I diritti di uso civico salvano l’ultimo grande bosco della Pianura Padana.


Trino Vercellese, Bosco delle Sorti della Partecipanza

Un bell’esempio di accorta gestione dei demani civici viene dal Piemonte,[1] dalla Partecipanza di Trino, che gestisce con cura il Bosco delle Sorti della Partecipanza, quasi 600 ettari di foresta planiziale con prevalenza di Querce e Pioppi e una ricca fauna in mezzo a un paesaggio dominato da secoli dalle risaie.

Nel 1202 Bonifacio Imarchese del Monferrato, concedette la proprietà collettiva del bosco (forse un bosco sacro in epoca pagana) a un nucleo di capi-famiglia, i Partecipanti iscritti nel Gran Libro (dal 1988 anche le donne possono ereditare i relativi diritti), coordinato da un Primo Conservatore.

Da allora, ogni 25 novembre si svolge l’assemblea che decide con sorteggio e secondo rotazione il taglio di una piccola parte (le sorti) del bosco.

Oggi i Partecipanti sono più di 1.200 e il bosco è anche un parco naturale regionale (legge regionale Piemonte n. 38/1991).

Ecco come si possono difendere e usufruire dei diritti d’uso civico delle collettività locali e salvaguardare il nostro ambiente.

bosco e girasoli

Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l’elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l’esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.
Gli elementi comuni a tutti i diritti di uso civico sono stati individuati in:
– esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
– titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
– fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
L’uso consente, quindi, il soddisfacimento di bisogni essenziali ed elementari in rapporto alle specifiche utilità che la terra gravata dall’uso civico può dare: vi sono, così, i diritti di uso civico di legnatico, di erbatico, di fungatico, di macchiatico, di pesca, di bacchiatico, ecc.         

Forme di fruizione più moderne, previste da varie normative regionali, sono quelle della fruizione naturalistica (forestazione, turismo escursionistico, ecc.).      

Quindi l’uso civico consiste nel godimento a favore della collettività locale e non di un singolo individuo o di singoli che la compongono, i quali, tuttavia, hanno diritti d’uso in quanto appartenenti alla medesima collettività che ne è titolare.

Capriolo (Capreolus capreolus)

Dopo la legge n. 431/1985 (la nota Legge Galasso), i demani civici hanno anche acquisito una funzione di tutela ambientale.      

Con l’approvazione regionale sarà, così, possibile tutelare efficacemente il demanio civico e svolgere tutte quelle operazioni (permute, recuperi, sdemanializzazioni, trasferimenti di diritti, ecc.) finalizzate a ricondurre a corretta e legittima gestione una vera e propria cassaforte di natura della comunità locale, da regolare anche mediante il piano di recupero e gestione delle terre civiche (legge n. 1766/1927 e leggi regionali specifiche).

Come noto, i terreni a uso civico e i demani civici (leggi n. 168/2017, n. 1766/1927 e s.m.i., regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.) costituiscono un patrimonio di grandissimo rilievo per le Collettività locali, sia sotto il profilo economico-sociale che per gli aspetti di salvaguardia ambientale (valore riconosciuto sistematicamente in giurisprudenza)[2].

I diritti di uso civico sono inalienabili, indivisibili, inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 3, comma 3°, della legge n. 168/2017 e 2, 9, 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.). I demani civici sono tutelati ex lege con il vincolo paesaggistico (art. 142, comma 1°, lettera h, del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).  Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto a particolari condizioni, previa autorizzazione regionale e verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato a opere permanenti di interesse pubblico generale (artt. 12 della legge n. 1766/1927 e s.m.i.).

Ghiandaia (Garrulus glandarius)

E’ fondamentale la tutela delle terre collettive: come noto, i terreni a uso civico e i demani civici riguardano boschi, pascoli, coste, terreni agricoli per complessivi circa cinque milioni di ettari in tutta Italia e costituiscono un patrimonio di grandissimo rilievo per le Collettività locali, sia sotto il profilo economico-sociale che per gli aspetti di salvaguardia ambientale.

Un patrimonio collettivo da difendere e gestire con cura e attenzione.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus


[1] anche in Piemonte le terre collettive non sono un fenomeno marginale. In proposito:

* Beni civici accertati in : 690 comuni, pari al 57% dei comuni piemontesi;

* Beni civici in corso di accertamento in : 178 comuni, pari al 12% dei comuni piemontesi;

* Beni civici da definire in :138 comuni, pari al 16% dei comuni piemontesi;

Non hanno sicuramente beni civici in quanto hanno una dichiarazione di inesistenza 190 comuni, pari al 15% dei comuni piemontesi.

[2] vds. sentenze Corte cost. nn. 345/1997, 46/1995, 210/2014, 103/2017, 178/2018 e ordinanze Corte cost. nn. 71/1999, 316/1998, 158/1998, 133/1993.  Vds.. anche Cass. civ., SS.UU., 12 dicembre 1995, n. 12719; Cass. pen., Sez. III, 29 maggio 1992, n. 6537.

