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Piano sostitutivo degli abbattimenti di Cinghiali e Daini nel Parco naturale regionale dei Colli Euganei.


Pettirosso (Erithacus rubecula)

Pettirosso (Erithacus rubecula)

«D’altra parte un linguaggio lui ce l’ha (l’animale ndr), e anche ben chiaro e coerente, siamo noi quasi sempre a non capirlo, se non addirittura a non volerlo proprio considerare. L’alfabeto degli animali, naturale eppure complesso da decifrare, è fatto di movimenti, di sguardi, di suoni, di odori..» Walter Bonatti.

Nessuna popolazione continua a crescere all’infinito.

Prima o poi, all’aumentare della densità, tra i membri di una popolazione si sviluppano influenze reciproche mediate dall’ambiente, che fissano le dimensioni della popolazione stessa.

Queste interazioni causano adattamenti fisiologici, morfologici e comportamentali.

Esiste una naturale tendenza delle popolazioni a ricavare il maggior vantaggio possibile dalle risorse essenziali (spazio, cibo, acqua, ecc.) fino al raggiungimento della capacità portante dell’ambiente: numero di individui di una popolazione che le risorse di una data area riescono a sostenere[1].

C’è infatti una densità biologica superata la quale compaiono nella popolazione segni di decadimento fisico dovuti ad elevata competizione tra individui della stessa specie[2].

Cinghiali (Sus scrofa)

Cinghiali (Sus scrofa)

Infatti, semplificando, il numero di cinghiali presenti in una certa area è in relazione alla disponibilità di ghiande, castagne, radici, frutti e insetti: risorse energetiche che permettono il sostentamento e la riproduzione. È infatti noto che in un anno di abbondante fruttificazione delle piante (abbondanza di frutti silvestri come ghiande, castagne, faggiole, ecc.) il peso dei cinghiali è maggiore di quello di annate di scarsa produzione dovuta, ad esempio, a siccità o pioggia incessante[3].

Non solo, è dimostrato che una diminuita produzione di ghiande provoca un netto regresso dell’attività ovarica nelle femmine di cinghiale e ne diminuisce notevolmente il successo riproduttivo (Matschke, 1964[4]; Henry, 1968[5]; Aumaitre et al., 1984[6]) che, secondo studi condotti da Stefano Focardi e Silvano Toso, passa da 3,02-5,21 piccoli per femmina, negli anni di abbondante fruttificazione delle piante, a 0,4 piccoli per femmina negli anni di penuria[7].

Se gli alimenti reperibili nel bosco sono insufficienti la dieta del cinghiale si orienta verso le produzioni agricole: cereali, leguminose, girasole, patata, barbabietola, uva[8].

È provato che il bosco, poiché offre anche protezione e rifugio, è un habitat che, in presenza di produzione sufficiente di frutti silvestri, è frequentato dal cinghiale in maniera quasi esclusiva.

In altre parole esiste un rapporto inversamente proporzionale tra disponibilità di alimenti nel bosco quali ghiande, castagne, faggiole, bacche, mele, pere, nespole, ciliegie selvatiche ecc. e frequentazione delle colture agrarie (Bratton, 1975[9]; Vassant e Breton, 1986[10]).

dieta-cinghiale-presenza-frutti-selvatici

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Adattato da: Massei G., S. Toso, 1993, – Biologia e gestione del Cinghiale. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 5.

Questo spiega perché il successo delle catture di cinghiali con mezzi appositi (chiusini e recinti) è strettamente dipendente dalla stagione: quando c’è una buona offerta alimentare naturale crolla il numero delle catture perché i cinghiali tendono a frequentare esclusivamente il bosco[11]. Infatti le catture registrano i valori minimi durante i mesi di ottobre e di novembre quando la disponibilità di faggiole, castagne e ghiande è massima, rendendo inefficace l’esca (mais) utilizzata per attrarre gli animali all’interno dei recinti[12].

Cosa ci dice l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale?

Bosco, radura

Bosco, radura

In risposta al Coordinatore regionale veneto del Gruppo d’Intervento Giuridico, Manuel Zanella, e in riferimento alla popolazione di cinghiale nel Parco Regionale dei Colli Euganei, ISPRA scrive testualmente:

« L’attività di controllo è finalizzata alla riduzione degli impatti della specie e non necessariamente alla drastica riduzione delle densità della popolazione. Pertanto l’efficacia del Piano di gestione dell’Ente dovrebbe essere valutata sulla base del contenimento degli impatti causati dal Cinghiale e del conseguente conflitto sociale, piuttosto che della riduzione della densità. »

La produzione di ghiande e faggiole – che gli studi dimostrano essere in grado di tenere i cinghiali distanti dai coltivi – inizia ad essere abbondante quando le piante hanno 40-50 anni ed è massima a 80-120 anni (Leaper et al. 1999[13]). Viene quindi da chiedersi come sia stata permessa, per due anni consecutivi (2015-2016), la razzia di sanissime querce a Torreglia (PD)[14], proprio nel Parco Naturale dei Colli Euganei, come da documentazione fotografica schiacciante:

Inoltre, se l’obbiettivo è la riduzione degli impatti sulle colture agricole, allora anche il cosiddetto “foraggiamento dissuasivo” torna ad avere un ruolo, per quanto marginale.

