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Dibattito sulla gestione delle Foreste Demaniali, un intervento di Giovanni Monaci.


Sardegna, Giara, bosco mediterraneo

Sardegna, Giara, bosco mediterraneo

Il dibattito sollevato dalle richieste pubbliche di trasparenza e chiarezza sulle scelte gestionali inerenti il futuro delle Foreste demaniali della Sardegna, in attesa della promessa esaustiva sezione specifica (“pianificazione forestale”) del sito web istituzionale dell’Ente foreste della Sardegna (E.F.S.) dedicato ai programmi di utilizzo delle Foreste demaniali,si arricchisce di un importante contributo, quello di Giovanni Monaci, dottore forestale e Commissario sup. del Corpo forestale e di vigilanza ambientale.

Attualmente dirige il Settore tecnico e cartografico del Servizio territoriale dell’Ispettorato ripartimentale di Cagliari.

Lo ringraziamo e lo ospitiamo molto volentieri.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

foglie nel bosco

foglie nel bosco

Considerazioni sulla funzione produttiva delle foreste – La selvicoltura tra pregiudizi e ideologie – La questione delle foreste demaniali della Sardegna

Da molto tempo si sente un gran bisogno di accendere un dibattito sulla produttività dei boschi in Sardegna, e sulla compatibilità di tale funzione con le altre più di carattere ambientale, da quella idrogeologica a quella naturalistica. Già trent’anni fa all’Università i docenti invitavano gli studenti a farsi promotori nei confronti dei  nascenti movimenti ambientalisti di una diffusione della cultura forestale, cercando con tutta la delicatezza necessaria di spiegare che la selvicoltura, eseguita secondo la scienza e tecnica appresa dall’esperienza dei secoli passati e secondo le più recenti metodologie dettate dalla selvicoltura naturalistica, è portatrice di sviluppo economico, di presidio idrogeologico delle montagne, e che può, anzi deve, conformarsi alle funzioni paesaggistiche e naturalistiche sempre più richieste da parte di una società diventata nel frattempo più sensibile a tali tematiche. Da tener presente che a quei tempi doveva ancora essere emanato  il c.d. Decreto Galasso che avrebbe attribuito ope legis una tutela paesaggistica a tutti i boschi.

Rispetto ad allora, sembra che non vi sia stata la capacità da parte del mondo accademico,  imprenditoriale, professionistico di spiegare ai profani della materia la compatibilità tra utilizzazione economica e tutela delle funzioni ecologiche dell’ecosistema boschivo, ma viceversa vi è stata semmai un irrigidimento ulteriore da parte di quest’ultimi, al punto tale che addirittura qualche settore politico ed economico ha attribuito al termine “ambientalista”  un significato dispregiativo, facendo torto a chiunque abbia a cuore la conservazione della natura e un mondo migliore.

La Sardegna, per quanto riguarda la questione forestale, è un caso particolare nel panorama italiano. Particolare perché, a differenza delle altre regioni, storicamente non si riconosce  al bosco una funzione di produzione legnosa. Le motivazioni possono ricondursi al fatto che le prevalenti specie arboree nostrane come il leccio, la sughera, la roverella,  mal si adattano ad un utilizzo come legname da lavoro per la produzione di assortimenti di maggior valore rispetto alla legna da ardere, con l’eccezione del castagno che però ha un areale piuttosto ristretto. Altro motivo è riconducibile alla convinzione di una scarsa produttività dei boschi dovuta a un regime climatico mediterraneo con scarse precipitazioni, che limita le produzione. Essendo poi la Sardegna una terra che ha da tempo immemore basato la sua economia prevalentemente sulla pastorizia, al bosco si è sempre guardato come luogo da pastura per gli armenti, in cui una selvicoltura razionale  non può trovare spazio perchè antagonista della pastorizia. Inoltre le vicende dello sfruttamento forestale del secolo diciannovesimo, iniziato con la ricerca da parte del regime sabaudo degli assortimenti adatti alla propria marineria, facendone commercio anche con altre nazioni, continuato con lo sfruttamento per la produzione delle traverse della nascente rete ferroviaria nazionale, e protrattosi ancora successivamente con la produzione del carbone di legna, produzione che è continuata fino alla fine della metà del secolo scorso, ha determinato sostanzialmente un’avversione da parte della società sarda per ogni ulteriore utilizzazione legnosa. Avversione alimentata anche dal fatto che lo sfruttamento boschivo intensivo è stato condotto in prevalenza da società ed imprenditori non isolani, coinvolgendo solo marginalmente maestranze ed operai locali, non contribuendo  pertanto un arricchimento reddituale ed un accrescimento professionale della popolazione sarda. La mancanza di un’imprenditorialità locale ha determinato anche il venir meno dell’interesse di pianificare le utilizzazioni boschive affinchè i tagli  si svolgessero con regolarità, garantendo la continuità nel tempo dell’attività, presupposto di un sistema che contemperi la rinnovazione del capitale boschivo nel corso del tempo. Non essendo gli imprenditori esterni proprietari dei terreni, ma soltanto acquirenti del soprassuolo, non avevano alcun interesse al mantenimento della produttività degli stessi, ma viceversa l’interesse consisteva nel realizzare nell’immediato il massimo profitto, con il conseguente successivo abbandono delle terre sfruttate. Eccezione può farsi per le compagnie di sfruttamento minerario, grandi consumatrici di legname per l’armamento delle gallerie e per l’alimentazione dei forni di lavorazione del minerale. Infatti, lo sfruttamento minerario è un’attività che si protrae per parecchio  tempo, tant’è che si esprime con il termine di “coltivazione mineraria”. Vi era pertanto l’interesse a garantirsi nel tempo l’approvvigionamento degli assortimenti legnosi necessari, e conseguentemente a regolamentare lo sfruttamento dei boschi in maniera intelligente. Prova ne è per esempio la conservazione del bacino forestale di Marganai, inserito nel più importante centro minerario della Sardegna e di cui ancora oggi se ne apprezza la consistenza boschiva.

L’avversità culturale all’utilizzazione boschiva è pertanto un retaggio storico degli errori del passato. E ancora oggi dall’opinione pubblica viene precluso il riconoscimento ai boschi sardi della produzione di beni  primari, con l’eccezione delle sugherete il cui assortimento commerciale è tuttavia un prodotto secondario del bosco. Tale disconoscimento è largamente diffuso anche nel mondo accademico e in parte dagli stessi operatori pubblici del settore. Parlare di funzione produttiva primaria dei boschi sardi è diventato praticamente un tabù, un sacrilegio.

Foresta demaniale Marganai, tagli boschivi

Foresta demaniale Marganai, tagli boschivi

Il riconoscimento del bosco come luogo vitale per la fauna selvatica ha reso il dialogo con i cosiddetti ambientalisti ancora più problematico. Si ritiene infatti che la presenza dell’uomo con il suo agire sia in linea di principio incompatibile con lo svolgimento delle normali funzioni biologiche della fauna, e tale assunto ha portato in qualche estremistico caso a pretendere in generale il bosco come luogo inviolabile di un’idilliaca condizione di verginità primordiale, a cui l’uomo può soltanto assistere passivamente.

Il mondo forestale professionale ha un’approccio differente, che proverò ad illustrare e motivare, con l’auspicio di contribuire alla divulgazione della scienza selvicolturale intesa come tecnica di coltivazione e raccolta dei prodotti del bosco compatibile con la conservazione e miglioramento delle sue funzioni ecosistemiche.

Da che esiste l’uomo, il legno è stata la sua principale materia di sostentamento, necessario per riscaldarsi, per cucinare, per costruire le proprie case, i ponti, le barche, i mobili, la carta, i vestiari, ecc. ecc. Ovviamente il legno si preleva dagli alberi, da nessun altro organismo.  Poichè il legno per formarsi nella misura e negli assortimenti necessari richiede molti anni di accrescimento dei singoli alberi, è chiaro che il prelievo lo si è sempre ricercato prioritariamente là dove le piante adulte già esistevano, cioè nei boschi. Nel corso del tempo l’uomo si è reso conto che conveniva raccogliere gli assortimenti più ricercati in forma di allevamento, anche se per raggiungere tale obiettivo occorre molto tempo dall’impianto alla raccolta. Per la maggior parte degli assortimenti non basta l’attesa di un’intera vita di un uomo, considerato che per la produzione di travi, legname da opera, da falegnameria ecc. necessitano piante d’altofusto che hanno dai 50 anni, specie a medio-rapido accrescimento, fino ai 110-120 anni d’età, ed in qualche caso anche molto di più. Per ovviare al problema di assistere in un così ampio lasso di tempo le piantagioni è necessario applicare regole pianificatorie assestamentali molto rigide e, soprattutto, durevoli nel tempo.

Ma le stesse regole valgono anche per l’allevamento di alberi di origine naturale, per il fatto che una ricerca sregolata della singola pianta adatta ai propri usi in modo casuale rischierebbe, se operata oltremisura, di compromettere la stessa sopravvivenza dell’ecosistema boschivo, oltre che a comportare costi spesso proibitivi.

Foresta demaniale Marganai, ceduo matricinato

Foresta demaniale Marganai, ceduo matricinato

La pianificazione forestale è lo strumento utilizzato dalle società, soprattutto pubbliche, per garantirsi l’approvvigionamento dei diversi assortimenti legnosi nella misura massima e costante nel tempo. La costanza implica in se stessa il principio della conservazione del capitale produttivo, seppur in forma dinamica sulle grandi superfici, e presuppone la tecnica del rinnovo a fine turno sulle particelle mature cadute al taglio.

E’ ovviamente quella appena esposta un’estrema semplificazione dei principi dell’assestamento forestale. Le tecniche di governo e di trattamento sono molte e diversificate in base al territorio, alla composizione specifica, al tipo di assortimento legnoso atteso, al regime pedoclimatico ecc..

Tra le forme di governo, considerate come estemi opposti, si può applicare il governo a ceduo, rinnovazione agamica, adatto particolarmente alla produzione di legna da ardere e per assortimenti di piccola media pezzatura, e quello a fustaia, rinnovazione da seme, adatto alla produzione degli assortimenti di maggior dimensione, pregio e valore.

La struttura, nell’ambito della stessa particella forestale, cioè nell’unità di taglio annua, può essere coetanea o disetanea, con tutte le sue sfumature in base al tipo di trattamento.

Come forme di trattamento, per il ceduo si parte dalla più semplificata, il ceduo semplice, privo di matricine, fino alla sua forma più complessa, il ceduo composto, ossia con la contemporanea presenza di una forte componente ad altofusto. In mezzo ai due estremi si può applicare la gestione a ceduo matricinato e il ceduo a sterzo, una sorta di ceduo disetaneo. La fustaia può essere trattata in molte forme, dal coetaneo semplice, al trattamento per tagli successivi, passando per il taglio a buche, arrivando alla forma di trattamento più complessa della fustaia disetanea, applicato con il sistema del taglio a scelta.

Chiaramente la scelta della forma di governo, di trattamento e la struttura sono condizionate prioritariamente dalla composizione specifica, ossia dalle specie arboree che compongono il bosco e da come tali specie si relazionano l’una con l’altra, poiché ognuna presenta differenti risposte in termini di fisiologia, rinnovazione e capacità di accrescimento.

Pernice sarda (Alectoris barbara)

Pernice sarda (Alectoris barbara, foto Raniero Massoli Novelli)

Fin qua si è parlato, in estrema sintesi, dei modi e delle tecniche che i forestali applicano nella gestione dei boschi ai fini produttivi. Tali tecniche tuttavia, un po’ meno quelle più semplificate, molto più quelle più articolate, se oculatamente applicate nell’ambito di un contesto pianificatorio assestamentale, si conciliano con le esigenze di funzionalità idrogeologica, naturalistica e paesaggistica, nonché con la più recente funzione di controllo dei cambiamenti climatici.

Senza volersi addentrare in campi giuridici più o meno articolati e complessi, o in complicate analisi sociologiche, si può affermare che il riconoscimento da parte della società delle funzioni assolte dalle formazioni forestali, abbia seguito storicamente il seguente decorso.

Fino alla fine dell’800, con l’unificazione d’Italia, le leggi e i regolamenti degli Stati preunitari, in particolare quelli di influenza austroungarica e veneta, erano volti a garantire la produttività dei boschi e poco o niente si preoccupavano di altri aspetti. Con il RD 3917/ 1877 e poi in forma più organica con l’ancora vigente RDL 3267/1923, il legislatore, a seguito di tragici fenomeni di dissesto delle pendici montane, si è preoccupato, tra le altre cose, di regolamentare l’uso del bosco con finalità oltre che produttive anche come strumento di assetto idrogeologico. Successivamente, con il RD 1497/1939, si cominciò ad attribuire ai boschi una importanza di carattere paesaggistico, principio poi riaffermato in maniera più determinata con il decreto Galasso del 1985 e con le successive leggi di recepimento e di modifica, fino all’attuale più articolato e complesso Dlgs 42/2004. Con la direttiva 1992/43 CEE, detta anche Direttiva Habitat, e recepita dallo Stato italiano a partire dal 1997, vengono riconosciute a tutta una serie di tipologie di formazioni boschive un importante ruolo di conservazione naturalistica, quali habitat  di specie animali e vegetali rari e a rischio. A partire dal 1992, con la Conferenza internazionale di Rio de Janeiro sui cambiamenti climatici, e con i successivi trattati internazionali, in particolare con il Protocollo di Kyoto del 1997, al bosco viene riconosciuta la funzione di regolatore del clima a livello globale e di serbatoio degli stock di carbonio. Nel 2001 con il Dlgs 227 viene finalmente colmato un vuoto normativo, stabilendo una definizione giuridica di bosco, e riconoscendone un valore multifunzionale omnicomprensivo.

Pertanto, se è vero come è vero che il quadro normativo di una società è lo specchio dei sentimenti e delle esigenze dell’umana esistenza, allora si può affermare che nel corso del tempo la società italiana alla tradizionale e più logica funzione produttiva svolta dal bosco, ha via via in successione aggiunto quella idrogeologica, poi paesaggistica ed in ultimo quella ambientale più globale. Aggiunto, non sostituito. Ciò significa che il forestale e l’operatore del bosco ha dovuto col tempo adeguare ed affinare le proprie tecniche produttive per renderle compatibili per quanto possibile con tutte le altre funzioni boschive aggiuntesi nel tempo. Naturalmente non è che le scienze selvicolturali hanno atteso che venisse emanata una norma giuridica per evolversi in senso più ecologico. É infatti già dai primi decenni del secolo che si è andata ad affermando  in Italia il principio della cosiddetta selvicoltura naturalistica, ossia di quella forma di conduzione boschiva che tende ad imitare i naturali processi evolutivi degli ecosistemi  forestali, cercando di accelerarli, orientandoli in favore della produzione legnosa. Ed è grazie a questa ricerca che si è sviluppata l’ecologia forestale.

Bultei, Foresta demaniale "Fiorentini", Caserma Milizia forestale (1937)

Bultei, Foresta demaniale “Fiorentini”, Caserma Milizia forestale (1937)

Siccome il territorio non è omogeneo ma bensì differenziato, sia sotto l’aspetto ambientale, topografico, morfologico, socioeconomico ecc. ecc., e siccome anche i boschi attualmente esistenti, in tale contesto differenziato, non sono tutti uguali tra loro, è plausibile ritenere che le funzioni prevalenti da svolgere non siano allo stesso modo uguali uniformemente nel contesto regionale isolano. Ecco che con una adeguata pianificazione e programmazione si possono distinguere le prevalenti funzioni a cui una formazione boschiva è chiamata ad assolvere, e calibrare le più adatte forme di gestione allo svolgimento di tali funzioni, tenendo conto delle condizioni di partenza del soprassuolo, e secondo il principio che nessuna funzione esclude mai completamente l’altra.

