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Come inquinare la democrazia e la salute dei cittadini, da Taranto a Porto Torres, a Portoscuso.


Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

 

 

anche su La Nuova Sardegna, 6 dicembre 2012

 

 

In vigore il decreto legge 3 dicembre 2012, n. 207 “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente, dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”: cinque articoli dove, in nome della “assoluta necessita’ di salvaguardia dell’occupazione e  della produzione”, vengono stracciati i principi fondamentali della divisione dei poteri propri delle democrazie “decenti” e la nostra costituzione pur di riaprire l’accieria ILVA.

La “tutela della salute e dell’ambiente”, pur sbandierati, sono presenti nel provvedimento solo per esser ipocritamente svilite.

Solo un pesante precedente simile: quando il Governo Craxi (1984) riaprì con decreti-legge le tv private berlusconiane “chiuse” dalla magistratura. Allora come oggi il Governo ha dato corpo a interessi privati per prevaricare legittimi atti della magistratura.

E il Presidente della Repubblica ha avallato.

C’è da esser sinceramente preoccupati davanti all’arroganza di un gruppo industriale e dei suoi supporters istituzionali. In tanti anni ha inquinato disinvoltamente, trovandosi davanti solo da poco una magistratura coraggiosa, intervenuta in assenza di adeguate ed efficaci iniziative da parte delle Amministrazioni pubbliche competenti.

Il provvedimento di sequestro preventivo è stato adottato per consentire le operazioni di risanamento ambientale, non per continuare a produrre inquinando.

Taranto, acciaieria Ilva

Taranto, acciaieria Ilva

Il provvedimento dell’agosto scorso del Tribunale del riesame di Taranto è – nella freddezza dei termini giuridici – veramente drammatico. Un disastro ambientale: nei 13 anni esaminati (1998-2010), secondo le stime peritali, nei quartieri tarantini di Tamburi e Borgo sono stati causati dall’inquinamento dell’ILVA ben 386 decessi totali, in gran parte per cause cardiache (30 all’anno), 237 casi di tumore maligno (18 all’anno), 247 eventi coronarici (19 all’anno) e 937 casi di malattie respiratorie (74 all’anno), in gran parte della popolazione infantile (638 casi totali, 49 all’anno).

A Taranto la mortalità, per patologie tumorali e del sistema cardiocircolatorio, per malattie ischemiche e dell’apparato respiratorio, è “più alta rispetto alla Puglia”, mentre per la mortalità infantile si registra “un eccesso, soprattutto con riferimento alle malattie respiratorie acute al di sotto dell’anno di età, oltre che a quelle tumorali”.

Pesanti conseguenze per la salute dei lavoratori del siderurgico che hanno accusato malattie respiratorie e tumorali: “tale evidenza può essere collegata all’esposizione dei lavoratori Ilva a cancerogeni ambientali diversi dall’asbesto, in particolare Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, n.d.r.) e benzene”.

Le conclusioni peritali sono state lapidarie: l’Ilva ha provocato “malattia e morte”.

L’Azienda avrebbe dovuto avere un sussulto di decenza e avviare seriamente le prescritte bonifiche ambientali, necessarie perché l’impresa e il lavoro non siano a discapito della salute e dell’ambiente.   Invece il “padrone del vapore” ha deciso di chiudere, visto l’impedita continuazione della produzione.

Taranto, acciaieria Ilva

Taranto, acciaieria Ilva

Ora il soccorso istituzionale di storpia costituzionalità.        Un venefico precedente che può estendere la sua tossicità giuridica alle altre aree industriali in crisi ambientale e sanitaria.

Chi ingenuamente crede che a Porto Torres e Portoscuso la situazione sia diversa?

Basta scorrere i risultati dello studio epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I. sui territori esposti a rischio da inquinamento industriale per vederli insieme. Due differenze: l’inquinamento a Porto Torres e Portoscuso deriva da un mix di emissioni e scarichi di varie industrie, mentre a Taranto c’è solo l’Ilva, in Sardegna poi i sindacati esprimono solidarietà a un dirigente industriale condannato per corruzione dell’ex sindaco di Portoscuso.

A Taranto ancora non è accaduto.

Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Tribunale di Taranto, sez. feriale, in sede di riesame, 20 agosto 2012, n. 98/12 (ord.)

Studio epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I. – risultati (2012)

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

Portoscuso, polo industriale di Portovesme

(foto Alètheia online, da Afea.it, S.D., archivio GrIG)

  1. dicembre 6, 2012 alle 3:37 pm

    Reblogged this on Il blog di Fabio Argiolas.

  2. icittadiniprimaditutto
    dicembre 6, 2012 alle 3:37 pm

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. max
    dicembre 6, 2012 alle 3:54 pm

    mettere le pezze poi e’ sempre + complicato che fare prevenzione coniugando economia e salute che non dovrebbero mai essere disgiunti.
    e’ una situazione esplosiva sotto ogni punto di vista; non invidio chi dovra’ x forza scegliere se in questo caso ha la priorita’ la salute o il lavoro.

  4. dicembre 6, 2012 alle 4:17 pm

    Gentile Deliperi,
    ieri, ascoltando la trasmissione Otto e mezzo, su La7, mi sono trovato dalla stessa parte di DeBenedetti (sic!). A un certo punto (non ricordo le testuali parole) ha espresso il concetto che i ministri dell’attuale governo non hanno mai messo piede in un’azienda (che è metafora per dire che sono del tutto lontani dalle problematiche cui deve far fronte la gente comune).
    Sottolineato che con il suddetto ho poco a che spartire (dovrebbe avere la decenza di tacere, perché la questione Olivetti è stata trattata addossando al pubblico una marea di danaro e lasciando i profitti nelle tasche dei privati, come si fa ora con l’ILVA) ha perfettamente ragione: viviamo in un paese in cui i bisogni primari delle persone (ad esempio la salute) non possono far parte del sentire profondo di privilegiati come i componenti del “Governo Tecnico” (basterebbe rammentare le pazzesche dichiarazioni di Fornero) e dell’attuale classe dirigente.
    Ciò detto, il decreto ILVA è semplicemente una palese assurdità. Sono personalmente convinto della necessità di mantenere la produzione siderurgica in Italia (che possiamo fare solo gli albergatori e le guide turistiche è un discorso che fa piacere a coloro che hanno l’interesse a tenersi l’acciaio, altro che storie, Germania in testa) ma ciò non significa che non si possa coniugare la siderurgia con la protezione ambientale. Qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai in Germania l’industria pesante sia soggetta a rigorose norme di protezione ambientale, produca in forte attivo e gli operai siano pagati ben più dei nostri, mentre in Italia faccia utili inquinando e affamando le maestranze! Naturalmente con la complicità del governo!
    Però noi abitiamo nell’Italianistan e, a tale proposito, le segnalo un refuso:
    «[…] in Sardegna poi i sindacati esprimono solidarietà a un dirigente industriale condannato per corruzione dell’ex sindaco di Portoscuso.»
    Sardegna? Ma quando mai: parli di Sardistan, piuttosto, provincia meridionale dell’Italianistan.
    Faccio notare, infine, che sono anni, ormai, che segnalo l’esistenza di una rete perversa che lega politica e società civile, sindacati inclusi. Ciò che cita lei, correttamente, è una delle tante manifestazioni di questa rete di interessi e sarebbe anche il caso di piantarla di cercare responsabili lontani: quando decidiamo di farci male, non abbiamo bisogno di colonizzatori, ci colonizziamo benissimo da soli. Per dire che, a proposito di inquinamento, c’è quello ambientale ma non dovremmo scordare quello sociale.
    E meno male che adesso introduciamo il bilinguismo nelle sQuole, la Limba ci salverà!
    Cordialmente,

    • dicembre 6, 2012 alle 8:36 pm

      le responsabilità di questo folle stato di cose è molto più vicina a noi di quanto si pensi ed è ora di piantarla di far le vittime: i controlli a Portoscuso e Porto Torres vanno fatti in Sardegna, dove vanno adottati i provvedimenti necessari, così come a Taranto sono competenze della Puglia.
      Ciò non toglie che alle mancanze “locali” si aggiungono quelle “nazionali”.
      Fino a che punto i cittadini “comuni” sono in grado di sopportare? Mah…
      Buona serata.

      Stefano Deliperi

  5. dicembre 6, 2012 alle 4:24 pm

    da La Nuova Sardegna, 6 dicembre 2012
    Industria e Ambiente. Costituzione violata per salvare l’Ilva.
    Stracciati dal governo Monti i principi fondamentali della divisione dei poteri. Molte le affinità del caso Taranto con quello Porto Torres. (Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico onlus)

    Il governo ha appena emanato il D.L. 3 dicembre 2012 n. 207: «Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente, dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale». Cinque articoli dove, in nome della «assoluta necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione», vengono stracciati i principi fondamentali della divisione dei poteri propri delle democrazie «decenti» e la nostra costituzione, tutto pur di riaprire l’accieria Ilva. La «tutela della salute e dell’ambiente», pur sbandierata, è presente nel provvedimento solo per esser ipocritamente svilita. Solo un pesante precedente simile: quando il governo Craxi (1984) riaprì con decreti-legge le tv private berlusconiane «chiuse» dalla magistratura. Allora come oggi il governo ha dato corpo a interessi privati per prevaricare legittimi atti della magistratura. E il Presidente della Repubblica ha avallato.
    C’è da esser sinceramente preoccupati davanti all’arroganza di un gruppo industriale e dei suoi supporter istituzionali. In tanti anni ha inquinato disinvoltamente, trovandosi davanti solo da poco una magistratura coraggiosa, intervenuta in assenza di adeguate ed efficaci iniziative da parte delle amministrazioni pubbliche competenti. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato adottato per consentire le operazioni di risanamento ambientale, non per continuare a produrre inquinando. Il provvedimento dell’agosto scorso del Tribunale del riesame di Taranto è – nella freddezza dei termini giuridici – veramente drammatico. Un disastro ambientale: nei 13 anni esaminati (1998-2010), secondo le stime peritali, nei quartieri tarantini di Tamburi e Borgo sono stati causati dall’inquinamento dell’Ilva ben 386 decessi totali, in gran parte per cause cardiache (30 all’anno), 237 casi di tumore maligno (18 all’anno), 247 eventi coronarici (19 all’anno) e 937 casi di malattie respiratorie (74 all’anno), in gran parte della popolazione infantile (638 casi totali, 49 all’anno). A Taranto la mortalità, per patologie tumorali e del sistema cardiocircolatorio, per malattie ischemiche e dell’apparato respiratorio, è «più alta rispetto alla Puglia», mentre per la mortalità infantile si registra «un eccesso, soprattutto con riferimento alle malattie respiratorie acute al di sotto dell’anno di età, oltre che a quelle tumorali». Pesanti conseguenze per la salute dei lavoratori del siderurgico che hanno accusato malattie respiratorie e tumorali: «tale evidenza può essere collegata all’esposizione dei lavoratori Ilva a cancerogeni ambientali diversi dall’asbesto, in particolare Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, n.d.r.) e benzene».
    Le conclusioni peritali sono state lapidarie: l’Ilva ha provocato “malattia e morte”. L’azienda avrebbe dovuto avere un sussulto di decenza e avviare seriamente le prescritte bonifiche ambientali, necessarie perché l’impresa e il lavoro non siano a discapito della salute e dell’ambiente. Invece il “padrone del vapore” ha deciso di chiudere, visto l’impedita continuazione della produzione. Ora il soccorso istituzionale di storpia costituzionalità.
    Un venefico precedente che può estendere la sua tossicità giuridica alle altre aree industriali in crisi ambientale e sanitaria. Chi ingenuamente crede che a Porto Torres e Portoscuso la situazione sia diversa? Basta scorrere i risultati dello studio epidemiologico “S.e.n.t.i.e.r.i.” sui territori esposti a rischio da inquinamento industriale per vederli insieme. Due differenze: l’inquinamento a Porto Torres e Portoscuso deriva da un mix di emissioni e scarichi di varie industrie, mentre a Taranto c’è solo l’Ilva; in Sardegna i sindacati esprimono solidarietà a un dirigente industriale condannato per corruzione dell’ex sindaco di Portoscuso. A Taranto ancora non è accaduto.

