Restaurare la Foresta Italiana.


Monte Nerone, inadeguatezza del bosco ceduo sulle vette per la protezione del suolo

Monte Nerone, inadeguatezza del bosco ceduo sulle vette per la protezione del suolo

L’Italia potrebbe essere una potenza verde, se solo ci credesse e gestisse correttamente i suoi boschi.

L’esperienza dell’Appennino umbro-marchigiano descritta approfonditamente da Aldo Loris Cucchiarini, responsabile GrIG Marche.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

i boschi in Italia

i boschi in Italia

Occorre un grande progetto di restauro della foresta italiana, una vera e propria grande opera,  per ricreare quelle benefiche selve di cui un paese europeo non dovrebbe permettersi di fare a meno.

E’ una questione strategica, assolutamente prioritaria per la conservazione degli ecosistemi e dei paesaggi forestali.

Esiste infatti una sottaciuta questione ecologico/forestale, dalle caratteristiche quasi “carsiche”, nel senso che, pur essendo nota agli addetti ai lavori, sfugge ai più.

Si tratta della gestione delle aree forestali appenniniche, sub-appenniniche e in parte prealpine a seguito dello storico processo di abbandono da parte dell’uomo e del conseguente processo di imboschimento.

Rio Vitoschio, taglio impattante su bosco invecchiato (oltre 30 anni) in area di grande pregio naturalistico

Rio Vitoschio, taglio impattante su bosco invecchiato (oltre 30 anni) in area di grande pregio naturalistico

Il problema è il seguente.

La gran parte dei boschi di latifoglie, specie quelli appenninici, è di proprietà privata e fittamente parcellizzata. Questa polverizzazione fondiaria rende difficile una gestione unitaria delle foreste. Inoltre, e questo è il punto, la modalità gestionale della quasi totalità dei boschi appenninici non demaniali, viene a tutt’oggi gestita secondo la pratica del ceduo (taglio raso con riserva di matricine).

Tale pratica prevede la periodica asportazione di quasi tutta la massa legnosa viva presente nella parte aerea del bosco e la scopertura integrale dei suoli. Questo ingenera un periodico shock ecologico su superfici spesso di considerevole estensione  e a intervalli di tempo ravvicinati, compromettendo spesso gli interi ecosistemi forestali, con ricadute straordinariamente negative su paesaggio, fauna, assetti idrogeologici, ecc. ecc.

E’ una pratica che riguarda solo i boschi di latifoglie. Queste infatti sono dotate di “capacità pollonifera”: se vengono tagliate, dalla ceppaia vengono riemessi nuovi e numerosi fusti (i polloni), che crescendo tendono a ricreare l’ambiente originario, con un processo più o meno lungo. Le conifere non hanno tale capacità e quindi questa modalità è esclusa laddove i boschi sono costituiti da pini,  abeti o larici, come ad esempio la maggior parte delle aree alpine interne. Ecco però, che quando il bosco di latifoglie comincia a ricostituirsi e a espletare di nuovo le funzioni che gli sono proprie, di nuovo si interviene con il taglio raso, il suolo viene ancora una volta denudato e il processo ricomincia.  In questo modo, nel periodo che intercorre tra un taglio e l’altro, i nostri boschi hanno quasi sempre un aspetto depresso (e deprimente), al massimo di intricate e basse boscaglie, quasi mai di boschi veri e propri.

frana causata da tagli boschivi

frana causata da tagli boschivi

Purtroppo, specie in alcune regioni dell’ Italia centrale, si tende a tagliare ovunque, anche sui crinali, su pendii molto pronunciati, su aree instabili, ecc.

Tutto questo ha dei riflessi negativi molto pesanti sulla biodiversità, sull’assetto idrogeologico del territorio, sulla conservazione dei suoli, sul clima locale e in qualche misura su quello globale, visto che parliamo di milioni di ettari. E naturalmente anche sull’economia. Il bosco ceduo è un bosco povero: produce unicamente legna da ardere, che è tra i prodotti di minor valore tra quelli che si possono ottenere da una foresta. Sarebbe inoltre interessante un approfondimento sulle questioni relative al livello di qualificazione delle maestranze, alla sicurezza sul lavoro, agli aspetti fiscali del settore e altro ancora. Vi sono poi ricadute pesanti anche sul piano turistico, specie quando i tagli sono estesi, con l’abbattimento della qualità ambientale di cospicue porzioni di territorio rurale, lo sconvolgimento dei sentieri escursionistici e talvolta, la destrutturazione completa del paesaggio.