Partendo dal principio che un bel bosco è tale sia che contemporaneamente produca beni sia che produca paesaggio e natura, è dovere di una razionale pianificazione zonizzare il territorio in modo da assegnare ai complessi boscati la destinazione che meglio essi possono assolvere, tenendo conto dei costi e benefici conseguenti, cioè del bilancio globale in termini produttivi, idrogeologici, paesaggistici e naturalistici.

Venendo ora alla questione dell’uso delle foreste demaniali sarde, è fuorviante pensare  che solo per il fatto di portare tale nome esse siano costituite tutte interamente da boschi d’altofusto primigeni da assoggettare necessariamente a tutela integrale. Sarebbe splendido se fosse veramente così. Purtroppo non lo è. Anzi, la maggior parte del territorio demaniale, ma lo stesso discorso vale anche per le proprietà comunali, regionali e per quelle private, è costituito da formazioni boschive che nella migliore delle ipotesi si presentano come la conseguenza degli ultimi massicci tagli cedui effettuati dai carbonai fino agli anni ’50, ovvero dei cedui invecchiati, sia semplici che matricinati che, come ben noto in letteratura e dagli innumerevoli casi di studio, necessitano di una conversione verso forme di governo più evolute, oppure necessitano di essere a breve – medio termine sottoposte a taglio di rinnovazione agamica per non vedere diminuita la loro capacità pollonifera. Dal punto di vista della migliore risposta della vegetazione, se fare l’uno o l’altro ce lo può suggerire lo stato dei luoghi e le condizioni fisiologiche del soprassuolo. A ciò si sovrappone anche la valutazione dal punto di vista socioeconomico, nel senso che se il proprietario, privato o pubblico che sia, considerando anche le esigenze della collettività, predilige una conduzione più orientata alla funzione produttiva a lunga durata opterà per il ripristino del governo a ceduo, mentre se valuterà più consona una conduzioni più orientata ad aspetti paesaggistici, naturalistici, turistico ricreativi, allora potrà privilegiare l’intervento di conversione all’alto fusto. Ciò non significa che l’una o l’altra forma di governo, con tutte le sfumature di trattamento che possono adottarsi, escluda completamente l’espletamento delle funzioni per cui è meno orientato sotto il profilo dell’ottimizzazione del risultato perseguito. Per quanto riguarda la funzione idrogeologica il ragionamento va distinto in base alla topografia dei luoghi, alla natura del substrato pedologico, e al regime meteo climatico locale. Infatti, non è assolutamente scontato che la miglior forma di governo per la salvaguardia idrogeologica sia la fustaia ed in particolare la fustaia coetanea. Si possono citare esempi in cui su pendenze elevate, con substrato facilmente erodibile, in presenza di movimenti potenziali di frana, in caso di venti di tempesta o in aree storicamente soggette ad elevate intensità pluviometriche, l’elevato peso ed altezza degli alberi adulti d’altofusto unitamente alla insufficienza di sottobosco, dovuta alla scarsità di luce propria di tali formazioni, può rivelarsi fattore predisponente il dissesto anziché di difesa rispetto, viceversa, a formazioni più giovani, leggere, compatte, intricate, con fronde fino a livello del terreno come sono quelle governate a ceduo.  Ma anche dal punto di vista della biodiversità, è errato considerare la fustaia adulta di leccio come il miglior esempio di biodiversità. Semmai è vero il contrario, per via del fatto che con il caratteristico cupo ombreggiamento da parte delle chiome impedisce la sopravvivenza di un piano dominato a sottobosco o anche solo erboso, e con esso la coesistenza di una ricca presenza faunistica, al punto tale che è notoria la sua definizione di “deserto biologico”. Un discorso differente va fatto per la fustaia disetanea, costituita sulla medesima superficie da alberi di tutte le classi d’età in numero via via decrescente, passando dagli esemplari più giovani alla quelli più adulti. Essa è riconosciuta come la struttura che più si avvicina alle formazioni naturali climax. Tuttavia il leccio non è una specie che ben si presta a tale forma di trattamento per via del fatto che la copertura sviluppata dal piano dominante, potente schermo ai raggi solari, impedisce lo sviluppo armonioso delle sottostanti classi d’età più giovani, e tende pertanto a evolversi naturalmente verso la forma di fustaia coetanea, ed il cui rinnovamento si può avere in seguito ad improvvise aperture di radure determinate da schianti di piante stramature o da catastrofi quali tempeste, incendi, attacchi parassitari ecc. che azzerano, o quantomeno riducono, il piano adulto e consentono l’illuminazione in favore del novellame. Tali cicli naturali nel caso delle leccete si svolgono nell’arco di molti secoli se non di millenni.

bosco e cielo

bosco e cielo

Detto ciò non si intende affermare che la fustaia di leccio sia priva di valore ecologico ed ambientale, tutt’altro, e non si ha nessuna intenzione di disconoscere quanto fin qua scritto, studiato, sperimentato fin dalla nascita della selvicoltura naturalistica riguardo alla valenza delle formazioni forestali a fustaia. Non si tratta di prendere le difese di una o dell’altra forma di governo ma semplicemente di gestire armoniosamente il patrimonio forestale cercando di raccogliere da esso quanto di meglio ci può offrire.

Le utilizzazioni boschive che la Sardegna ha subito negli ultimi due secoli hanno fatto sì che solo alcuni lembi di fustaia poco accessibili, oppure soltanto le foreste in cui l’esbosco era troppo oneroso per i mezzi dell’epoca, si siano conservate. Ma tali lembi si possono trovare un po’ dappertutto, non soltanto nelle foreste demaniali. Non è infatti veritiero che in quanto demaniale una foresta abbia beneficiato nei secoli trascorsi di un maggior grado di tutela, visto che le cronache raccontano che sono stati proprio i governanti a vendere in blocco i boschi di proprietà dello Stato alle compagnie di utilizzazione. In sostanza le foreste demaniali sarde non sono riserve integrali nel senso naturalistico del termine, ma più semplicemente sono proprietà boschive appartenenti prima allo Stato e poi alla Regione in cui, con la nascita dei soggetti gestori, prima l’Azienda Foreste Demaniali (AFD) nei primi anni del ‘900, diventata successivamente Aziende Foreste Demaniali della Regione Sardegna (AFDRS) e in ultimo dal 2000 Ente foreste della Sardegna (EFS), la politica gestionale si è orientata più sugli aspetti conservativi e di recupero, soprattutto dopo gli anni ’60. C’è da aggiungere inoltre che non tutto ciò che oggi è gestito dall’EFS è demanio. Tra gli ambiti gestiti si trovano infatti anche gli ex cantieri di sistemazione idraulico forestale degli Ispettorati Forestali del CFVA, di proprietà sia pubblica che privata, le proprietà forestali comunali concesse in gestione trentennale, le proprietà Monte Pascoli della Regione, in parte acquisiti dai privati nel corso del tempo.

Riguardo al processo pianificatorio a cui l’EFS ha recentemente dato avvio, c’è naturalmente da auspicare che le superfici da ripristinare alla funzione cedua non siano tra quei pochi esempi di fustaia sopravvissuta alle speculazioni dell’800 e primi del ‘900. Questo lo si potrà valutare una volta che i dati rilevati ed elaborati saranno resi pubblici. Ma fino ad allora, ritenere che poche centinaia di ettari da destinare alla funzione produttiva su una superficie complessiva di svariate migliaia di ettari corrisponda al ritorno delle presunte devastazioni del passato appare sinceramente come un ideologico attacco preventivo nei confronti di una categoria di professionisti delle foreste, che non tiene in nessun conto della competenza, esperienza e connaturata prudenza dei forestali che provengono dalle Università italiane.

gemme, acqua, bosco

gemme, acqua, bosco

All’inizio si è parlato del presunto disboscamento subito dalla Sardegna nell’800.

I cultori della materia potranno approfondire tale questione leggendo due libri molto interessanti: “Tra cronache e storia le vicende dei boschi della Sardegna” di Enea Beccu, ex comandante del CFVA, dottore forestale e grande cultore di archivi storici nazionali e internazionali, e il più recente “Colpi di scure e sensi di colpa” di Fiorenzo Caterini, Ispettore forestale del CFVA e laureato in materie umanistiche, che traccia un bel trattato di antropologia forestale sarda.

Ebbene entrambi, seppur partendo da differenti presupposti riguardo alla situazione forestale dell’isola prima dell’800, analizzano l’evoluzione del patrimonio forestale sardo negli ultimi due secoli, il primo sotto l’aspetto tecnico scientifico, il secondo sotto quello antropologico e sociologico. Entrambi arrivano alla medesima conclusione, ossia che può più il morso del bestiame che non i tagli boschivi o gli incendi.

La condizione delle foreste sarde è infatti a parere dello scrivente andata deteriorandosi a causa del libero e incontrollato pascolamento delle superfici appena tagliate, o subito dopo incendiate, soprattutto per via dell’aumento sconsiderato del carico di bestiame che si è andato sviluppando a seguito del business della produzione di pecorino romano per il mercato statunitense, a partire dalla metà dell’800.

In base alla quotidiana esperienza professionale si può senz’altro affermare che laddove il bestiame viene determinatamente  tenuto fuori per almeno 5-10 anni successivamente ad un taglio o ad un’incendio boschivo, il soprassuolo manifesta una capacità rigenerativa che in qualche caso ha addirittura del sorprendente. Viceversa le giovani piantine e i nuovi virgulti vengono voracemente brucati e la vegetazione accestisce in forma cespugliosa.

Senza voler necessariamente generalizzare, si è però convinti che il pascolo  incontrollato, unitamente agli incendi per rinnovare il carico pabulare sulle aree boschive soggette ai tagli, ha senz’altro contribuito se non determinato l’impoverimento del patrimonio forestale sardo, impoverimento che ha cominciato a presentare un cambio di tendenza con l’opera di ricostituzione dagli anni ’60-’70 in poi, portata avanti sia dal Corpo forestale sia dall’Azienda foreste demaniali prima e dall’EFS poi, anche grazie al controllo del pascolo.

Giara, suino al pascolo

Giara, suino al pascolo

Le norme succedutesi per affrontare il problema del pascolo hanno contribuito, seppur parzialmente all’inizio e piuttosto tardivamente successivamente, al cambio di tendenza. Prima il RDL 3267/1923 che con l’art. 9 ha disciplinato il pascolo delle capre nei boschi deteriorati o in rinnovazione, ma soltanto su quelli vincolati, e quindi sotto un’ottica di preservazione delle funzioni idrogeologiche delle foreste. La L. 47/75 affronta per la prima volta il problema degli incendi boschivi, anche riguardo alla loro ricostituzione, ma soltanto per aree predefinite attraverso Piani, e comunque nulla prevedeva riguardo al problema del pascolo.

Bisognerà attendere quasi ottant’anni, e quindi con un fortissimo ritardo, per vedere esteso indistintamente il divieto di pascolo nei boschi percorsi da incendio, grazie alla L. 353 del 2000.

Oggi, dopo circa cinquant’anni di politiche e interventi attivi e passivi di ricostituzione boschiva all’interno delle foreste demaniali ad opera del CFVA e dell’AFDRS prima e EFS poi, e anche in seguito ad una più recente forte diminuzione dell’economia pastorale brada e semibrada, si può valutare se la missione possa considerarsi compiuta e cominciare a ragionare riguardo ad una gestione rivolta all’utilizzo attivo dei compendi boschivi. Fatti salvi ovviamente tutti quegli interventi ricostituivi delle aree percorse da incendi o da altri accadimenti degradativi.

Rispetto a pochi anni fa ci si trova oggi in una nuova epoca, e soprattutto in una congiuntura economica, politica ed ambientale differente, che durerà certamente ancora a lungo. Bisogna pertanto pensare a un utilizzo consapevole del bosco, economicamente remunerativo e socialmente accettato, recuperando le tradizioni passate ma nel contempo applicando  modalità  tecnicamente e tecnologicamente più avanzate, tollerabili sia dal punto di vista delle condizioni di lavoro che sotto il profilo ambientale, nell’ottica della produzione e trasformazione di prodotti che richiede oggi il mercato, investendo in ricerca e innovazione applicata al contesto forestale locale sardo.

È riconosciuto in tutti i più recenti consessi accademici e scientifici che solo un bosco vissuto, correttamente e attivamente gestito può svolgere efficacemente quelle funzioni sia tradizionali sia più recentemente apprezzate, garantendo nel contempo la permanenza delle popolazioni rurali sul territorio, da cui devono trarre il reddito ma che contemporaneamente svolgono un ruolo socialmente utile attraverso il presidio contro il dissesto idrogeologico, l’efficace azione di controllo del combustibile morto, causa dei disastrosi incendi, e nello stesso tempo contribuendo  a disegnare  con il loro operato quel mosaico paesaggistico dell’iconografia del paesaggio italiano, tanto apprezzato nel mondo.

Dr Forestale Giovanni Monaci

Commissario Superiore del CFVA

 

Sardegna, foresta mediterranea di SAcqua Callenti Castiadas)

Sardegna, foresta mediterranea di SAcqua Callenti Castiadas)

(foto da Sardegna Ambiente, E.F.S., R.M.N., S.D., archivio GrIG)

  1. maggio 22, 2014 alle 3:09 pm

    “Riguardo al processo pianificatorio a cui l’EFS ha recentemente dato avvio, c’è naturalmente da auspicare che le superfici da ripristinare alla funzione cedua non siano tra quei pochi esempi di fustaia sopravvissuta alle speculazioni dell’800 e primi del ’900. Questo lo si potrà valutare una volta che i dati rilevati ed elaborati saranno resi pubblici. Ma fino ad allora, ritenere che poche centinaia di ettari da destinare alla funzione produttiva su una superficie complessiva di svariate migliaia di ettari corrisponda al ritorno delle presunte devastazioni del passato appare sinceramente come un ideologico attacco preventivo nei confronti di una categoria di professionisti delle foreste, che non tiene in nessun conto della competenza, esperienza e connaturata prudenza dei forestali che provengono dalle Università italiane”.

    Vede, dott. Monaci, potremmo concordare con Lei, se l’E.F.S. avesse preventivamente pubblicizzato i propri programmi in materia.

    Però non l’ha fatto.

    A oggi non si sa quali siano e quanti siano ettari e luoghi “da destinare alla funzione produttiva”.

    Altro che “ideologico attacco preventivo”, mancano informazione, trasparenza, motivazioni, chiarezza.

    Le sembra poco?

    Stefano Deliperi

    • giovanni monaci
      giugno 1, 2014 alle 5:34 pm

      Sono daccordo. Non sono certo io, non rappresentandola peraltro, a dover prendere le difese dell’EFS. E non sono nenche persona che conosce a quali risultanze siano giunti nel programma di pianificazione intrapreso, anche se ciò può apparire strano considerato il ruolo che istituzionalmente rivesto. Forse, ma sottolineo forse, c’è un problema contrattuale che lega l’EFS e l’ATS riguardo la diffusione di dati proprietari già rilevati ed elaborati.

