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Lo shale gas e il fracking sono pericolosi per l’ambiente e la salute pubblica!


La ricerca di idrocarburi in substrato roccioso (shale gas) mediante la tecnica della  fratturazione idraulica (fracking), oltre ai rischi di contaminazione delle falde idriche, è sospettata d’esser potenziale causa di terremoti.

Il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus nell’agosto 2013 ha aderito a un appello internazionale di solidarietà con i cittadini inglesi di Balcombe (Sussex), impegnati un una dura lotta per difendere il loro territorio dai pericoli del fracking.     E’ un impegno, naturalmente, che riguarda in prima battuta l’Italia, nazione dove l’ E.N.I. vorrebbe fare il bello e il cattivo tempo.

Nel mentre, la nuova direttiva V.I.A. in corso di pubblicazione, grazie anche alla decisa azione continua del nostro eurodeputato Andrea Zanoni, prevede l’obbligo di sottoposizione delle ricerche e delle estrazioni di shale gas a preventivo e vincolante procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.).

Raniero Massoli Novelli, geologo di fama internazionale, docente universitario (Università degli Studi di Cagliari, L’Aquila, Roma Tre), appassionato fotografo, ci descrive bene alcuni degli inconvenienti ambientali e socio-economici del fracking, di cui curiosamente poco si parla.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

SHALE GAS: SI O NO?

Numerosi scritti apparsi in questi giorni ed anche il libro appena uscito “Nuove Energie” del presidente dell’ENI Giuseppe Recchi ripropongono nuovamente in Italia l’estrazione dello “shale gas”, sostanza esistente in profondità ed intrappolata entro formazioni argillose. Poiché in tali scritti si trascurano dati importanti e vi sono altri dati errati desidero chiarire alcune situazioni.
Con una premessa: in molti si dimenticano che pochi mesi fa (20 settembre 2013) la Commissione Ambiente della Camera ha approvato il blocco immediato di ogni attività legata al “fracking”, come si definisce l’estrazione dello shale gas mediante la fatturazione idraulica di rocce esistenti in profondità.    Per l’esattezza abbiamo seguito l’esempio di Francia, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria che, malgrado la presenza colà di ottimi giacimenti di shale gas, per ragioni di impatto ambientale molto elevato hanno rinunciato ad ogni estrazione di questo tipo. Egualmente negativi al riguardo sono numerosi altri Paesi europei come Germania, Olanda e Spagna.
Evidentemente ora in Italia si tenta nuovamente di forzare la mano, trascurando sia il problema ambientale sia, a mio parere, anche quello geologico. Vediamo prima velocemente alcuni aspetti ambientali, irrinunciabili per ogni moderna iniziativa industriale e per qualsiasi analisi costi-benefici, dopo i ben noti danni di ogni tipo apportati nel recente passato, da molti ben conosciuti e soprattutto sofferti.

Alcuni sintetici dati.

Primo, l’estrazione in questione necessita di enormi quantità di un bene prezioso come l’acqua da iniettare a fortissima pressione nel sottosuolo; secondo, sul territorio interessato avvengono in continuità centinaia di trivellazioni; terzo, nei pozzi assieme all’acqua vengono immesse massicce dosi di sostanze chimiche per aiutare l’acqua nella sua opera di frantumazione, con pericolo per le preziose falde idriche profonde, ed anche il reticolo idrografico superficiale corre il rischio di contaminazione. Quarto, il gran numero di pozzi e di torri di perforazione continuamente necessari per una estrazione economicamente conveniente significa che il paesaggio di quel territorio cambia totalmente. Quinto, non viene considerato il problema della ben maggiore antropizzazione esistente in Italia rispetto alle regioni USA ove da anni sono attive estrazioni di shale gas. Ad esempio nel North Dakota la densità di popolazione è di circa 4 abitanti/kmq, nelle pianure lombarde ed emiliane, regioni potenzialmente adatte a tale estrazione, la densità risulta mediamente cento volte maggiore. E di ben altra entità risulta anche il valore dei terreni e delle nostre colture, e questo vale per la maggior parte delle pianure esistenti nelle altre regioni italiane.
Sesto, si definisce tale estrazione “dai costi considerevolmente più bassi rispetto alle altre fonti energetiche”. Falso: oggi i costi risultano maggiori che nel passato, anche negli USA dove esiste la maggiore attività ma dove i giacimenti a minore profondità (ossia a circa 2.000 m !) e quindi a minor costo d’estrazione sono stati già utilizzati ed ora i costi aumentano per i rimanenti, profondi oltre i 3.000 m. Settimo, è stato anche scritto che negli USA non vi è opposizione da parte degli ambientalisti. Falso: da molti anni sono membro italiano del National Resources Defense Council (NRDC), associazione ambientalista USA capace di bloccare o limitare progetti industriali devastanti con 800.000 email spedite in pochi giorni agli enti decisionali, Obama compreso. Basta andare sul loro sito per verificare la continua opposizione da anni al gas da argille ed al “fracking” per l’eccessivo impatto ambientale connesso, peraltro una opposizione che finora ha dato pochi frutti.
Per quanto riguarda gli aspetti geologici italiani mi limito a due fondamentali considerazioni.