  6. dicembre 7, 2012 alle 4:52 pm

    Signor Presidente, purtroppo non è così.

    A.N.S.A., 7 dicembre 2012
    Napolitano: con dl Ilva più sicurezza e salute.
    Il presidente della Repubblica risponde alla lettera di una mamma di Taranto: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/12/07/Napolitano-dl-Ilva-piu-sicurezza-salute_7918787.html

  7. capitonegatto
    dicembre 8, 2012 alle 11:49 am

    Il solo sistema per evitare simili situazioni e’ avere una legge che permetta obbligatoriamente ai cittadini della regione coinvolta in nuove scelte industriali, di accettare o meno queste scelte. Occorerebbe predisporre un protocollo di informazioni da fornire per permettere la scelta piu oculata. In caso contrario , le lobby e i sistemi vari di persuasione verso le istituzioni , permetteranno di far passare sistemi industriali la cui priorita’ primaria resta il profitto a qualsiasi costo, anche a danno delle persone , dell’ambiente , e di altre attivita’ produttive gia esistenti.

  8. dicembre 8, 2012 alle 12:34 pm

    da La Nuova Sardegna, 8 dicembre 2012
    Fumi e inquinamento, il Sulcis dei veleni.
    L’assessore Cicilloni: «Ecco cosa ha fatto l’amministrazione per le bonifiche e il riordino delle autorizzazioni alle industrie». (Enrico Cambedda)

    CARBONIA. In materia di difesa ambientale la Provincia di Carbonia Iglesias è stata una delle più attive. E’ tempo di bilanci e l’assessore all’ambiente Carla Cicilloni , rivendica il grande lavoro svolto dall’Ente ed i tanti risultati positivi, sinora conseguiti, soprattutto sul fronte industriale e delle bonifiche. Prima di tutto un’analisi delle competenze provinciali sul comparto industriale del Sulcis Iglesiente. La Provincia s’è occupata sia delle industrie in attività sia sulle disastrose eredità ambientali lasciate dalle produzioni del passato. «Tutte le grandi aziende – spiega Carla Cicilloni – lavorano in regime di autorizzazione integrata ambientale ( Aia ) , che per Eurallumina, Alcoa, Portovesme srl (ora ministeriale), Genneluas, Carbosulcis, Ila, Rockwool , Ecodamp e altre minori sono state rilasciate dalla Provincia. Tutto ciò ha comportato un grandissimo lavoro di istruttoria, fatto in collaborazione con l’Arpas, che ha permesso di fare il punto sulla situazione esistente e di adeguare, rettificare, approfondire e riordinare tutte le autorizzazioni ambientali rilasciate nel passato da Enti diversi». In pratica s’è trattato di operare nei termini della normativa vigente e con la richiesta sempre e costante del raggiungimento delle Best Available Technologies ( Bat ) . Questa procedura riguarda tutti gli aspetti del funzionamento di un impianto o di un’industria che influenzano l’ambiente. Oggi, dunque, è disponibile un quadro preciso della situazione ambientale nel Sulcis Iglesiente : «Mi sembra doveroso chiarire che – sottolinea l’assessore –, in alcuni casi sono stati previsti rischi diversi da quelli poi realmente diagnosticati e sono state adottate nuove e più specifiche azioni». Un esempio : la radioattività dei fumi di acciaieria destinati alla Portovesme s.r.l., per il cui controllo si è stabilito un nuovo protocollo, che prevede la verifica diretta anche da parte degli Enti pubblici tramite controlli da remoto. «Su questo fronte – conclude Cicilloni –, registriamo l’esito negativo delle indagini intraprese da Noe e Arpas sulla discarica di Gennaluas, , nonché la discarica di Acqua sa Canna e Sa Piramide ex Eni Risorse. Il lavoro impostato dalla Provincia – ha già portato dei miglioramenti, in particolare sul vettore aria, la cui qualità varia in modo veloce a seconda delle caratteristiche delle emissioni prodotte, mentre più grave è lo stato di inquinamento dell’acqua e del suolo, poiché legato alle produzioni del passato. Tuttavia, gli Enti di controllo stanno serrando le fila per quanto concerne la messa in sicurezza delle emergenze, adoperandosi affinché vengano rispettate le prescrizioni del Ministero dell’Ambiente».

    • dicembre 11, 2012 alle 2:45 pm

      da La Nuova Sardegna, 11 dicembre 2012
      AMBIENTALISTI. Il territorio è inquinato, inattendibile la Provincia. (Enrico Cambedda)

      CARBONIA. Gli ambientalisti non ci stanno. I livelli di inquinamento nel territorio sono allarmanti e la recenti rassicurazioni della Provincia sono inattendibili. E’ il sunto di un documento di alcuni comitati ambientalisti del territorio, in particolare il gruppo Adiquas, preoccupati per i fenomeni inquinanti: «Prendiamo atto del fastidio procurato dal convegno di Carloforte – scrivono – dove si sollevava il problema dell’inquinamento paragonandolo all’Ilva di Taranto. Il convegno ha causato una levata di scudi della Confindustria sulcitana e ora anche dall’assessore provinciale, Carla Cicilloni». Gli ambientalisti contestano l’ottimismo della Provincia, secondo cui tutto va bene perché l’ente si è adoperato per risolvere i problemi dell’inquinamento con le bonifiche e il rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali: «I problemi ambientali esistono – prosegue il documento – Non sono una nostra invenzione ma il risultato di agenti inquinanti prodotti nel tempo dalle industrie e diventati più gravi per l’assenza o il silenzio della politica e dei sindacati. Oggi ci ritroviamo con le falde acquifere e un territorio inquinati. Basta leggere il documento Arpas del 2009 dove emerge un quadro preoccupante». Per gli ambientalisti i problemi sono evidenti: nello stagno di Boe Cerbus c’è il divieto di pesca; produzioni agricole e zootecniche sono a rischio; il mare ha livelli d’inquinamento altissimi; la causa di malattie e di morte è dovuta ai tumori: «Uno studio dell’istituto superiore di sanità – conclude il documento – ha classificato il Sulcis come uno dei territori più inquinati d’Italia. Per quanto le autorizzazioni Aia citate dall’assessore Cicilloni, diciamo che le prescrizioni vanno anche applicate. Invece Carbosulcis sta interrando ceneri e gessi in galleria: ama prima ha provveduto a bonificare i suoli e la falda?»

  9. dicembre 10, 2012 alle 2:56 pm

    A.N.S.A., 9 dicembre 2012
    Ilva: Clini, nessuna evacuazione forzata ne’ ‘deportazione’. ll ministro Clini interviene attraverso il suo ufficio stampa: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/12/09/Clini-Evacuazione-aree-tamburi-possibilita-_7927030.html

  10. dicembre 11, 2012 alle 2:58 pm

    Massimo Dadea è medico, è stato consigliere regionale (1984-1994) e Assessore regionale degli affari generali (2004-2009). Forse avrebbe potuto fare qualcosina in più per evitare che la Sardegna diventasse come Taranto o peggio.

    da La Nuova Sardegna, 11 dicembre 2012
    Le industrie chiudono e lasciano inquinamento.
    L’ANALISI. Silenzio e omertà ricordano molto da vicino quelli che hanno avvolto l’Ilva in tutti questi anni La Sardegna è peggio di Taranto. (Massimo Dadea)

    La Sardegna come Taranto? No, la Sardegna peggio di Taranto. A denunciarlo è l’indagine epidemiologica Sentieri, curata dall’Istituto Superiore di Sanità, quella che ha scoperchiato il bubbone infetto dell’ILVA di Taranto. L’indagine ha studiato la mortalità della popolazione residente in 44 siti industriali interessati da una pesante condizione di inquinamento ambientale. In Sardegna lo studio ha riguardato l’area industriale del Sulcis-Iglesiente-Guspinese e quella di Porto Torres. Le conclusioni sono inquietanti: la Sardegna è la regione d’Italia più inquinata. Ben 445 mila ettari del nostro territorio, 100 mila ettari in più della Campania, sono inquinati da un carico di veleni che hanno contaminato l’aria, l’acqua, il terreno. Un terzo della popolazione sarda è esposta all’impatto di materiali inquinanti con conseguenze terribili sulla salute. Nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese e nell’Area di Porto Torres è stato riscontrato “per uomini e donne un eccesso di mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio”, dovuto ad “una più elevata incidenza di tumori della pleura e del polmone”. Ed ancora “si rileva un eccesso di mortalità per le condizioni morbose perinatali”, tradotto in soldoni: i bambini che nascono in queste zone hanno meno possibilità di sopravvivere rispetto a quelli della restante parte della regione. La Sardegna vive oggi un momento drammatico, segnato da un paradosso inaccettabile. Un processo di de-industrializzazione che sta portando alla “desertificazione” del tessuto produttivo: le industrie chiudono, gli operai perdono il posto di lavoro, e sul terreno rimangono le scorie di un inquinamento per anni sottaciuto per timore che il denunciarlo avrebbe portato alla chiusura degli impianti. Un odioso ricatto che per decenni ha messo in contrapposizione il lavoro e la salute, due diritti costituzionalmente garantiti che il cinismo e l’arroganza delle multinazionali del profitto e l’acquiescenza di chi avrebbe dovuto vigilare, hanno ridotto a drammatica alternativa. Quello che si prospetta è un paesaggio spettrale, un ambiente contaminato, impianti industriali abbandonati, presto destinati ad assurgere alla dignità di “archeologia industriale”: monumenti a futura memoria della stupidità dell’uomo. Quello che sconcerta è il silenzio che circonda queste vicende, un’omertà che ricorda molto da vicino quella che ha avvolto l’ILVA di Taranto in tutti questi anni. La Sardegna peggio di Taranto. Mentre a Taranto un discutibile decreto cerca di coniugare risanamento ambientale e salvaguardia dell’occupazione, in Sardegna solo “Piani” fumosi, chiusure, disoccupazione, inquinamento, malattie. Prioritario su tutto dovrà essere interrompere la spirale perversa desertificazione produttiva-genocidio ambientale: attivando, certo, politiche industriali alternative al modello appena fallito, ma avviando nel contempo le bonifiche ambientali delle aree interessate. Non ci potrà essere nuovo sviluppo senza prima aver bonificato l’aria, l’acqua e la terra di Sardegna dai tanti veleni seminati negli ultimi decenni. Senza dimenticare che le bonifiche comportano nuovi e consistenti posti di lavoro. Le bonifiche prima di tutto.