  2. Riccardo Pusceddu
    maggio 22, 2014 alle 4:59 pm

    Egregio Dott. Monaci, ci siamo scontrati in altri articoli su questo blog. Io sostenevo la necessita’ di lasciare le foreste demaniali a se stesse e di fare selvicoltura solo su terreni di proprietà privata e Lei invece era in favore di interventi di ripristino del governo a ceduo del bosco, seppure ridotti rispetto alla superficie complessiva delle foreste demaniali sarde.
    Mi ha molto colpito la Sua descrizione della fustaia adulta di leccio. Un ambiente a ridotta biodiversita’, un “deserto biologico”. Ma le foreste adulte coetanee di leccio sono naturali? E il leccio tende sempre a formare foreste coetanee? Mi sembrano affermazioni contrarie al buon senso. Non e’ che forse le foreste di leccio sono coetanee a causa degli interventi umani del passato? Gli alberi come il leccio hanno cicli di vita molto più lunghi di quelli dell’uomo e quello che ci può sembrare un bosco naturale può essere stato soggetto ad interventi umani di varia natura in passato. Lei stesso ha ricordato la pressione esercitata dalla pastorizia. Io aggiungo quella della stessa fauna selvatica (cinghiali, cervi, ecc.) che in mancanza di predatori naturali ha forse determinato questo fenomeno della coetaneita’. Il bosco non si rinnova a causa del loro pascolamento. Io non sono un’esperto pero’ cerco di usare il mio buon senso unito alle ricerche che faccio in rete su questi temi. Da questo approccio ho tratto la convinzione che la Natura opera sempre in modo migliore dell’uomo. Essa si evolve (in condizioni climatiche stabili) nella direzione di una maggiore complessità e la complessità rende i sistemi naturali più resistenti ai condizionamenti esterni anche improvvisi. Tanto più un’ecosistema e’ complesso tanto maggiore sarà la sua capacita’ di reagire ad elementi di disturbo esterni e/o interni e quindi in ultima analisi la sua stabilita intrinseca. Tanto più stabile un ecosistema, tanto maggiore la sua biodiversita’ nel lungo periodo. La biodiversita’ non va inoltre ricercata meramente all’interno del singolo ecosistema ma piuttosto nell’interazione dei diversi ecosistemi presenti in compendi territoriali caratterizzati dalla loro reciproca presenza. Le faccio un esempio: l’artico o i deserti sono ecosistemi a complessità ridotta ma nel complesso degli ecosistemi planetari creano di fatto un aumento della biodiversita’ globale. Senza di essi non avremo specie come l’orso polare o i cactus. In una foresta matura costituita prevalentemente da leccio si otterrebbero in un tempo sufficientemente lungo numerose radure dovute alle cause da Lei descritte che avrebbero la funzione di rigenerare tale bosco in maniera costante. La biodiversita’ sarebbe garantita proprio da queste radure e quindi non va ricercata limitatamente alle aree con vegetazione fitta.
    Inoltre ritengo un’errore includere l’uomo in un ecosistema senza prima adottare le necessarie correzioni. L’uomo a causa della sua evoluzione non solo biologica ma anche culturale non e’ per sua natura una specie stabile. Lo dimostra l’esplosione della popolazione mondiale dell’ultimo secolo. Quindi e’ difficile inserirlo in equilibrio dentro a ecosistemi che seguono invece dinamiche temporali molto più lunghe di quelle a cui e’ soggetta la nostra specie. Certo sarei tentato di dire che e’ più importante la preservazione degli ecosistemi terrestri che la sopravvivenza di tutti i 7 miliardi di esseri umani che oggi abitano questo pianeta ma non me la sento. La vita umana e’ più importante di qualsiasi leccio o qualsivoglia altro organismo. Sempre. Pero’ bisogna anche cercare di limitare l’intervento umano sugli ecosistemi o almeno di renderlo il più stabile possibile nel tempo. Io dico che le foreste demaniali dovrebbero essere gestite in maniera integrale o al peggio con interventi estremamente costanti nel tempo ma non di selvicoltura classica come quelli da Lei auspicati ma con interventi di selvicoltura cosiddetta sistemica. Le allego qui un link che illustra questo approccio anche se in maniera sintetica nell’improbabile caso che Lei non avesse ancora sentito parlare di esso:

    Fai clic per accedere a Ciancio-183.pdf


    Buona lettura e La prego di contestarmi se ce ne fossero i presupposti dimenticando i vecchi screzi occorsi in passato.
    Cordiali saluti

    • giovanni monaci
      giugno 1, 2014 alle 4:41 pm

      Vede, parliamo su due posizioni differenti. Lei persegue esclusivamente una delle funzioni del bosco, la biodiversità. Io perseguo la multifunzionalità, cioè la contemporanea funzione produttiva, idrogeologica, naturalistica e turistico ricreativa.

  3. Oscar Ortu
    maggio 22, 2014 alle 10:51 pm

    ..Partendo dal presupposto giuridico , che essendo beni demaniali,dovrebbero avere una funzione sociale ed una ricaduta economica con distribuzione omogenea della ricchezza sul popolo del territorio locale,vi potrebbe essere la soluzione di frazionare per ettaro,assegnare la nuda proprietà,oltrechè gli altri diritti agli imprenditori agricoli,coltivatori diretti ed allevatori,i quali ,anche consorziandosi tra loro e/o tra comunità, possano apportare tali terreni come capitale sociale all’interno del consorzio,da tutelare, aumentandone il valore con la loro opera e la loro responsabile tutela..RingraziandoVi per l’attenzione prestatami
    porgo i distinti saluti
    Oscar Sandro Emanuel Ortu
    (pastore agricoltore)

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 23, 2014 alle 2:53 am

      prima pero’ tutti questi soggetti beneficiari dovrebbero studiare per qualche anno come si gestisce e arricchisce un bosco. Al pari della maggior parte ahimè dei dottori forestali che in questa ed altre sedi continuano a reiterare le vecchie teorie selvicolturali quali quelle concernenti le varie forme di governo del bosco: ceduo semplice matricinato e non piuttosto che ceduo composto, ecc. ecc. Tutte tecniche queste che si sono dimostrate non idonee alle sfide anche culturali poste dal preservamento e arricchimento dei boschi, soprattutto mediterranei.

    • giovanni monaci
      giugno 1, 2014 alle 3:55 pm

      È una proposta senz’altro condivisibile, compresa quella di Roberto di un training formativo qualora necessario.

      Per Roberto: chiedi il confronto ma continui a provocare riguardo alla figura dei dottori forestali. Se ti ritieni così ferrato sulla materia perché non sei venuto a Nuoro al seminario appositamente organizzato. Avresti potuto ascoltare il punto di vista non solo di questi presuntuosi dottori , ma anche quello di sindaci , cittadini e operatori del territorio. Magari uscendo un po di più nel mondo reale ci si può arricchire del punto di vista della societa civile non solo cittadina ma anche rurale., anch’essa ti ricordo proprietaria delle foreste demaniali.
      sempre disponibile al confronto

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 2, 2014 alle 3:55 am

        io non sono affatto ferrato sulla materia (ho solo una conoscenza generale di cos’e’ e di come funziona un’ecosistema. Figurati che ho scoperto la Selvicoltura Sistemica proprio grazie al tuo commento. Ho solo applicato il mio buon senso (che la natura fa quasi sempre meglio dell’uomo nel preservare gli ecosistemi) e quindi sono andato alla ricerca di una critica ufficiale alla ceduazione. E’ così che mi sono imbattuto nella Silvicoltura Sistemica.
        A Nuoro ci sarei venuto volentieri ma purtroppo vivo a Londra.
        Sulla proprietà delle foreste demaniali sono d’accordissimo con te in quanto sono un convinto assertore del processo democratico decisionale basato sulla maggioranza dei consensi. Pero’ a patto che la gente venga coinvolta e informata debitamente e non come e’ avvenuto al principio di questa ahimè triste vicenda. Speriamo che si ripari presto a questa mancanza. Sarei curioso di sapere se qualcuno dei presenti al seminario abbia accennato all’alternativa alla ceduazione rappresentata dalla Silvicoltura Sistemica. Conoscere per deliberare

      • Giovanni Monaci
        giugno 2, 2014 alle 4:16 pm

        Assenza giustificata. Mi sono ripromesso di scrivere della silvicoltura sistemica. Non ho aspirazioni di carriera accademica, quindi non ho problemi ad espormi. Ti posso anticipare che il prof. Ciancio non ha scoperto niente di nuovo. Parla sempre di selvicoltura sistemica contrapposta a quella tradizionale omettendo in ogni suo scritto l’esistenza della selvicoltura naturalistica, che si applica ormai da quasi 100 anni. Autori Pavari, Susmel, Odum ecc. . Tali autori non vengono mai citati ma ci si crogiola in una baronale autoreferzialità che personalmente suscita qualche perplessità. Ne parlerò comunque più approfonditamente ponendo anche un elenco di domande a pro. Ciancio.

      • Giovanni Monaci
        giugno 2, 2014 alle 5:08 pm

        Una svista: cambiare Roberto con Riccardo.

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 17, 2014 alle 2:20 am

        ma la selvicoltura naturalistica come considera il governo a ceduo? Buono, cattivo, neutro?

      • Giovanni Monaci
        giugno 17, 2014 alle 9:55 pm

        È una domanda senza senso. Ti propongo io una domanda: ma la natura come considera il leone, buone, cattivo o neutro?

      • Giovanni Monaci
        giugno 17, 2014 alle 10:25 pm

        Oppure potrei chiederti: ma l’agricoltura come considera il carciofo, buono, brutto o cattivo?

        La risposta esatta è sempre: fai ciò che ti serve, ma fai anche ciò che è giusto, e soprattutto non precludere la facoltà rigenerativa.

        Per il leccio: se mi serve la legna da ardere faccio il ceduo, se mi serve altro faccio altro.

        Non è complicato. Basta accettarlo.

      • giugno 17, 2014 alle 10:40 pm

        d’accordo. Ma posso anche lasciare in pace i boschi pubblici che stanno riacquistando la naturalità perduta e “fare legna” con la forestazione produttiva su migliaia di ettari oggi disponibili.

        Stefano Deliperi

        P.S. il Leone è “buono”, come tutti gli “altri” animali in Natura, fa il mestiere del Leone e va bene così. Anche il Carciofo è “buono”, io lo preferisco con la bottarga, qualche goccia d’olio d’oliva, sale, un pizzico di pepe bianco. 😉

      • giovanni monaci
        giugno 17, 2014 alle 11:43 pm

        A me sta benissimo. Vediamo se ci riuscite voi a convincere il mondo agricolo ad attendere 30-40 anni prima di avere un raccolto. E soprattutto senza sussidi pubblici a perdere e magari senza regolamenti e bandi demenziali come si sono visti finora, dove nella migliore delle ipotesi si riesce a non far danni, e dove l’unico interesse è fare arrivare soldi di tutti noi, soprattutto ai latifondisti, senza ottenere nessun prodotto. A proposito, sembra proprio che le misure forestali della programmazione 2014-2020 riproporranno gli stessi fallimentari regolamenti e bandi che tuttora ci stanno facendo impazzire a noi tecnici istruttori del CFVA e dell’ARGEA, per non parlare dei professionisti, a causa della loro demenziale inapplicabilità operativa. Dicono che non c’è tempo per ascoltare gli addetti ai lavori riguardo le criticità riscontrate, peraltro ampiamente preannunciate all’origine.
        Intanto però lasciamo invecchiare le formazioni artificiali a ceduo, con tutta la destabilizzazione ecosistemica che ne consegue. Vabbè dimenticavo, non vi fidate dei tecnici forestali. Meglio rivolgersi agli stregoni dalle suadenti oratorie. Meglio improvvisarsi neodottori laureati su wikipedia.
        La verità caro dr Deliperi è che si è malpresi da un parossistico rincorrersi a moscacieca senza avere idea di dove si vuole andare, e che da decenni non esiste una pianificazione forestale. Il Piano forestale regionale si è tradotto in un bell’esercizio accademico senza nessuna ricaduta o indicazione operativa. Arrivo a dire che il PFRA è nato già vecchio, fuori dal tempo, più un giustificativo per rispondere alle richieste cadenzate dalle normative nazionali ed europee senza il quale probabilmente l’Ente non avrebbe potuto continuare a beneficiare dei fondi per la propria sussistenza. Il CFVA si è praticamente trovato emarginato nei lavori preparatori in quanto nell’impostazione ha da subito predominato l’esclusivo taglio botanico-naturalistico, senza che vi fosse l’adeguato e indispensabile spazio per la programmazione assestamentale e selvicolturale.
        In pratica siamo la barzelletta d’Italia, l’unica regione priva di una legge forestale propria.
        Ma visti gli attuali profili è meglio tenerci ben stretto il RDL 3267/23, legge varata da veri scienziati e profeti dell’epoca, che conserva un’attualità ed un tecnicismo così efficace che difficilmente può essere riprodotto.

        Scusi se continuo con i giochi di parole.

      • giugno 18, 2014 alle 12:05 am

        le sembrerà strano, ma sono d’accordo su parecchie cose, a iniziare dalla demenzialità di vari bandi per fondi comunitari e dalla scarsa prescrittività del piano forestale regionale.
        Bisogna davvero capire dove si vuol andare a parare per gestire al meglio un patrimonio fondamentale per questa Terra.

        Stefano Deliperi

  4. sgrunf
    maggio 23, 2014 alle 12:00 am

    E allora visto che dobbiamo studiare, e tanto, senza insegnare, “ad ogni costo”, meglio rileggere da “Le leccete” di Germano Gambi (Monti e Boschi, 1986) quanto segue:
    “Se in passato da un bosco di leccio si voleva ottenere soprattutto buona legna da ardere per cui era preferito il governo a ceduo che a questo tipo di produzione era più adatto, attualmente l’altofusto sembra riscuotere i maggiori suffragi per realizzare alcuni importanti obiettivi:
    1) Realizzare una cenosi maggiormente in equlibrio con l’ambiente ossia meno soggetta a infestioni parassitarie o a deperimenti fisologici e vegetazionali, ed inoltre capace di produrre una evoluzione del suolo che si traduce in definitiva in maggior fertilità ed un più elevato equilibrio edafico;
    2) Accrescere l’effetto paesaggistico della foresta che consegue la pienezza dei suoi pregi estetici e dei suoi più espressivi caratteri fisionomici proprio quando raggiunge una certa statura, che solo l’altofusto può assicurare;
    3) Edificare un soprassuolo che, nel limite concesso dalle cenosi forestali, sa autodifendersi dagli incendi, ossia dal pericolo maggiore a cui va attualmente incontro la vegetazione forestale mediterranea;
    4) Dare la possibilità al bosco di ospitare e proteggere certe forme di selvaggina per accrescere i valori naturalistici e l’equilibrio biologico dell’ecosistema.
    Si aggiunga che il bosco di altofusto di leccio garantisce in un clima mediterraneo una stabilità biologica ed ecologica superiore a qualunque altro tipo di bosco e a qualunque altra forma di governo in quanto la fustaia di leccio è l’espressione più integrale e ortodossa di quel Quercetum ilicis che i botanici, e i naturalisti in genere, considerano la manifestazione più evoluta e mesofila della vegetazione mediterranea.”
    Volendo si può andare anche al seguente link: http://dx.doi.org/10.4129/ifm.2013.3.01 “La gestione forestale sistemica nella regione mediterranea” di Orazio Ciancio (2013).

  5. Riccardo Pusceddu
    maggio 23, 2014 alle 3:09 am

    grazie sgrunf per il link interessantissimo. Bisognerebbe mobilitare questo professor Ciancio (al quale ero arrivato anch’io nel mio commento precedente all’articolo del dott. Monaci).
    La selvicoltura sistemica mi sembra veramente un passo avanti nella gestione anche economica della risorsa bosco. Un salto di qualità soprattutto culturale, come sottolinea lo stesso Ciancio nel tuo link. Altro che ritornare al governo a ceduo! C’e’ da migliorare anche i boschi ad alto fusto. Ecco un passo dell’intervento di Ciancio che sottolinea vieppiù questo concetto:
    “In buona sostanza, la gestione forestale sistemica
    prevede il mantenimento dei caratteri naturali
    dei boschi nel paesaggio; il rispetto dei
    cicli naturali di rinnovazione; la rinaturalizzazione
    dei boschi che, a causa di una gestione
    intensiva, hanno perduto le proprie caratteristiche;
    il monitoraggio dei mutamenti relativi
    alla biodiversità e al recupero ambientale.”