Esistono nel nostro Paese potenziali giacimenti di shale gas, onde consentire alle società interessate la richiesta di cospicui finanziamenti statali? La risposta è complessa e non ho dati sufficientemente validi. Ma esiste un dossier di novembre 2013 del Ministero per lo Sviluppo Economico che recita: “«il territorio nazionale è caratterizzato da una rilevante complessità geo-strutturale che non soddisfa le condizioni minerarie necessarie alla formazione e al recupero dello shale gas. Sia sul piano geologico che sul piano territoriale e ambientale – si prosegue – si ritiene quindi che in Italia non ci siano le condizioni favorevoli allo sviluppo della coltivazione di shale gas».
Seconda considerazione: l’Italia purtroppo è un Paese geologicamente fragile e per il 70% risulta un territorio a rischio sismico, da trattare con i guanti in superficie ma soprattutto in profondità. E’ possibile che si pensi tranquillamente di iniettare in diverse regioni enormi quantità di acqua ad altissima pressione per fratturare enormi quantità di rocce alla profondità di alcuni chilometri?

prof. Raniero Massoli Novelli

 

 

da Tempi, 25 marzo 2014

Scaroni (Eni): «L’Europa dica cosa preferisce, se Putin o l’America e il suo shale gas».

Allarme approvvigionamenti energetici per l’Italia. I ribelli libici hanno fermato la produzione dello stabilimento Eni del giacimento noto con il nome di “Elephant field”, causando oltretutto un crollo della produzione nazionale di petrolio da 230 mila barili al giorno a 150 mila. A riferirlo è stata l’agenzia finanziaria statunitense Bloomberg. La notizia è giunta l’indomani della visita dell’ad di Eni, Paolo Scaroni, a Tripoli per incontrare il primo ministro Abdullah al-Thinni, ex ministro della Difesa, nominato al posto dello sfiduciato e forse fuggito in Europa, Ali Zeidan. «Mi ha fatto un’ottima impressione – ha detto Scaroni in un’intervista al Corriere della Sera –, è un ex militare e mi pare abbia fatto due buone mosse, ha aperto alla Cirenaica e alle loro esigenze di federalismo, ma nello steso tempo ha fatto capire che il petrolio è controllato dallo stato centrale bloccando la nave con il greggio che i ribelli avevano venduto alla Nord Corea. Mi sento quindi di poter essere abbastanza ottimista sulle nostre forniture di gas».
LA DIPENDENZA DA MOSCA. L’importanza della Libia per gli approvvigionamenti energetici italiani è stata ribadita da Scaroni al Corriere alla luce anche della crisi militare e politica in corso tra Russia ed Ucraina, dopo l’annessione della Crimea: «Volevo accertarmi della sicurezza delle forniture alternative (al gas russo, ndr) per il nostro Paese nel caso la situazione precipitasse». Oggi, infatti, ha proseguito Scaroni, in Europa, «oltre al problema dei costi, abbiamo anche un potenziale problema di sicurezza degli approvvigionamenti. E questo è vero per alcuni Stati molto più che per altri. Pensi: Spagna, Portogallo e Gran Bretagna non comprano gas russo. Francia, Italia e anche Olanda, lo acquistano ma hanno anche altri paesi fornitori. Altre nazioni come Austria, Polonia, Bulgaria senza il gas di Mosca sono al freddo dall’oggi al domani».
In Ucraina, «rispetto a due mesi fa, la situazione si è complicata»: se, infatti, «l’Unione Europea decidesse di sanzionare il gas russo a quel punto il North Stream sarebbe inutilizzabile». E, «vedendo le cose da un punto di vista commerciale, dovremmo essere favorevoli al South Stream, che permette di evitare il rischio di transito in Ucraina, che poi verrà costruito dalla Saipem, di cui siamo azionisti. Ma la chiave di lettura della politica dell’occidente – ha spiegato Scaroni – potrebbe essere diversa, perché la costruzione del South Stream sancirebbe i legami tra Russia e Europa in materia di energia. Il tema è complicato dal fatto che l’intera crisi viene gestita da una commissione europea che sta per scadere e con la prospettiva di elezioni a maggio».
O PUTIN O LO SHALE GAS. Il tema di fondo, dunque, secondo Scaroni, è ancora una volta quello dell’«indipendenza energetica» europea, che «coincide con l’indipendenza politica». Come aveva già dichiarato al Financial Times, la «questione energetica europea» è riassumibile in un semplice «slogan: o siamo disposti come gli americani ad abbracciare lo shale gas (estrazione del gas attraverso la frantumazione di rocce, ndr) o saremo costretti ad abbracciare Putin».
Ma Scaroni, che domani farà visita al dipartimento di Stato americano, ha precisato anche che non è immediato poter sfruttare il gas, perché «ha bisogno di infrastrutture, che siano liquefattori, navi o rigassificatori. Non si tratta solo di aprire un rubinetto e chiuderne un altro». Ecco perché, ha concluso, «da molti anni sostengo che ci sia bisogno di più Europa in termini di interconnessioni. La Ue ha pensato di poter giocare un ruolo tra i grandi del mondo pur non essendo indipendente energeticamente, ma così non funziona».