Si tratta di una tecnica di prevenzione indiretta del danno ai coltivi che consiste nella somministrazione (in bosco) di cibo alternativo a quello offerto dalle piante coltivate, tenendo conto sia dei tempi di maturazione delle colture a rischio sia delle disponibilità naturali in foresta. È uno strumento che va utilizzato con parsimonia per brevi periodi concomitanti con la presenza di colture a rischio[15]. Un’altra possibilità ancora è quella delle colture “a perdere” (semina di un appezzamento o di una fascia di terreno con piante appetite degli animali) posizionate all’interno o ai margini del bosco in modo da favorirne la frequentazione da parte dei cinghiali. Ne parliamo indirettamente anche qui: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/07/13/dare-di-piu-o-togliere-di-meno-i-miglioramenti-ambientali-a-fini-faunistici/.

Il foraggiamento artificiale in punti strategici non è da scartare per la prevenzione degli impatti sulle colture. Come riportato dal Prof. Carlo Consiglio, professore di Zoologia all’Università di Roma (La Sapienza), nel suo articolo “Occorre abbattere i cinghiali per limitarne i danni?” apparso sul giornale on-line Fanpage[16]: « A Puechabon in Francia meridionale la distribuzione di mais a scopo dissuasivo ha permesso di ridurre i danni arrecati dai cinghiali alle vigne, permettendo di risparmiare più del 60% degli indennizzi corrisposti agli agricoltori[17]. » e ancora « Reimoser & Putman osservano… che il solo controllo del numero degli ungulati può non essere efficace per ottenere una riduzione del danno e che occorre esplorare approcci alternativi quali recinzioni, foraggiamenti, metodi culturali, ed altri[18]

funghi nel sottobosco

funghi nel sottobosco

A proposito di recinzioni…

Non esiste solo il controllo diretto (catture e abbattimenti) ma anche il controllo indiretto (prevenzione): recinzioni elettriche e meccaniche e foraggiamento sostitutivo (in minima parte) di cui abbiamo parlato poco fa. La rete elettrosaldata è un esempio economico di recinzione meccanica. Se ben realizzata ha efficacia del 100% nel proteggere appezzamenti con colture, ma crea problemi di biopermeabilità (possibilità di attraversamento del territorio da parte della fauna)[19] e di estetica (vincoli paesaggistici), anche se è possibile attenuare l’impatto visivo con delle piante: es. piante rampicanti oppure siepi campestri miste. Molto meglio delle recinzioni metalliche sono le recinzioni elettriche costituite principalmente da un elettrificatore, cavi dove passa la corrente, pali di sostegno e isolatori[20]. Il Prof. Andrea Marsan dell’Università di Genova è uno dei più noti esperti operanti in Italia sulle tecniche di prevenzione dei danni prodotti dal cinghiale.

Si possono realizzare sia recinzioni individuali (proteggono appezzamenti di terreno di dimensioni contenute) sia recinzioni comprensoriali (a protezione di aree di notevole estensione).

Nel Parco Nazionale delle Cinque Terre Marsan ha realizzato una recinzione comprensoriale di perimetro elettrificato di circa 7500 metri che chiude un’area di circa 500 ettari. Costo complessivo dell’impianto?  6.636 euro[21]!

E per recinzioni individuali? Marsan fornisce caratteristiche tecniche e costi del materiale utilizzato:

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Tratto da: Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

Ponendo i fili ad un’altezza di 25 e 50 cm dal suolo (con ogni accortezza del caso) si evitano le intrusioni dei cinghiali e un buon materiale è rappresentato da una treccia di nylon che avvolge parzialmente conduttori di rame e acciaio[22]. Per terreni agricoli molto asciutti si consiglia di utilizzare un terzo filo. In questo caso le altezze consigliate per i tre fili sono 10, 30 e 60 cm[23].

Il Prof. Andrea Marsan ha sperimentato oltre cento recinzioni elettrificate di diverse dimensioni (da 200 m a 7 km di lunghezza) e in differenti situazioni ambientali. Gli impianti hanno ridotto le perdite di raccolto ad un valore compreso tra 0 e 5% (Marsan, ined.)[24].

Ma quanti enti ed amministrazioni provinciali adottano misure di prevenzione dei danni da Ungulati in Italia? Le informazioni sono come sempre lacunose o addirittura mancanti ma « Il campione disponibile per l’analisi delle cifre investite per la prevenzione è composto da 78 diversi enti tra cui province, enti parco (nazionali e regionali) e ATC (Ambiti Territoriali Caccia ndr). Di questi, 27 (pari al 35%) hanno intrapreso azioni di prevenzione dei danni (Fig. 74), ma solo 17 dispongono dell’informazione relativa alla cifra investita. Dei restanti 51 enti, 39 (pari al 76%), pur denunciando episodi dannosi, non ricorre ad alcuna delle tecniche attualmente disponibili per la prevenzione del danno. » (Carnevali et al., 2009)[25].

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Fonte: Carnevali et al., 2009[26]

Dato il costo assai ridotto delle recinzioni elettriche, considerata l’efficacia comprovata di queste nel difendere i coltivi e preso atto che la gran parte delle amministrazioni provinciali e degli enti non adotta alcuna misura di prevenzione dei danni da cinghiali (Il Parco Colli Euganei non fa eccezione), qual è il senso che Coldiretti, Confederazione italiana agricoltori e altre organizzazione di imprenditori agricoli continuino a invocare (invano) un’inarrivabile eradicazione del cinghiale invece di convincere i propri associati a dotarsi al più presto di recinzioni elettriche?

