Quando il gasdotto esplode.


 

I soliti esperti dicono che sia impossibile, che i sistemi di sicurezza impediscano qualsiasi avvenimento simile.

Eppure, ostinatamente, i gasdotti esplodono.  Sembra che lo facciano apposta per dar ragione agli ecologisti che rompono le scatole ai portatori di benessere.

Dal canto nostro continuiamo le durissime battaglie contro i folli progetti di gasdotto Galsi s.p.a. e “Rete Adriatica”.   Pesanti danni ambientali, gravissimi rischi sismici, inutilità, duri problemi economico-sociali, ecco il futuro.

Amici della Terra, Comitato interregionale “No Tubo”, Lega per l’Abolizione della Caccia,          Gruppo d’Intervento Giuridico

 

da Il Sole 24 Ore on line, 18 gennaio 2012

Esplosione in un metanodotto vicino Massa Carrara: case danneggiate e tre operai in condizioni gravi.

Un’esplosione in un metanodotto in località Barbarsco, frazione di Tresana, in provincia di Massa Carrara, ha provocato il ferimento di dieci persone, di cui tre in gravi condizioni. In particolare, sarebbero molto gravi i tre gli operai impegnati nei lavori; uno di loro ha ustioni sull’80% del corpo ed è stato trasportato in elisoccorso all’ospedale di Pisa. Feriti anche 7 abitanti che si trovavano nella zona, distrutte alcune abitazioni. L’esplosione ha causato l’incendio con fiamme che hanno raggiunto decine di metri d’altezza, e un cratere largo20 metrie profondo 7; le fiamme sono arrivate a lambire la vicina autostrada A15. Un altro operaio è stato portato al centro grandi ustionati di Genova mentre i 7 abitanti della frazione e il terzo operaio sono all’ospedale di Pontremoli. L’esplosione sarebbe stata causata da una perdita nelle tubature del metanodotto: gli operai la stavano riparando quando per qualche motivo una scintilla è venuta in contatto con il gas provocando lo scoppio.

 

Qui foto da La Repubblica on line:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2012/01/18/foto/l_esplosione_sul_paese-28377481/1/?ref=HREC1-4

 

 

da La Repubblica, 17 gennaio 2012

Snam , dietro l’accordo con Fluxys l’obiettivo di diventare il numero uno in Europa. La società controlla dall’Eni firma un’allenza per sviluppare il business dei gasdotti e degli stoccaggi: il traguardo finale sarà diventare l’hub per i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.  Luca Pagni

MILANO – Un obiettivo ambizioso: diventare il numero uno nelle infrastrutture del gas in Europa. Questo il progetto che spiega l’operazione annunciata da Snam, un accordo con il gruppo belga Fluxys per “valutare future strategie congiunte finalizzate a cogliere potenziali opportunità di sviluppo nel settore”. Detto così, potrebbe sembrare solo uno dei tanti memorandum che due aziende sottoscrivono per cercare qualche business in comune. In realtà, Snam già da qualche anno si sta organizzando per sfruttare il consolidamente del mercato europeo da un lato e dall’altra le politiche antitrust della Ue che ha imposto agli operatori del gas di staccarsi dalle reti per favorire la concorrenza.

Le occasioni, dalla Germania alla Francia fino in Gran Bretagna, non mancano di certo. Non a caso, Snam ha in pancia ha un miliardo e mezzo da euro da spendere per acquisizioni e i dossier sul tavolo dell’amministratore delagato Carlo Malacarne sono più di uno. Tanto che, secondo gli addetti ai lavori, a breve potrebbe arrivare l’annuncio ufficiale della prima operazione nel mercato europeo.

Allo stesso modo, non è un caso che Snam abbia scelto Fluxys come suo eventuale partner, visto che la società belga è specializzate nella gestione e relizzazione di reti e di impianti di stoccaggio del gas, nonché di terminal per il metano liquefatto. Non solo: possiede già partecipazioni azionarie con società del settore, grazie alle quali viene considerata un hub per il quadrante settentrionale europeo.   Snam, invece, vorrebbe diventare a sua volta un hub per il quadrante meridionale. Di fatto, il suo ruolo verrà potenziato mano a mano che entreranno in servizio le infrastrutture che porteranno nuovo gas in Italia, dal metanodotto Galsi (Algeria-Sardegna-Toscana) a uno dei due progetti (sono in concorrenza) tra l’Itgi (partecipato da Edison) e il Tap (controllato dai norvegesi di Statoil e gli svizzeri di Egl) che porteranno dalla Grecia in Puglia il gas dell’Azerbajian. Non solo: l’Italia potrebbe avere nei prossimi anni almeno tre nuovi rigassificatori (Livorno, Porto Empedocle e Gioia Tauro).