 

 

 

da Tempi, 24 marzo 2014

Recchi (Eni): «Mezzo mondo sta scommettendo tutto sullo shale gas, l’Europa non sa neanche cosa sia».

United Rentals, la più grande compagnia al mondo per il noleggio di attrezzature edili e lavori cantieristici, ha deciso di comprare National Pump, la seconda azienda del Nord America specializzata nel noleggio di pompe idrauliche e leader indiscusso del mercato finale del settore Oil&Gas. Secondo l’agenzia Reuters il motivo è che a Stamford, in Connecticut, dove ha sede il quartier generale di United Rentals, i vertici del gruppo sarebbero intenzionati a non farsi scappare l’El Dorado delle nuove energie, ovvero lo shale gas e lo shale oil, il gas e il petrolio naturale intrappolati negli scisti argillosi a migliaia di metri sottoterra. Idrocarburi che fino a pochi anni fa erano totalmente inestraibili, ma che ora, grazie alle rivoluzionarie scoperte di George P. Mitchell, il pioniere del fracking, possono essere portati alla luce con procedimenti ingegneristici che prevedono il pompaggio di acqua ad alta pressione mista a reagenti chimici nei giacimenti del sottosuolo, la conseguente fratturazione delle rocce (fracking) e quindi l’emersione in superficie della preziosa fonte energetica.
Quella dello shale gas è una vera e propria rivoluzione, come sono soliti definirla in Eni, le cui conseguenze geostrategiche sono destinate a interessare molti paesi. Soprattutto in Asia e in Europa. L’agenzia internazionale per l’Energia dell’Ocse (Iea), infatti, calcola che i paesi del Medio Oriente saranno costretti a esportare in futuro il 90 per cento del proprio petrolio in Asia. Con la Cina e l’India a farla da padroni tra i compratori. E l’avvento del gas d’argilla potrebbe addirittura affrancare, almeno in parte, molti Stati del Vecchio continente dalla dipendenza dal gas russo. Gli Stati Uniti stanno già sperimentando i benefici dello shale e, secondo la Iea, a partire dal 2020 dovrebbero diventare autosufficienti per il gas naturale e ridurre ad appena il 30 per cento le importazioni di greggio.
E soprattutto, se gli Stati Uniti sono riusciti a superare la crisi del 2007, è anche merito del gas di scisto che nel 2000 rappresentava solo l’1 per cento del gas naturale consumato, mentre nel 2012 era circa il 25 per cento e si stima che possa superare il 50 per cento nel 2030. Intanto, in attesa che l’America conquisti la tanto agognata indipendenza energetica e possa diventare uno dei più solidi paesi esportatori di gas naturale, quello che è certo è che il notevole risparmio sul costo dell’energia generato grazie allo shale gas ha già permesso di risollevare le sorti dell’industria chimica a stelle e strisce, dell’acciaio, dell’alluminio, dell’automotive, delle costruzioni e delle infrastrutture.