Qual è il senso di lamentare, ogni anno, tutti gli anni, decine e centinaia di migliaia di euro di danni[27], senza investire in modo adeguato nella prevenzione di questi?

Qual è il senso dei cannoni a gas[28] dopo che la letteratura scientifica ha già dimostrato da decenni che gli animali vanno incontro ad assuefazione in brevissimo tempo, annullando l’efficacia dei mezzi di dissuasione[29]?

Cinghiale (Sus scrofa)

Cinghiale (Sus scrofa)

E perché la Regione Veneto, la Provincia di Padova e l’Ente Parco, in più di vent’anni di presenza del cinghiale sui Colli Euganei, non hanno ancora pensato di dotare l’area protetta di una nuova figura di tecnico in grado di affiancare alla funzione peritale quella di consulenza agronomica per la prevenzione dei danni alle colture non improvvisata ma supportata da un solido approccio tecnico?[30] Se ci fosse, magari non ci sarebbero i cannoni a gas e ci sarebbero le recinzioni elettriche!

Le recinzioni elettriche funzionano se l’installazione è corretta e la manutenzione e il monitoraggio sono costanti: due o tre tagli dell’erba all’anno, misura della corrente un paio di volte la settimana, saltuaria ispezione del perimetro e, per la coltivazione della vite (potenzialmente danneggiata tra luglio, agosto e settembre), attivazione della recinzione elettrica già nel mese di marzo per abituare i cinghiali a non entrare più nel terreno. Queste cose un bravo tecnico come Andrea Marsan le sa e i risultati arrivano!

Nel 1967 gli ecologi Robert MacArthur (Università della Pennsylvania), Edward Osborne Wilson (Università di Harvard) e più tardi (1970) Eric Rodger Pianka (Università del Texas) hanno sviluppato il concetto di selezione “r” e di selezione “K”. Secondo questa teoria il ciclo biologico di una specie è il prodotto dell’evoluzione e riflette le condizioni ambientali prevalenti entro cui la selezione naturale ha agito.

Le specie r-strateghe sono quelle adattate ad habitat imprevedibili e variabili: hanno un accrescimento rapido, alta resilienza alle perturbazioni (capacità di rigenerazione e ricolonizzazione di aree distrutte), sono ottime pioniere (scoprono subito il nuovo habitat e si disperdono rapidamente alla ricerca di ambienti di nuova formazione), hanno elevati tassi riproduttivi in presenza di basse densità di popolazione, sviluppo demografico rapido, breve durata di vita, taglia corporea relativamente piccola, prole numerosa e assenza di cure parentali.[31] Esempi? Il taràssaco (Taraxacum officinale).

Daino (Dama dama, foto da fotografia.deagostinipassion.com)

Daino (Dama dama, foto da fotografia.deagostinipassion.com)

Le specie K-strateghe, invece, hanno un accrescimento lento, alta resistenza alle perturbazioni (sopportano i cambiamenti), sono meglio adattate a comunità mature che troviamo in habitat costanti o prevedibilmente stagionali (come una foresta che non è stata tagliata o incendiata), hanno un tasso di crescita lento, riproduzione piuttosto tardiva, individui longevi, producono pochi semi o giovani e forniscono cure parentali.[32] Esempi? L’uomo.

Tuttavia, poiché le specie K-strateghe vivono in ambienti duraturi e stabili presentano spesso un’elevata densità di popolazione che aumenta la competizione intraspecifica (tra individui della stessa specie) e che rende necessaria un’alta capacità competitiva per occupare e difendere un tratto di ambiente. Il tasso di sopravvivenza e di fecondità degli adulti è determinato dalla forte competizione tra gli adulti stessi e in questo ambiente affollato anche la prole è costretta a competere!

E il cinghiale che strategia adotta?

Secondo alcuni autori, considerato l’elevato potenziale riproduttivo e l’alta mortalità dei piccoli, il cinghiale adotta una strategia di tipo “r”[33], contrariamente a quasi tutti gli altri Ungulati. In un anno di buona disponibilità alimentare una popolazione di cinghiale può raddoppiare o triplicare (Briedermann, 1986[34]) e, sempre a seconda delle disponibilità alimentari, ogni figliata può essere costituita in media da 3-6 piccoli. Una percentuale variabile di giovani femmine di 6-9 mesi e di subadulte, inoltre, può anticipare la pubertà e partecipare già alla riproduzione[35].

Questo sembra effettivamente collocare il cinghiale tra le specie r-strateghe. Però, come riportato da Marsan e Mattioli[36], le femmine di cinghiale costruiscono un nido (rami, erba, foglie) e fanno cure parentali intense, con grande investimento energetico (allattamento, sorveglianza dai predatori come la volpe o grandi rapaci, ecc.), al punto che il tasso di mortalità femminile è uguale a quello maschile (Toïgo et al., 2008[37]). I maschi, dal canto loro, sono spinti ad abbandonare la madre all’età di 9-12 mesi, ad evitare contatti con i maschi adulti,  a procurarsi il cibo da soli o riuniti in piccole bande di maschi coetanei e infine, divenuti solenghi (conducono vita solitaria), devono competere tra loro (ferite, botte e dimagrimento) per l’accesso alle femmine.

