I capri espiatori delle incapacità umane.
Inquinamenti, continui furti di pesce da parte di bipedi umani, attività pubbliche distruttive, ma la colpa della diminuzione del pescato è dei Cormorani.
Il 92,9% degli incidenti stradali avvenuti nel 2023 (cioè 204.094 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone, ma la colpa è di Cervi sardi, Cinghiali, Daini, quando in realtà nel 2023 gli incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati solo 503, lo 0,2% del totale. In tutta Italia (dati 1 – ISTAT – Incidenti stradali in Italia e Matrici di collisione).
Non ci sono aggiornati monitoraggi sulle reali dimensioni dei danni all’agricoltura e alla pesca causati dagli altri animali, sistematicamente indennizzati (se reali).
Non ci sono puntuali accertamenti sulle responsabilità di immissioni illecite di Cinghiali a fini venatori, come accaduto recentemente sull’Isola di San Pietro.
Non si prende nemmeno atto che i Cinghiali aumentano nonostante l’incremento degli abbattimenti.
Avanti, continuiamo così, ammazzate il capro espiatorio.
Gruppo d’intervento Giuridico (GrIG) e Lega per l’Abolizione della Caccia – Sardegna
da La Nuova Sardegna, 15 marzo 2026
Marco Muzzeddu (Forestas): «Uccidere gli animali deve essere sempre l’extrema ratio». (Massimo Sechi)
Sassari I piani di abbattimento di animali selvatici: ieri i cinghiali, oggi i cormorani e domani forse i cervi. La gestione delle specie selvatiche nell’isola continua a dividere, così come spesso accade quando si devono contemperare esigenze diametralmente opposte: da un lato la necessità di limitare i danni a colture e prevenire situazioni di possibile pericolo per i cittadini, dall’altro la sopravvivenza di un essere vivente.
Una cosa è certa: ogni tipo di problema causato dagli animali selvatici ha un responsabile ben chiaro: l’uomo, proprio colui che poi diventa padrone del loro destino e che deve decidere quali soluzioni attuare. La domanda che viene spontanea è se non ci siano concrete alternativa all’uccisione degli animali. «Gli abbattimenti non vengono mai decisi a cuor leggero: sono quasi sempre l’ultimo strumento di gestione, necessario quando l’uomo ha già alterato habitat, equilibri e comportamento degli animali, fino a rendere insufficiente ogni altra misura». A spiegarlo è Marco Muzzeddu, veterinario di Forestas e direttore del Centro recupero fauna selvatica di Bonassai. Il punto, aggiunge, è che i sistemi di allontanamento non bastano sempre, e questo ad esempio vale per il caso dei cormorani a Cabras.
«Questi animali hanno una capacità di adattamento altissima. Dopo un po’ capiscono che non esiste un pericolo reale e tornano dove trovano cibo». È qui che entra in gioco l’abbattimento di alcuni soggetti, con una funzione anche dissuasiva. «Serve a far percepire che in quel luogo esiste un rischio». Ma senza nasconderne il limite: «Non risolve tutto, può anche spostare il problema da una zona all’altra». Muzzeddu però sposta subito l’attenzione su un punto decisivo: molte delle emergenze attribuite alla fauna selvatica sono in realtà il risultato di alterazioni prodotte dall’uomo.
Il caso più evidente è quello dei cinghiali che frequentano le aree periurbane. «Trovano cibo nei rifiuti e in alcuni casi vengono addirittura alimentati dalle persone». Il risultato è che l’animale cambia comportamento, perde la paura dell’uomo e finisce per stabilizzarsi ai margini o dentro i centri abitati. In ogni caso, dice, l’abbattimento deve restare l’extrema ratio. «In un piano gestionale è l’ultimo strumento, da usare quando gli altri interventi non producono risultati e quando una specie prende il sopravvento, altera gli ecosistemi e danneggia altra fauna». Anche in quel caso non si può intervenire senza criterio.
