Sui Corvidi…raccontiamola giusta!


Due Carrare, scheletro di Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Due Carrare, scheletro di Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Dodicimila euro di qua, altri quattromila euro di là… fucili, gabbie e “coadiutori”… e decine di migliaia di Corvidi ammazzati https://www.youtube.com/watch?v=72bPo8Li0pY.

Che cornacchie, gazze e ghiandaie fossero antipatiche alla Provincia di Padova e alla Regione Veneto ben si sapeva, ma questa volta qualcuno l’ha combinata grossa!

Arrivano dal Comune di Due Carrare (PD) foto di scapole, clavicola, vertebre, sinsacro e cranio di un uccello. Sfortunatamente però non si tratta di un laboratorio di Anatomia comparata ma dello scheletro di una Gazza (Pica pica), prigioniera di una gabbia – trappola come quelle utilizzate dalla Polizia Provinciale, con tutta probabilità lasciata morire di sete, d’inedia o sotto il sole cocente.

La funzione della Gazza, il cui scheletro è stato rinvenuto al centro di una gabbia trappola di tipo Larsen collocata in mezzo ai campi, era quella di “richiamo vivo” per attirare nella trappola i conspecifici. Ma il suo carceriere deve essersene dimenticato… oops!

Le gabbie trappola di tipo Larsen e letter –box vengono utilizzate per la cattura dei Corvidi “dagli Agenti del Corpo di Polizia Provinciale o da personale munito di licenza di caccia autorizzato e coordinato dalla Polizia Provinciale” (determinazione dirigenziale della Provincia di Padova n. di reg. 158 del 21 gennaio 2009 ).  Si da il caso però, che il reato di maltrattamento con circostanza aggravante di uccisione di animale, Art. 544-ter della Legge 20 luglio 2004, n. 189, valga per tutti, comprese quelle stesse persone che sono deputate a vigilare sull’osservanza della L. 189/2004.

Qualora invece si fosse trattato di impiego non autorizzato della gabbia da parte di persone purtroppo sconosciute, sussisterebbero i reati di uccellagione (violazione Art. 3 L. 157/92) e di detenzione illegale di trappole per la fauna selvatica (Art. 4 co. 11 L.R. 50/93).

Tuttavia risulta ora purtroppo impossibile risalire al responsabile dell’accaduto e la gabbia con lo scheletro all’interno è stata fatta sparire da ignoti al primo sospetto.

Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Ma c’è di più!       L’Art. 21 lett. p) della L. 157/92 vieta di “usare  richiami  vivi,  al  di   fuori   dei   casi   previsti dall’articolo 5”. E l’Art. 5 parla di “esercizio venatorio da appostamento”. Quindi nulla che, secondo le norme, abbia a che fare con il “controllo numerico della fauna selvatica”. In pratica è in dubbio la stessa liceità di quanto operato dalla Provincia di Padova, dalla Polizia Provinciale e dai loro “coadiutori”! Argomento quest’ultimo che verrà esaminato dai nostri Avvocati.

Una storia davvero torbida quella del “controllo numerico delle specie gazza e cornacchia”, cominciando dal fatto che le gazze e le cornacchie chiuse all’interno delle gabbie – trappola, a far da richiamo, vengono sempre scoperte senza anello identificativo inamovibile obbligatorio, fatto che costituisce una violazione dell’Art. 5 co. 7 della Legge 11 febbraio 1992 n.157: “E’ vietato l’uso di richiami che non siano identificabili mediante anello inamovibile, numerato secondo le norme regionali che disciplinano anche la procedura in materia.”. Da dove arrivano dunque questi “richiami”? Chi, dove e a che titolo li può catturare per poi prenderne possesso e ingabbiarli?

Di scemenze sui Corvidi se ne sentono e se ne leggono tante, ad esempio che corvi, tortore e merli, essendo specie protette, si moltiplicano, come ha spiegato Paolo Minella, responsabile del settore ortofrutta di Coldiretti Padova, al Gazzettino di Padova.

