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Dare di più o togliere di meno? I miglioramenti ambientali a fini faunistici.


Tortore dal collare (Streptopelia decaocto) fra i Girasoli

Tortore dal collare (Streptopelia decaocto) fra i Girasoli

La presenza di una grande varietà di specie animali selvatiche in un territorio, tanto più se i popolamenti sono abbondanti e ben strutturati per classi d’età, ci dice che siamo in presenza di una buona qualità ambientale, anche per l’uomo.

Negli ultimi decenni gli agro-ecosistemi del Veneto sono stati pesantemente semplificati e banalizzati: oggi si coltivano poche specie (perlopiù colture sarchiate come mais, soia, barbabietola, ecc.) e le superfici destinate a foraggere (graminacee e leguminose) sono state molto ridotte.

Non sono solo i racconti dei nonni a non tornare ai nipoti (dove sono finiti tutti gli animali di cui ci parlavano?), ma sono le stesse indagini scientifiche che stanno registrando uno sconcertante declino, ad esempio delle specie di uccelli legate agli ambienti agricoli, i cui trend definiscono il Farmland Bird Index (FBI).

Il progetto MITO2000 (Monitoraggio ITaliano Ornitologico) è un programma di monitoraggio dell’avifauna nidificante che ha il principale obiettivo di fornire indicazioni sugli andamenti di popolazione nel tempo e di calcolare indicatori aggregati, tra cui il Farmland Bird Index per l’appunto.

Nel “solo” periodo 2000-2014, l’andamento del Farmland Bird Index nel Veneto è risultato il seguente:

FBI 2000-2014

Il grafico è tratto dallo studio “Rete Rurale Nazionale & LIPU (2015). Veneto – Farmland Bird Index, Woodland Bird Index e andamenti di popolazione delle specie 2000-2014.”[1] Le linee nere tratteggiate rappresentano l’intervallo di confidenza al 95% che, per semplificare, diciamo che ha a che vedere con l’errore standard. Quello che ci interessa è la linea rossa in grafico:

“L’andamento decrescente dell’indicatore è dovuto all’elevata frequenza di specie in declino: si tratta di 14 specie (8 in declino moderato e 6 in declino forte) che costituiscono oltre il 50% delle specie utilizzate per il calcolo del Farmland Bird Index e che sono più del doppio rispetto a quelle in incremento (5 in incremento moderato, 1 in incremento forte).

Il territorio veneto è rappresentato in gran parte dalla fascia planiziale e, come è ormai stato messo in evidenza da diversi anni, il comprensorio padano è il settore nazionale in cui lo stato di conservazione delle specie agricole desta le maggiori preoccupazioni.

Le aree planiziali sono sovente in gran parte escluse dai principali network delle aree protette (parchi nazionali e regionali, Rete Natura 2000). Anche in Veneto le principali aree protette interessano le fasce collinare e montana e le aree umide. Nelle strategie di conservazione dell’avifauna agricola potrebbero giocare dunque un ruolo importante le azioni dedicate alla tutela della biodiversità all’interno del programma di sviluppo rurale, ad iniziare da una tutela/recupero dei prati permanenti (gestiti con modalità di sfalcio favorevoli agli uccelli) per continuare con un incremento degli elementi tipici del paesaggio agrario tradizionale (siepi, filari, ecc.) e una riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari. Su una corretta ed efficace implementazione di tali azioni dovrebbero dunque concentrarsi gli sforzi di tutti i soggetti, istituzionali e privati, deputati alla tutela della biodiversità nel contesto regionale.”