Le giovani femmine invece si aggregano alla loro madre (gruppo matriarcale) e si posizionano ad un basso livello gerarchico che ne subordina l’accesso alle risorse alimentari.

foglie nel bosco

foglie nel bosco

È quindi evidente che la vita dei cinghiali è caratterizzata da un’elevata competizione intraspecifica (perfino i lattonzoli competono per i capezzoli più ricchi di latte![38]), tipica di specie K-strateghe!

Al contempo però c’è anche una grande solidarietà: se una madre muore o viene uccisa, altre femmine dello stesso gruppo adottano gli orfani (Delcroix et al., 1985[39]).

Chi invece non provvede alle cure parentali è il maschio dominante, è cioè quello più grande, più forte e combattivo, l’unico ad avere accesso alle femmine (nei cinghiali c’è poliginia = più femmine per un solo maschio)[40]. Il maschio dominante, quando sale il livello di testosterone nel sangue, diventa aggressivo con gli altri maschi, bagna la vegetazione con la saliva e usa la ghiandola prepuziale.

Nella stagione degli amori maschi e femmine, che vivono separati, tornano a contattarsi.

Ma esiste anche l’equivalente femminile del verro dominante: la scrofa dominante (matriarca).

Non è quindi sufficiente raggiungere la maturità sessuale fisiologica per potersi riprodurre, ma deve sussistere anche la maturità riproduttiva comportamentale (!), condizionata anche da feromoni: sostanze chimiche rilasciate dagli animali che influenzano il comportamento di altri individui della stessa specie[41].

E questo spiega perché una femmina di cinghiale, nonostante possa essere già fertile alla precoce età di 6-9 mesi, in condizioni normali si accoppierà non prima dei 2 anni (controllo chimico e comportamentale delle femmine adulte).

Abbiamo appena visto che il cinghiale è un animale sociale. Come interviene la caccia?

Cinghiale (Sus scrofa)

Cinghiale (Sus scrofa)

Il Dott. Marlène Gamelon, assieme ad altri studiosi, ha condotto uno studio di lungo periodo (22 anni) nel Dipartimento francese della Haute-Marne, studiando una popolazione di cinghiali sottoposta ad elevata pressione venatoria (Gamelon et al., 2011[42]). Lo studio ha dimostrato che la caccia determina un anticipo della maturità sessuale nelle femmine le quali raggiungono la pubertà già entro il primo anno di vita.

In pratica la forte pressione venatoria riduce le femmine adulte nella popolazione e, per contro, richiama alla riproduzione precoce le femmine giovani e subadulte! E poiché gli elevati tassi di natalità del cinghiale sono dovuti anche al contributo delle giovani femmine che riescono ad accedere alla riproduzione, appare evidente che la caccia finisce per favorire un incremento della riproduzione che a sua volta dà una spinta demografica che consente il ripristino dei numeri in poco tempo. Anche il Biologo Marco Moretti, che ha svolto studi sui cinghiali del Canton Ticino, in Svizzera, ha osservato femmine che si riproducono già nel primo anno di vita in una popolazione cacciata[43].

La caccia provoca uccisioni di scrofe e verri dominanti, disgregazione sociale e della parentela, riorganizzazioni gerarchiche nei branchi e nella popolazione, e quindi relazioni sociali disordinate.

Venuto meno il controllo chimico (feromoni) e comportamentale degli adulti dominanti, giovani e subadulti possono quindi partecipare alla riproduzione (spinta demografica).

Se al quadro sopra descritto aggiungiamo che con la caccia aumentano spazio e risorse alimentari pro capite per gli animali superstiti il risultato è quello descritto dal grafico qui sotto: recupero di tutte le perdite in tempi brevi.

grafico-cinghiali

Adattato da: SMITH T. M., SMITH R. L., 2013 – Elementi di Ecologia. Ottava edizione a cura di Anna Occhipinti Ambrogi e Agnese Marchini, Pearson Italia, Milano – Torino.

E, a proposito di riduzione degli impatti sulle colture (quelli su cui ISPRA suggerisce di concentrarsi): « Un aspetto che però viene spesso trascurato è che il cinghiale preferisce in larga misura alimentarsi con alimenti naturali in ambienti di macchia o forestali e che si rivolge alle colture agrarie solo se non trova fonti trofiche naturali. Questo comportamento è tanto più vero quanto più ci si trovi in presenza di popolazioni ben strutturate, costituite cioè da animali adulti dotati di esperienza nella ricerca del cibo e buoni conoscitori del territorio in cui vivono; popolazioni destrutturate con un eccesso di individui giovani sono al contrario quelle che determinano un impatto più elevato a cause degli eccessivi erratismi degli animali poco esperti.[44]» Queste le parole del Tecnico Faunista Sandro Nicoloso e di Giovanna De Stefani, collaboratrice di Veneto Agricoltura.

La conclusione di questo lunga esposizione è che la caccia, sia svolta come controllo (Ente Parco) che come prelievo venatorio (cacciatori), non solo non è in grado di impedire i danni dei cinghiali all’agricoltura, ma rappresenta una causa dei danni stessi.

Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)

Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)

Come si esce da questo circolo vizioso?