E mentre anche la Cina ha cominciato a verificare la disponibilità di shale gas nel suo territorio, chi arranca è l’Europa, imprigionata tra i ritardi e i nazionalismi delle politiche energetiche dei singoli stati, l’assenza di una politica energetica comunitaria e gli oneri di una sconsiderata campagna a sostegno delle rinnovabili che finora è già costata 60 miliardi di euro in sussidi.

A raccontare a Tempi le prospettive che lo shale gas ha già aperto agli americani e potrebbe squadernare davanti agli occhi talvolta increduli di noi europei è Giuseppe Recchi, presidente di Eni, la prima azienda italiana, nonché uno dei global player in «quell’ingranaggio affascinante e complesso che è il mercato dell’energia».

Presidente, nel suo libro, Nuove Energie. Le sfide per lo sviluppo dell’Occidente, lei ha scritto che «non c’è crescita senza energia». Che ruolo possono giocare le «nuove energie» nella sfida per la ripresa e la fuoriuscita dalla crisi?
Un ruolo senza dubbio fondamentale, perché senza energia non solo non c’è crescita, ma si rischia persino il declino. Ed è questo un pericolo che tanto l’Europa quanto l’Italia devono a ogni costo scongiurare. Soltanto che, per allontanare questa indesiderata prospettiva dall’orizzonte, non c’è che una semplice soluzione da adottare: pianificare gli interventi. Proprio come stanno facendo da anni gli Stati Uniti e la Cina con lo shale gas e lo shale oil. Mentre l’Europa sul tema ha ancora molto da fare. E ciò, nonostante queste risorse siano presenti in larga parte anche nel sottosuolo del Vecchio continente, specie in Polonia, Francia e Regno Unito, oltre che in Russia ed Ucraina. Ma l’Europa, a differenza dell’America e di Pechino, non pare nemmeno essersi accorta che la domanda di energia nel resto del mondo sia in crescita continua, trainata proprio dal fabbisogno cinese. Se non vogliamo essere condannati all’inesorabile declino, sarebbe molto meglio non rinunciare a pianificare il futuro.

A quanto ammonta, se è possibile stimarlo, il gap tra America ed Europa sullo sfruttamento dei giacimenti di shale gas?
È un ritardo fortissimo. Perché da noi i giacimenti di shale gas non mancano affatto, anche se, si stima, in misura inferiore: fatta 1 la quantità di risorse disponibili in Europa, si può dire che negli Stati Uniti è pari a 1,5 e in Cina a 2,5 volte quella del Vecchio continente. Ma ciò che manca è il consenso politico per sfruttare quelle risorse. Non è un caso, infatti, se gli Stati Uniti perforano ogni anno 20 mila pozzi, mentre da noi in Europa si sono fatti una cinquantina di pozzi in Polonia e i risultati dal punto di vista minerario sono stati deludenti. Ed è un peccato, perché in America lo shale gas ha già offerto una possibilità di impiego a 2 milioni di persone, compreso l’indotto, e il valore aggiunto prodotto rappresenta ormai circa 2 punti percentuali del Pil a stelle e strisce. Per fare un altro esempio, il trasporto ferroviario utilizzato per trasportare il greggio è passato nel 2008 da 10 mila vagoni cisterna che si sono moltiplicati fino a raggiungere i 400 mila nel 2013. E anche la manifattura ne ha beneficiato enormemente in termini di risparmio sui costi della bolletta energetica, guadagnandone sia in termini di produttività sia, come conseguenza, di competitività sul mercato globale. Tanto che le imprese americane hanno cominciato a riportare in patria la produzione che in precedenza avevano delocalizzato.
È un ritardo che l’Europa può ancora colmare?
È necessario che l’Unione Europea adotti una politica comunitaria in materia capace di disciplinare con intelligenza lo sfruttamento dei giacimenti esistenti o i cosiddetti non-convenzionali come lo shale gas. Per esempio, non c’è ancora in Europa un ente rappresentante degli interessi di tutti i paesi europei in materia energetica, ma le decisioni sono ancora appannaggio dei singoli Stati. Forse, è ora di cambiare passo. Bisognerebbe poi rivedere la formula dei sussidi concessi alle energie rinnovabili, che, stanti le tecnologie attuali, non sono ancora autosufficienti e i cui costi hanno avuto ripercussioni sulle bollette dei cittadini e delle imprese. In Italia, per esempio, le rinnovabili hanno ricevuto nel 2013 oltre 11 miliardi di euro che rappresentano il 18 per cento del costo della bolletta. I benefici in riduzione di anidride carbonica che derivano dall’uso di energie verdi sono stati assorbiti dall’ampio uso di carbone, oggi molto economico. Un’altra grave disparità che va superata è rappresentata dal fatto che, mentre in America il proprietario di un terreno lo è anche del sottosuolo, in Europa non è così e spesso l’unica soluzione per raggiungere i giacimenti rimane l’esproprio da parte dello Stato.
La tecnica estrattiva dello shale gas, la fratturazione idraulica, desta ancora qualche preoccupazione oltreoceano e i gruppi anti-fracking sono presenti anche in Europa. Lei cosa ne pensa?
Quanto al rispetto dell’ambiente, gli Stati Uniti non sono secondi a nessuno dei paesi dell’Unione Europea e hanno introdotto una normativa severa per regolare le modalità di estrazione. Anzi, spesso sono ben più attenti e premurosi di noi europei. Ad ogni modo la tecnologia è la migliore risposta ai problemi dello sviluppo e le soluzioni individuate consentono di limitare l’emissione di Co2 e di utilizzare l’acqua impiegata per la fratturazione in piena sicurezza, senza inquinare l’ambiente.