Trino Vercellese, Bosco delle Sorti della Partecipanza

da L’Huffington Post, 25 novembre 2020

L’ultima foresta originaria della pianura padana resiste con le regole del Duecento.
È il Bosco delle sorti della Partecipanza, un’oasi verde ancora gestita in modo comunitario. (Francesco Marzano)

Il legno è una risorsa rinnovabile ma bisogna saperla governare. Le foreste della pianura padana da secoli sono state sostituite con superfici agricole o nuove aree urbane. Tanto che chi lavora il legno da queste parti è obbligato ad acquistarlo all’estero. Ma c’è una zattera in questo mare di risaie e cemento dove il bosco resiste. E il 25 novembre, come sempre dal XIII secolo, saranno estratti a sorte gli alberi che si possono tagliare. Sembra un controsenso ma non lo è perché così si è preservata l’ultima foresta autoctona della pianura padana (le piante esotiche vengono eliminate). D’altra parte aggiudicarsi questa risorsa così rara, e a chilometro zero, è ancora una questione di fortuna o di genealogia nel Bosco delle sorti della Partecipanza, un’area verde di 600 ettari nel comune di Trino Vercellese in Piemonte.

Ogni anno, e solo in una porzione, si preleva una quantità minima di alberi seguendo un regolamento medioevale che risale al XIII secolo, quando il marchese del Monferrato affidò la gestione della foresta a circa mille famiglie della comunità. Da allora, per preservare il bosco che era risorsa primaria di sopravvivenza, si prende solo una minima parte degli alberi: vengono estratti a sorte con il metodo della lotteria e su turni di rotazione predefiniti di 15 anni. Il collettivo che amministra il bosco si chiama appunto Partecipanza, un termine antico che indica una sorta di gestione protosocialista. Anche se il lignaggio conta perché al gioco, se così possiamo chiamarlo, sono ammessi solo i discendenti di quelle prime famiglie che si tramandano la proprietà indivisa del bosco da padre in figlio.

Oggi sono un centinaio quelle ancora interessate e in genere la raccolta di legna non supera i due terzi dell’incremento annuo naturale del Bosco, circa duemila metri cubi, dei quali l′85 per cento viene utilizzato per legna da ardere per autoconsumo, il rimanente per legname pregiato da lavoro. Lo spiega Pier Giorgio Terzuolo, il responsabile area foreste e biodiversità dell’Ipla (l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente della Regione Piemonte) che ha coordinato i piani di gestione e tutela dell’area. Con l’istituzione del parco naturale, alle regole storiche di gestione negli ultimi trent’anni sono state affiancate nuove prescrizioni per la tutela della biodiversità e sono stati effettuati rimboschimenti su 40 ettari di risaie ispirati alla governance delle riserve integrali dell’Europa orientale e al modello di intervento sulle foreste francesi di pianura.

Cinghiali (Sus scrofa)

Il parco, circondato dal “mare a quadretti” del riso, è quello che gli esperti considerano un relitto vegetale perché è il più esteso lembo di foresta rimasta nella pianura padana con le sue caratteristiche originarie. Un tunnel temporale nel paesaggio che era un luogo sacro ad Apollo in epoca romana e oggi ospita oltre 400 specie tra piante e animali. Tra gli alberi prevalgono specie autoctone di quercia come la farnia, il cerro, la rovere e altri come carpino, tiglio, ontano e frassino. Certo con il legno non c’è da diventare ricchi: sul mercato quello da ardere vale circa tre euro al quintale mentre quello da lavoro, come la farnia per parquet e falegnameria, è ancora un buon affare con quotazioni che arrivano a 80 euro al metro cubo.

Ma fino a un secolo fa, il bosco era la risorsa energetica primaria e il principale materiale da costruzione. In un’economia rurale come quelle della pianura padana essere dentro o fuori dalla Partecipanza significava essere ricchi o poveri – prosegue il tecnico forestale dell’Ipla – Era stata persino costruita una residenza per anziani con posti gratuiti riservati esclusivamente alle famiglie del Bosco e alcuni benefici rimangono ancora oggi. Una sorta di welfare parallelo che testimonia la redditività dell’area e il suo interesse pubblico. Non a caso il capo della selva si chiama Primo conservatore, così come lo definiva il regolamento medioevale, ed è il responsabile della quantità e della qualità dei beni forniti dalla foresta, a cui oggi si sono aggiunti i servizi ecosistemici.

Il Bosco (www.partecipanza.it) oggi fa parte della rete europea di Natura 2000 ed è iscritto nel Registro nazionale dei Paesaggi rurali storici (www.reterurale.it/registropaesaggi) ma per secoli è stato una sorta di villaggio di Asterix: negli anni Settanta, con un primo referendum i soci hanno respinto l’inserimento dell’area nella neonata rete dei parchi regionali. Dieci anni dopo ci hanno ripensato.

Trino Vercellese, Bosco delle Sorti della Partecipanza

 (foto da La Stampa, S.D., archivio GrIG)


  1. elena sabbadini
    novembre 28, 2020 alle 8:00 pm

    sono totalmente con voi. Se organizzerete una petizione la firmerò e condividerò con molto piacere. Grazie

  2. Aldo Loris Cucchiarini
    novembre 28, 2020 alle 10:37 pm

    Un esempio positivo, cui va ovviamente un plauso. Purtroppo non sempre gli esempi sono positivi: potrei citare casi in cui gli usi civici hanno dato il via libera all’apertura di grandi cave o incoraggiato l’insediamento di impianti sciistici (vedi il caso delle Marche, Monte Catria, di cui si è già parlati in questo blog).

    • novembre 28, 2020 alle 10:42 pm

      nel caso degli impianti sciistici del Monte Catria siamo davanti a una palese violazione dei diritti di uso civico. Ci saremmo ritornati in precedenza se avessimo avuto la necessaria documentazione, ma ci ritorneremo a breve.

      Stefano Deliperi

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