  • Recinzioni elettriche
  • Consulente tecnico dell’area protetta per la prevenzione dei danni alle colture
  • Pratiche colturali in grado di ridurre il rischio di danno da parte della fauna selvatica
  • Colture “a perdere” o foraggiamento dissuasivo (con cautela e solo in casi necessari)

Telecontraccezione con vaccino immuno-contraccettivo (da sostituire nel tempo con la somministrazione orale). Ne parliamo lungamente qui: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/10/27/la-scienziata-giovanna-massei-disponibile-a-lavorare-con-cinghiali-e-daini-per-i-colli-euganei/. Per chi critica la permanenza degli animali poiché il vaccino non li uccide, si tenga presente che i cinghiali raggiungono al massimo i 10-15 anni (Massei e Genov, 2000[45]) e che la caccia, come sopra argomentato, è un rimedio peggiore del  male.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus – Veneto

Coordinamento Protezionista Padovano

 

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[1] SMITH T. M., SMITH R. L., 2013 – Elementi di Ecologia. Ottava edizione a cura di Anna Occhipinti Ambrogi e Agnese Marchini, Pearson Italia, Milano – Torino.

[2] Massei G., S. Toso, 1993, – Biologia e gestione del Cinghiale. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 5.

[3] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[4] MATSCHKE G. H.,1964 – The influence of oak mast on european wild hog reproduction. Proc. Ann. Conf. Southest. Assoc. Game & Fish Commiss., 18: 35-39.

[5] HENRY V. G., 1968 – Lenght of estrous cycle and gestation in European wild hogs. J. Wildl. Manage., 32 (2): 406-408.

[6] AUMAITRE A., J. P. QUERE, J. PEINIAU, 1984 – Effect of environment on winter breeding and prolificacy of the wild sow. Symp. Internat. Sanglier, Toulouse: 69-78.

[7] Massei G., S. Toso, 1993, – Biologia e gestione del Cinghiale. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 5.

[8] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[9] BRATTON S. P., 1975 – The effect of the European wild boar Sus scrofa, on gray beech forest in the Great Smoky Mountains National Park. Ecology, 56: 1356-1366.

[10] VASSANT J., D. BRETON, 1986 – Essai de réduction de dégates de sangliers (Sus scrofa L.) sur blé (Triticum sativum) au stade laiteux par distribution de mais (Zea mais) en forèt. Gibier Faune Sauvage, 3: 83-95.

[11] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[12] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[13] LEAPER R., MASSEI G., GORMAN M.L., ASPINALL R., 1999 – The feasibility of reintroducing wild boars to Scotland. Mammal Review 29: 239-259.

[14] https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2015/02/23/addio-bosco-natio/, https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/02/24/i-boschi-dei-colli-euganei-come-la-foresta-del-marganai-boga-sogu-a-unu-zurpu/

[15] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[16] http://autori.fanpage.it/occorre-abbattere-i-cinghiali-per-limitarne-i-danni/

[17] Calenge C., D. Maillard, P. Fournier & C. Fouque 2004. Efficiency of spreading maize in the garrigues to reduce wild boar (Sus scrofa) damage to Mediterranean vineyards. Eur. J. Wildl. Res. 50: 112-120.

[18] Reimoser F. & R. Putman 2011. Impacts of wild ungulates on vegetation: costs and benefits. In: R. Putman, M. Apollonio & R. Andersen, Ungulate management in Europe: problems and practices, Cambridge University Press, Cambridge: 144-191.

[19] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[20] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[21] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[22] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[23] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[24] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[25] Lucilla Carnevali, Luca Pedrotti, Francesco Riga, Silvano Toso, 2009 – Banca Dati Ungulati: Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni di Ungulati in Italia. Rapporto 2001-2005. Biol. Cons. Fauna, 117:1-168 [Italian-English text]

[26] Lucilla Carnevali, Luca Pedrotti, Francesco Riga, Silvano Toso, 2009 – Banca Dati Ungulati: Status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni di Ungulati in Italia. Rapporto 2001-2005. Biol. Cons. Fauna, 117:1-168 [Italian-English text

[27] http://www.padova.coldiretti.it/da-cinghiali-nutrie-co-danni-per-centinaia-di-migliaia-di-euro-l-anno.aspx?KeyPub=GP_CD_PADOVA_HOME%7CCD_PADOVA_HOME&Cod_Oggetto=72162331&subskintype=Detail

[28] http://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/colli_euganei_cannoni_cinghiali_danni-1944400.html

[29] Massei G., S. Toso, 1993, – Biologia e gestione del Cinghiale. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 5.

[30] Monaco A., Carnevali L. e S. Toso, 2010 – Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette. 2° edizione. Quad. Cons. Natura, 34, Min.Ambiente – ISPRA

[31] SMITH T. M., SMITH R. L., 2013 – Elementi di Ecologia. Ottava edizione a cura di Anna Occhipinti Ambrogi e Agnese Marchini, Pearson Italia, Milano – Torino.

[32] SMITH T. M., SMITH R. L., 2013 – Elementi di Ecologia. Ottava edizione a cura di Anna Occhipinti Ambrogi e Agnese Marchini, Pearson Italia, Milano – Torino.

[33]Boitani L., P. Trapanese, L. Mattei & D. Nonis 1995. Demography of a wild boar (Sus scrofa L.) population in Tuscany, Italy. Gibier faune sauvage 12 (2): 109-132.

Massei G., S. Toso, 1993, – Biologia e gestione del Cinghiale. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 5.

[34] BRIEDERMANN L., 1986 – Schwarzwild. VEB, Berlin.

