Le Dolomiti vengono giù, un po’ alla volta.


Nei giorni scorsi a San Vito di Cadore, nel cuore delle Dolomiti Bellunesi, si sono verificati numerosi crolli di  dolomia nel Gruppo del Sorapiss, prima sulla Croda Marcora , poi sulla Croda dei Ros.

Le frane sono ormai parecchie, periodiche, continue.

Le Dolomiti stanno venendo giù, un po’ alla volta.

I cambiamenti climatici ne costituiscono molto probabilmente la motivazione fondamentale, ma le pesanti attività di antropizzazione contribuiscono non poco.

La progressiva infrastrutturazione turistico-sportiva delle Dolomiti contribuisce al loro progressivo degrado.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Alpi venete, lavori per la realizzazione di una pista da sci

BASTA, BASTA, BASTA, BASTA, BASTA.

Bisogna fermare lo scempio diffuso della montagna che si sta compiendo, sia in quota, sia a basse quote.

Bisogna fermare l’uso dell’esplosivo per creare o ampliare piste per lo sci o costruire strutture ricettive per un turismo modello “balneare” a 2000 metri.

Bisogna rinunciare a eventi sportivi che compromettono l’integrità ecologicamente funzionale degli habitat montani: roccia, prato, bosco.

Smettiamo con la farsa ipocrita e codarda delle infrastrutture in montagna in nome della mobilità sostenibile.

Caro “mondo partitico monocorde” la prima forma di “transizione ecologica” nella montagna veneta, regione che ha il “privilegio” e non il merito di avere nel proprio territorio le Dolomiti è il “fermo ecologico” di qualsiasi intervento antropico non necessario a contenere il dissesto franoso e idrogeologico creato dall’uomo.

Stiamo già subendo gli effetti dei cambiamenti climatici che favoriscono lo scioglimento del “permafrost”, il ghiaccio perenne che da migliaia d’anni fa da collante naturale del materiale roccioso. La prima forma di transizione ecologica è lasciare per decenni che la natura ricucisca le ferite da ruspa, esplosivo, cemento, acciaio e soprattutto le ferite inferte al territorio da una politica cieca e immorale. 

Bisogna dire basta a una politica indegna e a una narrazione mediatica subalterna, celebrativa degli scempi, che congiuntamente alimentano nell’opinione pubblica l’indifferenza e la sottovalutazione di quello che sta accadendo. La montagna e le Dolomiti sono un Patrimonio dell’intera Umanità, tutti ne sono responsabili, fruitori, custodi: non c’è spazio per appropriazioni indebite che ne compromettono il lascito a chi verrà dopo di noi.

Dante Schiavon, socio GrIG Veneto

da Wired, 11 ottobre 2021

La crisi climatica sta sbriciolando le Dolomiti sotto i nostri occhi.

Un nuovo crollo ha interessato il gruppo montuoso del Sorapiss nel Bellunese. Come spiega il docente Francesco Comiti, i cambiamenti climatici rendono le pareti rocciose sempre più fragili.

Le Dolomiti si stanno lentamente e inesorabilmente sbriciolando. Un pezzo di montagna sulla Punta dei Ross, nel gruppo montuoso del Sorapiss, è venuto giù lasciando una coltre di polvere bianca sulle strade, i tetti e le automobili dei paesini sottostanti, come San Vito di Cadore, per fortuna senza causare danni e feriti.

Non c’entrano maltempo o smottamenti, il sole splendeva da giorni sul massiccio bellunese. Lo sgretolamento è parte di un lungo processo che fa segnare nuovi episodi sempre più frequenti e che ha a che fare con i cambiamenti climatici, che stanno mettendo a rischio uno dei più grandi patrimoni naturalistici italiani.  L’ultimo crollo di una lunga serie

Ci sono state tre diverse scariche di detriti nel corso dell’ultimo weekend nell’area dolomitica del Sorapiss, in provincia di Belluno. Due nella serata di sabato 9 ottobre, quando in due momenti vicini ma distinti valanghe di detriti sono partite da 2.400 metri di altitudine della Croda Marcora per rotolare verso valle, facendo spaventare non poco i residenti dei villaggi, con alcune case disabitate che sono state interessate dall’evento. Domenica mattina c’è invece stato un altro distaccamento sulla Croda dei Ros, che oggi appare tagliata da una larga fessura.