Tra tutte le specie che poteva scegliere, Minella ha scelto proprio le tre specie più cacciabili in assoluto, perfino in preapertura e durante il posticipo del “prelievo venatorio”, come si usa dire per dolcificare il tutto.

Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Gazza (Pica pica) in una gabbia da richiamo (ott. 2015)

Il controllo di gazze, cornacchie e ghiandaie dovrebbe essere affidato al riequilibrio degli ambienti, favorendo la presenza di loro antagonisti. La loro uccisione non fa altro che indurre la migrazione di tali specie da altri ambienti vicini, come avviene puntualmente.

L’abbondante presenza di Corvidi (nota bene: per colorazione, lentezza e dimensioni richiamano molto l’attenzione) andrebbe  invece considerata come un avvertimento per gli ominidi che sottovalutano molto gli effetti della semplificazione ecosistemica, ovvero la devastante riduzione di complessità ambientale – relazionale  proprio a causa dell’uomo.

Presenza di discariche (siti da cui poi i Corvidi, in special modo la Cornacchia grigia, diffondono sul territorio) e gravi diminuzioni di densità dei predatori naturali dei Corvidi, come il Falco pellegrino, l’Astore, la Poiana, lo Sparviere e la Volpe (specie cacciabile e oggetto di sterminio in tutto il Veneto) hanno compromesso gli equilibri ambientali.

Tuttavia i sopracitati predatori, unitamente a Gufo comune, Gheppio, Lodolaio e in parte anche l’Allocco stanno faticosamente resistendo alla pressione antropica proprio grazie alla disponibilità dei robusti nidi dei Corvidi, costruiti con rampi, rametti e con cupola (i Rapaci notturni e i veri Falchi non costruiscono il nido).

Ma allora, qual è il senso di sterminare i Corvidi?

Sull’albo pretorio on-line della Provincia di Padova, in una nota introduttiva alla determinazione riguardante il “Piano di controllo delle specie gazza e cornacchia” si legge, senza troppi giri di parole, che gazze e cornacchie vengono uccise per “limitare i danni causati ai nidi di galliformi e alle giovani lepri”. Fagiani e lepri quindi! Guarda caso le due specie tanto agognate dai cacciatori padovani.

Infatti, essendo i Corvidi onnivori, possono predare anche uova, pullus e juvenes di altri animali selvatici, tra cui piccoli di lepre e fagiano, con il rischio di sottrarre potenziali vittime ai cacciatori.

Ecco svelato il mistero! Ma i danni alle coltivazioni?

Veneto, rapporto ambientale V.A.S. del Piano faunistico venatorio regionale 2014–2019 - danni a produzioni agricole

Veneto, rapporto ambientale V.A.S. del Piano faunistico venatorio regionale 2014–2019 – danni a produzioni agricole

Nel rapporto ambientale sulla valutazione ambientale strategica (VAS) funzionale al Piano faunistico venatorio regionale 2014 – 2019, a pagina 103, c’è l’istogramma dei danni alle attività agricole causati dalla fauna selvatica con l’incidenza delle diverse specie nel totale dei danni suddivisi per provincia (somma degli importi periziati in € negli anni 2006 – 2010).

Stando a questo istogramma sembrerebbe che l’ammontare dei danni alle produzioni agricole causati dai Corvidi sia del tutto equivalente all’ammontare dei danni economici causati dai Fasianidi. Non solo, il primato dei danni spetterebbe addirittura alle lepri. Fagiani e lepri di allevamento o catturate chissà dove che vengono costantemente immessi nel territorio come “ripopolamento faunistico” o animali pronta – caccia (liberati il giorno prima, fucilati il giorno dopo: che soddisfazione!)

Ma allora, quale diavolo sarebbe il criterio usato dalla Provincia di Padova per stabilire che i Corvidi devono essere sterminati, mentre lepri e fagiani devono essere costantemente re-immessi a decine e centinaia di migliaia?

Una sola risposta: solo ed esclusivamente in favore dei cacciatori.