«Se si colpiscono gli adulti, soprattutto le femmine, i giovani possono entrare in attività riproduttiva prima del normale. Per questo gli abbattimenti devono essere selettivi, mirati per classe di età e sesso». Il ragionamento si allarga poi al cervo, soprattutto nel sud Sardegna, dove si registrano danni ai coltivi, ai boschi e un aumento degli incidenti stradali. Ma qui il quadro è più delicato perché si tratta di una specie particolarmente protetta. «Prima di qualunque eventuale intervento servirebbe effettuare censimenti capaci di dimostrare una consistenza tale da giustificare un possibile declassamento e solo dopo si potrebbe pensare a interventi selettivi». Tra le specie che preoccupano c’è anche la cornacchia, molto spesso indicata come causa di ingenti danni agricoli. In questo caso il controllo sulla specie avrebbe anche una seconda funzione: consentire verifiche sierologiche su patologie come influenza aviaria e West Nile. Poi c’è il capitolo delle specie aliene.
«Penso alle tartarughe acquatiche liberate nei laghi da chi non riusciva più a gestirle in acquario, alle nutrie e ai visoni arrivati dagli allevamenti da pelliccia e poi anche loro lasciati liberi». Anche qui il problema è concreto: sono infatti specie che alterano gli ecosistemi ed entrano in competizione con la fauna locale. Il passaggio più netto arriva sul piano etico. Per Muzzeddu, da veterinario, togliere la vita a un animale resta una sconfitta. Ma proprio per questo, sostiene, «prima ancora degli abbattimenti andrebbero chiamate in causa le responsabilità umane: dall’introduzione di specie non autoctone fino all’abitudine di nutrire gli animali selvatici». In fondo, il problema lo abbiamo creato noi.
«L’uomo e l’inquinamento rovinano lo stagno: lasciate in pace gli uccelli»..
Deliperi (Grig): «Valuteremo una segnalazione all’Ue».
«Se c’è una diminuzione del pescato negli stagni dell’oristanese, non è certamente dovuta ai cormorani. Le predazioni ci sono sempre state. I veri problemi sono la cattiva gestione, l’inquinamento, e l’alterazione degli ecosistemi». Stefano Deliperi parte da qui e sposta subito il focus della discussione. Per il presidente del Gruppo d’intervento giuridico, l’autorizzazione agli abbattimenti nella zona di Cabras non affronta le cause reali del problema. «La predazione dei cormorani è minima, non è così diffusa e così massiccia», i censimenti effettuati negli anni, a suo giudizio, non hanno mai restituito numeri tali da giustificare un vero piano di contenimento. Anche perché, osserva, le presenze non sono stabili e concentrate in un solo punto: gli uccelli si spostano tra diversi specchi d’acqua e la loro presenza varia nel corso della giornata e della stagione. Sulla decisione di dare il via libera agli abbattimenti dei cormorani a Cabras la reazione del Grig non si farà attendere:
«Vedremo nel dettaglio che cosa è stato approvato. Poi valuteremo, come già fatto in altri casi, una segnalazione alla Commissione europea per verificare se il provvedimento sia congruo oppure no». Il ragionamento poi si allarga ai piani di contenimento in generale, a cominciare da quelli che riguardano i cinghiali. Anche qui Deliperi invita a partire dai dati reali: «Bisognerebbe fare seri censimenti sui danni effettivi». E lo stesso vale per il tema degli incidenti stradali: «Ci poniamo il problema dei cinghiali, ma il 90% degli incidenti è dato dall’eccesso di velocità, dalla distrazione durante la guida». Ancora più netta la sua posizione sugli effetti delle uccisioni indiscriminate. «I cinghiali, nonostante le mattanze durante la stagione e i piani di contenimento, sono aumentati», osserva. La spiegazione sta nella struttura sociale del branco: eliminare la matriarca spezza gli equilibri e finisce per aumentare la riproduzione delle altre femmine. Per questo, conclude, la linea del Grig resta fermamente contraria agli abbattimenti. «Spesso questi piani servono solo a dare il segnale che qualcosa si sta facendo. Ma bisogna chiedersi quali risultati producano davvero, a quale costo e con quali effetti sull’ambiente. Altrimenti si prende di mira il bersaglio sbagliato».
(foto S.D., archivio GrIG)








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