E’ quindi vera l’affermazione, oramai quasi un luogo comune secondo la quale  “…l’Italia è un paese ricco di boschi poveri”, dato che ad un effettivo incremento della superficie forestale non corrisponde affatto un’ oculata politica gestionale, capace di declinare le esigenze di conservazione con quelle della sostenibilità e dell’utilizzo della risorsa forestale, portando lo stato delle nostre foreste ad un’ evidente contraddizione: la superficie aumenta, la qualità no.

Vi è poi un problema nel problema: la ripresa delle ceduazioni in aree da tempo inutilizzate, magari perché impervie o perché dotate di suoli impoveriti e quindi coperte da boschi a lento accrescimento, antieconomici. Parliamo dei boschi che per venticinque – trenta anni almeno non abbiano subito tagli. Tale ripresa rischia di portare a danni ancora maggiori, perché rischia di azzerare situazioni che, col tempo, hanno avuto modo di capitalizzare suolo, humus, massa legnosa (tanto da divenire di nuovo appetibili) e di reintegrare almeno in parte il proprio ecosistema.

tagliata boschiva

tagliata boschiva

Questo aspetto della questione è reso più cogente dalla attuale e spesso spasmodica ricerca di energie alternative “rinnovabili”, che induce nuovi sguardi rapaci sui nostri boschi, come se l’utilizzo delle biomasse forestali su scala industriale (almeno per le quantità) non fosse già la realtà contemporanea descritta nel presente articolo.

Insomma, se la gestione del ceduo è relativamente semplice e comporta spese modeste, per contro, determina una serie di gravi inconvenienti. Il bosco di latifoglie però, può essere gestito anche in altri modi, migliori. Esistono infatti criteri e tecniche che permettono un sensibile incremento della produzione e la sua diversificazione (legna da ardere e legname da opera), ma che non prevedono la scopertura dei suoli, l’azzeramento periodico della fitomassa, la perturbazione del paesaggio e della fauna selvatica. Il bosco gestito ad alto fusto dà un’ampia serie di vantaggi se paragonato al ceduo e permette inoltre di catturare dall’atmosfera significativi quantitativi di carbonio, che viene poi stoccato nel miglior modo possibile: nella massa legnosa dei fusti e dei rami.

Un simile processo, oltre a riqualificare sotto l’aspetto scenico e paesaggistico la montagna italiana, rappresenterebbe anche la possibilità di rafforzare il vero asse portante di tutti gli ecosistemi peninsulari, ossia quello appenninico, esaltando il ruolo dei boschi quali corridoi faunistici ed ecologici che permettono tra l’altro alle popolazioni di cervidi dell’Appennino Settentrionale di diffondersi nelle aree centrali e meridionali della penisola, e viceversa permettono la riconquista di spazi perduti ai carnivori forestali. In una parola, l’incremento della biodiversità.

Convertire, o più correttamente “riconvertire” le nostre foreste e riportarle ad uno stato di maggiore naturalità è oggi un’opera di primaria importanza, che richiede però personale qualificato, impegno di risorse e volontà politica.

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

QUALCHE DATO.

Superficie Forestale totale = 5.852.700 ettari di cui:

3.673.800 ettari  di bosco trattato a ceduo,

2.178.900 ettari di fustaie

2.239.200 ettari di arbusteti e altre formazioni

52,8 %  percentuale di bosco ceduo sulla superficie forestale nazionale complessiva

47,0 % percentuale di bosco ad alto fusto sulla superficie forestale nazionale complessiva  comprendente boschi di conifere delle Alpi, rimboschimenti di conifere e superfici di neo formazione (boschi molto giovani e cespuglieti formatisi su ex coltivi)

69,2 % percentuale di bosco ceduo appartenente a privati

20,3 % percentuale di bosco ceduo appartenente a comuni

5,3%    percentuale di bosco ceduo appartenente a Stato e regioni

5,2 %  percentuale di bosco ceduo appartenente ad altri enti

20-25 anni Età media

54 %   percentuale di bosco ceduo situato in montagna

42,2% percentuale di bosco ceduo  situato in collina

3,3%   percentuale di bosco ceduo  situato in pianura

Per quanto riguarda la superficie forestale nazionale, in Italia le foreste coprono  1/3 della superficie territoriale complessiva ed è lo stesso dato della Germania (ma a parità di superficie stiamo messi molto peggio della Germania in termini di incremento legnoso e provvigione).