Per facilitare ulteriormente la comprensione, i redattori dello studio veneto hanno inserito un istogramma: la figura sottostante mostra la suddivisione delle specie di avifauna in habitat agricolo secondo le tendenze in atto considerando i dati analizzati relativi ai periodi 2000-2013 e 2000-2014.

uccelli ambienti agricoli 2000-2014

Tutto ciò solo per quanto riguarda il periodo 2000-2014 e solo relativamente ad alcune specie ornitiche: quanti altri animali (anfibi, rettili, insetti, molluschi, pesci, ecc.) abbiamo perso con l’avvento della monocoltura? E quante specie botaniche? Quanta microflora e quanta microfauna? Chi è in grado di stabilire esattamente quanti e quali animali e piante abbiamo cancellato dalla sola faccia del Veneto, diciamo anche solo dagli anni ’60 ad oggi? Nessuno lo sa.

“Il ritorno alle rotazioni e la prevalenza in queste delle essenze foraggere, delle leguminose e dei cereali autunno-vernini consente un sostanziale miglioramento dell’agro-ecosistema per la fauna selvatica. La scelta del tipo di colture e del tipo di avvicendamenti da realizzare nell’ambito delle rotazioni dovrebbe basarsi anche sul tipo di lavorazione del terreno che si intende realizzare. Le tecniche di minima lavorazione del terreno (vedi tabella NdR) consentono infatti di migliorare gli effetti positivi delle rotazioni sull’ambiente e sulla fauna selvatica (National Research Council, 1989).”[2] Scriveva così l’ISPRA già 22 anni fa. Nel frattempo la situazione è di molto peggiorata e gli appelli alla responsabilità sono stati ignorati.

Scopriamo così di essere nelle mani di produttori agricoli e di amministratori pubblici.

campo di mais

campo di mais

Ma soprattutto è la fauna selvatica ad essere in loro potere, dovendo sottostare alle loro decisioni e alla loro volontà. E gli animali selvatici sono visti dalla stragrande maggioranza degli imprenditori agricoli veneti nient’altro che come una fonte di danno diretto o indiretto per le produzioni agricole.

Così la pensa anche la maggioranza del Consiglio Regionale del Veneto.

È vero, ciascuno di noi è un consumatore e può influire, seppur singolarmente in infinitesima parte, sul mercato della domanda e dell’offerta.

Ma, se la mettiamo così, quanti sono disposti a ridurre il consumo di latte vaccino, prodotti caseari e carne?

Mais e soia in Veneto hanno infatti come unica destinazione gli allevamenti intensivi che riforniscono i nostri ipermercati.

Il conto alla rovescia per gli animali selvatici è già cominciato, ma intanto domenica c’è stata la finale UEFA Euro 2016…peccato solo che non abbia giocato il Veneto…

Michele Favaron, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus – Veneto

 

colture erbacee di interesse per la fauna selvatica (1)

lavorazioni conservative del terreno

Tabelle tratte da: Genghini M., 1994 – I miglioramenti ambientali a fini faunistici. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 16. http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/documenti-tecnici/i-miglioramenti-ambientali-a-fini-faunistici.

 

campo di Loietto italico (foraggera), buono per la fauna selvatica

campo di Loietto italico (foraggera), buono per la fauna selvatica

 

monocoltura intensiva

monocoltura intensiva, impoverisce la biodiversità

 

Bombo (gen. Bombus) su Girasole

Bombo (gen. Bombus) su Girasole

 

fascia di Girasoli ai margini di un campo di Soia, utile per la presenza di insetti e avifauna selvatica

fascia di Girasoli ai margini di un campo di Soia, utile per la presenza di insetti e avifauna selvatica

 

__________________________

[1] Genghini M., 1994 – I miglioramenti ambientali a fini faunistici. Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, Documenti Tecnici, 16. http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/documenti-tecnici/i-miglioramenti-ambientali-a-fini-faunistici

[2] http://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/15032

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  1. Riccardo Pusceddu
    luglio 13, 2016 alle 9:32 am

    Io sono per la Permacoltura, che e’ un tipo di agricoltura agli esatti antipodi della monocoltura, che fa uso delle dinamiche naturali degli ecosistemi per riprodurli con specie utili all’uomo, evitando cosi gli squilibri e le esplosioni demografiche di specie dannose dell’agricoltura monoculturale, che rendono necessari i fertilizzanti e i pesticidi.

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