Ma allora, vuoi vedere che il “controllo numerico” andrebbe fatto sugli uomini invece che sui Corvidi?

Enpa – Padova         Gruppo d’Intervento Giuridico – Veneto     Coordinamento Protezionista PD

campagna veneta

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(foto M.F., archivio GrIG)

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  1. M.A.
    ottobre 26, 2015 alle 1:26 pm

    Non mi trovi d’accordo Grig. Il controllo dei corvidi dev’essere fatto senza se e senza ma, ed appoggiato politicamente anche dai cosiddetti “verdi”. Chi mastica ecologismo sa che è semplicistico puntare il dito contro le “discariche”. I corvidi creano danni, come ben detto da voi, al patrimonio faunistico, alle colture. Inoltre nutrendosi di carcasse (anche quelle infette!) ed essendo molto numerosi, possono essere un importante veicolo di malattie, ad esempio in Sardegna, come la peste suina africana. La cornacchia grigia in Sardegna fino a vent’anni fa trovava il suo habitat ideale dall’alto Oristanese in su. Dal Medio Campidano in giù gli incontri erano sporadici. La densità odierna raggiunge dimensioni a dir poco allarmanti in gran parte dell’isola. Perché? A mio avviso il problema principale è dato dallo stravolgimento ambientale degli anni ottanta-novanta del paesaggio agrario. Il sostituire la vecchia macchia mediterranea utilizzata come confine (dove le cornacchie non potevano creare nidi) con le piante di eucaliptus, ad alto fusto, piantate selvaggiamente ed utilizzate come frangivento, riserva di legname etc etc..ha creato l’habitat ideale per la nidificazione e la proliferazione di quest’animale. I boschetti di eucaliptus che si scorgono ormai tra un campo e l’altro, nel paesaggio agrario sardo, sono un paradiso per i corvidi e le numerose Aziende, con numerosissimi capi di bestiame (che offrono cibo ai corvidi sotto forma di feci delle pecore parzialmente digerite che contengono semenze, carne di carcasse morte, placente delle pecore, o gli occhi delicati e il cervello dei piccoli agnelli), senza considerare gli orti (meloni, angurie etc) offrono una grandissima disponibilità di cibo. La cornacchia grigia in Sardegna rappresenta un problema emergente a cui bisogna trovare una soluzione per ripristinare gli equilibri degli ecosistemi, per i danni causati alle colture e per i problemi di carattere sanitario. Sfido uno di voi ad accusare i cacciatori di “ripopolamenti clandestini”. Soluzioni?

    • ottobre 26, 2015 alle 3:47 pm

      l’articolo parla del Veneto, comunque. Il “problema”, in ogni caso, andrebbe affrontato dalle origini. Altrimenti qualsiasi soluzione sarebbe temporanea.

      • M.A.
        ottobre 26, 2015 alle 5:14 pm

        Per trovare soluzioni durature bisognerebbe modificare nuovamente il paesaggio agrario in aggiunta ad un piano contenitivo triennale. Obbligare i proprietari dei fondi a sostiurire l’eucaliptus con la macchia mediterranea, e gli alberi di questa specie utilizzati come frangivento, sostituti dalla vecchie fichi d’India; ciò farebbe si che il corvide, non avendo alberi su cui creare dormitori e nidi, pian piano ritorni nel suo habitat naturale (altopiano di Abbasanta). La cornacchia è un animale estremamente astuto e perciò difficile da cacciare, specialmente in luoghi dove questi “boschi” abbondano. Ma sappiamo bene che tra dire il fare…

  2. davide
    ottobre 26, 2015 alle 11:24 pm

    Ma chi scrive questi articoli conosce il calendario venatorio? Da quando merli e tortore sono specie non cacciabili?

    Forse volevate scrivere tortore dal collare?!
    Forse intendevate anche merli..indiani?!

    • ottobre 26, 2015 alle 11:58 pm

      prova a leggere bene. L’ha dichiarato al Gazzettino di Padova Paolo Minella, responsabile del settore ortofrutta della Coldiretti di Padova, non noi.

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