  11. dicembre 27, 2012 alle 10:01 pm

    bravi, così si fa.

    A.N.S.A., 27 dicembre 2012
    Procura impugna il decreto ‘Salva-Ilva’. Sollevato conflitto attribuzioni tra poteri dello Stato: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2012/12/27/Procura-impugna-decreto-Salva-Ilva-_8003471.html

  12. gennaio 22, 2013 alle 2:55 pm

    A.N.S.A., 22 gennaio 2013
    Legge salva Ilva, atti alla Consulta. Il Gip di Taranto ha accolto la richiesta della Procura sollevando la questione di legittimità costituzionale della norma: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/01/21/Ilva-Ferrante-situazione-drammatica_8111359.html

    Ilva, Fabio Riva arrestato a Londra. Bloccato a Londra, già domani dovrebbe essere fissata l’udienza iniziale per l’estradizione: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/01/21/ILVA-FABIO-RIVA-ARRESTATO-LONDRA_8116977.html

  13. febbraio 1, 2013 alle 7:57 pm

    A.N.S.A., 1 febbraio 2013
    A Portovesme no inquinamento radioattivo.
    Provincia comunica dati su analisi effettuate a Genna Luas. (http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/sardegna/2013/02/01/Portovesme-inquinamento-radioattivo_8174876.html)

    CAGLIARI, 1 FEB – I siti per lo stoccaggio dei materiali da risulta dei processi di lavorazione della Portovesme srl non sono inquinati. Ad annunciarlo, dopo la consegna dei referti analitici relativi all’indagine richiesta per valutare eventuali contaminazioni radioattive, e’ l’Assessorato all’Ambiente della Provincia di Carbonia Iglesias.
    Le indagini radiometriche sono state svolte presso il laboratorio fisico dell’Arpas e interessato cam

    • febbraio 2, 2013 alle 10:58 am

      da La Nuova Sardegna, 2 febbraio 2013
      Radioattività, rientra l’allarme nel Sulcis. L’indagine dell’Arpas nelle discariche industriali di Iglesias e Portovesme rileva dati rassicuranti. (Giuseppe Centore)

      PORTOVESME. La Provincia di Carbonia rende pubblici i dati finali sull’indagine dell’Arpas alla ricerca di sostanza radioattive nella discarica attiva di Genna Luas e in quelle non più operative di Sa Piramide e S’Acqua e Sa Canna, questi ultimi due siti vicino alla Portovesme srl, mentre il primo è in territorio di Iglesias. Il commento della stessa Provincia, attraverso l’assessore all’Ambiente Carla Cicilloni, è di evidente soddisfazione. «Questi risultati tolgono dubbi e giuste preoccupazioni per la salute dei lavoratori e dei cittadini, soprattutto per il periodo antecedente all’installazione del portale radiometrico in ingresso alla Portovesme. Confermiano il nostro impegno per affiancare al portale aziendale anche uno a completo controllo pubblico». L’indagine dell’Arpas nasce da una richiesta del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri che agendo su delega della Procura di Cagliari voleva accertare se ci fosse inquinamento radioattivo nei luoghi dove la Portovesme srl scaricava i rifiuti. Nel passato, prima dell’introduzione del portale, non potevano esserci controlli sul materiale potenzialmente radioattivo che arrivava in Sardegna. L’indagine dell’Arpas è andata alla ricerca di tre radioisotopi che in teoria potrebbero trovarsi nelle discariche: il Cesio 137, il Cobalto 60 e l’Americio 241, ma sono stati cercati anche radionuclidi del potassio. Il primo soprattutto è comparso diverse volte nei materiali di risulta delle fusioni di ferro nelle fonderie del Nord Italia, proveniente da quelle che i tecnici chiamano sorgenti “orfane”, ovvero prodotti radioattivi a bassa intensità buttati tra i rottami ferrosi. I fumi inviati alla Portovesme venivano trattati nei forni per estrarre piombo e zinco e poi inviati alle discariche. In dieci giorni, ad aprile del 2011, i tecnici dell’Arpas hanno effettuato le misurazioni, prelevando acque di risulta dai pozzetti dalle discariche chiuse, e prelevando invece acque in profondità dall’unica discarica ancora attiva. Le conclusioni dicono che «da tutte le misure di campo effettuate sia con la tecnica della spettrometria gamma che con le misure in aria, non state rilevate contaminazioni dell’area indagata da parte dei radioisotopi… nessuno dei campioni presenta valori di concentrazioni superiori ai limiti». L’Arpas per rendere più credibile l’indagine ha diviso le discariche (tutte e tre imponenti, Genna Luas 1,5 milioni di metri cubi stoccati, Sa Piramide 2,5 e S’Acqua e Sa Canna 1,2 milioni) in quadrati di 30 metri su cui inserire le sonde e cercare con le apparecchiature la presenza di dosi gamma. Analogo intervento è stato fatto su aree lontane dal corpo della discarica. Tutti i risultati hanno dato esito negativo. Quei rifiuti non sono contaminati da radionuclidi.

      • febbraio 3, 2013 alle 11:04 am

        da La Nuova Sardegna, 3 febbraio 2013
        INQUINAMENTO NEL SULCIS. Radioattività, dubbi sulle indagini. Cremone (Idv) sollecita chiarimenti dopo i dati rassicuranti. (Giuseppe Centore)

        PORTOVESME. Il giorno dopo la pubblicazione dei dati sull’inquinamento da radionuclidi nelle discariche presenti e passate della Portovesme srl, il dibattito politico su quei numeri, sulla procedura adottata, e sulla tempistica, si accende. A dar fuoco alle polveri è il consigliere provinciale dell’Idv Angelo Cremone, che esprime forti dubbi, sia di metodo che di merito sulle indagini affidate all’Arpas. Il risultato che emerge da quelle campionature, eseguite in due settimane nella primavera del 2011, è che i valori di radioattività sono nella norma, sia nell’aria che nel terreno sottostante. Un risultato atteso, perché la radioattività nell’aria si sarebbe potuta rilevare solo in presenza di rifiuti contaminati negli strati superiori delle discariche. E questo presupporrebbe la presenza di contaminanti di recente scaricati; ipotesi che con i portali radiometrici installati da alcuni anni è da escludere. Ma se era abbastanza scontato non trovare radionuclidi nell’aria, non lo era per quelli nel terreno e nell’acqua, anche se la scelta di ridurre a pochi isotopi l’arco di ricerca potrebbe aver semplificato il lavoro. Resta il fatto che le indagini risalgono a due anni fa, e renderle pubbliche adesso non è certo un servizio reso alla trasparenza, secondo Cremone. «Da oltre un anno avevo chiesto i dati, e solo due giorni fa ho potuto leggere le dichiarazioni dell’assessore Cicilloni: appena avrò l’intero report lo sottoporrò all’attenzione di esperti del settore, per avere un parere inequivocabile e terzo su metodo e tipo di campionatura eseguiti. Ora ho dubbi, considerato il tipo di scorie al piombo presenti nelle discariche indagate, che al momento difficilmente, con campioni di eluato o percolato, possano dare valide indicazioni, così come non so a che profondità sono state inserite, se lo sono state, le eventuali sonde radiometriche. È su questi punti che l’assessore deve delle risposte e consegnare la documentazione richiesta». La non presenza di isotopi di alcuni radionuclidi mette una parola chiara sul rischio radioattività, anche se la modalità di indagine scelta per le analisi ha risentito delle caratteristiche dei campioni: «Non è possibile la rilevazione diretta della contaminazione sul materiale abbancato (in totale oltre 3 milioni di metri cubi di rifiuti inquinanti) perché si dovrebbe perforare la copertura».

  14. febbraio 14, 2013 alle 10:15 pm

    dal sito istituzionale web della Corte costituzionale, 13 febbraio 2013
    Conflitti di attribuzione per il caso dell’Ilva di Taranto: http://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_201302013_Ilva.pdf

  15. febbraio 28, 2013 alle 2:56 pm

    da Il Corriere della Sera on line, 28 febbraio 2013
    TARANTO. Incidente all’Ilva, un morto e un ferito. L’azienda sospende tutte le attività. È crollato un ponteggio alla batteria 9 delle cokerie: http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_28/ilva-morto-incidente-taranto_de3d7cc8-8170-11e2-aa9e-df4f9e5f1fe2.shtml

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    A.N.S.A., 28 febbraio 2013
    ILVA, INCIDENTE COCKERIE, UN MORTO E UN FERITO: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/02/28/Ilva-incidente-cokerie-morto-ferito_8324110.html

  16. aprile 9, 2013 alle 10:30 pm

    A.N.S.A., 9 aprile 2013
    La legge salva-Ilva non è anti-costituzionale. Non incide su procedimento penale. Clini: ora avanti risanamento: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/04/09/legge-salva-Ilva-anti-costituzionale_8526563.html

  17. aprile 11, 2013 alle 2:52 pm

    e a Bagnoli hanno speso 107 milioni di euro di fondi pubblici per la bonifica ambientale e sono riusciti a inquinare di più…

    A.N.S.A., 11 aprile 2013
    Bagnoli: disastro ambientale, cc sequestrano aree. Indagine procura di Napoli, 21 indagati. Aree ex Italsider e ex Eternit sequestrate da carabinieri: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/04/11/Bagnoli-disatro-ambientale-cc-sequestrano-aree_8533648.html

  18. maggio 15, 2013 alle 2:54 pm

    A.N.S.A., 15 maggio 2013
    Ilva: arrestato presidente provincia di Taranto. Inchiesta ‘Ambiente svenduto’ su presunti favori: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/05/15/Ilva-arrestato-presidente-provincia-Taranto_8707222.html