Se tutti i progetti andranno in porto, il nostro paese aumenterebbe almeno del 50% la sua disponibilità del gas, il che dovrebbe portare sia a una diminuzione dei prezzi, sia a un surplus che trasformerebbe l’Italla da paese importatore a paese esportatore. E Snam sarebbe la società titolata a portare il metano verso altri paesi, aumentando il suo giro d’affari. Un business che diventerebbe ancora più efficiente se avesse la disponibilità di altre infrastrutture in giro per l’Europa.

Peccato che, di recente, Eni non abbia ceduto alla sua controllata (possiede il 50% di Snam) le quote nei gasdotti Transitgas e Tenp che portano il metano in Italia attraverso Svizzera e Germania dal mare del Nord, finiti invece a Fluxys. Così come le quote del Tag (la rete che dall’Austria porta nella penisola il gas russo) sono state acquistate dalla Cassa Depositi Prestiti. Un’operazione imposta dalla Ue per favorire al concorrenza in Europa, ma di cui avrebbe potuto beneficiare Snam, come stigmatizzato da molti addetti ai lavori a cominciare dall’ex presidente dell’Autorità per l’Energia Alessandro Ortis. Così come è stata criticata la scelta – compiuta dal governo, azionista di maggioranza di Eni – di separare solo gestionalmente – e non proprietariamente Snam dalla casa madre.  Ma con le prossime operazioni Snam dovrà dimostrare di avere iniziato davvero il suo percorso di autonomia da Eni.

 

  1. gennaio 19, 2012 alle 4:24 pm

    A.N.S.A., 19 gennaio 2012
    Esplode condotto di gas in Lunigiana: 10 feriti, 4 gravi. Fiamme alte fino a 100 metri: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/01/18/visualizza_new.html_46165007.html

  2. gennaio 22, 2012 alle 12:58 pm

    si queste cose possono succedere se gli operai che hanno fatto manutenzione non avessero provocato l esplosione con lo scavatore toccando il tubo si e verificata l esplosione ma non e una buona ragione per sparare sentenze sul galsi ricordo che anni addietro alla raffineria saras ci fu 1 fuga di gpl dalle sfere allarme rientrato qualche giorno dopo che ha lasciato col fiato sospeso tutti gli abitanti si sarroch e villa san pietro perche se dovessero esplodere anche solo una di sfera che occupa circa 30 mila litri di gpl spazzerebbe 2 paesi interi lesplosione sarebbe a catena delle 36 sfere presenti in raffineria quindi e solo una politica del signor moratti che ha gia annunciato l aumento di produzione di gpl della raffineria se arriva il galsi che ne farebbe del gas petrolio liquefatto che produrrebbe? e come si suol dire in gergo butta benzina sul fuoco scusate il gioco di parole ubaldo

  3. Tada Suni
    gennaio 23, 2012 alle 11:15 am

    Il Gasdotto GALSI ,allo stato delle cose, sarà solo l’ennesima e pesante servitù nel suolo della Sardegna. Non vi sarà,come sarebbe logico pensare, la metanizzazione della Regione e la conseguente parificazione sui costi energettici con il resto della nazione. Pare assurdo
    ma è così! Quando smetteremmo noi Sardi di essere solo Servi ?