    Certo che la selvicoltura sistemica va applicata con attenzione perche prevede l’intervento umano seppure oculato e basato su processi conoscitivi che si basano sul riconoscimento e la conversione degli errori colturali nel tempo (e questa rappresenta una grossa sfida all’intelletto umano visto che i cicli colturali di una foresta matura possono raggiungere l’ordine delle centinaia di anni). Inoltre andrebbe definito quantitativamente a quanti uomini deve equivalere l’impatto su una foresta visto che la densità attuale della popolazione umana ha raggiunto livelli che definire innaturali e’ un eufemismo.
    Adesso mi sa che mando un’email al professore e lo invito a intervenire nelle sedi opportune per fermare questo che sembra l’ennesimo errore nella gestione delle nostre martoriate foreste. Magari a lui lo ascoltano quelli dell’Ente Foreste Sarde!

  6. Riccardo Pusceddu
    maggio 23, 2014 alle 3:34 am

    allego qui sotto il testo della mia lettera al professor Ciancio:

    “Egregio professor Ciancio,
    ho scoperto quasi per caso alcune Sue pubblicazioni che illustravano il concetto a me allora sconosciuto della cosiddetta selvicoltura sistemica a seguito di un’interessante dibattito sul blog del Gruppo di Intervento Giuridico riguardante interventi culturali di riconversione a ceduo nelle foreste demaniali della Sardegna. Eccole il link:

    https://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2014/05/22/dibattito-sulla-gestione-delle-foreste-demaniali-un-intervento-di-giovanni-monaci/#comment-46512

    Siamo già in 2 ad averLa citata nei nostri commenti mentre altri esperti in scienze forestali quali il dott. Monaci e il dott. Mori sembrano neppure conoscere oppure semplicemente omettono nei loro interventi le Sue posizioni a favore di questo nuovo approccio alla grande sfida rappresentata dalla conservazione e miglioramento delle foreste mediterranee (e non).
    La pregherei se ne avesse tempo di recarsi sul blog e intervenire anche Lei nel merito e magari far cambiare idea a questi signori che invece vogliono continuare con le vecchie tecniche del governo a ceduo, che impallidiscono a mio parere rispetto alle nuove tecniche della selvicoltura sistemica da Lei così bene esposte e che condivido quasi pienamente. Oppure potrebbe anche far sentire il peso della Sua autorevolezza in sedi più idonee come lo stesso Ente Foreste Sarde (al quale comunque mi pare Lei abbia già avuto modo di illustrare in passato il concetto di selvicoltura sistemica) oppure alla Regione Sardegna o ancora nei 2 più importanti quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna. Urge aprire un dibattito in materia prima che l’EFS dia avvio alla riconversione a ceduo di parte delle foreste demaniali sarde che fino ad ora aveva così efficacemente preservato. Gli alberi e i cittadini sardi gliene saranno grati!
    Cordiali saluti,
    Riccardo Pusceddu”

    • giovanni monaci
      giugno 1, 2014 alle 5:50 pm

      Conosco l’argomento e i teoremi sulla selvicoltura sistemica. Ed è da tempo che medito di esprimere e divulgare il mio pensiero al riguardo. Ma trattandosi di una questione complessa che vede peraltro illustri figure coinvolte nel dibattito, preferisco non trattarlo attraverso un sintetico commento in un blog. Quindi mi riprometto di produrre uno scritto di taglio più approfondito chiedendo gentilmente al GIG di divulgarlo.

  7. maggio 23, 2014 alle 9:37 am

    Segnalo che L’Ente Foreste, come anticipato già nel seminario della Nuoro Forestry School tenutosi il 7 maggio u.s., ha organizzato un ulteriore, più specifico, incontro-dibattito sul campo, per il prossimo martedì 27 maggio, comprensivo di un’escursione pomeridiana nel bosco oggetto delle tante osservazioni sulla gestione a ceduo, a Marganai. Saranno presenti i direttori dei lavori ed i tecnici dell’Ente, a disposizione per ogni chiarimento. Tanto maggiore sarà la partecipazione, tanto più diffusa potrà essere la condivisione e la trasparenza sugli interventi selvicolturali oggetto delle tante, rispettabili e variegate, osservazioni emerse. Per i dettagli vi invito a consultare il sito Istituzionale, a questo link: http://www.sardegnaambiente.it/j/v/152?s=255978&v=2&c=12078&t=1 . L’Ente Foreste pubblicherà in ogni caso, successivamente all’evento, sul proprio sito, un report della giornata. L’auspicio è che questa ulteriore attività di comunicazione ed informazione, che segue ai tanti incontri partecipativi già organizzati negli anni 2012 e 2013 (http://www.sardegnaambiente.it/j/v/152?s=231282&v=2&c=1577&t=1) ed ampiamente pubblicizzati nei territori comunali interessati, sia utile ed apprezzata.
    Quanto all’inciso presente in questo articolo “in attesa della promessa sezione specifica (“pianificazione forestale”)” segnaliamo invece che già dallo scorso 17 aprile – dunque oltre un mese fa – è stata pubblicata esattamente in Home Page di SardegnaForeste.it una nuova, omonima sezione tematica: http://www.sardegnaambiente.it/foreste/foreste_parchi/pianificazione_forestale.html .
    Qui proseguiranno le azioni di comunicazione ed informazione improntate alla massima trasparenza; qui saranno progressivamente pubblicati i dati sulle superfici interessate dalle tante tipologie di interventi pianificati (i P.F.P. sono in corso di completamento, revisione ed approvazione).

    • maggio 23, 2014 alle 3:07 pm

      apprezziamo senza dubbio l’inizio della publicizzazione dell’attività dell’Ente foreste della Sardegna (E.F.S.), compresa l’avviata sezione tematica “pianificazione forestale”, tuttavia segnaliamo ancora che non è possibile comprendere quali siano e quanti siano ettari e luoghi “da destinare alla funzione produttiva” e relative motivazioni, come indicato dal dott. Monaci e da molti altri commentatori.

      Da oltre 50 anni l’allora Azienda foreste demaniali della Regione Sardegna (A.F.D.R.S.) prima e l’Ente foreste della Sardegna (E.F.S.) poi, oltre al Corpo forestale e di vigilanza ambientale hanno svolto una fondamentale, meritoria e difficile attività per la ricostituzione del patrimonio forestale pubblico, “insegnando” alla collettività regionale l’importanza della ricostituzione del bosco ad alto fusto.

      Ora questo “indirizzo”, ben assimilato dai sardi, viene modificato, senza che siano note e generalmente condivise le motivazioni.

      Motivazioni “condivise” non tanto dagli “addetti ai lavori”, visto che nessuno mette in dubbio la correttezza scientifica degli interventi, quanto dalla collettività regionale, la “titolare” delle foreste demaniali.

      Se si tratta di produzione legnosa per riscaldamento/biomassa, a parte le doverose operazioni di “pulizia” dei boschi, ben potrebbero contribuirvi gli estesi terreni pubblici e privati di minore importanza naturalistica rispetto alle foreste demaniali. Forestazione produttiva sostenibile anche con ingenti fondi comunitari.

      Ben vengano gli interventi di sensibilizzazione, ma il nocciolo della questione rimane ancora poco chiaro.

      Stefano Deliperi

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 23, 2014 alle 4:30 pm

      grazie per il chiarimento sulla sezione pubblicata nel sito web del’Ente Foreste Sardegna. Sembra che Stefano Deliperi stavolta abbia fatto una svista scrivendo nell’articolo (ammesso che l’autore sia lui, visto che e’ a firma del GrIG) che si stava in attesa della pubblicazione che invece e’ avvenuta (ho controllato personalmente) come dici te il 17 aprile scorso. Una piccola svista che spero non aggiunga, per usare una metafora in linea col tema di questo articolo, altra legna sul fuoco della polemica.

      • maggio 23, 2014 alle 5:19 pm

        non c’è alcuna “svista”, vds. il commento precedente 😉

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 23, 2014 alle 7:13 pm

        quando ho scritto il mio commento sulla svista mi riferivo al testo dell’articolo dove sembrava che tu ti riferissi al fatto che ancora l’EFS non avesse pubblicato affatto la sezione specifica sulla Pianificazione Forestale. Poi pero’ controllando bene il testo tu hai scritto “esaustiva” e la sezione di cui sopra (che anche stavolta ho controllato personalmente) e’ lungi dall’esserlo. Inoltre diverse volte quando scrivo un commento mi capita di avere una pagina non aggiornata: il tuo commento sulla sezione non c’era ancora. Forse sono i tempi tecnici di questo blog. Comunque tornando alla più volte citata sezione m’hai tolto le parole di bocca visto che stavo per postare un commento su di essa che sarebbe stato di questo tono: la pagina nel sito dell’EFS dedicata alla Pianificazione Forestale e’ assolutamente inadeguata a fugare i dubbi di chi si preoccupa della nuova svolta dell’EFS a favore del ceduo. Soprattutto mancano le cartine con la localizzazione degli interventi fatti e da fare e i grafici per quantificare la portata dei tagli.
        Dire che la legna la si dovrebbe produrre nei terreni dei privati oppure in quelli pubblici a basso valore ecologico e’ una tale ovvietà, come dire che il re e’ nudo. Come dici tu ci sono anche i finanziamenti europei che l’Italia e soprattutto la Sardegna lasciano agli altri paesi membri come e’ purtroppo tristemente noto. O almeno questo era quello che succedeva 10 anni fa: non mi sono più aggiornato in proposito ma forse sono troppo pessimista.
        Giu’ le mani dalle foreste demaniali. Almeno come dici te fino a quando non ci sarà assoluta chiarezza sulla vicenda e magari una consultazione pubblica per sapere cosa ne pensano i sardi, ai quali in ultima istanza tali foreste appartengono

  8. Nico
    maggio 23, 2014 alle 2:39 pm

    dagli interventi e dai commenti traspare una certa gelosia dei tecnici verso chi si occupa di boschi senza esserlo, invece è un bene perché i boschi sono di tutti noi, anche di chi non ci lavora e le scelte devono essere fatte coinvolgendo tutti.

  9. maggio 23, 2014 alle 5:32 pm

    riteniamo possano essere contributi rilevanti e molto interessanti da leggere.

    * Raffaello Giannini, “Conservazione della diversità genetica e global change”, Italian Journal of Forest and Mountain Environments (2013): http://ojs.aisf.it/index.php/ifm/article/view/851/815

    * Orazio Ciancio, “La gestione forestale sistemica nella regione mediterranea”, Italian Journal of Forest and Mountain Environments (2013): http://ojs.aisf.it/index.php/ifm/article/view/850/814

  10. Raimondo Cossa
    maggio 23, 2014 alle 6:49 pm

    Stefano Deliperi sono d’accordo con te. Seguo l’argomento dall’inizio e nonostante tutta la mia buona volontà, anche dopo aver letto con attenzione l’excursus del dott. Monaci, non ho ancora capito il “nocciolo della questione”.
    Cioè se questa sezione di “pianificazione forestale” sia dettata da recenti tecniche scientifiche sulla gestione forestale, se si tratta di tecniche sperimentali, di interventi per migliorare l’ecosistema boschivo (?), oppure di business sul legnatico ricavato.
    Non voglio innescare polemiche ma ritengo, come cittadino, di avere il diritto di conoscere sia il futuro delle foreste sarde, sia la politica gestionale dell’E.F.S.

    • maggio 23, 2014 alle 7:59 pm

      la sezione “pianificazione forestale” sul sito web istituzionale dell’Ente foreste della Sardegna (http://www.sardegnaambiente.it/foreste/foreste_parchi/pianificazione_forestale.html), di recentissima individuazione, vede finora pubblicati notizie su eventi e documentazione in gran parte già reperibile sul medesimo sito web.

      E’ un primo importante passo verso la necessaria piena informazione ambientale, prevista sui siti web istituzionali dal decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33.

      Però, non è possibile tuttora comprendere quali siano e quanti siano ettari e luoghi “da destinare alla funzione produttiva” e relative motivazioni, come richiesto e indicato dal dott. Monaci e da molti altri commentatori.

      Stefano Deliperi

  11. maggio 23, 2014 alle 8:25 pm

    Veramente un interessante articolo. Grazie

  12. Juri
    maggio 23, 2014 alle 8:28 pm

    Sicuramente interessante e utile il contributo di Giovanni Monaci sotto il profilo della conoscenza della gestione forestale. Ma certo non tranquillizza rispetto alle ancora indefinite (o meglio non conosciute) intenzioni dell’Ente Foreste.

    1) C’è la conferma che si vorrebbe attuare un cambio radicale nella politica di gestione forestale dopo decenni di gestione orientata all’alto fusto che ha consentito il recupero di foreste “stremate” dalle ceduazioni del passato. E data l’importanza sociale della materia sarebbe quindi necessaria una “discussione” che coinvolga l’intera opinione pubblica (come per il PPR). E invece per ora ci si è limitati ad un confronto strettamente confinato agli addetti ai lavori.

    2) C’è la conferma che questa “svolta” è finalizzata ad un utilizzo (anche) commerciale delle foreste demaniali.

    3) Si scopre che non si esclude neppure l’abbattimento dei “pochi esempi di fustaia sopravvissuta alle speculazioni dell’800 e primi del ’900”. Uso il termine abbattimento esponendomi consapevolmente alle critiche dei fautori del ritorno a vaste ceduazioni. Però penso sia utile usare i termini che meglio fanno capire di cosa si parla: l’eventuale ceduazione di fustaie consisterebbe nell’abbattimento della maggior parte degli alberi e il “rilascio” di una piccola percentuale di essi, con la trasformazione di un ecosistema di elevato valore in un bosco impoverito e antropizzato.
    Mi auguro con tutto il cuore che sia un timore infondato.

    4) Ancora oggi non c’è nessun documento che specifichi esattamente (e preventivamente, saperlo a giochi fatti non sarebbe simpatico):

    -l’ubicazione e l’estensione esatta (planimetria topografica) delle aree che si vorrebbero retrocedere a ceduo nell’intera Sardegna

    -la tipologia di ceduo che si vorrebbe perseguire (semplice, matricinato, a sterzo, composto) e se e quanto continuerà l’attività di conversione a fustaia;

    -cosa si intende fare degli ex-cedui oramai a buon punto verso la conversione a fustaia;

    L’Ente Foreste ha predisposto alcune pagine web che però contengono dati generici e asserzioni altrettanto generiche. Anche le pagine web indicate da A. Saba mi pare che non dicano nulla rispetto alle domande che ho posto sopra e mi paiono più che altro una forma di auto-promozione chiaramente finalizzata a convincere (con qualche riserva mentale di troppo) l’opinione pubblica che “ceduo è bello”..
    A fronte di questa carenza di informazioni mi pare ingeneroso accusare chi si allarma di essere “allarmista”.

    5) Non si dice nulla che possa fugare il dubbio che questa improvvisa attrazione per il ceduo sia stata stimolata soprattutto dagli incentivi per le rinnovabili, leggi centrali a biomasse.

    6) Il fatto che quello stesso Ente che per decenni ha giustamente valorizzato, anche mediaticamente, l’attività di conversione da ceduo a fustaia ora la consideri desueta e persino ecologicamente non così apprezzabile, esaltando nel contempo quel ceduo fino a ieri indicato come esempio di non buona gestione ecologica, non fa che alimentare ulteriori notevoli dubbi e perplessità.

    7) Non si dice che anche l’attività di conversione da ceduo a fustaia consente di “ritrarre” una certa quantità di legname e anzi si fa intendere che solo con le ceduazioni ciò sia possibile.

