Becera ignoranza al potere.


Stagno e nuvole (foto di Cristina Verazza)

Stagno e nuvole (foto di Cristina Verazza)

La VII Commissione permanente “cultura” della Camera dei Deputati ha recentemente (25 giugno 2014) approvato un emendamento (vds. pag. 204) proposto dalla maggioranza governativa (on.li Maria Coscia ed Emma Petitti, P.D.) che punta di fatto al commissariamento dell’attività di vigilanza e controllo svolta dalle Soprintendenze (gli organi periferici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali).

Si tratta di un vomitevole mostro giuridico creato dalle eccelse e non disinteressate menti dei deputati della Commissione “cultura” (tutti, vista l’assenza di alcuna contestazione) con la scusa di “assicurare l’imparzialità” e con l’inconfessabile fine di spazzar via all’occorrenza i già deboli argini a difesa dei beni paesaggistici e culturali.

Disposizioni di tale tenore olezzano di incostituzionalità per contrasto con gli obblighi della Repubblica di tutela del paesaggio/ambiente (artt. 9, 117 cost.), ribaditi dalla giurisprudenza costituzionale.  E il quadro normativo in tema di tutela del paesaggio/ambiente costituisce valore primario dell’ordinamento.

Firenze, veduta panoramica

Firenze, veduta panoramica

Resta, purtroppo, una triste sentìna istituzionale di ignoranza.

Viviamo nel Bel Paese, risorsa fondamentale anche sul piano turistico, siamo circondati da straordinari valori ambientali e storico-culturali: cari deputati, studiate e imparate, una buona volta!

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

 

anatre_in_voloqui trovate i componenti della VII Commissione permanente “cultura” della Camera dei Deputati

 

 

Firenze, allestimento della Maison Pucci sul Battistero

Firenze, allestimento della Maison Pucci sul Battistero

 

da Il Manifesto, 4 luglio 2014

Soprintendenze, il parere a giudizio. (Paolo Berdini)

Beni culturaliI nulla osta o i veti di tutela saranno valutati da una apposita Commissione di garanzia. La Commissione cultura della Camera approva l’emendamento, un mostro giuridico con la scusa di «assicurare l’imparzialità» e «contenere la discrezionalità».

La com­mis­sione Cul­tura della Camera dei depu­tati ha appro­vato un emen­da­mento della mag­gio­ranza che di fatto can­cella il ruolo delle Soprin­ten­denze in mate­ria di tutela del pae­sag­gio e dei beni cul­tu­rali. Si legge nell’emendamento che verrà isti­tuita una com­mis­sione di rie­same dei pareri di tutela espressi dai soprintendenti. La com­mis­sione lavo­rava alla con­ver­sione del decreto legge n. 83 del 31 mag­gio 2014, misure per la sem­pli­fi­ca­zione e la tra­spa­renza, l’imparzialità e il buon anda­mento dei pareri in mate­ria di beni cul­tu­rali e pae­si­stici. L’emendamento all’articolo 12 recita che «al fine di assi­cu­rare l’imparzialità… I pareri di nulla osta pos­sono essere rie­sa­mi­nati d’ufficio… da appo­site com­mis­sioni…». Un ine­dito mostro giuridico.

Papaveri

Papaveri (foto Cristiana Verazza)

Nel suo illu­mi­nante arti­colo sulla deriva mer­ca­ti­sta nel campo dei beni cul­tu­rali apparso ieri su que­ste pagine, Adriano Pro­speri citava lo scan­dalo del bat­ti­stero di Firenze affit­tato alla mai­son Emi­lio Pucci. E pro­prio da Firenze è par­tito il virus che rischia di can­cel­lare le ragioni della tutela che, come è noto a tutti meno che agli esten­sori dell’emendamento, è iscritta nei prin­cipi della nostra Costituzione.