  19. maggio 23, 2013 alle 2:52 pm

    A.N.S.A., 22 maggio 2013
    Ilva: indagati Emilio e Adriano Riva. Truffa allo Stato per trasferimento fittizio di beni. Per reati fiscali e di riciclaggio: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/05/22/Ilva-perquisizioni-sequestri-carico-Riva_8746238.html

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    da L’Unione Sarda, 23 maggio 2013
    Fanghi rossi di vergogna. Da oltre trent’anni il bacino,sequestrato dai Pm, raccoglie gli scarti
    di lavorazione dell’allumina: inquinati il mare e le falde acquifere. (Anthony Muroni): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20130523090622.pdf

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    La pioggia delle strane particelle, l’Ici (forse) evasa e la corruzione. Tanti i fronti aperti su quel che resta di un sito industriale fantasma: http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_146_20130523090720.pdf

  20. maggio 24, 2013 alle 2:53 pm

    A.N.S.A., 24 maggio 2013
    Ilva: sequestro beni per 8,1 mld a Taranto-Milano. A Taranto e Milano. Provvedimento del gip nei confronti della societa’ e di Rivafire: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/05/24/Ilva-sequestro-beni-8-1-mld-Taranto-Milano-_8757704.html

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    A.G.I., 24 maggio 2013
    Ilva: sigilli al tesoro dei Riva, sequestrati 8 miliardi di beni: http://www.agi.it/cronaca/notizie/201305241012-cro-rt10046-ilva_sigilli_al_tesoro_dei_riva_sequestrati_8_miliardi_di_beni

  21. maggio 24, 2013 alle 2:57 pm

    da L’Unione Sarda, 24 maggio 2013
    Le storie di operai che non possono permettersi di dire no all’inquinamento. «I fanghi? Il lavoro ci serve». Il territorio sacrificato per creare prospettive tradite. (Anthony Muroni): http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_82_20130524090014.pdf

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    Quanto c’è vento sulla frazione arrivano nubi di polvere e vapori: «Economia distrutta»
    A Paringianu è un incubo quotidiano: http://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_82_20130524090143.pdf

  22. maggio 27, 2013 alle 2:49 pm

    da La Nuova Sardegna, 27 maggio 2013
    video: http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/veleni-a-porto-torres-sit-in-davanti-al-tribunale/13422/13446

    Darsena inquinata, il giorno della verità. Riparte il processo sui veleni di Porto Torres: il pm deciderà se chiedere o meno il rinvio a giudizio per gli 8 indagati. (Nadia Cossu)

    SASSARI. Quello di oggi potrebbe essere il giorno della svolta. Di sicuro rappresenterà una tappa importante nella controversa vicenda sull’inquinamento della darsena di Porto Torres (al momento sono indagati per disastro ambientale otto dirigenti dell’azienda petrolchimica Syndial e di Polimeri Europa). Dopo anni di indagini, perizie, accertamenti, colpi di scena giudiziari, stamattina al secondo piano del palazzo di giustizia di via Roma è previsto l’atteso – e forse conclusivo – confronto tra i periti nominati dalla Procura e il pool di difensori dell’Eni (tra questi l’avvocato sassarese Piero Arru). All’esito, il pubblico ministero Paolo Piras deciderà se chiedere il rinvio a giudizio degli indagati o se rinunciare invece all’azione penale e procedere con la richiesta di archiviazione. Nel caso in cui venissero dimostrate le prove dell’inquinamento (per questo motivo c’è stato l’incidente probatorio) – e se il gip accogliesse la richiesta di rinvio a giudizio della pubblica accusa – la svolta, certamente storica, sarebbe assicurata. La darsena. È stata ribattezzata “darsena dei veleni” ed è lo specchio d’acqua confinante con il perimetro del petrolchimico dove nel corso degli anni sono finite innumerevoli le sostanze altamente inquinanti provenienti dalle lavorazioni della chimica. Tanto che tre anni fa l’Arpas rilevò concentrazioni di benzene centinaia di migliaia di volte superiori a quelle consentite dalla legge. Da quel momento l’intera porzione di mare è stata interdetta: basti pensare che i valori sono rimasti molto alti nonostante il Petrolchimico abbia cessato la produzione. Si può quindi immaginare la quantità di materiale nocivo che si è riversata nel tempo in quella zona. Udienza preliminare. Questa mattina, davanti al giudice Antonello Spanu, si svolgerà l’udienza preliminare nel corso della quale verrà discussa la perizia conclusiva che vedrà appunto un confronto tra i consulenti di entrambe le parti. Sit in di attivisti e cittadini. E sempre stamattina davanti al palazzo di giustizia di via Roma è in programma un sit in dei movimenti indipendentisti sardi ma anche dei comitati di cittadini che in questi mesi si sono costituiti per denunciare con maggiore forza la grave e preoccupante situazione ambientale di Porto Torres. L’appuntamento è previsto per le 10 fuori dal tribunale. Sarà una manifestazione pacifica – come lo sono state anche le precedenti – che ha lo scopo di sensibilizzare la comunità su questo disastro irrisolto. Sia sotto il profilo delle responsabilità (penali), sia dal punto di vista strettamente ambientale.

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    da Sardinia Post, 27 maggio 2013
    Marea nera Porto Torres, sit-in degli ambientalisti al Tribunale di Sassari: http://www.sardiniapost.it/cronaca/marea-nera-porto-torres-sit-in-degli-ambientalisti-al-tribunale-di-sassari/

  23. maggio 28, 2013 alle 2:45 pm

    da La Nuova Sardegna, 28 maggio 2013
    Darsena inquinata, slitta l’udienza Protesta in tribunale. Porto Torres, ancora dubbi e interrogativi sui veleni in mare Sit in di ecologisti e movimenti per sollecitare le bonifiche
    Il processo. Otto indagati per disastro ambientale. (Nadia Cossu)

    Gli indagati per disastro ambientale – e per non aver adottato le necessarie cautele per evitare che le sostanze inquinanti finissero in mare – sono il rappresentante legale di Syndial Spa Alberto Chiarini, il responsabile gestione siti da bonificare Francesco Papate, il responsabile Taf Management (Taf è l’impianto per trattamento acque di falda) Oscar Cappellazzo, il responsabile area operativa Taf Gian Antonio Saggese, il responsabile salute, ambiente, sicurezza del Taf Francesco Leone, il rappresentante legale di Polimeri Europa Daniele Ferrari, il direttore di stabilimento Paolo Zuccarini e il responsabile della sezione Hse (acronimo inglese che sta per salute, sicurezza, ambiente), Daniele Rancati. I periti del gip sono invece Lino Colombo, ordinario di Chimica Organica all’Università di Pavia, Mauro Sanna, chimico industriale, Rino Felici, funzionario prevenzione ambiente, Nazzareno Santilli, ingegnere chimico e funzionario Ispra di Roma e il geologo Bruno Grego.

    SASSARI. Dubbi, incertezze, interrogativi sull’inquinamento della darsena di Porto Torres e su eventuali responsabilità o inadempienze dovranno ancora attendere molto tempo prima di essere chiariti. E non è solo un’impressione: chi ieri mattina si aspettava un’udienza risolutiva è rimasto certamente deluso. La lunga attesa dell’incidente probatorio. Al secondo piano del palazzo di giustizia di Sassari (dove si sta tenendo “a puntate” l’incidente probatorio) pubblico ministero e pool di difensori di Eni hanno esaminato per oltre sei ore la perizia eseguita dai tecnici nominati dal giudice – proprio per fare chiarezza sul disastro ambientale nello specchio d’acqua confinante con il perimetro del Petrolchimico – che hanno risposto alla mole di domande dell’accusa e della difesa. Ma la conclusione è ancora lontana. Il rinvio. L’udienza è stata infatti aggiornata al primo luglio quando il gip Antonello Spanu finirà di ascoltare i periti, poi sarà sentito il gruppo di consulenti americani nominato dalla difesa. Una lunghissima analisi, insomma, al termine della quale – tecnicamente – potrà dirsi finalmente chiuso l’incidente probatorio. Gli atti a quel punto torneranno al pubblico ministero per la decisione: richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati o richiesta di archiviazione. L’inchiesta. Otto persone, tutti dirigenti a vario titolo di Syndial e Polimeri Europa (oggi Versalis) sono finiti sotto la lente di ingrandimento della Procura (titolare Michele Incani prima e Paolo Piras dopo), indagati per disastro ambientale (prima doloso, poi derubricato in colposo). In questi anni si è tentato – e ancora non si è arrivati a fare chiarezza – di capire se ci siano responsabilità precise per l’inquinamento della ribattezzata darsena dei veleni. Nel corso degli anni in quella porzione di mare sarebbero state sversate sostanze altamente inquinanti provenienti dalle lavorazioni della chimica. Solo tre anni fa l’Arpas rilevò concentrazioni di benzene 90mila volte superiori a quelle consentite. Furono adottate misure adeguate per mettere in sicurezza la zona? I cinque periti nominati dal giudice hanno depositato un fascicolo di oltre 500 pagine dove viene fatta un’analisi dettagliata del “caso darsena”. «Se contaminazione c’è stata – ha detto ieri l’avvocato Piero Arru, l’unico legale sassarese nel pool di difensori del colosso della chimica – non è certo colpa di Eni, sono responsabilità che risalgono a epoca storica. Stiamo vivisezionando le pagine della perizia e cercheremo di smontare pezzo per pezzo eventuali accuse che dovessero essere a noi ricondotte». La delusione. Erano almeno un centinaio gli attivisti dei movimenti indipendentisti sardi, gli ecologisti e i comitati di azione, protezione e sostenibilità ambientale che ieri mattina hanno organizzato un sit in con megafoni e striscioni di fronte al tribunale di via Roma. Erano lì per sollecitare le bonifiche con numeri importanti tra le mani su inquinamento e incidenza di tumori. Tutti hanno aderito alla primordiale protesta di iRS, furono infatti proprio loro a smuovere per la prima volta le acque e a portare alla ribalta la questione ambientale con il blitz del 2007 a Minciaredda. E sempre iRS, ieri, lo ha detto chiaramente: «Dispiace molto che nell’inchiesta siano cambiati giudice e pm perché tutto questo comporterà un ulteriore allungamento dei tempi. Oggi ci aspettavamo risultati concreti e invece è tutto ancora una volta rinviato. Una lentezza inaccettabile».