[35] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[36] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[37] TOÏGO C., SERVANTY S., GAILLARD J.-M., BRANDT S., BAUBET E., 2008 – Disentangling natural from hunting mortality in an intensively hunted wild boar population. Journal of Wildlife Management 72: 1532-1539

[38] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[39] DELCROIX I., SIGNORET G.P., MAUGET R., 1985 – L’élevage en commun des jeunes au sein du groupe social chez le saglier. Journées de la Recherche Porcine en France 17: 167-174.

[40] MARSAN A., MATTIOLI S., 2013 – Il Cinghiale. Il Piviere Edizioni.

[41] SMITH T. M., SMITH R. L., 2013 – Elementi di Ecologia. Ottava edizione a cura di Anna Occhipinti Ambrogi e Agnese Marchini, Pearson Italia, Milano – Torino.

[42] GAMELON M., BESNARD A., GAILLARD J.-M.,SERVANTY S., BAUBET E., BRANDT S., GIMENEZ O., 2011 – High hunting pressure selects for earlier birth date: wild boar as a case study. Evolution 65: 3100-3112.

[43] MORETTI M. 1995. Birth distribution, structure and dynamics of a hunted mountain population of wild boars (Sus scrofa L.), Ticino, Switzerland. Ibex 3: 192-196.

[44] Nicoloso S.,De Stefani G. (2005) – Il Cinghiale. Problematiche gestionali e prevenzione dell’impatto sulle attività antropiche. RegioneVeneto.

[45] MASSEI G., GENOV P., 2000 – Il cinghiale. Calderini Edagricole, Bologna.

 

quattro spighe nel campo di grano

quattro spighe nel campo di grano

(foto da http://www.fotografia.deagostinipassion.com, Cristiana Verazza, L.A.C., S.D., archivio GrIG)

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  1. M.A.
    ottobre 31, 2016 alle 10:20 am

    idealmente condivido tutto ciò scritto da voi.
    Non conosco il parco dei colli Euganei, mi piacerebbe un domani visitarlo. Nel frattempo mi chiedo se esistano delle aree vocate all’agricoltura nelle zone limitrofe del parco o addirittura all’interno del parco. Vi chiedete perchè le associazioni degli agricoltori non intervengano per sensibilizzare i propri soci per la recinzione dei campi, dimostrato che l’investimento sia contenibile economicamente e riesce a prevenire dei danni più ingenti.
    Sicuramente perchè determinate volte le recinzioni non sono così miracolose come vengono presentate. Il cinghiale è una bestia enorme dotato di notevole forza fisica, capace di stracciare via paletti con annessa reticelle, di buttare giù muretti a secco, ancor di più nei momenti di carestia alimentare. A volte, invece, “conviene” deliberatamente far grufolare i cinghiali poiché l’indennizzo regionale per i danni causati supera il valore del raccolto perso.
    Molta della letteratura scientifica utilizzata oggi per affrontare la questione, appartiene ad altri contesti storici e ambientali (se non erro ho letto addirittura articoli del 1968), ma il cinghiale come tutte le specie, si è evoluto in funzione dei cambiamenti climatici, ambientali ed antropici.
    Di conseguenza, determinate conclusioni della letteratura passata, potrebbero non essere utili oggigiorno.
    Interessante anche la correlazione tra risorse alimentari del bosco e danni causati all’agricoltura. Si legge che il cinghiale predilige il bosco rispetto ai campi, sia per l’alimentazione sia per trovare rifugio.
    Il cinghiale non ha un numero sufficiente di predatori naturali, eccetto l’uomo, in grado di far si che esso trovi rifugio nel bosco, ancor di più in un’area protetta, dove conducono una vita tranquilla ove non si sentono minacciati. In determinate aree, è facile vedere questi ungulati anche in pieno giorno, ben distanti dai boschi.

    Condivido anche l’approccio sul prelievo venatorio che incrementa la fertilità della specie. E’ vero che uccidere i cinghiali aumenta la loro fertilità, in quanto la specie attua un meccanismo di difesa, ma risulta nel medio termine la condicio sine qua non per far convivere le esigenze produttive degli agricoltori e la densità faunistica della specie in un determinato biotopo dove l’uomo è integrato non come predatore (parco) ma come lavoratore.
    Nei mesi invernali la diminuzione causata dal prelievo venatorio laddove consentito è palese. Da qui si capisce anche perchè la Coldiretti non vuole mantenere costante il numero degli stomaci (ossia dei cinghiali vivi) con la sterilizzazione o con il raggiungimento della capacità portante, ma vuole ridurli fisicamente nel breve termine.

    Vi propongo delle soluzioni per un parco con annesse attività agricole.

    1) piani basati sui censimenti mirati all’eliminazione fisica dei cinghiali in maniera “cruelty free”. La cattura dei cinghiali e il rilascio in zone destinate all’attività venatoria, porrà fine alle pratiche illegali di immissioni dei cinghiali europei (se ancora esistono anche se ho dubbi oggigiorno), ed ai fini pratici equivale all’attività venatoria, in quanto i cinghiali spariscono fisicamente nel breve termine (aumenta si la fertilità dei rimanenti, come con la caccia, ma saranno felici la Coldiretti), ma vengono mantenuti gli standard ecologici e ideologici degne di un PARCO NATURALE.