    Insomma, l’aspetto che trovo più discutibile nelle argomentazioni dei fautori del ritorno alle ceduazioni estese, è una capziosità tendente a non far emergere il dato di fatto da cui partire per ogni ragionamento: la retrocessione a ceduo è una forma di degradazione forestale che consente nel tempo l’estrazione di notevoli quantità di legname, la conversione a fustaia “massimizza” invece la valenza ecologica e paesaggistica della foresta ma limita la possibilità di ricavare legname. Chiarito, e non “occultato”, questo dato di fatto, si può discutere onestamente su dove porre l’asticella del compromesso fra sfruttamento commerciale delle foreste e loro piena tutela.

    Infine mi permetto un suggerimento: sarebbe apprezzabile, per informare correttamente l’opinione pubblica, affiancare alle visite guidate ai cedui quelle alle fustaie di leccio (per esempio nel Supramonte), idem per la documentazione fotografica.
    Il confronto consentirebbe di capire bene, anche ai profani, i termini della questione, incluso il fatto che forse le sorti dei boschi destinati alla ceduazione non sarebbero quelle “magnifiche e progressive” che si vorrebbero far intendere.

    Basta vedere questa foto per rendersene conto.

  13. sgrunf
    maggio 24, 2014 alle 10:29 am

    Bene Juri, infatti non trova giustificazione alcuna riprendere qualsiasi utilizzazione forestale (ceduazioni e non normali interventi colturali o di avviamento all’alto fusto) in foreste (demaniali) che costituiscono già oggi (e non domani!) il cuore di aree protette regionali e nazionali di straordinaria importanza ambientale al centro del Mediterraneo. Quanto “sapientemente” propugnato da alcuni blogger che hanno “rispolverato” per l’occasione il manuale del “giovane selvicoltore” dei tempi della “miniera verde”
    a favore del ritorno, “ad ogni costo”, alla ceduazione, non può essere, e non lo è, aggiornato, nonchè calato, alla realtà delle attuali condizioni ecologiche e del regime di proprietà delle uniche 13 foreste demaniali (dunque inalienabili) della Sardegna per le quali, viceversa, prevedendo una corretta applicazione della gestione forestale sistemica possono essere assicurati, a vantaggio soprattutto di chi verrà dopo di noi, e non quindi dei soli utilizzatori
    di legna da ardere di oggi, il mantenimento dei caratteri naturali, nelle fustaie già mature, e la rinaturalizzazione, nei cedui ormai invecchiati. In particolare i cedui di leccio proprio a causa della gestione intensiva del passato, sono, per dirla come Juri, ormai “stremati”, avendo totalmente perduto le caratteristiche del bosco di altofusto che garantisce in ambiente mediterraneo una stabilità biologica ed ecologica (quindi funzionale) superiore a qualunque altro tipo di bosco, rappresentando, come riportato da Prof.Gambi, “la manifestazione più evoluta e mesofila della vegetazione mediterranea”. Promuovere la ceduazione nei principali demani forestali regionali giustificando il suo ritorno perchè ristretta agli ex cedui (perchè così si faceva fino agli anni ’50 del secolo scorso: a questo proposito è bene precisare che quando si parla di “appena il 5 % del demanio interessato” con riferimento al Marganai si fornisce un dato non corretto in quanto non riferito all’effettiva estensione del bosco di leccio che risulta assai inferiore rispetto all’estensione dell’intera foresta demaniale) è un grave errore che se non adeguatamente fermato porterà ad un inesorabile degrado e ad un “non ritorno” del livello più evoluto e mesofilo di questa vegetazione che, volenti o nolenti, rappresenta il “cuore”, “il nucleo centrale”, di aree protette di straordinario valore ambientale e di importanza non solo regionale ma soprattutto nazionale ed internazionale.

  14. giovanni monaci
    giugno 1, 2014 alle 1:42 am

    Ringrazio tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere il mio personale contributo. Dai toni più pacati che ho percepito in questa sezione credo di essere riuscito almeno in parte a riportare la discussione su un piano più tecnico e meno emotivo. Il confronto può quindi proseguire in maniera più serena.
    Naturalmente conosco il prof. Ciancio e le sue argomentazioni sulla selvicoltura sistemica.
    Il management forestale ha tra i suoi pilastri fondanti la sostenibilità economica delle attività selvicolturali, e la loro programmazione territoriale e temporale. Ciò presuppone che costi e ricavi siano noti attraverso propedeutici processi di stima. Senza di questi ogni discorso di pianificazione d’interventi e ogni programma d’azione selvicolturale si riduce ad un semplice esercizio teorico accademico supportabile esclusivamente da aleatori sostegni pubblici.
    L’attenzione deve viceversa essere volta a perseguire l’autosostentamento della gestione selvicolturale, sicuramente nei boschi privati, ma anche quelli pubblici devono dimostrare di potersi affrancare almeno in parte dall’esclusivo sostegno dello Stato o della Regione.
    Mi rendo conto che ciò può provocare scalpore, ma si può e si deve fare.
    Mi riservo comunque di produrre un approfondimento sul tema.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 2, 2014 alle 4:35 am

      restiamo in attesa del tuo approfondimento sul tema della Selvicoltura Sistemica, se ho capito bene, e delle tue eventuali critiche a questa nuova pratica che si pone come alternativa alle vecchie (ma non per questo necessariamente peggiori) pratiche di gestione quali la ceduazione, di cui noi diffidiamo così tanto.
      Resto della convinzione che se i nostri predecessori avessero diffidato altrettanto quando avvenne il taglio dei 4/5 delle foreste dell’isola, forse adesso ci sarebbero molte più opportunità di sfruttamento anche economico dei boschi sardi. Ma erano altri tempi, altre densità di popolazione e non c’era tutta la CO2 che c’e’ oggi.
      A presto quindi, non farci aspettare troppo per cortesia

  15. sgrunf
    giugno 1, 2014 alle 1:54 pm

    Altro che pacatezza purtroppo forse è l’enensima confrema che per gli “utilizzatori a tutti i costi” interventi e riferimenti bibliografici di cui è stata suggerita la lettura (e studio!) non sono che acqua fresca! Rivolgere l’attenzione solo ed esclusivamente all’autosostentamento della gestione selvicolturale, ovviamente senza alternativa nei boschi privati, è “slogan” facile facile, profondamente sbagliato per i boschi pubblici ma in particolare per quelli demaniali, inalienabili e senza fini economici della Sardegna, ad altissima valenza ambientale in quanto cuore pulsante delle principali aree parco dell’Isola e quindi dell’umanità intera, che non hanno bisogno di dimostrare l’affrancamento dall’esclusivo sostegno dello Stato o della Regione in quanto già forniscono servizi ecosistemici pubblici di valore estremamente più grande rispetto al semplice bilancio di macchiatico (della sola legna da ardere) che gli “utilizzatori a tutti i costi” stanno propagandando. I servizi resi dalle foreste demaniali a maggior ragione in Sardegna sono servizi a tutti gli effetti pagati dalla collettività proprio al fine di evitare spese enormemente maggiori dovute a dissesti danni e distruzioni, comprese quelle tragiche di numerose vite umane soprattutto oggi in pieno cambiamento climatico. Pensare ad un centimetro di suolo sul Marganai vuol dire pensare ad un processo naturale che richiede 1 milione di anni per la sua generazione ma che viene spazzato via anche in meno di 24 ore di eventi piovosi autunno-invernali come quelli che stiamo sempre più spesso conoscendo proprio nel Sud Sardegna proprio perchè non è più protetto da una evoluta e massimamente funzionale copertura forestale, sostituita, o da sostituire (come si può vedere dalla ricca documentazione fotografica sul sito), da un semplice ceduo con al più meno di cento alberelli ad ettaro. Mettere le mani sull’ultimo forziere della Sardegna come ai tempi della “minera verde” di “ventennale” memoria è sbagliato, profondamente sbagliato, e le giustamente allarmate argomentazioni portate su questo sito da vari blogger per la conservazione di questi straordinari ecosistemi che lentamente si stavano riprendendo dallo sfruttamento, saggiamente sospeso dagli anni ’50 del secolo scorso, non cadranno nel nulla anche perchè occorre ricordare che le foreste demaniali sono di tutti i Sardi!

  16. giovanni monaci
    giugno 1, 2014 alle 3:26 pm

    Calma sgrunf,
    faticosamente stavamo riuscendo a riportare i toni nell’alveo del pacato confronto. Non mi sembra giusto che di nuovo si tirino fuori i toni aggressivi dal sacco degli impulsi emotivi. Chi la pensa diversamente, o semplicemente cerca di ragionare supportato da un bagaglio culturale e di esperienza sul tema probabilmente più affermato del tuo, non è un nemico. Estremizzare ogni argomento non aiuta mai a capire.
    Gli alberi tagliati con sapienza rinascono e ricrescono. Così come in natura nascono crescono e muoiono. Lo fanno tutti gli esseri viventi. La selvicoltura naturalistica è una scienza e un’arte allo stesso tempo, che tramite la comprensione delle dinamiche naturali , attraverso l’ecologia forestale, cerca di imitare i processi che si svolgono in natura per indirizzarli a produrre un utile per l’uomo. Ribadisco ancora una volta che i pilastri imprescindibili del forestale sono la produzione economicamente sostenibile continuativa nel tempo e la perpetuazione del bosco in forma dinamica. Non c’è trasformazione ma rinnovazione del bosco in un ciclo produttivo continuativo nel tempo, secula seculorum.
    La preghiera del Forestale al proprio patrono, l’abate S.Giovanni Gualberto, colui per intenderci che ha edificato le foreste di Vallombrosa, conclude così:

    “Aiutaci a comprendere sempre più le opere del Creatore ed i legami che uniscono tra loro le sue creature, in modo che anche la nostra fatica si svolga sempre in armonia con il disegno divino”.

    Questa è un’efficace sintesi di ciò che vorrei far capire.

    Riguardo al demanio ho già scritto.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 2, 2014 alle 4:24 am

      Caro Giovanni,
      sempre questa storia dell’utile a breve termine (legna da ardere) mettendo i benefici a lungo termine (altrettanto importanti se non più importanti ancora) in secondo piano. Il bosco deve produrre economicamente dici tu, per essere sostenibile non solo da un punto di vista ecologico ma anche sociale e finanziario altrimenti comporta solo dei costi di gestione e nessun ritorno economico che ne assicuri la sostenibilita’ su tutti i fronti. Ma non lo si potrebbe lasciare a se stesso senza bisogno di spendere soldi per la gestione? La natura lo farebbe gratis per noi (e molto meglio di noi, sostengo io). L’uomo ha sempre avuto difficoltà a vivere in armonia con la natura ma oggigiorno questo obbiettivo e’ diventato un’illusione con 7 miliardi di esseri umani che divorano il pianeta e tutte le sue risorse. Quindi perché non tenerci volontariamente fuori almeno dalle foreste demaniali lasciando fare alla natura la gestione? Magari mettendo una pezza solo nella lotta agli incendi (che comunque sono causati da noi stessi e quindi non rientrano nelle dinamiche naturali).
      Ci sono un mucchio di terreni privati che potrebbero essere usati alla bisogna per produrre legna da ardere e legname da costruzione. Inoltre quando si taglia un’albero, anche ipotizzando che non si provochi alcuna erosione per fenomeni meteorologici, si causa comunque una sottrazione di sostanza al terreno in cui l’albero cresceva: la cenere che resta dopo la combustione della legna nei nostri camini e nelle nostre stufe non viene mai riportata nel luogo del prelievo dell’albero che l’ha prodotta.
      Comunque potresti darci informazioni dettagliate sulle parcelle che si vorrebbe sottoporre al taglio di ceduo (estensione, località, numero di alberi presenti divisi per specie e eta’) cosi che noi si possa parlare con cognizione di causa invece di tirare ad indovinare questi importanti fattori?

      • Giovanni Monaci
        giugno 2, 2014 alle 4:00 pm

        Come già risposto a Deliperi, io non sono dell’EFS, non lo rappresento, e non conosco i dettagli del processo pianificatorio in corso, anche se sembra strano. Anch’io ho più volte chiesto i dati dei rilievi e le scelte preadottate. Pazienza. L’approvazione dei piani definitivi dovrà comunque passare per legge attraverso il CFVA.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 2, 2014 alle 7:24 pm

      Ho visto delle planimetrie in una presentazione che penso sia stata illustrata al pubblico intervenuto al convegno organizzato a Nuoro recentemente. Purtroppo sono di difficile lettura e si riferiscono solo ad una delle foreste demaniali sarde, quella del Manganai. E poi non mi hai risposto sulla cenere, Giovanni

      • Giovanni Monaci
        giugno 3, 2014 alle 10:02 am

        ti rispondo in breve. le ceneri, ossia i sali minerali assorbiti dalla pianta ed accumulati nei tessuti nel corso della sua esistenza, provengono dal substrato pedegenetico, ossia dalla roccia in discacimento degli strati inferiori del suolo. ma provengono anche dal trasporto gravitazionale delle pendici soprastanti o dal trasporto idraulico nelle zone di pianura, attraverso le alluvioni che nel corso dei millenni si ripetono inesorabilmente, ma provengono anche dal lento trasporto eolico e, in buona parte, dal pulviscolo atmosferico e cosmico. La percentuale presente nei tessuti legnosi è inferiore all’1%. Quindi, facendo un rapido calcolo, se l’incremento medio di un ceduo sardo di leccio di media fertilità è pari a 3 mc di legna all’anno ad ettaro (dati Inventario forestale 2005 INFC), corrispondente a circa 3 tonnellate all’anno, ed il turno di taglio è posto, mettiamo, a 30 anni, l’asporto al taglio è pari a 90 tonnellate a ettaro di legna. Le ceneri asportate sono quindi meno di una tonnellata ad ettaro, cioè meno di 100 grammi a metro quadro in 30 anni, ossia 3 grammi all’anno a metro quadro.
        vista la premessa, considerata la captazione del pulviscolo atmosferico da parte delle chiome, la disgregaszione delle rocce sottostanti, il deflusso dalle cime montuose ecc. ecc., e visto il lunghissimo ciclo di turni che bisognerebbe applicare, diciamo qualche decine di migliaia di anni?, prima di depauperare la dotazione minerale dei suoli forestali, francamente non mi starei a preoccupare così tanto.
        Ciò che dici è vero. Non sarebbe sbagliato restituire le ceneri sottratte al suolo, anche perchè ciò aumenterebbe la dotazione prontamente disponibile per le piante e incrementerebbe così la fertilità. E’ quello che si fa da sempre in agricoltura, le concimazioni dirette ed indirette. La differenza però è che in agricoltura il raccolto è annuo, nei boschi cedui è minimo ogni 25-30 anni, e la natura è in grado con tempi così lunghi di sopperire a quanto sottratto. L’importante è evitare l’innesco di fenomeni erosivi ed il rilascio dei residui di lavorazione, foglie e frasche, che oltre a dotare il suolo di humus lo proteggono dall’impatto della pioggia nei primi anni successivi al taglio.

      • Giovanni Monaci
        giugno 3, 2014 alle 11:08 am

        il calcolo fatto è sul fresco. in realtà se rapportiamo l’1% al secco la quantità assoluta per unità di superficie e per anno va ridimensionata del 25-30% per le essenze forti come il leccio, maggiormente per le essenze più dolci, non rappresentate da noi, come i pioppi, betulle, tigli ecc.