È nel capo­luogo toscano infatti che l’allora sin­daco Mat­teo Renzi ingag­giò un brac­cio di ferro con il soprin­ten­dente reo di aver negato l’uso di Ponte Vec­chio per una serata di gala della Fer­rari. Il ponte è un bene cul­tu­rale e per­ciò stesso, patri­mo­nio di tutta la col­let­ti­vità: un luogo ina­datto a far svol­gere una festa pri­vata. Apriti cielo. Renzi fece svol­gere lo stesso la festa. Anche Igna­zio Marino ha can­cel­lato il pre­scritto parere nega­tivo della soprin­ten­denza per far svol­gere il con­certo dei Rol­ling Sto­nes al Circo Mas­simo, nel cuore della città. Anche lui fece appello al rischio del tra­collo eco­no­mico del paese.

Poveri repli­canti del ben più inci­sivo pre­si­dente di Con­fin­du­stria. Pochi giorni fa Squinzi ha tuo­nato con­tro la «buro­cra­zia rea di sabo­tare la ripresa dell’Italia». Niente meno. Detto fatto, dall’ufficio studi di viale dell’Astronomia deve essere stato fatto reca­pi­tare l’emendamento che la mag­gio­ranza ha votato senza fia­tare e senza capire. Squinzi dirige un’azienda che ha pra­ti­cato la strada dell’innovazione di pro­dotto. Non può essere dun­que accu­sato di appar­te­nere alla classe diri­gente che da decenni lucra sui ritardi strut­tu­rali dell’Italia. Ma sicu­ra­mente cono­sce molti suoi asso­ciati che non inve­stono un euro e vivono di ren­dita finan­zia­ria e immo­bi­liare, le vere pato­lo­gie che sof­fo­cano l’Italia.

Roma, Colonna Traiana e Chiesa del SS. Nome di Maria al Foro Traiano

Roma, Colonna Traiana e Chiesa del SS. Nome di Maria al Foro Traiano

E la dimo­stra­zione più solare sui motivi veri che cau­sano il declino del paese viene pro­prio da uno dei tanti annunci del pre­mier Renzi. Come si ricor­derà, appena un mese fa aveva tuo­nato con­tro i ritardi nella rea­liz­za­zione delle opere pub­bli­che chie­dendo ai sin­daci di inviar­gli l’elenco delle opere che avrebbe inse­rito nello «Sblocca Ita­lia». Il prov­ve­di­mento ritarda per­ché l’elenco delle opere finora per­ve­nuto è un cla­mo­roso atto d’accusa con­tro la classe poli­tica di cui Renzi fa parte. Solo alcuni esempi. Marino lamenta il man­cato com­ple­ta­mento del palazzo del nuoto di Cala­trava. Costerà un miliardo per com­ple­tarlo ma non è stato deciso dai buro­crati, bensì da uno dai sin­daci onni­po­tenti (Vel­troni) che pen­sa­vano di met­tersi un fiore all’occhiello con i soldi di tutti. Ancora. La metro «C» di Roma: uno scem­pio senza fine che ha tra­volto tutti i pareri di tutela e sper­pe­rato miliardi di euro. Da Peru­gia si chiede il com­ple­ta­mento della qua­dri­la­tero Umbria-Marche un’opera pub­blica che ha deva­stato l’Appennino e che è ferma non per le tutele, ma per­ché hanno pro­sciu­gato irre­spon­sa­bil­mente le risorse. Si aspetta la segna­la­zione del Mose e della deva­sta­zione del lun­go­mare di Salerno in atto per volontà del sindaco.

L’elenco dell’incapacità ammi­ni­stra­tiva della poli­tica potrebbe con­ti­nuare. Per nascon­derle è par­tita l’offensiva con­tro l’untore. Prima era la magi­stra­tura, oggi la tutela del pae­sag­gio. Ma per quanto arro­ganti e dotati di una coper­tura media­tica che nep­pure Ber­lu­sconi poteva van­tare, per­de­ranno la par­tita. La tutela è san­cita dalla Costi­tu­zione e non sarà la van­dea dell’ignoranza a scardinarla.