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    da Sardinia Post, 28 maggio 2013
    Porto Torres, “darsena dei veleni”. Parlano le vedove degli operai. (Davide Fara): http://www.sardiniapost.it/cronaca/porto-torres-darsena-dei-veleni/

  24. maggio 29, 2013 alle 2:45 pm

    e s’avvicina la “santa” prescrizione per “salvare” gli autori dell’inquinamento.

    da La Nuova Sardegna, 29 maggio 2013
    Scarichi velenosi in porto, il pm chiede il processo. Sassari, corsa contro il tempo per evitare la prescrizione sull’ex petrolchimico. Quattro manager di Syindial, Sasol e Vinyls imputati di inquinamento colposo: http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/05/29/news/scarichi-velenosi-in-porto-il-pm-chiede-il-processo-1.7156511

  25. giugno 3, 2013 alle 8:16 pm

    A.N.S.A., 3 giugno 2013
    Ilva, gip concede uso degli impianti. Orlando: non rispettate norme salute. Ma il sequestro è stato confermato. Il ministro: ‘Bisogna intervenire, non seguito il percorso di attuazione dell’AIA’. Gip: ‘Proroghe penalizzerebbero il diritto alla salute’: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/06/03/Ilva-gip-concede-uso-impianti-sequestrati-_8811097.html

  26. giugno 15, 2013 alle 5:54 pm

    per capire un po’ chi sono i Riva.

    da L’Espresso, 3 giugno 2013
    Riva, capitalismo all’italiana.Avvelenava i tarantini. Pagava i giornalisti e sindacalisti perché stessero buoni. Finanziava Berlusconi e Bersani. Puniva gli operai con i reparti-confino. Accumulava miliardi nei paradisi fiscali. E ora si fa passare per vittima. (Vittorio Malagutti): http://espresso.repubblica.it/dettaglio/riva-capitalismo-allitaliana/2208284/25

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    da Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2013
    Ilva, Riesame conferma maxisequestro, ma in cassa ci sono solo 250mila euro.
    Confermato il sequestro nonostante i ricorsi della Riva Fire, società che controlla il polo siderurgico. Ma i finanzieri trovano solo gli spiccioli. E ora il destino del risanamento è legato a nuove linee di credito delle banche. O a uno slittamento del piano di risanamento. Con il conseguente nuovo possibile sequestro degli impianti. (Francesco Casula): http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/15/ilva-riesame-conferma-maxisequestro-ma-in-cassa-ci-sono-solo-250mila-euro/627407/

  27. luglio 2, 2013 alle 2:48 pm

    da La Nuova Sardegna, 2 luglio 2013
    L’INCHIESTA » VELENI DELLA DARSENA. Syndial, scontro tra periti sul benzene.
    In tribunale battaglia tra esperti del gip e consulenti dell’Eni, che rilancia: «La nostra barriera anti inquinamento funziona». E.On e Terna, la vicenda in Parlamento. (Elena Laudante)

    SASSARI. I ministri dell’Ambiente dello Sviluppo economico devono sapere «che la proroga richiesta da Terna supera il tetto di ore di esercizio imposto dall’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’impianto E.On di Fiume Santo. E e che la multinazionale tedesca avrebbe comunicato al prefetto di Sassari, a Terna, alla Regione e al Governo la necessità di ingenti risorse per garantire la manutenzione e l’esercizio in sicurezza dei gruppi a olio, e che tali risorse dovrebbero essere a carico del sistema pubblico». La vicenda E.On-Fiume Santo approda nuovamente in Parlamento: il senatore del Pd, Silvio Lai, infatti, ha presentato una interrogazione urgente per chiedere che venga fatta chiarezza su tutta l’operazione Terna-E.On. Lai richiama anche la storia del Sapei (quali sono stati i benefici reali?), il recente appalto di Terna su Codrongianos (serve per risolvere i deficit di potenza di corto circuito della rete?), il fatto grave che la proroga richiesta da Terna presuppone deroghe ai limiti di emissione e va contro la tutela dell’ambiente e la salute e la sicurezza nel territorio interessato. di Elena Laudante wSASSARI La bonifica della porzione sulla quale sorgerà la cosiddetta Chimica Verde? «Un’eccezione che conferma la regola». E tutti i milioni spesi da Eni per “risanare” il petrolchimico? «Troppi, e comunque si tratta di spese non giustificate, visti i risultati». E lo stato dell’arte rispetto all’inquinamento all’ombra delle ciminiere? «Con il benzene che ancora galleggia sull’acqua, si tratta di una vera emergenza». Ribadiscono quanto scritto in 518 pagine. Anzi, se possono i periti nominati dal tribunale nell’inchiesta per disastro ambientale alla Darsena, calcano la mano sul livello di inquinamento di suolo, acque di falda e quindi del mare. Anche perché ieri, davanti a loro, si è schierato un plotone tecnico-legale notevole, posizionato da Syndial e Versalis – gruppo Eni. Serve a respingere le accuse mosse dalla Procura al colosso della Chimica, sospettato di aver fatto poco o nulla per ripulire un sito inevitabilmente contaminato. Anzi, di esserne stato la causa, nonostante da sempre il gruppo attribuisca l’origine a un periodo precedente alla sua gestione o quantomeno all’entrata in vigore della norma sulle bonifiche (1998). La consulenza Eni. Alla perizia del gip discussa il 27 maggio, alla seconda udienza a porte chiuse nell’ambito di un incidente probatorio, ieri i difensori di Syndial e Versalis (ex Polimeri) hanno opposto uno studio corale realizzato da quattro esperti Usa, uno dei quali è giudice amministrativo federale. Che assicurano: la barriera idraulica realizzata a Porto Torres per bloccare l’inquinamento verso il mare assolve alla sua funzione, perfettamente. E, soprattutto, se nello specchio della Darsena arriva acqua dolce (secondo i periti del gip, è acqua di falda inquinata, che supera una «inefficace barriera idraulica») è perché proprio lì «c’è una condotta fognaria che perde». Condotta della rete comunale, non certo di Eni, chiariscono i super esperti statunitensi. La prova? Tracce di ibuprofene in mare. Il farmaco tra i più comuni antinfiammatori si smaltisce via urine. Visto che non si produceva nel sito, finisce in mare – spiegano i consulenti Eni – attraverso fogne evidentemente “danneggiate”. Questo serve a Syndial e Versalis anche per sostenere: «C’è un’altra fonte di inquinamento, oltre al suolo contaminato dove sorgono gli impianti (oggi è attivo solo quello per gli elastomeri)». La consulenza depositata dai legali Eni Carlo Federico Grosso, Mario Maspero, Piero Arru, Grazia Volo, Fulvio Simoni e Luigi Stella, punta a smontare la perizia del gip con 12 repliche. Alla base c’è la strenua difesa di quanto Syndial ha fatto finora per limitare i danni. E avviare un percorso iniziato nel 2001 con la messa in sicurezza che si concluderà – dopo il piano di caratterizzazione e l’analisi di rischio – con la bonifica. Per i periti del gip, si tratta di una fase ancora lontana. Gli esperti Usa invece garantiscono su quanto fatto finora, sull’efficacia della barriera idraulica. Contestano l’individuazione del suolo come unica fonte di inquinamento e puntano il dito contro eventuali crepe nella rete fognaria. Da qui arriverebbero infiltrazioni di acqua dolce in mare, responsabili della desalinizzazione che i periti attribuiscono invece alle “falle” della barriera. Controesame. Il fuoco di fila di domande era iniziato da parte dei legali Eni ai periti del gip già alla scorsa udienza. Ieri hanno terminato il controesame i legali Simoni, Arru, Volo e Maspero. Simoni ha puntato a smontare l’interpretazione delle norme contenute nella perizia. Ma Sanna, Colombo, Felici, Santilli e Grego hanno fatto muro. E ripetuto che a loro dire, rispetto alla legge, a 12 anni di distanza dalla rilevazione della presenza di inquinamento ancora un progetto di bonifica «non c’è». Grazia Volo ha ricordato come qualsiasi operazione Eni debba concordarla, anzi svolgerla, su indicazione di un decreto ministeriale, quindi di concerto con amministrazioni non sempre celeri. Ma questa versione non convince gli esperti del tribunale. E nemmeno le spese sostenute da Syndial elencate dall’avvocato Arru – milioni impiegati e i 530 ancora da investire – hanno spostato di un centimetro la loro convinzione. Anzi, il pm Paolo Piras ha chiesto «l’esibizione delle fatture». Nuova perizia. Sui quesiti Piras ha sollecitato il gip Spanu ad ampliare la perizia. Per valutare se l’unico impianto attivo di Versalis, e cioè quello per produrre elastomeri, stia ancora causando l’inquinamento del mare, come sostengono i periti. La difesa è insorta. Il gip deciderà il 23 luglio. «Nessun disastro». Alla fine dell’esposizione della consulenza Eni, Richard Wenning, uno degli esperti del collegio difensivo (gli altri sono Randall Charbemeau, Albert Valocchi, Paul Phillip) ha assicurato che alla Darsena «non è in atto un disastro ambientale». Perché i livelli di benzene riguarderebbero una porzione di specchio limitata rispetto all’area. Gli idrocarburi che non si sciolgono, ha spiegato, restano in superficie «senza costituire una minaccia per pesci o uccelli». Una presenza, quella del benzene, che secondo il ricercatore è «trascurabile», in linea con quanto avviene negli altri porti industriali. Il legale del Comune, Antonello Urru, forse la pensa diversamente. La battaglia continua il 23.

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    IL RIMEDIO. Quella trincea che dovrebbe trattenere gli agenti chimici.

    SASSARI. Al centro della diatriba tra accusa e difesa, nell’inchiesta sull’inquinamento della Darsena di Porto Torres, c’è il sistema adottato da Syndial e Versalis (gruppo Eni) per evitare che il benzene che pervade il suolo finisca in mare, attraverso le acque di falda. Il meccanismo è questo: la barriera si interpone tra gli impianti e la Darsegna, ed è composta da tanti pozzi di pompaggio che filtrano l’acqua di falda diretta al mare. Secondo i periti, il fatto che i campioni abbiamo rilevato presenza di benzene a monte della barriera e a valle, dimostra come il suolo costituisca la fonte di inquinamento del mare. Secondo gli esperti nominati dalla multinazionale, invece, le rilevazioni e il regolare defluire delle acque sotterranee provano tutt’altro, e cioè che la barriera funziona come dovrebbe. E che oltre al suolo, c’è un’altra fonte di inquinamento non individuata. Per Eni, i periti non hanno accertato che la barriera “perde”, non è a tenuta stagna. I periti del gip, invece, sono certi si tratti di uno strumento inefficace a bloccare gli agenti chimici.

  28. luglio 4, 2013 alle 2:49 pm

    da Il Fatto Quotidiano, 4 luglio 2013
    Ilva, il Riesame conferma sequestro soldi: “Governo aziendale occulto”.
    Secondo i giudici esiste una “struttura ombra costituita da soggetti denominati ‘fiduciari’ non inquadrati nell’organizo di Ilva spa, ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva”. Restano quindi bloccati 8,1 miliardi. Intanto la procura di Milano ha chiesto rinvio a giudizio per frode fiscale per Emilio Riva. (Francesco Casula): http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/02/ilva-riesame-conferma-sequestro-governo-aziendale-occulto/644324/

  29. luglio 14, 2013 alle 10:28 pm

    cacciatelo viaaaa!!!!!