L’Italia, che è priva di giacimenti di shale gas, cosa può fare per superare la crisi?
L’Italia ha un costo dell’energia che non solo è superiore a quello dell’America ma che è tra i più elevati in Europa. E non può più permettersi di dipendere per l’85 per cento delle risorse energetiche dall’estero. A maggior ragione quando detiene ampi giacimenti petroliferi inutilizzati. Si calcola, infatti, che la mancata concessione dei diritti di estrazione sia costata al paese 40 miliardi di euro di mancati incassi in vent’anni per i diritti minerari e circa 100 miliardi di euro, nello stesso periodo, per acquisti fatti all’estero che si sarebbero potuti risparmiare. Dobbiamo poi fare tutto il possibile per incentivare il risparmio energetico sia in casa sia in azienda, per esempio differenziando i prezzi in base agli orari oltre che aumentare la diversificazione degli approvvigionamenti costruendo nuovi rigassificatori.

  1. max
    marzo 28, 2014 alle 7:54 am

    e’ storia vecchia; si sospetta che il terremoto in emilia sia stato indotto. e’ credibile in quanto zona non sismica. c’e’ pero’ di peggio, si sospetta che gli usa abbiano sviluppato un sistema che procura terremoti a scopo bellico e che ogni tanto lo testino con le conseguenze note a tutti. vero? falso? in un mondo di pazzi, speculatori e criminali non mi stupisco piu’ di nulla. la teoria degli effetti collaterali, della guerra chirurgica e delle perdite fisiologiche, trascurabili e accettabili giustificano oramai qualunque crimine per la “ragion di stato”.
    forse x questo e. finardi cantava ” extraterrestre portami via…”

  2. capitonegatto
    marzo 28, 2014 alle 9:42 am

    Sostanze chimiche immesse con l’acqua ad alta pressione ? Quali sostanze ? Vanno nelle falde idriche ? Qualcuno ha gia pensato a mega filtri di depurazione ? Qualcuno affermava che la nuova tecnologia trova i rimedi ai danni provocati dalla vecchia tecnologia !!!
    Sara’ vero ? E anche se lo fosse in parte, siamo tutti condannati .

  3. Shardana
    marzo 28, 2014 alle 3:39 PM

    C’è poco da sospettare max,oramai è accerto,a forza di togliere dal sottosuolo qualcosa dovrà pur succedere…… Oh capitonegatto condannati lo siamo se continuiamo ad aspettarci qualcosa da chi avete votato,bisogna essere presenti nel territorio dove si vive,co grande consapevolezza e nessuna paura nel manifestare il proprio dissenso a chi ci vuole pecore.AIÒÒÒÒÒÒÒÒ.Bastano poche persone per buttare giù i castelli di carta.

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