 

 

quattro spighe nel campo di grano

quattro spighe nel campo di grano (foto di Cristiana Verazza)

 

(foto da Il Manifesto, Cristiana Verazza, E.R., S.D., archivio GrIG)

  1. luglio 19, 2014 alle 7:05 pm

    Ok, ma di converso, stiamo attenti a non diventare vittime dall’irrazionale e altrettanto ignorante burocrazia di certi Enti.

  2. Carlo Poddi
    luglio 19, 2014 alle 7:59 pm

    Non potevo aspettarmi niente di meglio o peggio che dir si voglia….
    Poveri noi……
    Ad ogni buona notizia ne segue subito una che ci (vi) invita a non abbassare mai la giardia visto la banda di lestofanti che ci amministra…..
    Avevo colto con piacere il rimandare ai mittenti lo scellerato nuovo editto delle chiudende..che ora mi si prospetta il bel paese si mercificato ma solo in termini di esclusività come anche il nostro premier rottamatore aveva già fatto con la festa della Ferrari a Ponte Vecchio…. Cerchiamo di stare attenti tutti che le cose piovono da tutte le parti….

  3. luglio 20, 2014 alle 10:11 am

    da Eddyburg, 18 luglio 2014
    La valorizzazione? Non è un punto ristoro. (Paolo Berdini) su Il Manifesto, 18 luglio 2014

    «Beni culturali. La riforma del Mibact presentata da Dario Franceschini mette a rischio la tutela del paesaggio e sfiducia gli organi decentrati dello Stato, quelli che presidiano il territorio». (http://www.eddyburg.it/2014/07/la-valorizzazione-non-e-un-punto-ristoro.html)

    Il mini­stro Fran­ce­schini è vis­suto a Fer­rara e cono­sce ciò che quella mera­vi­gliosa città ha saputo costruire: un mira­bile equi­li­brio tra la bel­lezza urbana e il pae­sag­gio. Lo affermo per­ché rimasi col­pito di una sua dichia­ra­zione nel novem­bre 2012 in occa­sione della morte del grande Paolo Ravenna. Soste­neva Fran­ce­schini che a lui si doveva molto del rispetto della cul­tura dei luo­ghi, dalle mura al parco agri­colo che le cinge. A leg­gere le parti salienti del pro­getto di riforma del Mibac viene da pen­sare che siano state quelle parole vane, come sem­pre più spesso ci abi­tua una poli­tica che vive di slo­gan. Ma forse, nes­suno poteva aspet­tarsi – e dun­que nep­pure il mini­stro – che il Pre­si­dente del con­si­glio avrebbe ini­ziato a costruire il suo pro­filo isti­tu­zio­nale pro­prio riem­piendo di con­tu­me­lie i «pro­fes­so­roni» e attac­cando buro­crati e Soprin­ten­denze di Stato. Solo dei grigi buro­crati come i soprin­ten­denti, appunto, non capi­scono che il futuro dell’Italia è nella messa a red­dito del nostro petro­lio, e cioè lo straor­di­na­rio patri­mo­nio cul­tu­rale che ci fa un caso unico nella sto­ria della cul­tura mon­diale. Un atteg­gia­mento cul­tu­rale che è l’esatto con­tra­rio dell’impegno di una vita di uomini come Paolo Ravenna o, sem­pre per restare a Fer­rara, di Gior­gio Bas­sani.