    A.N.S.A., 14 luglio 2013
    Tumori a Taranto colpa del fumo’, nuovo scontro su Ilva.
    Bufera su Bondi per perizia a Vendola e Arpa: http://www.ansa.it/web/notizie/specializzati/energiaeambiente/2013/07/14/Tumori-Taranto-colpa-fumo-nuovo-scontro-Ilva-_9022407.html

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    da Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2013
    Taranto, Enrico Bondi: “I tumori? Macché Ilva, la colpa è di tabacco e alcol”.
    L’ex amministratore, ora commissario dell’azienda dei Riva ha inviato una perizia al presidente della Regione Puglia Vendola e al direttore generale di Arpa, Giorgio Assennato: “Il ruolo dell’impianto? Dipende da altri fattori come fumo di sigarette e difficoltà nell’accesso a cure mediche”. Inoltre, “l’enfasi sul possibile ruolo dell’impianto siderurgico sembra essere un effetto della pressione mediatico-giudiziaria, ma non ha giustificazioni scientifiche”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/14/taranto-enrico-bondi-tumori-macche-ilva-colpa-e-di-tabacco-e-alcol/655757/

  30. luglio 30, 2013 alle 2:58 pm

    un altro po’ di energia e di inquinamento a Porto Torres.

    da La Nuova Sardegna, 30 luglio 2013
    Fiume Santo » la centrale elettrica. (http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/07/30/news/e-on-nuovo-si-agli-impianti-inquinanti-1.7501874) E.On, nuovo sì agli impianti inquinanti. Rischio black out, accolta la richiesta di Terna: un’altra proroga di 700 ore per i gruppi 1-2 alimentati a olio combustibile. (Gianni Bazzoni)

    SASSARI. E.On stavolta gioca da fuori e incassa l’autorizzazione per continuare a inquinare con i vecchi gruppi a olio combustibile. La richiesta formalizzata da Terna – per esigenze di sicurezza della rete elettrica – è stata accolta a malincuore dal prefetto di Sassari Salvatore Mulas che ha acquisito i pareri – ovviamente favorevoli – dei ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. L’ordinanza firmata ieri pomeriggio concede alla multinazionale tedesca – che avrebbe persino fatto finta di non essere interessata alla cosa – altre 700 ore aggiuntive da utilizzare per i gruppi 1 e 2 alimentati a olio combustibile. Nella nota inviata il 14 giugno (e integrata il 26 luglio con l’annuncio della indisponibilità del terzo gruppo per esigenze di manutenzione indifferibili), Terna ha evidenziato che in una simile situazione «il sistema elettrico sardo sarà esercitato in condizioni di sicurezza degradata». In pratica ha lasciato intendere che la Sardegna era destinata a nuovi rischi di black out che potevano essere scongiurati solo con una strategia di «distacchi programmati», come è avvenuto anche di recente. Prima di adottare quello che viene considerato un atto dovuto, la Prefettura si è presa tutto il tempo necessario per le valutazioni e ha coinvolto i settori del governo nazionale direttamente competenti. Anche perché Terna aveva indicato – tra le strade da percorrere – anche il possibile ricorso all’Unione europea per superare i limiti attuali previsti nell’Autorizzazione al funzionamento della centrale. Ieri il prefetto Salvatore Mulas, di fronte alle risposte scritte dei ministeri, specie di quello dell’Ambiente («la proroga dell’esercizio provvisorio, entro determinati limiti temporali, non pone evidenti criticità in relazione a possibile rischi di danno ambientale») ha firmato. Tutto a posto quindi? Possibile che sia già stato dimenticato il disastro dello sversamento di 50 tonnellate di olio combustibile che – a gennaio 2011 – aveva invaso decine di chilometri di costa a seguito di un problema su una condotta della centrale che alimenta proprio i gruppi 1 e 2? E c’è un altro aspetto che non può essere ignorato: un anno fa, sempre Terna, aveva chiesto al prefetto di Sassari un provvedimento simile, motivandolo ancora con esigenze di stabilità della rete elettrica. E perché in un anno non sono state create condizioni diverse dal ricorso a impianti altamente inquinanti e non più in grado di rispettare i limiti per le emissioni stabiliti dalle normative ambientali? Solo di recente, in effetti, Terna ha annunciato di avere assegnato all’Ansaldo un appalto per la realizzazione di “compensatori sincroni” a Codrongianos, che servirebbero per assicurare lo stesso obiettivo di stabilità della rete. E allora: perché un tempo così lungo per intervenire su un problema grave e, come emerge, ben noto a tutti? La richiesta di Terna di fare «sbuffare» ancora per centinaia di ore i gruppi obsoleti e fuori da ogni logica, avvantaggia nuovamente E.On che, alla fine, quasi si “sacrifica” in nome della tutela della sicurezza della rete elettrica sarda. Il tutto per consentire non meglio precisate manutenzioni, stranamente non considerate in precedenza, che la multinazionale tedesca dovrebbe fare eseguire sugli altri gruppi della centrale di Fiume Santo. I vantaggi economici per E.On sono una conseguenza diretta di tale strategia, ma resta da chiedersi chi paga il costo economico della nuova deroga. Invece è già noto da tempo che a pagare il costo ambientale è il territorio del nord Sardegna, in un clima di grande preoccupazione. La Regione, infatti, non riesce a dettare le regole da fare rispettare a E.On, e il ministero dell’Ambiente – che dovrebbe tutelare le popolazioni – continua a svolgere un ruolo strano, quasi da “arbitro” senza cartellini. Le intese siglate (e in parte ereditate) non vengono rispettate da E.On: da tempo ha ridotto al minimo le manutenzioni sui gruppi 1 e 2 che rappresentano una minaccia continua, in termini di sicurezza e di impatto ambientale. La vita di quegli impianti è stata allungata contando sulla indispensabile funzione che la centrale di Fiume Santo svolge per il sistema elettrico. E magari si pensa di fare altrettanto con i gruppi 3 e 4, senza alcun investimento sul nuovo gruppo, meno inquinante, e già autorizzato. In Sardegna, dove non esiste ancora un Piano energetico, succede questo.

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    L’ordinanza. Il prefetto Mulas: ridurre le emissioni.

    Sarebbe interessante conoscere i risultati dei controlli eseguiti dagli organismi competenti sulla condizione dei gruppi 1 e 2. L’ordinanza del prefetto di Sassari non sembra lasciare varchi per possibili fughe in avanti, ma il resto dovranno farlo coloro che devono vigilare sul rispetto dell’ambiente e la tutela della salute pubblica. Il dispositivo del prefetto sottolinea che «Terna dovrà valutare ogni possibile intervento aggiuntivo tecnicamente perseguibile per ridurre le emissioni dei due gruppi durante il periodo di extra durata dell’esercizio». Tra le prescrizioni, anche quella che «in nessun caso la deroga potrà superare il numero complessivo di 700 ore da utilizzare per entrambi i gruppi di produzione ad olio e potrà essere esercitata entro il 31 dicembre 2013». Da verificare, inoltre, «la compatibilità tra le attuali condizioni degli impianti e la proroga richiesta». Non sarà possibile andare oltre il monte ore concesso dall’autorizzazione integrata ambientale.

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    Ganau e Giudici: «Decisione inaccettabile». Il sindaco e il presidente della Provincia annunciano battaglia per tutelare la salute dei cittadini.

    SASSARI. Durissime le reazioni sul fronte istituzionale e politico. Il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau e il presidente della Provincia Alessandra Giudici hanno sottolineato che «sono ormai cinque anni che i tedeschi di E.On inquinano il territorio con due vecchie unità di produzione elettrica ad olio combustibile. Gli impianti della centrale di Fiume Santo superano i limiti di legge e sono rimasti in esercizio in deroga a quei limiti, solo grazie ai decreti prefettizi emessi per evitare il black-out in Sardegna». Gli amministratori locali ricordano che, ormai da tempo, il territorio ha chiesto la chiusura dei gruppi 1 e 2 e che la multinazionale tedesca rispetti gli accordi presi: lo smantellamento degli impianti, la bonifica e la restituzione della zona agli usi civili. «Tutto questo è davvero inaccettabile – affermano Ganau e Giudici – e riteniamo quantomeno singolare che le motivazioni avanzate per giustificare la richiesta di una ulteriore proroga di 700 ore, non abbiano trovato alcun tipo di risposta alternativa nel lungo periodo della precedente proroga, e che vengano considerate comunque al di sopra delle ragioni che tutelano la salute dei cittadini e la salvaguardia dell’ambiente». Sindaco e presidente della Provincia annunciano battaglia e denunciano che «ancora una volta E.On disattende gli impegni presi e sfrutta a proprio vantaggio le potenziali carenze di un sistema che vede la Regione sarda sempre priva di un Piano energetico». E un no deciso alla proroga per i gruppi 1 e 2 – per i quali si paventa un intervento di manutenzione straordinaria che sarebbe a carico del bilancio pubblico – l’ha espresso ieri sera il consigliere regionale di “Sardegna è già domani” Mario Diana. «La proroga di 700 ore per i gruppi 1 e 2 è uno schiaffo al territorio e alle centinaia di lavoratori della centrale che rischiano di restare disoccupati a causa del programma di esuberi deciso dalla multinazionale tedesca», ha detto Diana che chiede la revoca del provvedimento. Non usa mezzi termini il consigliere regionale, per definire i gruppi 1 e 2: «Obsoleti, inquinanti, estremamente pericolosi per la popolazione e per l’ambiente, tanto che dovrebbero già essere chiusi da parecchi anni. Per altro, in presenza di una Autorizzazione integrata per la realizzazione di un nuovo gruppo, non sussiste alcuna ragione per cui certi impianti debbano continuare a marciare». Mario Diana chiama in ballo la Regione: «Farebbe bene a valutare con attenzione una decisione che svela inequivocabilmente l’orientamento del Governo nella vertenza Fiume santo. L’esecutivo nazionale è totalmente appiattito sulle posizioni di E.On e non assumerà alcuna decisione che vada in direzione contraria a certi interessi. È indispensabile, mai come oggi, che sia la Regione a prendere in mano la vertenza: dimostri di essere capace di scelte coraggiose, salvi centinaia di posti di lavoro e liberi l’isola da un duopolio elettrico che sta contribuendo ad affossare la nostra economia».