  4. gennaio 24, 2012 alle 2:51 pm

    ovviamente tutto va bene, madama la marchesa.

    da L’Unione Sarda, 24 gennaio 2012
    “Con il Galsi risparmi del 30 per cento”: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_82_20120124084939.pdf

  5. Patrizia
    gennaio 26, 2012 alle 9:16 am

    NESSUNA AZIENDA SARDA POTRA’ LAVORARE NEL PROGETTO GALSI …LO FARA’ IL GRUPPO HERA (gruppo emiliano)
    http://www.facebook.com/notes/sardegna-unita-e-indipendente/nessuna-azienda-sarda-potra-lavorare-nel-progetto-galsi-lo-fara-il-gruppo-hera-g/261654267218090

  6. gennaio 28, 2012 alle 8:29 pm

    La nuova pubblicità della Snam: la Snam ha deciso di scoprire le sue carte.

    Nella recente campagna pubblicitaria, trasmessa alla radio e pubblicata sui giornali nazionali, la Società ha dichiarato: ”Oggi Snam aspira a giocare da protagonista la partita internazionale del gas creando un hub nel sud Europa attraverso un ambizioso piano di investimenti che può contribuire a trasformare l’Italia, da semplice Paese di consumo, in un crocevia delle rotte internazionali del gas.”
    A questo punto sono confermati tutti i dubbi sollevati dal Comitato Interregionale No Tubo, che sin dall’inizio aveva sospettato e comunicato che il Gasdotto Brindisi Minerbio servisse solamente alla Snam per esportare il Gas e non per potenziare la rete nazionale. Quindi non ha più senso (semmai lo abbia mai avuto) parlare di un opera di Pubblica Utilità.
    Oltretutto, l’amministratore dell’Eni Scaroni, in un’intervista al giornale La Stampa del 20 Marzo 2006, alla domanda se fosse vero che, come da una documento vicentino di Confindustria per l’ENERGIA, si prospettasse un ruolo dell’ITALIA come HUB del gas europeo, rispondeva:«Siamo sul terreno del volontarismo piu’ assoluto. Siamo un paese che da dieci anni sta cercando di costruire un rigassificatore e non ci riesce. Provi a farne quattro, cinque o anche di piu’. Come sia possibile, e’ una cosa che mi sfugge».
    A Scaroni sarà sfuggito il “dettaglio” del vero intento della Snam, ma a noi no.
    Con l’alibi della carenza di gas in Italia, in base alla quale bisognava costruire gasdotti e rigassificatori, si sottaceva il reale scopo del progetto che era e rimane quello di esportare gas. E’ da precisare che la rete nazionale esistente, ha una capacità di trasporto di 110/120 miliardi di metri cubi di gas all’anno ed è, quindi, più che sufficiente a coprire i nostri consumi che si aggirano intorno agli 80/85 miliardi di metri cubi l’anno.
    La stessa Confindustria Ceramica ha accusato l’Eni e la Snam di sotto utilizzare la rete per tenere alti i prezzi, con notevole ripercussione negativa per le imprese che soffrono la grave crisi economica (Sole 24Ore – 14/9/2011) e per tutti i cittadini-utenti che da anni subiscono rincari continui delle bollette (l’ultimo a gennaio 2012).
    In merito all’incidente di pochi giorni fa in Toscana, dove l’esplosione di un gasdotto ha provocato feriti gravi, distrutto case, interessando anche boschi limitrofi, il Comitato da sempre ha evidenziato la grande pericolosità di questi impianti, sottolineando che l’errore umano, la manutenzione, le cause naturali, sono sempre possibili a verificarsi! (uno smottamento di terreno, a Tarsia, nel febbraio del 2010 provocò un’esplosione simile, ma senza feriti).
    In questo contesto appare sempre più assurdo il tracciato del gasdotto Brindisi Minerbio che, ricordiamo, va ad interessare uno dei territori a più alto rischio sismico dell’Italia centrale, inanellando tutti i comuni che negli ultimi anni hanno avuto gli eventi tellurici più disastrosi e intersecando, soprattutto, numerose faglie sismiche attive.
    Una infrastruttura di queste dimensioni rappresenta un rischio certo al quale vengono esposte le popolazioni residenti senza alcun beneficio e con pesantissimi costi: una colossale servitù per i lauti guadagni di un colosso economico!
    Apecchio, Città di Castello, Sulmona, Cagliari 26/01/2012

    Comitato interregionale No Tubo – Gruppo Intervento Giuridico

  7. febbraio 7, 2012 alle 7:03 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2012
    Emergenza gas, a chi giova speculare sul grande gelo europeo. (Mauro Meggiolaro, Evgeny Utkin, economista ed esperto d’energia)