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 3, 2014 alle 2:37 pm

        ho controllato su internet ma non ho trovato niente sul contenuto di cenere nel legno di leccio ma solo dei valori indicativi che vanno per il secco da un minimo dello 0.43% ad un massimo di 1.82% (fonte: Wikipedia). In generale le essenze cosiddette forti (come il leccio) hanno un contenuto di ceneri maggiore quindi ritengo che il valore del 1% da te fornito sia corretto. Detto questo ho applicato la mia logica. Per me un migliaio d’anni non sono un tempo lungo ma niente più che un’attimo in termini geologici e ecologici quindi non si dovrebbero attuare delle pratiche agricole che portino a fenomeni di impoverimento per quanto lenti come quelli che coinvolgono le ceneri. Altre considerazioni sono:
        – la captazione del pulviscolo atmosferico da parte delle chiome non aumenta il contenuto minerale del terreno perche’ a mio parere quello stesso pulviscolo si depositerebbe lo stesso anche in assenza di copertura arborea (anche se forse in misura minore);
        – disgregazione, deflusso, ecc. ecc. avvengono comunque a prescindere dall’asporto del legname quindi il bilancio con l’asporto e’ negativo se non si re immettono le ceneri nel ciclo;
        -sono d’accordo che il mancato rientro in circolo delle ceneri rappresenti solo un pericolo irrisorio se confrontato con i fenomeni erosivi derivanti dalla mancanza di copertura arborea;
        -i danni alla stabilita’ di un ecosistema forestale derivano principalmente dall’asportazione del legnatico che in condizioni naturali resterebbe in situ in seguito al naturale processo di ringiovanimento della foresta dove gli alberi nascono e muoiono continuamente, favorendo così la creazione di nicchie costituite da organismi che si cibano di legno morto e da quelli che si cibano di questi ultimi.
        In merito a quest’ultimo punto sarebbe riduttivo pensare che la nostra specie non sia da considerare parte del ciclo di vita e di morte degli alberi ma il problema sta purtroppo nel nostro numero, artificialmente gonfiato per così dire dall’abbondanza creata dalle fonti energetiche non rinnovabili. Questo ci pone purtroppo fuori dagli ecosistemi terrestri, almeno al momento attuale. E con questo non voglio dire che un’albero sia più importante di un uomo ma che bisognerebbe trovare dei metodi per contenere l’ingerenza umana negli ecosistemi su dei livelli sostenibili di vero equilibrio. In un bosco naturale il rinnovamento avviene in punti localizzati, quelli dove si e’ verificato uno schianto di un’albero e mai su superfici tanto estese come nel caso dei tagli a ceduo oggetto della nostra diatriba. Mi pare che questa dinamica sia contemplata nella Selvicoltura Sistemica e non nella pratica della ceduazione.
        Il discorso e’ molto complesso ma mi pare che la ceduazione lo semplifichi in modo irresponsabile.
        Ribadisco che sono a favore della ceduazione dei boschi ma non di quelli demaniali che dovrebbero rimanere integri o tutt’al più “coltivati” seguendo i principi di tecniche meno invasive come quelle proposte da Ciancio e Giannini

  17. sgrunf
    giugno 1, 2014 alle 7:26 pm

    Povero Santo Patrono, lasciamolo tranquillo come l’aggressività lasciamola a chi la evoca.
    Intanto nessuna risposta a quesiti tecnici per niente poco affermati visto che sono gli stessi che si pongono da anni docenti noti in tutto il mondo evidentemente negli ultimi tempi poco ascoltati e studiati da tutti quelli che evidentemente si sentono più “affermati” di Germano Gambi o altri troppo “lontani” dall’Isola. Davvero si ritiene che basti richiamare un semplice bilancio di utilità nella vendita della sola legna da ardere per mettere tutti d’accordo?
    Come diceva Leone Tolstoi (Anna Karenina, vol.I, cap.XVI) “Tu ti illudi di intenderti di selvicoltura, il che non è cosa facile. Hai contato quanti alberi ci sono nel Tuo bosco? Come? Contare gli alberi? Solo una grande mente potrebbe farlo! Già, ma la grande mente di un commerciante di legname è capace di farlo. Nessuno di loro compra senza contare, a meno che non gli si regali la merce!” …. E per recuperare un centimetro di suolo sui calcari del Marganai non basteranno neppure 1000 anni..! Adiosu.

    • Giovanni Monaci
      giugno 2, 2014 alle 4:48 pm

      Caro sgrunf ti ho già chiesto di abbassare i toni se ci tieni a conversare con me. Questo non lo capisci pertanto la presente sarà l’ultima replica.

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 2, 2014 alle 7:32 pm

        Non mi pare che sgrunf sia stato particolarmente scortese stavolta. Forse irriverente ma non ti devi stupire troppo di ciò considerate le circostanze. Verrebbe da dire ben di peggio a chi afferma come fai te che il governo a ceduo del bosco fa meglio della natura, migliorando la biodiversità a lungo termine. Sa di presunzione nei confronti della nostra grande maestra, la natura, che ancora non conosciamo abbastanza. Quindi accetta per favore un po’ di pacata ostilità da parte nostra. Io per lo meno ti do il beneficio del dubbio e controllo sempre quello che dici anziché liquidarti come altri. Ricordati di dirmi cosa ne pensi sulla cenere!

      • Giovanni Monaci
        giugno 3, 2014 alle 11:22 am

        si però io sono abitutato a motivare tecnicamente le mie affermazioni. Non pretendo di essere necessariamente nel giusto, ma le repliche non possono essere sul piano ideologico astratto e, soprattutto irriverente. La mia partecipazione a questo forum è volta a divulgare per quanto possibile le scienze forestali in modo da contribuire ad un dialogo costruttivo. Se i commenti sono guidati da preconcetti e pregiudizi e, soprattutto, sono sprezzanti, non perdo tempo e fatica a replicare.
        Sulle ceneri ti ho risposto pocanzi.

  18. Juri
    giugno 3, 2014 alle 12:26 pm

    Dott. Monaci, approfitto della sua disponibilità per chiederle se ritiene corretta una campagna “informativa” sulla gestione forestale che omette di informare sugli aspetti negativi e i rischi della gestione a ceduo, che ci sono, sono tanti e per decenni sono stati accuratamente illustrati per spiegare l’importanza della riconversione a fustaia/rinaturalizzazione proprio da quell’Ente che ora si è riconvertito sulla via del ceduo..

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 3, 2014 alle 2:48 pm

      certo anche la mancata omissione di un’adeguata informazione (solo noi quattro gatti se ne sta parlando adesso, a fatto compiuto). Questo fatto e’ estremamente scorretto a mio parere e rende gli interventi di quelli a favore del ceduo poco credibili a priori. Viene da mettere in dubbio l’onesta intellettuale di costoro. Il fatto che questa riconversione a ceduo sia stata decisa all’insaputa dei cittadini (anche il GrIG se n’e’ accorto dopo 3 anni dal primo taglio mi pare) non fa altro che rendere non credibili anche le persone in buona fede (spero) come Giovanni Monaci

    • Giovanni Monaci
      giugno 3, 2014 alle 3:45 pm

      Ribadisco che non appartengo all’EFS, ma sono senz’altro daccordo per una campagna informativa che illustri sia i pro che i contro. Finora si è discusso solo degli aspetti negativi. Mi sono ripromesso di predisporre uno scritto in cui illustrerò anche i lati positivi in modo che il quadro del dibattito sia per lo meno bilanciato. Non spetterà poi a questo forum stabilire dove e come applicare le modalità di gestione più appropriate se non nell’ambito delle proprie individuali prerogative professionali, politiche o di partecipazione come stakeholder nei processi condivisi. Chiedo un po di pazienza per produrre lo scritto, considerato che, anche se volontariamente, sono entrato in un campo talmente minato che il minimo errore mi potrebbe far deflagare.

  19. Genius Loci
    giugno 3, 2014 alle 2:11 pm

    Susate, mi permetto di evidenziare un aspetto piuttosto inquietante riguardo questa polemica.
    Il grande Eugene P. Odum, uno dei padri dell’ecologia, sosteneva che “….. Il modo di procedere più ragionevole sembra essere la conservazione dell’ecosistema, ……. Fin quando non avremo una reale prova scientifica che sia vero il contrario, è chiaramente nostro interesse preservare la notevole verietè di taxa che si sono sviluppati nel corso dell’evoluzione…….”
    Adesso vengo al punto. Ci sono prove scientifiche che giustificano la ricoversione a ceduo, anche di piccole aree, delle foreste sarde? Le interpretazioni sulla ceduazione esposte dall’E.F.S., rientrano fra le argomentazioni didattiche nei percorsi di educazione ambientale proposti dal’Ente?
    Se così fosse c’è da mettersi le mani sui capelli ed esautorarli.
    Ma immaginate che tipo di cultura ambientale trasmettono alle nostre scolaresche e alle generazioni future?
    Penso che nessun archeologo che si rispetti andrebbe a raccontare che i nuraghi erano osservatori astronomici, ribaltando così le interpretazioni dell’archeologia ufficiale e del grande Giovanni Lilliu.
    Sarebbe come lasciarsi spiegare un nuraghe da uno dei tanti ciarlatani che troviamo in giro.
    Ma forse, per dirla ancora come P. Odum, i nostri “non vedono il bosco a causa degli alberi”.

    • scancio
      giugno 3, 2014 alle 4:35 pm

      Per quel che mi riguarda, e lo ripeto per l’ennesima volta, non mi pare che nessuno abbia intenzione di convertire la fustaia di leccio al ceduo. Personalmente sarei il primo a condannarlo, ma nel caso effettivamente di fustaia deve trattarsi. Il discorso verte e deve vertere sull’opportunità di “continuare” la gestione a ceduo dei già cedui, maturi o invecchiati che siano. Quindi per favore basta con questa tiritera.

      • giugno 3, 2014 alle 4:48 pm

        dott. Monaci, intervengo solo per dire che è necessaria chiarezza e non si deve giocare con le parole.

        Che cosa vuol dire “cedui maturi o invecchiati”?

        Buona parte delle foreste demaniali sarde sono state utilizzate a ceduo per secoli: S’Acqua Callenti è un “ceduo maturo o invecchiato”, visto che fino alla chiusura della colonia penale (1956) veniva utilizzata a ceduo? E Is Cannoneris? E Rosas-Monte Orrì? E Monte Nieddu? Molte foreste sono state acquistate con fondi pubblici proprio per evitarne tagli e governi a ceduo, come sappiamo tutti.

        Si può sapere o no se qualcuno pensa di riprendere il governo a ceduo della Foresta demaniale dei Sette Fratelli, per esempio?

        Il nocciolo del problema è questo. E mi pare che pubblicamente nessuno abbia risposto e risponda.

        Stefano Deliperi

      • Giovanni Monaci
        giugno 4, 2014 alle 12:22 pm

        Per maturo, giovane, invecchiato ecc. si intende l’età del soprassuolo. Nel caso del ceduo l’età dei polloni, corrispondente in una gestione ordinaria agli anni conseguiti a partire dallultimo taglio.
        Per l’altro mi pare di aver già detto che non lo so. Va chiesto all’ EFS. Quando lo saprò ve lo dirò volentieri.

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 4, 2014 alle 1:06 am

        Ancora una volta Stefano Deliperi m’ha letto nel pensiero. Sembra quasi che non ci sia un solo bosco in Sardegna (e in Europa piu in generale, credo) che non sia stato una volta nel corso della sua esistenza coltivato a ceduo. Infatti le foreste cosiddette vergini in Europa non ci sono piu da tempo a causa della densita’ di popolazione del nostro continente. Allora che facciamo? Le riconvertiamo tutte a ceduo? Oppure solo una parte di esse, quelle che si trovano nelle condizioni piu’ degradate? Ma perche’ non lasciarle cosi come sono visto che sono cosi poche (basta guardare la loro estensione nella cartina geografica che viene da ridere) e la legna da ardere che pure ci serve non coltivarla in terreni di proprieta’ privata? Perche’ la legna ci serve, questo non si puo’ negare. Magari dovremmo cercare di usarne meno (facendo case piu coibentate per esempio) ma non e’ giusto lottare per non tagliare gli alberi in Sardegna e poi comprare quelli tagliati altrove, magari quelli delle foreste vergini del Congo o dell’Amazzonia, tra l’altro estremamente piu’ ricche di biodiversita’ delle nostre!

      • Giovanni Monaci
        giugno 4, 2014 alle 1:56 pm

        Non sono giochi di parole ma termini tecnici.
        Egr. Dr Deliperi le comunico che se ci si mette anche lei a porre dubbi sulla mia onestà intellettuale chiudo i canali.

      • giugno 4, 2014 alle 4:39 pm

        non ho alcun dubbio sulla sua onestà intellettuale, ma dico semplicemente che bisogna intendersi sui termini e farli capire alla generalità delle persone, anche a costo di qualche “semplificazione”. Se io usassi il “giuridichese”, ci capiremmo in quattro gatti 😉

        Stefano Deliperi

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 4, 2014 alle 3:47 pm

        spero che tutto questo dibattere (pur se fra solo quattro gatti) non stia passando inosservato all’ESF che in ultima istanza si attribuisce il potere assoluto di decidere del futuro delle foreste demaniali sarde, con l’unico piccolo bastione di speranza rappresentato dal GrIG (non so se le altre associazioni ecologiste come WWF o Amici della Terra si stiano mobilitando in proposito). Stefano, quelli dell’ESF hanno rilasciato qualche altra dichiarazione in proposito? Novità sulle informazioni richieste dal GrIG sulle località interessate dagli interventi e sulla loro estensione?

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 4, 2014 alle 3:58 pm

      certo che bisogna preservare il maggior numero di taxa ma bisogna anche fare i conti con 7 miliardi di esseri umani una gran parte dei quali hanno uno stile di vita incompatibile con la preservazione dei vari ecosistemi presenti su questo (ancora) meraviglioso pianeta. Preservare l’ambiente da noi in Sardegna e poi comprare legna da ardere e soprattutto da costruzione dal Brasile, dal Congo o dalle foreste del sud est asiatico mi sembra ipocrisia pura. Anche li vi sono dei taxa da preservare e in numero molto maggiore che da noi, vista la maggiore biodiversita’ delle foreste pluviali tropicali (trattasi spesso di foreste vergini mai sottoposte a taglio) che vengono abbattute per fornire anche a noi sardi il legname da costruzione (soprattutto per fare i parquet) di cui purtroppo sembriamo aver tristemente così tanto bisogno.

  20. sgrunf
    giugno 3, 2014 alle 7:32 pm

    Se anche le citazioni di scienziati come Gambi, Ciancio, Odum, ecc.., riferite in questo interessantissimo blog, ci fanno riflettere seriamente già questo può considerarsi un grande risultato del blog stesso. D’altra parte non si può pretendere di riuscire a farsi capire a tutti i costi e di essere contemporaneamente nel giusto così come anche Lev Tolstoj quando contribui’ ad arricchirci in tema di selvicoltura evidentemente non aveva certezza di essersi totalmente spiegato e di diventare un giorno scrittore di fama mondiale.

