accertamenti affidati al Magistrato delle Acque e agli esperti dell’Icram, sul fronte del porto si erano mossi la conferenza di servizi del ministero dell’Ambiente, della Regione e dell’Asl. Le istituzioni si erano attivate alla ricerca di conferme dei dati inquietanti forniti dai consulenti della Procura. Era seguito un dibattito sulla necessità di circoscrivere l’inquinamento industriale con opere adatte. La Conferenza di servizi aveva indirizzato a 44 destinatari, tra i quali la Regione che l’aveva fatta propria, la direttiva dei vertici dell’ente per la Qualità della vita con diciassette prescrizioni a società, enti locali e di vigilanza. A tutti era stato chiesto di attivarsi concretamente per mettere in sicurezza la zona industriale. Il primo passo verso l’intervento di bonifica di interesse nazionale doveva essere una barriera, da realizzare in mare, lunga alcuni chilometri e profonda cinquanta metri. Nel frattempo l’inchiesta andava avanti e in piena estate c’era stato un colpo di scena. Qualcuno aveva rubato le “cozze sentinella” posizionate in mare dai consulenti della magistratura per cercare riscontri. Le indagini erano andate avanti lo stesso, fino alla richiesta di rinvio a giudizio di quattro imputati, rappresentanti di altrettante società operanti nel porto industriale, davanti alla corte d’assise. L’udienza preliminare era stata lunghissima. E infinita sarà, prevedibilmente, anche quella che si aprirà davanti a un altro gup. Stessi veleni, diverse imputazioni, la prescrizione sempre più vicina.

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