    L’Europa è nella morsa del gelo e la Russia non riesce a far fronte alla domanda crescente di gas per il riscaldamento. Per questo l’Italia stacca la spina alle aziende che hanno contratti di gas di tipo interrompibile. Loro pagano una bolletta ridotta, ma sono consapevoli che possa accadere di ricevere meno gas del necessario. Nessuna riduzione per i condomini, assicura Corrado Passera.
    Torniamo per un attimo in Russia, sabato 4 febbraio. In tutto il Paese, malgrado il gelo si svolgono manifestazioni di piazza. A Mosca, con meno 20°C, ci sono 40mila contro e 140 mila pro-Putin. “Non abbiamo paura del freddo”, scandiscono i manifestanti. Sono sicuri che quando torneranno nelle loro case dentro ci saranno 23 gradi. Ovviamente sopra lo zero.
    La Tv fa vedere tutte e due le manifestazioni. E anche la riunione del premier Vladimir Putin con il suo vice per l’energia – il potente Igor Sechin – e i vertici di Gazprom. Manca il capo, Alexey Miller (probabilmente ammalato), ma sono presenti i suoi due vice, Alexander Medvedev eAndrey Kruglov.
    Sul tavolo, emergenza freddo e forniture di gas a russi e clienti esteri. “Per il momento Gazprom non può fornire i volumi supplementari che i nostri partner dell’Europa occidentale ci chiedono”, ha dichiarato Kruglov. “Nei giorni scorsi si è verificato un calo del 10% delle forniture, ma i volumi forniti sono ora ritornati ai livelli normali”. A Gazprom lo stesso primo ministro Vladimir Putin ha chiesto di “fare tutti gli sforzi per soddisfare le necessità dei nostri partner stranieri”, pur ricordando che “l’obiettivo principale della compagnia deve essere di rispondere ai bisogni interni della Russia”.
    Una mossa naturale, e non solo pre-elettorale, visto che ci sono zone della Russia dove le temperature sono scese a -50. Alla domanda di Putin – perché l’Europa non compra il gas mancante sul mercato spot – Alexander Medvedev ha ribadito che il “mercato spot è piuttosto virtuale, esiste solo quando non serve tanto gas, e quando serve non riesce a soddisfare le esigenze”. Ciò permette a Putin di attaccare l’Europa (“sarebbe da ricordare adesso chi rallentava la costruzione di North Stream”), e confermare la necessità di nuovi gasdotti, come la seconda linea di North Stream e di South Stream.
    Nonostante le rassicurazioni di Putin, le agenzie di stampa di mezza Europa sono andate in tilt. I Tg europei e italiani aprono con i titoli “Putin riduce le forniture gas all’Europa”. E oggi, a rincarare la dose ci si è messo anche Paolo Scaroni. “Siamo in emergenza e abbiamo reagito all’emergenza aumentando le importazioni di gas dall’Algeria e dal nord Europa attraverso la Svizzera. Quindi non abbiamo problemi fino a mercoledì”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni. “Ma da giovedì ci attendiamo un’altra ondata di freddo, e non sappiamo come si comporterà Gazprom”.