    Sarà un caso, ma pro­prio due giorni prima la pre­sen­ta­zione del pro­getto di riforma tutto cen­trato sulla valo­riz­za­zione, è stato reso pub­blico uno stu­dio della Società Auto­strade per l’Italia che si occupa niente meno dello svi­luppo turi­stico e cul­tu­rale del parco dell’Appia antica di Roma. Tra le tante perle con­te­nute in quel docu­mento — tutte elen­cate in un ottimo documento-appello dell’associazione Bian­chi Ban­di­nelli- c’è anche scritto che in alcuni luo­ghi si sareb­bero creati dei punti di ven­dita ristoro con pro­dotti tipici in modo da risco­prire l’importanza del gran tour nella Roma del set­te­cento. È scritto pro­prio così e nes­sun soprin­ten­dente di Stato avrebbe mai imma­gi­nato una simile genia­lità. Chissà cosa avrebbe scritto Anto­nio Cederna, una vita spesa per sal­va­guar­dare l’Appia antica. Que­sta fol­lia c’entra molto con il pro­getto di riforma di Fran­ce­schini. Il ruolo dei soprin­ten­denti diviene infatti mar­gi­nale e uno dei pila­stri che regge la riforma sta nel fatto che i più impor­tanti luo­ghi della cul­tura ita­liana potranno dive­nire spe­ciali e per ciò stesso affi­dati a mana­ger esterni all’amministrazione dello Stato. Tutti meno i soprin­ten­denti. Una vera osses­sione.

    E veniamo al nodo che riguarda il pae­sag­gio. Il mini­stro sa che nella discus­sione par­la­men­tare è stato inse­rito un comma all’articolo 12 in cui ven­gono isti­tuiti i «comi­tati di garan­zia per la revi­sione dei pareri pae­sag­gi­stici», una mostruo­sità giu­ri­dica –la messa sotto tutela mini­ste­riale del capil­lare lavoro degli organi decen­trati dello Stato- che signi­fica una sola cosa: la fine della tutela pae­sag­gi­stica del ter­ri­to­rio, que­stione con­te­nuta nei prin­cipi fon­da­men­tali della nostra Costi­tu­zione. E anche qui c’è una coin­ci­denza impor­tante. Il 4 luglio scorso la regione Toscana ha adot­tato il Piano pae­sag­gi­stico regio­nale, un ottimo stru­mento di tutela voluto dall’assessore Anna Mar­son e a cui ha par­te­ci­pato attra­verso intesa isti­tu­zio­nale il Mini­stero dei Beni cul­tu­rali. Forse chi ha pre­sen­tato l’emendamento voleva azze­rare per sem­pre l’azione regio­nale di tutela del ter­ri­tori ed è grave che Fran­ce­schini abbia accet­tato l’emendamento e non rista­bi­lito il cor­retto fun­zio­na­mento dello Stato. Molti par­la­men­tari e qual­che mini­stro hanno a cuore le beto­niere che hanno deva­stato l’Italia.

    Alcuni anni fa la Soprin­ten­denza del Lazio per tute­lare l’agro romano meri­dio­nale impose un vin­colo gene­rico. Ini­zia­rono lo stesso i lamenti che denun­zia­vano il «blocco» delle costru­zioni. Pos­siamo pro­porci di accom­pa­gnare que­sti par­la­men­tari e il mini­stro verso le cam­pa­gne del Divino Amore a Roma – luogo interno al vin­colo — e con­tare insieme il numero dei grandi quar­tieri che sta sor­gendo in aperta cam­pa­gna in una città che ha due­cen­to­mila abi­ta­zioni vuote Il pro­blema non sono i vin­coli o i soprin­ten­denti: sono il rispetto della sto­ria e della cul­tura che fanno grandi le nazioni e le città. Come la splen­dida Ferrara.

  4. Giovanni
    luglio 21, 2014 alle 7:37 am

    chiedo scusa anche se non in tema, chiedo se è possibile aprire un argomento sulla iniziativa del sindaco di Cagliari:

    SABBIA BIANCA – Il futuro è una spiaggia sempre più “bianca”, come una volta. “Anche durante i lavori – ha sottolineato Zedda – stiamo trovando e quindi recuperando la vecchia sabbia e la stiamo depositando nell’area dell’ippodromo”.

    Mi chiedo con che cosa viene lavata la sabbia perchè a me interessa il detersivo per usarlo per la biancheria, l’importante che non inquini. A voi risulta che tale deposito nell’area dell’ippodromo sia stato autorizzato e quale sabbia ci sta mettendo, da dove la sta prendendo ? E la vecchia sabbia quella non bianca dove la sta mettendo ?