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    Il punto sulle bonifiche: per ora molti progetti.
    Petrolchimico: il consiglio comunale ha incontrato i dirigenti della Syndial Diverse le istruttorie aperte e si chiede di sollecitare il ministero dell’Ambiente. (Gavino Masia)

    PORTO TORRES. «Per il risanamento ambientale della zona industriale di Porto Torres si sono spesi sinora 150milioni di euro: abbiamo presentato diversi progetti di bonifica, alcuni realizzati e altri da realizzare, ora è necessario fare pressing sul ministero dell’Ambiente e sugli altri enti preposti per avere un’azione amministrativa unita ed efficace che porti alle autorizzazioni e ai decreti attuativi». Questo il ragionamento del direttore attività ambientali di Syndial, ingegnere Modestino Colarusso, nella descrizione generale dello stato dell’arte dei progetti di bonifica all’interno dell’ex petrolchimico durante l’incontro di ieri mattina tra i dirigenti Eni e il consiglio comunale. Tanti i progetti ancora bloccati in istruttoria, approfondimenti in corso sulla collina dei “veleni” di Minciaredda (per indagini integrative, concluse lo scorso marzo, sono stati spesi 1milione e 900mila euro) e il Trattamento dell’acqua di falda che il Program manager di Syndial Gianluca D’Aquila assicura già arrivato quasi alla metà dell’obiettivo di 580 metri cubi l’ora. Eppure, l’unica novità rispetto alle notizie dei meeting precedenti era la fase d’avvio dell’iter per mettere in gara d’appalto, importo previsto 11milioni di euro, la demolizione degli impianti: Sirtil, Titansir, Sfere elastomeri, Tpf, serbatoio Aromatici, Inceneritore e fabbricati fuori recinzione. «Lo stato dell’arte dei progetti è uguale a 2 anni fa – ha detto il capogruppo di Città democratica Dino Dessì -, e non capisco perché quello di Minciaredda, considerato inadeguato dagli enti territoriali e dal ministero, non sia stato ripresentato a distanza di tre anni. Serve un tavolo collegiale con tutti gli attori istituzionali, compresa una Regione troppo assente da queste tematiche, e soprattutto non ci si può fermare a dire che i progetti sono stati presentati e il cattivo di turno è il ministero dell’Ambiente». Anche l’ex sindaco Gilda Usai ha espresso perplessità sulla mancanza di novità rispetto ai progetti di bonifica dell’area industriale: “Non è possibile sviluppare i progetti locali di filiera previsti dai finanziamenti regionali, perché i terreni da utilizzare devono ancora essere bonificati». Per Antonello Budroni «bisogna andare oltre l’inefficienza autorizzativa, e magari avere più chiarezza su certi progetti (centrale a biomasse di Enipower) che potrebbero penalizzare ulteriormente la città dal punto di vista ambientale». L’assessore Angelo Acaccia ha ricordato che alla comunità interessa solamente la risoluzione dei problemi, chiamando in causa il ministero dell’Ambiente su Minciaredda, mentre Davide Francesconi ha parlato di incontri fotocopia dove sarebbe invece stato interessante sapere quante aziende locali lavorano e lavoreranno all’interno dell’area industriale. «Sono orgoglioso che la tradizione di incontri con i vertici Eni prosegua – ha concluso il dibattito il sindaco Beniamino Scarpa _, non c’è altro Comune in Italia che svolge questi approfondimenti ambientali, e ho scritto al ministro dell’Ambiente chiedendole di venire in visita ufficiale a Porto Torres».

  31. luglio 31, 2013 alle 2:54 pm

    da La Nuova Sardegna, 31 luglio 2013
    Fiume Santo, verifiche dei Noe. E.On, mobilitazione contro la proroga ai gruppi inquinanti: http://consiglio.regione.sardegna.it/rassegnastampa/pdf/79294_EOn_mobilitazione_contro_la_proroga_ai_grupp.pdf

  32. agosto 12, 2013 alle 5:41 pm

    ci penseranno i cinesi ad abbattere l’inquinamento a Porto Torres, d’altra parte sono noti in tutto il mondo per la loro tecnologia rispettosa dell’ambiente…..

    da La Nuova Sardegna on line, 12 agosto 2013
    Primo passo per una nuova centrale a carbone a Fiumesanto.
    La società cinese Chine Enviromental Holding ha siglato un’intesa con la Regione Sardegna, la Provincia di Sassari e i Comuni di Sassari e Porto Torres. Presto sarà presentato lo studio di fattibilità: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2013/08/12/news/primo-passo-per-una-nuova-centrale-a-carbone-a-fiumesanto-1.7569334

    • agosto 13, 2013 alle 6:03 pm

      da La Nuova Sardegna, 13 agosto 2013
      Centrale a carbone, si candidano i cinesi. A Cagliari siglato un protocollo d’intesa per il quinto gruppo a Fiume Santo L’accelerazione dopo la conferma del disimpegno dei tedeschi di E.On. (Gianni Bazzoni)

      SASSARI. Il quinto gruppo a carbone a Fiume Santo lo vogliono costruire i cinesi. Da quando hanno cominciato il viaggio di avvicinamento al polo energetico del Nord Sardegna, non hanno mai accennato a una minima reazione nei confronti dei tedeschi di E.On, che pure avevano dichiarato ufficialmente di non avere rilevato interessi da parte di altri gruppi imprenditoriali. Avanti senza esitazione. E da ieri mattina c’è anche la «carta ufficiale», una sorta di manifestazione di interesse sotto forma di protocollo di intesa. È stato siglato a Villa Devoto dai rappresentanti della China Environmental Holding Co. Ltd e dalla collegata Nord Sardegna Energia srl, con la Regione, la Provincia di Sassari e le amministrazioni comunali di Sassari e Porto Torres. Letta così, a pochi giorni da Ferragosto, sembrerebbe più una provocazione per conoscere la prossima mossa della multinazionale tedesca che un progetto concreto. Dal punto di vista politico, invece, appare come un richiamo al governo nazionale per verificare quale atteggiamento assumerà ora nei confronti di E.On (che finora ha disatteso gli impegni e ha persino ottenuto la proroga per tenere in marcia i gruppi di produzione 1 e 2, obsoleti, inquinanti e da anni in deroga alle norme ambientali). E forse non è un caso che l’improvvisa accelerazione, con l’arrivo in Sardegna (è la terza volta, almeno ufficialmente) della delegazione cinese, segua di poco il pronunciamento del ministero dell’Ambiente che – nell’incontro con parlamentari del Pd e amministratori locali – ha annunciato la decisione di non concedere più deroghe agli impianti di Fiume Santo. Le deduzioni sono elementari: se E.On continua a bloccare tutti gli investimenti, anche per le manutenzioni, come può andare avanti – senza più deroghe – se non realizza il quinto gruppo, così come previsto da un altro protocollo di intesa che era stato sottoscritto ai tempi della giunta Soru (quando la proprietà della centrale era ancora di Endesa)? Non è possibile. Il problema di oggi è quello di ragionare sul futuro. Non solo di Fiume Santo in salsa tedesca o cinese, ma del sistema energetico sardo e dei riflessi che ha sulla sicurezza del sistema elettrico nazionale. In nessun paese normale, un governo può decidere di avallare iniziative di privati che producono profitti rilevanti alle aziende ma generano costi sociali e ambientali pesanti per le comunità pubbliche, ben sapendo che esistono progetti approvati e titolari delle Autorizzazioni integrate ambientali (è il caso di E.On per il quinto gruppo a Fiume Santo). Entro il 30 settembre, la multinazionale cinese presenterà uno studio di fattibilità per la costruzione di un nuovo gruppo a carbone. La proposta sarà consegnata al gruppo di lavoro – costituito ieri tra i firmatari dell’intesa nella sede dell’assessorato regionale all’Industria – che dovrà esprimere una valutazione, individuando anche sinergie e ricadute per le imprese e per il lavoro locale. In quel momento, probabilmente, ci sarà qualche elemento di chiarezza in più e si muoveranno dei passi su un terreno che non sia condizionato dalla demagogia degli ultimi mesi. Ieri il presidente della Regione Ugo Cappellacci ha detto che «l’accordo con la holding cinese, che ha confermato il suo interesse a investire nell’isola, è un passo avanti significativo per il territorio e per l’intera Sardegna, poichè consente un adeguato e rapido ricambio del parco di generazione, favorendo l’impiego delle tecnologie di ultima generazione che abbattono drasticamente l’impatto ambientale. Non consentiremo più, infatti, il prolungato esercizio di impianti a olio combustibile, destinati a produrre solo inquinamento». Il ragionamento sul futuro non può prescindere da alcune certezze. I gruppi 1 e 2 sono ormai fuori gioco, e la recente proroga di 700 ore è già una beffa. I più moderni 3 e 4 sono solo dieci anni «meno vecchi», e se la politica è quella messa in atto da E.On, presto la Sardegna si troverà a dover fare i conti con gli stessi problemi, con nessun beneficio per l’isola e un aggravio ulteriore in termini di inquinamento. Ecco perché non si può stare fuori dalla partita energetica. Al primo posto vanno messi gli interessi di un territorio – quello del nord Sardegna – che si trova al centro di politiche energetiche e industriali senza che ci sia uno straccio di piano che definisca strategie, benefici e – allo stesso tempo – i livelli di rischio per l’ambiente e per la salute pubblica. Il protocollo d’intesa di ieri è una cosa blanda, e se l’obiettivo è stanare E.On e il Governo, allora meglio farlo con la forza e la decisione che servono in questi casi. Altrimenti sarà un’altra battaglia persa e il futuro sarà scritto ancora dalle multinazionali.

      ——————

      LE CIFRE.