    2) consentire attività cinofile (e non venatorie) svolta dai cacciatori nei parchi.
    Far entrare i cacciatori con i cani, anche sotto il controllo degli organi di vigilanza ha svariati effetti benefici nei confronti degli ungulati e del parco.
    Almeno che i parchi non siano delle oasi boschive in mezzo ai campi coltivati, ciò permette di far uscire i cinghiali nelle aree limitrofe dove la caccia è consentita.
    L’utilizzo dei cani da caccia permette di mantenere vivo l’istinto alla fuga del cinghiale, che invece viene sistematicamente persa nelle aree protette dove perdono questo istinto anche nei confronti dell’uomo, fattore principale del frequente accostamento ai campi coltivati e alle città.
    L’utilizzo dei cani spinge il cinghiale ad associare il bosco come rifugio e far si che nei campi aperti si senta vulnerabile, cosa che invece non accade nelle aree protette. Inoltre il dispendio calorico ed energetico indotto dalla fuga consente di massimizzare la teoria dei “frutti di bosco” riportati nell’articolo, che vanno massimizzati dai tecnici forestali o aiutati con foraggiamenti in loco.

    3) in extremis abbattimenti selettivi in loco, anche se ideologicamente sono contrario, perchè di fatto muore la funzione del parco che si trasforma in una macelleria eco-sostenibile. E’ preferibile far ammazzare i cinghiali dove la caccia è consentita, perchè se si inizierà a sparare nei parchi sarà l’inizio della fine della loro esistenza.

    Infine voglio fare un’ultima considerazione nata guardando la foto del coniglio selvatico.
    Se non fosse perchè il mercato suinicolo crea un indotto di svariati milioni di euro, a differenza del mercato cunicolo, oggi qualche scienziato si sarebbe inventato qualche farmaco o peggio virus per il controllo della loro popolazione. Il cinghiale oggi, è paragonabile agli effetti del coniglio selvatico negli anni ’80, dove a causa della mixomatosi prima e del RHD poi, si sono raggiunti tassi di mortalità del 99%. I stravolgimenti causati all’ecosistema dalla scomparsa del coniglio sono state in molte aree devastanti. Basti pensare che in Spagna si spendono continuamente milioni di euro su degli studi mirati all’ immunizzazione del coniglio per far si che si riprenda e si espandi (molti degli studi sono finanziati con i soldi dei cacciatori) in modo tale da invertire il trend di decrescita della lince iberica. O ancora si pensi ai tanti rapaci o al gatto selvatico ormai scomparso proprio per lo stesso motivo.
    Ogni animale ha una sua funzione ben specifica nell’ecosistema, ma devono essere gestiti, studiati e far si che si mantengano delle consistenze tali da render sano e non malato l’ambiente.
    Il cinghiale è l’unico trattore eco-sostenibile capace di arare i boschi, la sua funzione è unica ed importantissima, il coniglio è un anello importantissimo della catena alimentare, i cervi e gli altri ungulati permettono di far vivere e rendere puliti i boschi dalla macchia,etc etc..
    Ogni specie va si tutelata, studiata, aiutata ma gestita. Se i cinghiali aumentano, i conigli aumentano o i cervi aumentano, o ancor peggio spariscono, vi è una metamorfosi dell’ecosistema che mette a rischio tutta la restante biodiversità.

    Il problema tra noi e voi è la gestione: è lecito il farmaco, il virus o il vaccino oppure un sano e salutare spezzatino? 😀 per me la risposta è “naturale”!

