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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronuncia a favore del diritto a “respirare aria pulita”!


fumi industriali

 

Federico Esu è un giovane laureato in giurisprudenza con un master in diritto internazionale presso l’University College London, una precedente collaborazione con la cattedra di Diritto internazionale dell’Università degli Studi di Cagliari e un attuale dottorato di ricerca presso la Erasmus School of Law, Erasmus University Rotterdam.

Questa volta ci invia un interessante commento alla recentissima sentenza emanata dalla Corte di Giustizia europea in tema di inquinamento e di qualità dell’aria.

Lo pubblichiamo molto volentieri.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha pubblicato la sua sentenza sul caso C404/13: The Queen, on the application of ClientEarth v The Secretary of State for the Environment, Food and Rural Affairs[1]. Il caso faceva riferimento alla Direttiva 2008/50/CE riguardante la qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa.[2]

L’1 maggio 2013 la Corte Suprema del Regno Unito dichiarò che il governo Britannico non stava rispettando il suo dovere di proteggere i cittadini dagli effetti dannosi dell’inquinamento atmosferico. Gli avvocati di Client Earth (un’organizzazione non-governativa ambientalista) avevano avviato il procedimento nel 2011 e, dopo una serie di pronunce emanate da organi di giurisdizione di grado inferiore, ha portato il caso a livello europeo, consentendo alla Commissione Europea di agire nei confronti del Regno Unito. Il caso avviato da Client Earth riguarda sedici città e regioni (tra cui Londra, Manchester, Birmingham e Glasgow) i cui cittadini rischiano di pagare le conseguenze derivanti da emissioni di biossido di azoto (NO2) sopra la soglia consentita. Conseguenze che potrebbero protrarsi addirittura fino al 2020 o 2025. La Corte Suprema del Regno Unito ha ammesso le richieste da Client Earth e ha dichiarato il Regno Unito colpevole di aver violato l’art. 13 della Direttiva Europea 2008/50/CE. A detta della Corte, l’ordine sancito nella Direttiva attestava formalmente la posizione legale assunta dagli stati membri ed era chiara circa la sua diretta applicabilità sia a livello nazionale che a livello Europeo.

Piombino, impianti industriali

Piombino, impianti industriali

Il dieci luglio 2014, il caso era stato portato davanti alla Corte di Giustizia dell’UE, in Lussemburgo. I legali di Client Earth e della Commissione Europea hanno riportato alla Corte che i piani attuati dal Governo Britannico non sarebbero stati in grado di limitare le emissioni di biossido di azoto nelle città di Londra, Birmingham e Leeds, se non dopo il 2030. Ciò significa che i primi effetti si sarebbero intravisti soltanto vent’ anni dopo il termine vincolante originariamente imposto a livello Europeo e ben cinque anni dopo rispetto a quanto dichiarato nelle precedenti fasi del giudizio.

L’appena pubblicata (19 novembre 2014) pronuncia di condanna della Corte di Giustizia dell’UE nei confronti del Regno Unito produrrà effetti vincolanti per tutti gli organi giudicanti britannici e quelli degli altri vent’otto stati membri. La Corte ha rilevato come i valori limite per le emissioni di NO2 dovevano essere rispettati sin dall’1 gennaio 2010, salvo l’eccezione valida per quegli stati membri che avessero chiesto una proroga di ulteriori cinque anni. Gli stati erano dunque obbligati a sviluppare dei piani sulla qualità dell’aria, contenenti misure efficaci per garantirei il pieno raggiungimento di tali obiettivi nel più breve tempo possibile. Dalla sentenza consegue inoltre che gli organi giudicanti di ciascuno stato dovranno richiedere alle autorità nazionali l’applicazione di qualsiasi misura necessaria a tal fine.

Come si può leggere dalla sentenza pubblicata online[3], la Corte ha deciso che:

  • I valori limite per le emissioni di NO2 costituiscono “un obbligo assoluto per raggiungere risultati concreti”. Ad esempio, devono essere raggiunti per proteggere la salute pubblica, a prescindere da altri fattori. Il differimento delle scadenze prefissate è consentito solo qualora sussistano “seri problemi di adattamento” per uno stato membro;
  • Gli stati membri possono ritardare le procedure di adattamento ai valori limite di NO2 oltre l’1 gennaio 2010 solo qualora abbiano presentato un piano che dimostri il pieno raggiungimento dei valori limite non oltre il 1 dicembre 2015. Il Regno Unito non ha rispettato tale obbligo per ben 16 delle 43 aree coinvolte;
  • I cittadini di ciascuno stato membro possano chiedere tutela giurisdizionale in caso di sospette violazioni;
  • Le costi nazionali devono prendere “tutte le misure necessarie…in modo che le autorità competenti (nel caso del Regno Unito la Defra[4]) preparino dei programmi in conformità a quanto richiesto dalla Direttiva al fine di garantire, soprattutto, che il periodo durante il quale i valori eccedono i limiti consentiti sia il più breve possibile”;
  • Il semplice porre in essere tali piani non significa che lo stato membro interessato ha pienamente adempiuto all’obbligo su di esso gravante in forza della Direttiva. Il piano attuato da Defra mostra come Londra, Birmingham e Leeds superino i limiti di NO2 consenti fino al 2030.

Federico Esu

 

 

stemma Corte di Giustizia europea

 

_______________________________________________

[1] http://cleanair.london/legal/massive-win-for-clientearth-on-all-counts-in-landmark-air-pollution-case/#sthash.lNQSLRWZ.dpuf

[2] http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:152:0001:0044:EN:PDF#sthash.lNQSLRWZ.dpuf

[3] http://curia.europa.eu/juris/document/document_print.jsf?doclang=EN&te

[4] Department of Environment, Food and Rural Affairs https://www.gov.uk/government/organisations/department-for-environment-food-rural-affairs

 

(foto A.N.S.A., da mailing list ecologista)

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