    Ma siamo veramente in emergenza?
    Dai numeri, non sembrerebbe. Al momento il quadro degli stoccaggi vede un utilizzo arrivato al 60% circa del totale del working gas, con una rimanenza di circa 4 miliardi di metri cubi cui si aggiungono i 5 miliardi di metri cubi di strategico. Nei tempi peggiori della guerra del gas russo-ucraina, siamo arrivati a prosciugare gli stoccaggi (non strategici). Se facciamo il calcolo della mancanza di rifornimenti, glissata anche dalla commissione europea, arriviamo a piena primavera. Anche Antonio Urbano, amministratore delegato di Puraction, concorda: “Capita periodicamente che quando fa freddo ci siano problemi temporanei di rifornimento di gas. Questo si supera normalmente sfruttando le flessibilità dei tubi dall’Algeria e dalla Libia e ricorrendo a gas in stoccaggio (in questo periodo più disponibile del solito grazie all’inverno fin qui caldo). Quando serve si sfruttano i contratti interrompibili di consumatori industriali, che già ricevono un compenso per aver fornito questa loro disponibilità a fare da cuscinetto. Pur tuttavia ogni volta che ci sono questi problemi si mettono le mani avanti per richiamare l’interesse politico e dell’opinione pubblica sulla necessità di nuove infrastrutture di trasporto (South Stream, rigassificatori) o sulla importanza e strategicità delle strutture esistenti.”
    Ma sembra che con il freddo anche i rigassificatori non funzionino bene. Ad esempio, quello di Rovigo va solo al 20%. L’unica soluzione reale è avere più stoccaggi, e pomparli con il gas a buon prezzo d’estate, per usarle nelle emergenze invernali.
    Facile dire che il freddo conviene a Putin. In questo modo Gazprom vende più gas all’Europa e si arricchisce di più. Non esattamente. Gazprom vorrebbe vendere più gas all’Europa, sarebbe il suo sogno prima di portare il gas in Cina, ma con contratti stabili, definiti, senza emergenza, quello che fa di solito. E Paolo Scaroni immagina come si comporterà Gazprom giovedì. Solo che ci sono in corso negoziazioni di contratti con il monopolista russo (e non solo di Eni, ma anche di altri operatori europei), e un po’ di rumore intorno non guasta.
    Da ricordare, nella prima guerra di gas, nel 2006, quando i rubinetti del gasdotto russo-ucraino sono stati semplicemente chiusi, che anche alcune aziende italiane avevano guadagnato vendendo l’elettricità prodotta dal gas (mancante) e rivendendola a prezzi alti ai paesi vicini.

  8. febbraio 8, 2012 alle 11:38 pm

    da Il Corriere della Sera, 8 febbraio 2012

    I punti oscuri della rete: così è nata la crisi. I consumi e l’ipotesi che Gazprom abbia preso troppi impegni. (http://www.corriere.it/economia/12_febbraio_08/punti-oscuri-della-rete-nata-la-crisi_d9e0b01a-5236-11e1-9430-803241dfdaad.shtml)

    C’è qualcosa che non torna in questa incipiente crisi del gas, innescata dalla riduzione delle forniture di Gazprom. Fino a pochi giorni fa, i gasdotti, quello russo che entra in Italia dal Tarvisio in primis, erano parzialmente scarichi. L’inverno fino ad allora mite e la recessione dell’economia avevano rallentato i consumi domestici. Non mancava, è vero, il solito problema di prezzo; in Italia il gas costava il 30% in più rispetto al resto d’Europa, meno legato di noi ai contratti take or pay (ritira il gas prenotato o paghi pegno). Ma non s’intravedeva un pericolo immediato sugli approvvigionamenti. Adesso, il pericolo viene alla ribalta. Meteo aiutando, lo risolveremo. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, l’ha garantito in tv e gli va dato credito. Ma restano tre problemi da affrontare una volta per tutte.
    Il primo riguarda le scelte congiunturali, in primo luogo dell’Eni. L’uso parziale dei gasdotti da parte dell’Eni, che detiene la gran parte dei diritti di passaggio, si giustificava con il fatto che il Paese viene servito anche attingendo alle riserve di modulazione accumulate d’estate nelle enormi caverne adibite a stoccaggio. Poiché d’estate il gas costa meno, è d’uso l’arbitraggio stagionale dei prezzi. Se scatta un’emergenza a fine stagione, con stoccaggi già sfruttati, la reazione diventa difficile, anche perché il gas residuo risale più lentamente, causa la minor pressione. Per compensare la sorpresa russa, l’Eni ha perciò importato a prezzo elevato più gas dal Mare del Nord. Vedremo ora se e come Gazprom pagherà all’Eni una penale non avendo onorato pienamente il suo impegno a consegnare.