  21. Genius Loci
    giugno 4, 2014 alle 6:49 pm

    Caro Riccardo, io penso che un problema di noi sardi sia quello di ritenerci al di fuori delle problematiche inerenti l’ambiente e che che interessano il pianeta. Ancora fino a poco tempo fa mai avremmo pensato di fare i conti con acqua e terra inquinata, con la speculazione costiera, con disastri idrogeologici, col depauperamento del territorio (e dei boschi). Penso che questo atavico ritenerci in una botte di ferro rallenta il confronto con le emergenze ambientali e di conseguenza l’acquisizione di stili di vita adeguati.
    Altro grande problema è la latitanza della politica regionale sui temi ambientali, dalle bonifiche dei territori inquinati, a un piano energetico decente per scoraggiare le decine di progetti di carattere speculativo, a norme che regolamentano anche piccole-grandi cose come l’ultimo, e tremendo, tentativo di speculare anche sui geni (a proposito di taxa) del nostro patrimonio di piante endemiche.
    A mio parere, in questo contesto, rientra anche il tema di cui stiamo trattando in questo blog: il diritto di conoscere, ed eventualmente partecipare, alla pianificazione del destino delle nostre foreste.
    Inoltre nessuno pretende di mettere dubbi sull’onestà intellettuale di chicchessia, ma vorrei ricordare ai professionisti che si stanno occupando di questa vicenda, che loro sono delegati, e pagati, per pianificare “sostenibilmente” un patrimonio di tutti i sardi e …. dell’umanità.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 5, 2014 alle 1:54 am

      Carissimo, io penso che il problema di noi sardi invece sia l’invidia e il complesso di credere che gli altri vogliano sempre prenderci in giro, sfruttarci, usarci per arricchirsi a nostre spese. Allora ci vengono questi conati di orgoglio dove preferiamo rinunciare a qualcosa di buono per la paura che gli altri si avvantaggino di quel qualcosa più di noi. E questo atteggiamento lo adottiamo anche fra di noi. Arrivano gli altri dal continente più bravi di noi nel combinare selvicoltura ed economia e allora noi li contrastiamo. Arrivano gli altri dal continente con le tecnologie per produrre energia pulita e noi pure li, contro, perché sospettiamo che essi si arricchiscano più di noi. A volte mi ritrovo a pensare che parte di questo ambientalismo alcuni di noi sfoggiano scaturisca solo da questo sentimento di invidia che ci domina. Preferiamo Ciancio ai tagli cedui perché Ciancio non si arricchisce alle nostre spalle con le sue teorie mentre il taglio a ceduo dei boschi sardi rischia di far arricchire più gli altri che ci stanno attorno. E’ per questo che in Sardegna le cooperative falliscono, che le aziende rimangono piccole e non si espandono. Che le associazioni di volontariato vengono travolte da polemiche interne (speriamo che il GrIG non segua questo percorso pero’). Il fatto e’ che dovremmo riconoscere ed ammirare se qualcuno si dimostri più bravo di noi anziché contrastarlo perché se si segue quest’ultima strada ci danneggiamo a vicenda e soprattutto danneggiamo il pianeta quando le cose da fare sono buone per esso e l’invidia ne ostacola l’attuazione. Spero di sbagliarmi in quest’analisi ma penso che le cose andavano così prima che emigrassi in Inghilterra e a giudicare dagli interventi in cui mi imbatto su questo blog, stanno ancora così. Scusa se suono presuntuoso.

  22. Riccardo Pusceddu
    giugno 5, 2014 alle 8:05 pm

    segnalo ai commentatori del blog che ancora non l’avessero visionata, la nuova pagina informativa dell’ESF al seguente link:
    http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=152&s=256792&v=2&c=1577&t=1
    Qualcuno potrebbe forse prendersi la briga di controllare se le informazioni contenute nella pagina sono veritiere?
    Grazie

  23. Riccardo Pusceddu
    giugno 14, 2014 alle 4:59 pm

    Ho appena preso visione della pagina informativa dell’Ente Foreste Sarde di cui sopra, dal titolo: DATI ED INFORMAZIONI
    SUL PERCORSO DI PIANIFICAZIONE FORESTALE PARTICOLAREGGIATA
    Operazione Trasparenza e risposte ai quesiti sollevati dall’opinione pubblica che potete trovare sul seguente link: http://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20140604191112.pdf.
    la percentuale dello 1,7% cola riportata che viene fatta apparire risibile in quanto ammontare totale dei tagli di riconversione a ceduo sul totale gestito dall’Ente Foreste Sarde e’ invece molto di più alta se confrontata con il totale delle comprese di leccio ad alto fusto. Non mi ero accorto di questo dettaglio perché avevo visionato la pagina informativa dell’EFS solo di striscio. Ma dopo ad un’analisi più attenta le cose stanno molto peggio di quello che dichiarano quelli a favore dei tagli a ceduo. La pagina giusta da controllare e’ la n. 17 dove si evince che il ceduo viene fatto proprio nei boschi migliori (fustaie di leccio) e quindi rappresentano una percentuale ben più elevata se rapportata ad essi e non all’intera superficie gestito dall’ESF. I dati per il Marganai e Montarbu sono particolarmente allarmanti. Nel Marganai per l’estensione degli interventi a ceduo (ben 546,8 ettari contro 692,3 ettari lasciati a fustaia di leccio) mentre nel monte Arci stando ai dati l’intera compresa a leccio e’ o sara’ sacrificata a ceduo (84,4 ettari a ceduo e niente a fustaia)! Preoccupante anche la situazione nelle foreste di Montarbu e di Is Cannoneris, rispettivamente con 175,4 h a ceduo contro 55,9 h lasciati a fustaia (quindi ben 3/4 del totale a ceduo!) e 373,7 h contro 276,7 h.
    Ditemi che ho interpretato male i dati perché senno e’ un disastro!
    Mobilitiamoci! Stefano, coordinaci tu! Dobbiamo smascherarli! Ci vogliono dare a bere che tanto e’ solo una piccola percentuale! C’ero cascato anch’io se non fosse stato per un’altro commentatore (tale Tophet) che ringrazio

    • giovanni monaci
      giugno 15, 2014 alle 5:03 pm

      ti rispondo: interpreti male. E ti spiego perchè. Perchè tu, così come gli altri ambientalisti del blog, insisti nel dire, senza fondamenti, che le are destinte a ceduo sono a discapito della fustaia.

      • Riccardo Pusceddu
        giugno 16, 2014 alle 6:28 pm

        Caro Giovanni, il problema e’ fondamentalmente che noi “ambientalisti” non ci fidiamo dei tecnici forestali e dell’Ente Foreste Sarde. Quindi a discapito di quali altre comprese e’ stata derivata la compresa cosiddetta “cedui di leccio e altre sclerofille”. La mia paura e’ che questa compresa prima della recente scelta dell’Ente di ripristinare il ceduo sia stata ricavata principalmente a detrimento della compresa denominata “delle fustaie di leccio” visto che le altre comprese dove il leccio e’ presente sono più limitate e di difficile sfruttamento a causa della più difficile accessibilità e delle dimensioni dei lecci ivi presenti. Suggerirei a tutti coloro a cui stia veramente a cuore il destino delle leccete sarde di studiarsi la pagina dell’EFS dove vengono descritte le comprese al seguente link: http://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20140604191112.pdf
        La descrizione delle comprese parte dalla pagina 7. Fondamentale anche la lettura della pagina 3 dove si ribadisce “l’applicazione della Selvicoltura Sistemica”, applicazione mi pare finora disattesa perche’ si e’ invece preferita l’applicazione della pratica della ceduazione (intervento di gran lunga meno rispettoso della biodiversita’ a livello esteso).
        Se non si legge il documento di cui sopra non si potrà mai capire la portata reale di quel 1,7% di aree adibite a ceduo tanto sbandierato dall’Ente Foreste Sarde. Certo ci si auspicherebbe una maggiore chiarezza da parte dell’Ente in merito alla compresa del ceduo di leccio e altre sclerofille, a seguito delle ragioni che ho esposto sopra, magari con delle mappe particolareggiate che raffigurino l’estensione geografica delle aree destinate a ceduo di leccio e altre sclerofille e quindi la loro esatta ubicazione e soprattutto come erano classificate quelle stesse aree prima della riclassificazione a ceduo. Qualcuno mi sa dire se queste mappe sono già state pubblicate e disponibili la pubblico?

  24. Boboascia
    giugno 14, 2014 alle 11:31 pm

    A questo punto dubitare è lecito, a vote ci si azzecca, il dubbio è questo, tutta questa fretta di ceduare in breve tempo, nel decennio, mi sembra di aver capito, non è che si voglia eludere il vincolo delle PMPF, che se non sbaglio pone un tetto alle ceduazioni non oltre l’età di 75 anni per le specie quercine, giustamente a quell’età la ceppaia difficilmente si rigenera agamicamente. Il dubbio è questo non è che le età al momento dell’intervento sono taroccate anche quelle. Es. se il piano prevede la ceduazione all’età di 60 anni su un ceduo molto invecchiato, su stazioni di buona fertilità è come ceduare una fustaia transitoria, che si avvia per naturale evoluzione ad ospitare nel suo seno sia il ghiro, l’astore, il cervo e tutta l’entomofauna legata al legno morto, con soddisfazione degli amanti della biodiversità, lo scrivente compreso, dei cercatori di funghi, degli amanti delle passeggiate in foresta…, torniamo al dubbio, l’età ; Se questa è taroccata la lecceta al momento del taglio potrebbe avere 5-10 o 15 anni in più, quindi per norma non si potrebbe ceduare, si dovrebbe avviare a fustaia, ecco spiagata la fretta di “svecchiare” tutti quelle superfici in pochi anni ,altrimenti non si potrebbe più fare, che tristezza, (povero Ghiro dovrai cercarti casa da un’altra parte, povero Astore non è posto per te…)

  25. Carlo Poddi
    giugno 15, 2014 alle 11:38 am

    Ho letto i vari interventi compreso il contributo di Giovanni Monaci (che saluto), ho visionato le pagine della pianificazione forestale nel sito web del Ente Foreste e delle perplessità vostre sul rapporto delle varie percentuali di ceduo o fustaia che scaturiscono dai dati pubblicati.
    Ho visto il vostro interesse per la selvicoltura sistemica e letto i vari commenti, che premetto tutti interessantissimi perché sono il sintomo di come il problema sia fondamentalmente, di comunicazione, che posso affermare che vi è stata (come evidente dagli incontri pubblicati nel sito EF pianificazione forestale http://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20140605185236.pdf ).
    Certo solo ora forse se ne intuisce “la portata” ma io da tecnico forestale e uomo pragmatico, vi espongo alcune mie considerazioni che magari possono essere utili alla partecipazione e comprensione del processo pianificatorio dell’EF.
    prima considerazione: vero che vi è stata un comunicazione istituzionale forse e sottolineo il forse, è stata sufficiente o meglio scarna, vista la tematica da affrontare, ma non si può negare che il processo abbia avuto i suoi momenti di comunicazione istituzionalmente dovuti (anche perche ha affrontato un processo di VAS almeno la parte generale e la norma lascia la scelta di approndire anche nei piani particolareggiati tale valutazione, vista la superficie interessata;
    seconda considerazione: come ho gia detto in altri interventi, potete e dovete partecipare o chiedere di partecipare attivamente già da ora richiedendo la fase di pubblicazione dei dati (vero che probabilmente vi è un vincolo contrattuale con ATI, ma credo che si possa facilmente trovare la soluzione per fare in modo che le scelte di pianificazione vengano condivise e discusse con tutti i stakeholder;
    terza considerazione: tali Piani particolareggiati devono ancora affrontare il processo di autorizzazione con il CFVA, e credo che almeno di loro ci si possa fidare, anche perche vi sono persone dello spessore di Giovanni Monaci e sono d’accordo che avere i dati possa essere utile, come base in una discussione che deve essere condivisa con tutti i stakeholder;
    quarta considerazione; posso dirvi che per esperienza professionale, che per decidere se un ceduo sia invecchiato o già in fase di fustaia transitoria, in bosco vi sono gli elementi per poter affermare cio.
    Io non ho partecipato alla redazione dei Piani Particolareggiati, ma credo che i miei colleghi dell’ATP (di cui molti sardi) abbiano lavorato egregiamente;
    quinta considerazione: nessuno ha parlato di una trasformazione toutcourt in ceduo ma di quelle che presentano le condizioni per poter effettuare tale riconversione;
    sesta considerazione personale e professionale: quando io e il mio gruppo di lavoro(di cui molti lavorano ora all’EF) abbiamo redatto il piano di Assestamento di Marrubiu abbiamo fatto diverse riunioni proprio con la popolazione e enti vari(RAS,Provincia, comune anche confinanti,e CFVA) per poter spiegare che cosa comportasse il Piano nel territorio, anche in una prospettiva futura;
    ultima considerazione: nell’ambito delle scelte pianificatorie si deve scegliere cosa conviene in prima istanza alle opportunità di sostenibilità in tutti sensi del territorio (vegetazionale, idrogeologica , naturalistica, economica, sociale) per poi andare a vedere come si può attuare tutto il processo.
    Io ringrazio il GRIG perche IMHO ha sollevato un problema di una maggiore conoscenza delle tematiche forestali che sta portando a parlare di foresta e del suo futuro comprendendo anche ciò che lo scopo della multifunzionalita del bosco che ormai è andato a sostituire il mero aspetto economico del bosco.
    Risposta veloce sulla considerazione che anche dal governo a fustaia si ritragga legna, essa è quantitativamente molto inferiore e molto più temporalmente lenta a quella prodotta dal governo ceduo, governo che sfrutta la riproduzione agamica delle specie forestali come il leccio.
    .

    • giovanni monaci
      giugno 15, 2014 alle 5:15 pm

      grazie Carlo per la stima. Personalmente ho abbandonato il dibattito perchè, oltre a non avermi soddisfatto la replica di Deliperi riguardo la mia onestà intellettuale, ho ritenuto che alla fine fosse inutile sfibrarmi nel cercare di far capire a chi non vuole ascoltare. Pertanto trovo più proficuo concentrarmi nel mio lavoro.
      salute a tutti.

      • giugno 15, 2014 alle 5:32 pm

        dott. Monaci, ho detto d’essere assolutamente convinto della sua onestà intellettuale. Non so che altro dire in proposito.

        Stefano Deliperi

      • Occhio nudo
        giugno 15, 2014 alle 6:06 pm

        Forse è il dottor Monaci a non riconoscere né l’onesta intellettuale di chi scrive a nome del Grig (associazione di volontariato composta da cittadini) né le preoccupazioni di tutte le persone che scrivono sul blog riguardo le foreste sarde. In tutto questo, però, ciò che sconcerta maggiormente è il silenzio dell’Ente foreste che rimane, comunque, un ente pubblico e, in quanto tale ha precisi obblighi nei confronti dei cittadini, oltre che di legge, di rispetto.

  26. Riccardo Pusceddu
    giugno 15, 2014 alle 2:27 pm

    non possiamo limitarci a dire “povero ghiro e povero astore”. Abbiamo il dovere di fare qualcosa. Ma insomma, glielo dobbiamo non per altro per un senso di stima per queste specie che hanno resistito a cotanta furia distruttiva, cotanta ostilita’ nel passato che si protrae anche nel presente estendendosi chissa’ fino a quando, nel futuro. Qui in Inghilterra dove vivo io ci sarebbe una mobilitazione di massa, con gente che si incatenerebbe agli alberi, picchetti al Ministero dell’ambiente e un enorme dibattito per settimane su tutti i maggiori quotidiani e canali televisivi, senza parlare delle critiche su internet! Io vengo a farmi le vacanze in Sardegna per tutto agosto quindi se si organizza qualcosa sono disponibile senz’altro! Il mio indirizzo email e’ riccardo_pusceddu@yahoo.co.uk e il numero di telefono a cui potro’ essere contattato e’ lo 070965247. Facciamoci sentire!

  27. Riccardo Pusceddu
    giugno 15, 2014 alle 2:35 pm

    anche questo dei 75 anni potrebbe essere un’altro bel trucchetto (che spiegherebbe perfettamente la fretta con cui si vuole effettuare questa scellerata operazione), anche peggio di quello dello 1,7% che ho rilevato io e che almeno e’ dichiarato ufficialmente. E poi si offendono se non ci fidiamo!

  28. Riccardo Pusceddu
    giugno 15, 2014 alle 2:40 pm

    ma se e’ vero che i Piani di Massima (PMPF) vietino la riconversione a ceduo per fustaie di eta’ superiore o uguale ai 75 anni allora basterebbe andare sui posti subito dopo i tagli e contare gli anelli dei tronchi appena abbattuti. Questo escluderebbe il presunto trucco di valutare l’eta’ degli alberi togliendo qualche anno di proposito

  29. sgrunf
    giugno 15, 2014 alle 7:09 pm

    Caro Riccardo sei da ammirare perchè dall’Inghilterra non Ti rassegni per una Sardegna migliore. Se Tu porti dati (a Marganai la lecceta estesa mille ettari evidenzi che sarà destinata per metà a ceduo) o li vuoi confrontare o verificare (come l’età del ceduo “invecchiato”) sei senza “fondamenti”. Cosa vuoi farci è la Sardegna di oggi è la Sardegna che non “può” cambiare perchè non puoi neanche pensare di cambiarla.