    Chiedo scusa per l’intrusione in un argomento non pertinente. Grazie

  5. luglio 26, 2014 alle 5:39 pm

    da Il Corriere della Sera, 26 luglio 2014
    Beni culturali malvezzi italici. (Gian Antonio Stella) (http://www.corriere.it/cronache/14_luglio_26/beni-culturali-malvezzi-italici-4f990d76-1485-11e4-9885-7f95b7ef9983.shtml)

    «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che? Sovrintendente, sottintendente, mezzintendente…».

    Bastano queste parole sferzanti, scritte nel suo libro Stil novo, a riassumere l’opinione che Matteo Renzi ha di quella che chiama «casta delle sacerdotesse e dei sacerdoti delle sovrintendenze», visti come «persone in genere molto perbene, molto preparate, molto qualificate» però sorde all’idea che «la cultura dovrebbe essere il baluardo di una sfida identitaria. Ma anche una scommessa economica in grado di creare posti di lavoro, di far crescere la platea di utenti…». Insomma, più un intralcio talebano a ogni iniziativa dal vago odorino di «modernità» che una preziosa fonte di collaborazione sull’obiettivo di custodire con amore i tesori artistici e monumentali e insieme aprire il Paese, con giudizio, al boom del turismo mondiale. E ricavarne quelle risorse utili proprio per conservare, scavare, riparare, restaurare …

    Quanto abbia pesato questa sua allergia alla sacralità di tanti lacci e lacciuoli sullo stop alla riforma dei Beni culturali portata in Consiglio dei ministri da Dario Franceschini, riforma che non sarebbe sufficientemente netta nel limitare i «poteri di interdizione» dei funzionari delegati a tutelare il nostro patrimonio, non si sa. Né è chiaro se possa aver davvero pesato sul premier, come ammiccano gli antipatizzanti, l’impressione d’una riforma «non renziana» (come ha scritto tessendo qualche elogio Tomaso Montanari) e di un «eccesso d’autonomia» dello stesso Franceschini. Lui, si capisce, minimizza: è normale che quando si porta un progetto all’esame di un organo collegiale ci si prenda il tempo di parlarne insieme. Vedremo…

    Fatto sta che, dopo essere stato rinviato dal dicembre scorso ad oggi a causa della caduta del governo Letta e della rimozione di Bray quando il suo progetto era quasi pronto, il riordino dei Beni culturali imposto dalla spending review rischia ora, con l’accavallarsi di altre urgenze e altre risse e con l’incombere del Generale Agosto, di slittare all’autunno. Dopo di che, chissà…
    Guai, se accadesse. Sia gli uni sia gli altri, infatti, su un punto devono essere d’accordo: dopo rimaneggiamenti che non hanno portato a una maggiore efficienza della macchina ma al contrario ne hanno ulteriormente ingrippato i meccanismi, il ministero dei Beni culturali dev’essere assolutamente sistemato.

    Quello, per noi, è un ministero chiave. Con l’ingresso delle Langhe, abbiamo rafforzato la nostra leadership assoluta tra i Paesi con più siti protetti dall’Unesco. Il Mezzogiorno, col nuovo arrivo delle grandi processioni rituali, ne ha da solo 17. Quanti la Grecia, la nazione madre europea. Il doppio dell’Austria o dell’Argentina.
    È una fortuna, ma anche una responsabilità: non si tiene così Pompei, non si spreca così la Reggia di Caserta dai visitatori dimezzati, non si lasciano a terra per mesi le macerie del castello di Frinco. Essere i primi ci impone di trovare il modo di tenere insieme la bellezza, la piena e premurosa tutela di queste ricchezze e una corretta gestione anche economica di un’eredità che non può essere un peso ma deve essere anche una risorsa. Servono nuove professionalità? Nuove freschezze? Nuove idee? Avanti! Purché siamo d’accordo su una cosa: non siamo i «padroni» dei nostri tesori. Siamo solo i custodi. E l’obiettivo principale non può essere quello di fare cassa. Neppure con questi chiari di luna…

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