    In secondo luogo, qualche problema c’è sul fronte elettrico. Una nave metaniera di Gaz de France diretta al (piccolo) rigassificatore di Panigaglia per conto dell’Enel è stata richiamata in Francia, anch’essa in emergenza. Che tipo di contratto aveva fatto l’Enel, si è chiesto il viceministro De Vincenti? In questi giorni, le esportazioni di elettricità hanno avuto un’impennata. Strano? Solo in apparenza. Oltre confine si danno in certi momenti prezzi marginali più alti e così si esporta, salvo poi vedere Terna, garante del fabbisogno, costretta a importare per carenza di offerta interna. Girotondi speculativi, verrebbe da sospettare.
    Il secondo problema è strutturale. Quale sarebbe il guaio se i consumi fossero saliti verso i 100 miliardi di metri cubi com’era nelle previsioni ante 2008? Nel 2006, dopo la crisi russo-ucraina che mise a repentaglio le forniture all’Europa, l’Eni accettò di investire negli stoccaggi. L’ha fatto più che altro elevando la compressione del gas negli stoccaggi verso le medie europee. Fare di più non renderebbe. L’Autorità per l’Energia è di diverso avviso e ricorda per quanti anni la Stogit ha redistribuito gli utili alla casa madre senza investire. Oggi, la Stogit fa capo alla Snam, controllata sì dall’Eni ma in regime di separazione gestionale. Ha un piano per portare gli stoccaggi da 10 a 13 miliardi di metri cubi nel 2014. Lo attuerà? Basterà? Esistono altri progetti di stoccaggio di Edison, Erg, Gas Plus, Enel Stoccaggi, Geogastock e Ital Gas Storage, che segnano il passo. Perché la remunerazione del capitale investito sarebbe bassa, suggeriscono all’Eni. Per le resistenze locali dietro le quali ci sarebbe il sorriso di chi vuole lo status quo, obiettano dall’altra sponda.
    Comunque sia, con più stoccaggi si aumentano le riserve di modulazione senza dover toccare le riserve strategiche di gas per alimentare la produzione elettrica come invece ha chiesto Emma Marcegaglia nella concitazione di questi giorni. La presidente di Confindustria difende le imprese energivore che non vogliono subire l’interruzione delle forniture, e dunque fermare la produzione. Purtroppo, queste imprese dimenticano il premio che hanno appena ottenuto in cambio della interrompibilità delle forniture medesime. Questo pare un voler troppo che potrebbe far sembrare quel premio un aiuto di Stato.
    Il terzo problema è strategico. L’Italia, come tutta l’Europa, ha bisogno di diversificare di più e meglio gli approvvigionamenti. Già il blocco del Greenstream in seguito alla guerra di Libia e lo sospensione del Transitgas per le frane svizzere nel 2011 avevano acceso la spia rossa. Ora, la Russia. È la prima volta che Gazprom taglia le forniture perché non ha abbastanza gas per i russi. Siamo sicuri che la causa è l’inverno più inclemente del solito e non la cattiva gestione di questo gigantesco monopolio che ha sì enormi riserve ma molte di ardua coltivazione e dunque potrebbe aver fatto più contratti di quelli che è in grado di onorare? Tra l’Eni, l’Enel, i privati e l’Autorità (che ha meritoriamente rimesso all’asta i diritti di passaggio sui gasdotti non utilizzati) la parola finale spetta al governo. E il governo Monti si è ormai orientato a separare dall’Eni l’intera Snam (stoccaggi, rete e il resto) anche sul piano della proprietà. Al ministero dello Sviluppo economico si è ormai fatta strada l’idea che vadano al più presto sbloccati i cantieri per nuovi rigassificatori e stoccaggi, mentre il progetto di gasdotto South Stream, fortemente sponsorizzato dal Cremlino e per un lungo periodo sostenuto dall’Eni, vada sostituito nelle priorità nazionali dai progetti Galsi e Igt, nei quali sono coinvolte anche Enel ed Edison e non dipendono dall’oro blu di Mosca.
    L’Italia può delegare la propria sicurezza energetica all’Eni, società per azioni quotata in Borsa ancorché a controllo pubblico? La risposta logica sarebbe negativa, anche perché i top manager dell’Eni da anni ormai dichiarano prioritaria la creazione di valore per gli azionisti. Non l’Eni, ma il governo e l’Autorità per l’Energia hanno il dovere di tutelare l’interesse generale. Nei fatti, le ragioni dell’Eni – non di rado, buone ragioni – finiscono per prevalere. I timori di un’improvvisa penuria di gas, con tutte le conseguenze del caso, riaccendono i riflettori sulla questione.

    Massimo Mucchetti

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