                                     Aldo  Loris Cucchiarini, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus Marche

 

un pessimo esempio di taglio esteso di una Lecceta, su suoli sottili

un pessimo esempio di taglio esteso di una Lecceta, su suoli sottili

 

un buon esempio di taglio a scelta (pianta per pianta), così da lasciare un bosco vivo, con tutte le sue caratteristiche

un buon esempio di taglio a scelta (pianta per pianta), così da lasciare un bosco vivo, con tutte le sue caratteristiche

un buon esempio di riconversione del bosco ceduo in bosco ad alto fusto (Faggeta)

un buon esempio di riconversione del bosco ceduo in bosco ad alto fusto (Faggeta)

(foto A.L.C., archivio GrIG)

  1. capitonegatto
    marzo 18, 2014 alle 3:44 pm

    Visto che tutti tagliano e poi vendono la legna , senza neanche uno straccio di scontrino, ci vorrebbe un qualche intervento. Basterebbe dirigersi dove si odono i concerti sonori delle motoseghe. Cosa fanno i forestali ?

  2. Juri
    marzo 18, 2014 alle 6:16 pm

    Articolo molto interessante!
    In Sardegna mi sembra di poter dire che la gestione forestale sia decisamente migliore, grazie anche alle ampie estensioni di foreste demaniali, caratterizzate da una gestione forestale improntata principalmente alla conversione da ceduo a fustaia.
    Il problema più grave è invece il mancato rinnovamento delle antiche fustaie di leccio del Supramonte (specie in certi settori) e delle formazioni site negli alti versanti del Gennargentu, dove le centenarie roverelle divengono sempre più rade.

  3. marzo 19, 2014 alle 12:37 am

    ciao, potresti darmi qualche dettaglio per favore ? A cosa viene imputato lo scarso rinnovamento delle roverelle ?

  4. raniero
    marzo 19, 2014 alle 10:47 am

    Mi congratulo anch’io con Aldo loris per il suo documentato articolo: ogni anno vedo in Appennino umbro-marchigiano tagli su versanti molto ripidi e quindi dannosi per l’equilibrio idrogeologico e per il rischio frane, alla pari del dramma degli incendi boschivi.
    Tornando in Sardegna ed a proposito di roverelle secolari, ricordo che 30-40 anni fa, ai tempi del paleoambientalismo isolano, con pochi illuminati botanici e forestali, ci preoccupavamo dell’antica e radicata tradizione di Su Fogòne, per la festa di S. Antonio del 16 gennaio. Spettacolare e popolare quanto si vuole ma che soprattutto sul Gennargentu costava la vita a centinaia di bellissimi alberi secolari. Mi piacerebbe sapere come è la situazione oggi.

    • marzo 29, 2014 alle 12:27 pm

      Se consideri e confronti le superfici interessate dai tagli descritti con quelle percorse dagli incendi, sia sul piano quantitativo (ettari) che qualitativo (effetti su suolo, ecosistema e paesaggio), in effetti si deve riconoscere che vi è equivalenza; anzi, in alcune regioni, secondo me, i danni da fuoco divengono irrilevanti se paragonati a quelli derivanti dalla scorretta gestione.

  5. Tarci
    marzo 20, 2014 alle 9:15 pm

    Condivido. Anche sulle nostre colline si passa dal vero e proprio abbandono al “taglio rasato a fasce”, anche brutto da vedere. Se uno di quei boschi mi appartenesse (anche se in fondo mi sento comunque “padrone”…) non gli farei sicuramente il taglio “all’umbertina” (tipico del primo taglio di capelli quando la leva militare era ancora obbligatoria – Kociss veniva definito l’addetto ai lavori anche se nulla aveva a che vedere con il mitico eroe Apache). In alcuni casi si cancellano addirittura i boschi con i Caterpillar per piantumare allineati vigneti di Prosecco, anche al posterno. <> si dice dalle mie parti.

    • Tarci
      marzo 20, 2014 alle 9:17 pm

      E’ sparita una frase in dialetto trevigiano. sta per …

  6. Tarci
    marzo 20, 2014 alle 9:21 pm

    Vedo che è impossibile correggere. Tento (poi lascio perdere). Tra le due frecce delle parentesi dopo la parola posterno (zone ombrose rivolte a nord e generalmente più fresce) leggere SCHEI FA SCHEI, parola resa famosa da GianAntonio Stella…

  1. marzo 21, 2014 alle 6:51 pm

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