      240 – I LAVORATORI ATTUALMENTE IMPIEGATI A FIUME SANTO
      120 – GLI ESUBERI DENUNCIATI DA E.ON, NUMERO CHE DOVREBBE ESSERE RAGGIUNTO ENTRO LA FINE DELL’ANNO
      960 – LA POTENZA NOMINALE IN MEGAWATT DEI QUATTRO GRUPPI DI PRODUZIONE DELLA TERMOCENTRALE
      700 – I MILIONI DI EURO CHE DOVEVANO ESSERE INVESTITI PER LA COSTRUZIONE DEL QUINTO GRUPPO A CARBONE DA PARTE DI E.ON

  33. agosto 25, 2013 alle 9:30 am

    da La Nuova Sardegna, 25 agosto 2013
    Bonifiche, i progetti sono fermi al palo. A Porto Torres il risanamento dei siti frenato dalla burocrazia. (Gianni Bazzoni)

    SASSARI. La Sardegna è la regione con la maggiore estensione di zone industriali inquinate tra quelle comprese nell’elenco dei 57 Siti di interesse nazionale. Di bonifiche si parla seriamente dal 1998, quando il ministero dell’Ambiente ha varato i nuovi interventi e normato le attività di bonifica e ripristino ambientale. Il programma nazionale risale, invece, al 2001, mentre le direttive europee sulla «riparazione del danno ambientale» fanno riferimento ai documenti del 2000 e del 2004. L’area industriale di Porto Torres è stata classificata di interesse nazionale nel 2002, anche se non sono state subito previste risorse finanziarie per dare corso agli interventi di risanamento. E oggi, a undici anni da quella data, le cose procedono molto lentamente, tanto che le operazioni rilevanti – quelle che riguardano lo sviluppo futuro – sono ancora tutte sulla carta. Una situazione in linea con l’andamento nazionale se è vero – come ha ricordato Legambiente – che dei 57 siti, uno solo risulta bonificato. E i ritardi rischiano di vanificare la restituzione delle aree per nuove intraprese. L’Accordo di programma del 2011 ha definito ruoli, risorse finanziarie e tempi di attuazione, ma le bonifiche – per la messa in sicurezza e risanamento ambientale dell’intero sito, che ha sopportato il peso di oltre 50 anni di inquinamento selvaggio da parte del Petrolchimico – registrano un grave ritardo. Tanto che, proprio nei giorni scorsi, il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha annunciato «una fortissima accelerazione delle bonifiche industriali su sui si traccheggia da anni con conferenze di servizi che non approdano a nulla». Eliminare le situazioni di grave inquinamento, con conseguenze sanitarie, anche per dare spazio a nuova occupazione: sono queste le richieste che il territorio del Sassarese ha fatto pervenire al ministro dell’Ambiente. «Tra i problemi che stanno frenando il percorso delle bonifiche nel nostro territorio – ha detto il sindaco di Porto Torres Beniamino Scarpa – ci sono le autorizzazioni ministeriali. Ho scritto al ministro per invitarlo a visitare le aree interessate dai progetti di risanamento e rendersi conto di persona di che cosa stiamo parlando. Posso dire che, al momento, Porto Torres è l’unico sito in Italia dove l’Eni sta facendo dei confronti periodici con le istituzioni locali. L’ultima volta è stata a fine luglio». L’assessore provinciale all’Ambiente Paolo Denegri, denuncia la situazione di stallo dei progetti più importanti, e chiama in causa oltre all’Eni anche la Regione: «Con chi ha il compito di risanare il territorio contiamo di fare il punto della situazione ai primi di settembre – afferma – intanto non possiamo che ribadire il disimpegno da parte della Regione: da più di un anno sono stati interrotti tutti i tavoli previsti dal Protocollo d’intesa. Uno riguardava proprio le bonifiche, gli altri l’agricoltura e i lavoratori dell’indotto». Nella zona industriale di Porto Torres, il progetto più complesso è quello della famosa collina dei veleni di “Minciaredda”. L’ipotesi di intervento è di circa 120 milioni di euro. La Syndial ha attivato un concorso di idee, 12 le proposte presentate, poi ridotte a 6 e quindi a 3. Entro la fine dell’anno il progetto dovrebbe essere definito e presentato alle istituzioni locali. Le operazioni dovrebbero andare avanti per una quindicina d’anni: respinta l’ipotesi iniziale di una «tombatura» della discarica. Simone Maulu, dirigente dell’Irs, il movimento che aveva denunciato in maniera clamorosa la situazione di Minciaredda, parte dall’idea che «le bonifiche sono una priorità improcrastinabile, devono avere un corso urgente e svincolato dalle dinamiche della chimica verde. Ed è proprio con le bonifiche che si restituisce al territorio il vero impatto sull’occupazione». Dopo le catastrofi degli ultimi decenni, non c’è fiducia in chi ha inquinato, andando avanti incontrastato: «Noi chiediamo che venga costituito un organismo (lo chiamino Osservatorio o Comitato di garanti con all’interno una rappresentanza dei cittadini) – dice Maulu – che segua e controlli tutte le fasi, per evitare che il controllore sia allo stesso tempo il controllato, come è avvenuto finora». Le caratterizzazioni delle aree inquinate, a Porto Torres sono state eseguite tra il 2004 e il 2006, le contaminazioni accertate riguardano soprattutto metalli pesanti e idrocarburi, anche nelle acque di falda, con una “grave contaminazione”. Anche per questo occorre fare in fretta. Finora i piani di Syndial hanno riguardato la messa in sicurezza per le situazioni di emergenza, accertamenti e analisi. Per il 60 per cento delle aree interessate sono stati presentati i progetti di bonifica. «Per le falde – sottolinea il sindaco Scarpa – c’è già un decreto ministeriale che risale al 2011. Consente di trattare 500 metri cubi l’ora, è l’unico approvato in Italia. Il costo dell’operazione supera i 120 milioni di euro. C’è stata, nel frattempo, una variante, per inserire il depuratore dell’Asi, che ha rallentato la procedura. Se entro settembre il progetto non verrà approvato, chiederemo all’Eni di andare avanti con quello originario, senza perdere altro tempo». Sulla darsena dei veleni, invece, dopo la presenza accertata del benzene e l’inchiesta della magistratura, l’ordinanza del sindaco è stata sospesa per consentire tutti gli accertamenti giudiziari. «Ricordo che noi siamo parte civile in quel procedimento», conclude Scarpa. Dopo lo scampato pericolo del “decreto del fare” (emendato alla Camera, nella parte che ordinava le bonifiche solo se economicamente sostenibili), Porto Torres torna a puntare con decisione su una battaglia che può anche consentire di tracciare un nuovo modello di sviluppo.

    ———————————

    Sos dal Sulcis, interventi solo sulla carta. Mappa di devastazioni e incompiute dalle miniere all’hinterland di Cagliari, in positivo solo Assemini. (Giuseppe Centore)

    CAGLIARI. La montagna sinora ha partorito un topolino; un risultato quasi scontato sia per la complessità degli interventi, per la loro dimensione territoriale, (migliaia di ettari) e soprattutto per il fabbisogno finanziario: nell’ordine delle centinaia di milioni di euro. Il sistema delle bonifiche nell’area del Sulcis-Iglesiente, e nella zona industriale di Macchiareddu, procede a passi cortissimi, con interventi-tampone più funzionali a dare un senso e una missione alle società storicamente incaricate di eseguire le bonifiche, oggi carrozzoni carichi di personale a suo tempo impegnato nelle miniere, che a risanare il territorio. Sono quattro le sotto aree oggetto di attenzione sia del governo che della Regione. Il primo da tempo ha avviato un crono-programma di interventi che riguardano il bacino delle aree minerarie del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, zona di Assemini, che attiene però più alle prescrizioni che le imprese devono applicare alle norme nazionali e comunitarie, che alla bonifica profonda del territorio. La seconda ha invece finanziato con importi ridotti alcuni interventi, soprattutto riguardanti il rio San Giorgio, un fiumiciattolo che attraversa le aree minerarie e scarica a mare, ancora a distanza di anni un numero imprecisato, ma significativo di metalli pesanti. Le zne che dovrebbero essere interessate a fenomeni di bonifica profonda sono quella di Portovesme, la parte d’Iglesiente intorno al capoluogo, compresa Monteponi, il Guspinese e il basso Campidano, nella zona di Furtei, dove l’addio della Sardinia Gold Mining ha lasciato una eredità tutt’altro che pulita. L’area più significativa è sicuramente quella di Portovesme, dove l’approccio alle bonifiche è difficile per la presenza di industrie inquinanti. Anche l’intervento più importante, come quello sulle acque di sottosuolo per impedire la compromissione della falda, va a rilento, ed è ben lontano dall’esser completato. Se a ciò aggiungiamo che i terreni abbandonati dall’Alumix (la società dell’alluminio pubblica acquistata da Alcoa 14 anni fa) devono essere ancora bonificati del tutto, si capisce che i ritardi, di progetto e finanziari su interventi profondi in quest’area sono imponenti. Alcuni studi ipotizzano che una bonifica radicale, sui terreni e sulle acque dell’intero bacino industriale di Portovesme possa arrivare a impegnare sino a 700 milioni: una somma nella indisponibilità di chiunque, pubblico e privato. Non a caso gli studiosi delle politiche di recupero ambientali, sia giapponesi che statunitensi, sono arrivati alla stessa conclusione partendo da presupposti diversi: su aree profondamente inquinate si può solo contenere il danno impedendo nuove forme di inquinamento, ma l’unica soluzione accettabile è utilizzarle per insediarvi altre industrie inquinanti. Un ragionamento che certo non può essere accettato da chi vive a Paringianu, la frazione di Portovesme esposta ai venti malefici delle industrie, o a Furtei. I costi per ogni singolo intervento sono esorbitanti: la palude di Sa Masa a Gonnesa ha bisogno di non meno 20 milioni, che si decuplicano, a voler essere ottimisti per l’area di Monteponi alle porte di Iglesias, dove esiste ancora un campo di arsenico non sfiorato. E come se non bastasse qualunque intervento su Monteponi creerebbe a sua volta danni ambientali ingenti, solo per il trasporto del materiale inquinato. Tra gli interventi in corso, da citare quello sulla laguna di Assemini, di fronte allo stabilimento l’ex Enichem. Ma è l’unico che va avanti. Per il resto, progetti e programmi non riescono a tradursi in realtà.

  34. ottobre 8, 2013 alle 2:55 pm

    da La Nuova Sardegna, 8 ottobre 2013
    Bonifiche, Porto Torres firma il patto. (Gianni Bazzoni): http://consiglio.regione.sardegna.it/rassegnastampa/pdf/82529_Bonifiche_Porto_Torres_firma_il_patto.pdf

  35. febbraio 19, 2014 alle 2:54 pm

    e in Liguria la situazione non è diversa.

    da Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2014
    L’INCHIESTA SULLA CENTRALE A CARBONE DI VADO. La procura: «400 vittime di Tirreno Power». «Sarebbero ancora vivi senza la centrale». Savona: l’inchiesta per disastro ambientale e omicidio colposo. I decessi tra il 2000 e il 2007. L’azienda: accuse incomprensibili: http://www.corriere.it/cronache/14_febbraio_19/procura-400-vittime-tirreno-power-sarebbero-ancora-vivi-senza-centrale-ce341ff6-992c-11e3-89bf-8cd8af0e5a04.shtml

    _____________________

    da Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2014
    Tirreno Power, la Procura di Savona: “Centrale può aver causato 400 morti”.
    Dure le parole del procuratore Francantonio Granero che commenta l’attività della centrale a carbone ligure che tra gli azionisti conta la Cir dei De Benedetti. L’azienda si difende: “Consulenze di parte. Serve prudenza”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/18/tirreno-power-la-procura-di-savona-denuncia-centrale-puo-aver-fatto-400-morti/886120/

  36. Carlo Forte
    dicembre 5, 2016 alle 11:02 am

    Ieri sera le iene hanno messo a nudo(non che ce ne fosse bisogno)la realtà dell’ilva e di Taranto..Ma in che razza di paese viviamo?Che stato è quello che condanna a morte I propri figli per curare gli interessi di una multinazionale.Che fanno magistrati,forze dell’ordine?Al servizio Della Legge o del potere?

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