La situazione è monitorata dagli elicotteri dei vigili del fuoco mentre  team di geologi sono pronti a compiere i rilievi per verificare se ci sono altri rischi imminenti e capire meglio le origini dei distaccamenti. È un periodo tumultuoso per la catena delle Dolomiti. Ad agosto dalla base del Sass Maor, in provincia di Trento, si era staccato un pezzo di parete causando una frana imponente. La stessa area era stata colpita da altri crolli a maggio, quando la Val Canali venne interessata da due diversi eventi nel corso della stessa giornata. Nel settembre 2020 era venuto giù un pezzo della parete ovest di Cima Canali, sulle pale di San Martino, mentre qualche mese prima la stessa sorte era toccata alle Torri del Cimerlo.

Sono solo alcuni degli episodi, quelli più imponenti, che hanno interessato le Dolomiti negli ultimi tempi. In realtà però mensilmente se ne verificano molti altri di entità più piccola, parte di un processo di sbriciolamento cronico della catena iscritta dal 2009 nella lista dei Patrimoni naturali dell’umanità dell’Unesco.

Perché le Dolomiti si sbriciolano

“Ci sono due motivazioni diverse alla base dei crolli sulle montagne”, spiega a Wired Francesco Comiti, professore di Gestione dei rischi naturali nelle aree montane all’Università di Bolzano: “In un caso abbiamo a che fare con versanti di montagne soggette al permafrost, il terreno gelato per tutto l’anno. Il ghiaccio trattiene il terreno e crea un collante ma pian piano stiamo osservando come il permafrost sia in fase di deterioramento e quindi come il terreno perda consistenza e resistenza, aumentando la sua fragilità. Un altro caso riguarda invece la degradazione delle rocce dovuta al gelo-disgelo, il cosiddetto frost cracking. L’acqua delle piogge o delle nevicate che si sciolgono per le alte temperature entra nelle fessure delle rocce che poi si espandono quando si forma il ghiaccio, fino a spaccarsi”.

Il professor Comiti sottolinea che nel caso delle Dolomiti e dei crolli delle scorse ore del Sorapiss la motivazione va cercata proprio nel frost cracking, che è parte però di un processo su più larga scala“Questi fenomeni sono sempre esistiti ma ora si manifestano ad altitudini più elevate. Prima faceva più freddo e non c’erano condizioni ottimali perché l’acqua in certi momenti fosse liquida e in altri gelata, in un processo continuo di gelo-disgelo. Non c’era un disgelo ad alte quote come invece accade ora”.

Questo pone un problema di sicurezza: se è vero i crolli non sono avvenuti solo in questi anni, la loro frequenza sta aumentando perché aumenta la superficie vulnerabile a causa delle nuove condizioni climatiche. “C’è una situazione di fragilità di base che abbiamo da milioni di anni e poi c’è il cambiamento del clima che sta determinando uno spostamento di questi crolli – continua Comiti -. Le montagne non sarebbero certo integre anche senza il cambiamento climatico ma c’è senza dubbio un innalzamento della quota di questi crolli: sta cambiando la localizzazione dei pericoli, sta aumentando la possibilità di avere distacchi repentini ad altitudini via via maggiori e questo determina un problema per noi perché i pericoli aumentano. La frequentazione della montagna ad alta quota sarà sempre più rischiosa”.

Un futuro grigio

Le condizioni climatiche che cambiano, l’innalzamento delle temperature medie ma anche i continui sbalzi termici stanno creando un problema nelle aree montuose. Nel caso dei ghiacciai il loro scioglimento dettato dal riscaldamento globale sta modificando la fisionomia delle vette e perfino la loro altitudine: il Monte Bianco in soli quattro anni ha perso per esempio 91 centimetri di altezza. Ma anche altrove, come nelle aree dolomitiche non soggette al permafrost, le trasformazioni dovute al clima ci fanno interrogare su quale futuro aspetti a queste montagne, tra crolli ed erosione costante delle rocce.

Le Dolomiti cambieranno forma, così come avverrà anche per altre montagne nostrane con forme particolari come guglie e pareti verticali, che perderanno la loro tipica fisionomia”, spiega Comiti. Un processo costante ma invisibile nel suo complesso nel presente, se non nei crolli localizzati che con sempre più frequenza richiamano la nostra attenzione. A lunghissimo termine però lo scenario, i panorami, saranno molto diversi. Chiosa il docente: “La bellezza delle nostre montagne con le loro forme particolari si andrà riducendo. Il clima che cambia porterà queste cime così particolari a diventare più monotone, simili alle catene di altri continenti caratterizzate da montagne più vecchie con forme più arrotondate e di minor fascino”.

bosco sotto la neve

(foto D.S., S.L., archivio GrIG)

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