  2. ottobre 31, 2016 alle 4:26 pm

    In Veneto sono poche le aree che presentano le condizioni minime per l’esistenza del cinghiale (boschi con fitta macchia, zone di rifugio, ecc.). Tant’è che nelle province di Venezia e Rovigo (un’angosciante distesa senz’alberi) il cinghiale è del tutto assente. Poco importa che in molte zone d’Italia il cinghiale ci fosse già prima del 1700, magari anche sui Colli Euganei, chi lo sa… Per moltissimo tempo non c’è più stato e la gente adesso non vive la presenza del cinghiale come un “ritorno” ma come una presenza che “non esisteva e non deve esistere”. E del resto la situazione del XVIII secolo non è più paragonabile con quella attuale, perchè il cinghiale è tra le specie più manipolate al Mondo, e soggetti catturati in Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia sono stati mescolati dall’uomo, più o meno volontariamente, a cinghiali autoctoni e maiali bradi. Insomma non si capisce più niente. In Veneto le uniche zone adatte ad ospitare il cinghiale sembrano le prealpi vicentine, veronesi, trevigiane e bellunesi, o comunque le piccole dolomiti vicentine e quelle bellunesi. Tuttavia il cinghiale è considerato estraneo al contesto faunistico veneto e la sua presenza è tollerata (almeno in teoria) solo in quelle zone prealpine dove, anche secondo la Regione Veneto, l’eradicazione non è in alcun modo praticabile. Mentre i Colli Euganei rientrano nell’area regionale dove la Regione Veneto prevede testualmente “tolleranza zero”. In Provincia di Padova il cinghiale è presente sui Colli Euganei e nella Palude di Onara (un’area minuscola in un mare di cemento e agricoltura intensiva, ad ulteriore conferma che qualcuno ce li ha portati intenzionalmente). Idem per i Colli Euganei, un gruppo di rilievi che si estendono appena per 18.694 ettari (questa superficie include case, strade, ecc. non solo la superficie agricola utilizzata quindi) e che si trovano in un mare di campi coltivati ad agricoltura intensiva, strade, autostrade, zone industriali, quartieri, hotel, ecc. E infatti in Veneto la maggior parte dei cacciatori sono capannisti che ammazzano uccellini migratori (soprattutto quelli protetti) oppure che fanno “caccia stanziale” a lepri e fagiani…o entrambe insomma. La caccia al cinghiale in Veneto è una novità diciamo.
    In compenso, a parte i cacciatori, nessuna categoria vuole il cinghiale (perlomeno a parole, poi nei fatti è un altro discorso..). Non c’è quindi possibilità di traslocazione perchè nessuno vuole i cinghiali all’infuori dei cacciatori. E soprattutto, eccetto le zone sopraelencate (prealpi, dolomiti, ecc.) non esistono in Veneto zone che possano ospitare il cinghiale: bisogna andare in provincia di Rovigo per rendersi conto di cosa significano soia e mais a non finire, senza trovare neppure un albero! E la provincia di Padova non differisce poi tanto: forse c’è qualche siepe campestre residua, e comunque sempre meno. I cinghiali non sono affatto “tranquilli” nei Colli Euganei dove il “controllo” effettuato dall’Ente Parco è superiore alla “pressione venatoria”. Infatti nel Parco Colli Euganei il cinghiale viene cacciato in tutti i modi, tutto l’anno, tutti gli anni, da almeno 15 anni. E viene cacciato anche nelle aree contigue al Parco. Anche se parlare di “aree contigue” non ha quasi senso dal momento che il cinghiale praticamente non le frequenta perchè inospitali e troppo scoperte: sarebbe come affrontare la traversata di un deserto, con l’aggiunta di traffico stradale, zone industriali, campi di soia e mais trebbiati. Tant’è che il cinghiale non viene praticamente avvistato al di fuori dei rilievi del Parco Colli Euganei e, se si fa vedere, è sempre per brevissimo tempo e nelle immediate vicinanze dei boschi. Tutto questo per dire che la traslocazione, per vari motivi, è impraticabile: nessuno vuole i cinghiali e non esistono nemmeno tante altre zone adatti ad ospitarli. E se i cinghiali sono perseguitati e invisi da tutti (tranne che dai cacciatori per ovvi motivi) perfino sull’Appennino, figuriamoci in Veneto.
    E infine, parlare di “controllo” o di “prelievo venatorio” nel Parco Colli Euganei è solo un fatto puramente nominale, dal momento che il “controllo” viene fatto dai cacciatori abilitati dal Parco in regime di semi-autonomia o di autonomia completa: ormai saranno 80 cacciatori abilitati a sparare a fronte di 2 agenti di polizia provinciale, è come mettere 2 maestri a seguire una comitiva di 80 bambini. Provare per credere. Con la differenza che i bambini non sono armati e si agitano molto meno dei cacciatori.

  3. ottobre 31, 2016 alle 5:52 pm

    quanto agli studi M.A., anche se del 1968, non preoccuparti che sono ancora validi eccome. I cinghiali non sono il virus dell’HIV che evolve in pochi mesi così da resistere agli ultimi preparati farmacologici. Tu confondi i tempi dell’evoluzione e non solo quelli…

  4. M.A.
    ottobre 31, 2016 alle 7:21 pm

    Mi stai dicendo che il Parco è privo di corridoi biologici con le aree contigue aperte alla caccia; che i cacciatori Veneti sono prevalentemente dediti alla caccia alla migratoria e alla stanziale ma non ai cinghiali; ed infine che la presenza del cinghiale in Veneto non è visto come un ritorno ma come una introduzione abusiva a fini venatori.
    Toglimi una curiosità: perchè ripopolare un’area protetta ove è vietata la caccia, esente di corridoi biologici limitrofi dove esercitare la caccia al cinghiale, ma vocata esclusivamente all’agricoltura??? Io come qualsiasi altro utente non ci trovo molto senso; un ripopolamento a fini venatori si effettua ove si può cacciare, logicamente!
    Siamo sicuri che quando è stato istituito il Parco non sia stato ripopolato volontariamente dall’ente che lo amministra? sai un parco spoglio non offre granché da vedere.
    Oggi stai confermando che il Parco dei colli Euganei sia una macellerie eco-sostenibile, o al limite un ambito territoriale di caccia privato per pochi eletti. Sarebbe curioso vedere i flussi della popolazione di cinghiali e il numero del prelievo.

    Ovviamente le condizioni ambientali del Veneto, come qualsiasi altra regione d’Italia, sono anni luce differenti dalle odierne. l’impatto dell’agricoltura moderna ha fatto negli ultimi 50 anni è impressionante, non è minimamente paragonabile all’agricoltura che abbiamo conosciuto dalla preistoria al dopoguerra. Il cinghiale come ogni altra specie si sono gradualmente adattati, chi in maniera più semplice e chi con estrema difficoltà. I cinghiali del 1968 avevano ritmi biologici decisamente differenti da quelli moderni. E’ palese.

  5. novembre 4, 2016 alle 3:47 pm

    articolo interessantissimo…..grazie

  6. novembre 6, 2016 alle 12:06 pm

    da Padova News, 6 novembre 2016
    Emergenza cinghiali nel Parco dei Colli: la proposta di un Piano alternativo agli abbattimenti: http://www.padovanews.it/2016/11/06/emergenza-cinghiali-nel-parco-dei-colli-la-proposta-un-piano-alternativo-agli-abbattimenti/

    __________________

    da Ecopolis, 3 novembre 2016
    Emergenza cinghiali nel Parco dei Colli: la proposta di un Piano alternativo agli abbattimenti: http://ecopolis.legambientepadova.it/?p=13062

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