  30. Stella
    giugno 15, 2014 alle 10:16 pm

    Io credo che non si debba aspettare a dopo il taglio per contare gli anelli, i tecnici forestali credo sappiano come fare (anche io da ignorante in materia mi sono documentata) nei territori montani esiste ancora una memoria storica, molti tagliatori ricordano quando si è tagliato l’ultima volta, inoltre chi ha l’onere dell’istruttoria e dell’approvazione dei piani dovrebbe verificare la correttezza dei dati che vengono ripotati.
    Da non sottovalutare poi è l’estensione delle tagliate, ho visto delle immagini degli ultimi interventi di ceduazione ad oridda, visibili anche su google maps che ad occhiometro superano i trenta ettari contigui, su paleosuoli, roba da matti.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 16, 2014 alle 6:21 pm

      Cara/o Stella, il problema e’ fondamentalmente che noi “ambientalisti” non ci fidiamo dei tecnici forestali e dell’Ente Foreste Sarde. Un’altro problema e’ che non si capisce bene da quali altre “comprese” e’ stata ricavata la compresa cosiddetta “cedui di leccio e altre sclerofille”. La mia paura e’ che questa compresa prima della recente scelta dell’Ente di ripristinare il ceduo sia stata ricavata principalmente a detrimento della compresa denominata “delle fustaie di leccio” visto che le altre comprese dove il leccio e’ presente sono più limitate e di difficile sfruttamento a causa della più difficile accessibilità e delle dimensioni dei lecci ivi presenti. Suggerirei a tutti coloro a cui stia veramente a cuore il destino delle leccete sarde di studiarsi la pagina dell’EFS dove vengono descritte le comprese al seguente link: http://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20140604191112.pdf
      La descrizione delle comprese parte dalla pagina 7. Fondamentale anche la lettura della pagina 3 dove si ribadisce “l’applicazione della Selvicoltura Sistemica”, applicazione mi pare finora disattesa perche’ si e’ invece preferita l’applicazione della pratica della ceduazione (intervento di gran lunga meno rispettoso della biodiversita’ a livello esteso).
      Se non si legge il documento di cui sopra non si potrà mai capire la portata reale di quel 1,7% di aree adibite a ceduo tanto sbandierato dall’Ente Foreste Sarde. Certo ci si auspicherebbe una maggiore chiarezza da parte dell’Ente in merito alla compresa del ceduo di leccio e altre sclerofille, a seguito delle ragioni che ho esposto sopra, magari con delle mappe particolareggiate che raffigurino l’estensione geografica delle aree destinate a ceduo di leccio e altre sclerofille e quindi la loro esatta ubicazione e soprattutto come erano classificate quelle stesse aree prima della riclassificazione a ceduo. Qualcuno mi sa dire se queste mappe sono già state pubblicate e disponibili la pubblico?

  31. Carlo Poddi
    giugno 16, 2014 alle 10:32 pm

    Visto gli ultimi interventi pubblicati, Io rivedrei le vostre posizioni ma come sempre dico, si può sbagliare tutti (errare humanum est) ed è giusto dubitare “dubito ergo sum…”
    Anche perche si parla di cedui invecchiati, di strutture che sono ancora lontane dalla essere fustaie prettamente dette..Mi rendo conto che si parla con tecnicismi che come qualcuna ha gia detto assumono un valenza diversa a seconda del momento
    Va bene la non fiducia ma qui si arriva a ben oltre alla non fiducia…
    Premetto che Giovanni Monaci svolge una funzione anche ispettiva e di controllo come tutto il CFVA, che a me rassicura e non capisco le affermazioni gratuite come quella sopra… Ma sono sicuro che quando avrete i chiarimenti che richiedete e che ritengo che giustamente vi siano dati, potrete cambiare la vostra opinione naturalmente se vi soddisferanno le giustificazioni addotte per le scelte pianificatorie…
    E come vi è stato ripetutto i piani èarticolareggiati devono ancora affrontare tutto il percorso normativo di approvazione da parte del CFVA…..
    In ogni caso, dopo questo giustisssimo bailamme, due sono le possibilità che si aprono:
    la prima che spero, che avrete la giusta umiltà di riconoscere le vostre errate intrepretazioni oppure la seconda ,che dovremmo ringraziarvi per aver visto “lungo” e di averci aiutato in questa opera di preservazione ambientale “toutcourt”..e scoprire che i tecnici che hanno fatto i piani particolareggiati sono degli emeriti sfruttatori delle risorse forestali sarde…
    Come ho già detto più volte, EFS ha forse peccato di ingenuità e di magari troppa scarna comunicazione ma vedo un atteggiamento da caccia alla streghe nei confronti dei tecnici forestali che hanno redatto i piani e che fondamentalmente credo che si siano posti un corretto atteggiamento di studio per cercare di capire quali siti averessero quelle peculiarità che permettessero una tipologia di gestione piuttosto che un altra.
    Nel documento pubblicato si parla di multifunzionalità delle superfici forestali….e credo che quello sia stato perseguito con le dovute contestualizzazioni..
    Almeno conosco quasi tutti i tecnici forestali che hanno lavorato alla redazione dei piani e non credo di aver mai visto in loro ciò che indicate… ma io posso essermi sbagliato, l’importante che riconosciate tale possibilità anche alle vostre persone….
    Mi viene in mente, leggendo sopra le vostre ipotetiche azioni, gli episodi di blocco di tagli di alberi che presentano seri problemi di instabilità, fino a quando qualche fenomeno temporalesco o qualche altra azione di danneggiamento degli apparati radicali che non si è voluto analizzare con una analisi della stabilità dell’albero, provoca morti perchè se in natura un albero schianta è solo elemento dinamico di un ecosistema, questo che assume decisamente un altro aspetto quando succede in un aerea antropizzata..
    Il problema di una carente e insufficiente comunicazione, legata anche al fatto che tutto l’EFS credo che sia assolutamente perplesso dinnanzi alla levata di scudi che gli è stata posta, ma non credo assolutamente che EFS voglia assumere un’atteggiamento predatore nei confronti delle superfici demaniali IMHO…ma almeno stavolta pero bisogna riconoscere che sarà per le popolazioni sarde ;-)) certo forse non agiremmo in totale accordo con il protocollo di Kyoto…
    Ora chiedete e attendete le pubblicazioni dei dati che ritenete opportuno avere per analizzare con la dovuta attenzione cio che vi verrà dato come ulteriore comunicazione…
    Concedetemi però di dubitare, poi io sono della stessa famiglia dei tecnici che hanno redatto i piani, ma con tuttaonesta intellettuale e morale , credo che non abbiamo avuto questo atteggiamento deprecabile, fosse solo che sono comunqe professionisti che scvolgono in tutta italia lo stesso lavoro e anche in contesti dove il vincolo ambientale è pregnante come in Sardegna… Staremmo a vedere dove il confronto che avete richiesto a viva voce quali risultati porterà…..Vi seguirò con attenzione e nei limiti del possibile, disponibile, anche ad aiutarvi a capire i documenti del piano, ma vi chiedo la cortesia di non essere. come dire prevenuti….e non arrivare a conclusioni affrettate… Il percorso per capire la selvicoltura forestale, non cosi semplice e come mi hanno insegnato i vari Prof. Piussi, Bernetti, Giannini e tutti gli altri che ho avuto modo di conoscere e avere come insegnanti a Firenze, ma nasce ee si sviluppa all’interno del bosco…a noi la capacità di analizzarli sotto tutti i punti di vista….
    con rispetto Carlo Poddi

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 17, 2014 alle 1:52 am

      suvvia sig. Poddi, non siamo così fanatici da preferire un’albero pericolante a una vita umana. Ma qui non stiamo parlando di aree urbane, stiamo parlando degli ultimi lembi di foreste sarde scampate alla deforestazione del 1800 e alle continue e protratti assedi di una popolazione sempre più elevata e sempre più piena di necessita’. Ancora, invece che insistere sul fatto che l’Ente Foreste Sarde e i tecnici che ci lavorano siano mossi dalle più nobili intenzioni (vi abbiamo già detto che vogliamo fatti, non parole) perché non replica nel dettaglio alle critiche presentate? Mi spieghi ad esempio il dato del Monte Arci dove le aree a ceduo ammontano a ben 175,4 ettari mentre di fustaie a leccio non ne rimangono punto?
      Oppure il dato di Montarbu dove le aree destinate a ceduo sono estese per ben 175,4 ettari, quindi ben di più del misero 55,9% di fustaia di leccio (ammettendo che le formazioni in riposo culturale in quella foresta siano essenzialmente costituite da macchia degradata e quindi con pochi esemplari di leccio)?

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 17, 2014 alle 2:14 am

      inoltre sig. Poddi, dove sono i ghiri sardi a Marganai se la situazione e’ così sotto controllo come sembra a Lei? E le linci, i lupi, le lontre, gli astori, il podalirio e la miriade di altre specie spodestate dalle nostre foreste a detrimento della stabilita’ di quegli ecosistemi?

      • Carlo Poddi
        giugno 17, 2014 alle 8:18 am

        Gentilissimo Riccardo non conosco cosi bene il Marganai e come sono solito dire io, “il corso di indovino non l’ho ancora effettuato”, ma posso confermarle la presenza del Gatto selvatico nella compresa forestale di Marrubiu (Zona Monte Arci ) dove il gatto selvatico in questa stagione silvana nel Febbraio 2014 si è avvicinato per mangiare con l’impresa che stava eseguendo il taglio..
        La tranquillizzo anche sulla proprietà dei terreni in questione, fanno parte della compresa assestata quindi dotata di Piano di assestamento, del comune di Marrubiu, Piano di assestamento della compresa forestale realizzato negli anni 2005-2006 dal gruppo di professionisti di cui sono stato uno dei redattori del Piano. Gruppo completamente composto da dottori forestali.
        I documenti di Piano sono a questo link del sito del comune di Marrubiu:
        http://www.comune.marrubiu.or.it/index.aspx?m=80&dal=&al=&sezione=8&testo=&did=0&CurRec=100

  32. giugno 16, 2014 alle 10:55 pm

    Teniamo a chiarire che la nostra associazione ha il massimo rispetto nei confronti dei tecnici forestali, del loro lavoro e delle loro professionalità così come del ruolo dell’Ente Foreste. Il nostro unico intento è comprendere e avere delle risposte chiare riguardo a scelte così importanti per il futuro del nostro patrimonio forestale. Perciò rimaniamo sempre disponibili ad un confronto aperto e trasparente, senza pregiudizi e senza ideologie.

    • Carlo Poddi
      giugno 17, 2014 alle 8:20 am

      ne sono convinto, ma non sempre questa la cosa traspare dai commenti di cui sopra… che fanno parte del blog…

      • giugno 17, 2014 alle 8:55 am

        La posizione della nostra associazione è chiara e i commenti dei visitatori del blog (tra l’altro, persone che vogliono sapere cosa accadrà alle nostre foreste) non possono essere un pretesto per chiudere o, addirittura, non aprire un dialogo con i cittadini su un tema che, evidentemente, sta a cuore a molti.

      • Carlo Poddi
        giugno 17, 2014 alle 6:25 pm

        ma non è mia intenzione come da mio ultimo intervento….e sono sempre propenso a costruire un dialogo che pero non sia tra persone che partono solo da posizioni e preconcetti… Come ho già scritto a disposizione per eventuali chiarimenti su magari parti tecniche che compariranno nelle varie informazioni…

  33. Stella
    giugno 16, 2014 alle 11:14 pm

    Caro Riccardo il dato riportato da EF mi sembra uno specchietto per allodole, si parla di 1,7 sul totale della superficie pianificata, il dato va letto foresta per foresta perché stride e parecchio, come tra l’altro qualcuno aveva avvertito in tempi non sospetti. Ad esempio analizzando il dato del complesso forestale del marganai si evince che la percentuale della superficie prevista a ceduo passa dal 9% circa se si considerala % di ceduo sul totale lordo del complesso, al 12 ca. in rapporto alla superficie d’interventi nella compresa dei cedui, sempre sul lordo. Se si considera la superficie al netto dei 1.765 ettari di formazioni protettive, ove non si interviene, le percentuali diventano rispettivamente, 14% e 20% circa.
    Il dato stride maggiormente se si considerano le ceduazioni in provincia di Cagliari, rispetto il nord Sardegna, come se qui si voglia saccheggiare le più belle formazioni forestali di tutta l’isola. A vantaggio di chi? Per capitalizzare che cosa? A queste domande bisognerebbe dare risposte.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 17, 2014 alle 1:28 am

      da dove hai preso il dato in crescita del ceduo nel Marganai dicendo che si passa dal 14% al 20%?

  34. Stella
    giugno 16, 2014 alle 11:41 pm

    Scusate l’incidenza dei tagli nel decennio e de 73% sul totale della compresa a ceduo, questo non è dubitare è certezza sul fatto che si ha fretta di tagliare e subito come fecero le compagnie toscane ai primi del 900, dove in pochi decenni riuscirono ad annientare migliaia di ettari, ai quali l’amministrazione pubblica, dovette porre rimedio con la promulgazione di leggi speciali e l’investimento di ingenti risorse pubbliche.

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 17, 2014 alle 2:10 am

      attenzione a dare tutte queste percentuali pero’ senza spiegare con dovizia di dettagli a come vi si sia arrivati. Per esempio il dato del 73% di ceduazione a cui ti riferisci te riguarda la foresta del Marganai e quindi attenua la portata dei tagli in quella foresta visto che ci sono altri 692,3 ettari di fustaia di leccio e 320,6 ettari di avviamento a fustaia (che pero’ non si capisce se siano stati presi da altre comprese oppure da quella precedente)

  35. sgrunf
    giugno 17, 2014 alle 4:48 pm

    Guarda Riccardo che Stella ha ragione anzi se vai a prenderTi i dati di corine o da fotointerpretazione e vai a vedere l’estensione dei boschi di leccio veri e propri sul Marganai la progettata ceduazione interessera’ quasi il 50 % di questa categoria di boschi. E il dato stride maggiormente in provincia di Cagliari, rispetto al nord Sardegna, perche’ per cosa? E si, è a queste domande che bisognerebbe dare risposte. Nel frattempo quanto riportato nel blog da Aru ed altri è eloquente

  36. Stella
    giugno 17, 2014 alle 11:40 pm

    Grazie sgrunf,
    in effetti Riccardo ha ragione le percentuali si possono tirare da una parte o dall’altra a seconda di ciò che si vuol far risaltare, come tra l’altro vogliono farci credere, forse pensano che abbiamo tutti l’anello al naso, mentre loro le menti pensanti, hanno scoperto che le ceduazioni aumentino la biodiversità.
    Comunque il dato è stato ricavato dalle tabelle “Operazione trasparenza” pubblicate sul sito: http://www.sardegnaambiente.it/j/v/152?s=256792&v=2&c=12078&t=1
    A costoro consiglio tra le altre la lettura: http://lnx.ondeweb.net/ccb2/uploaded/1/8a770ebdb1045a2a2835dd447935c9bb___old_forest_ITA_web.pdf
    Foreste vetuste in Italia.
    Buona Lettura

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 18, 2014 alle 4:40 am

      Cara Stella, in effetti anche il fatto che la biodiversita’ aumenti e’ fumo negli occhi. E’ vero a livello di singolo ecosistema ma falso se si prendono più ecosistemi integrati insieme. Gli studi condotti dall’EFS dimostrano proprio questo. A seguito del taglio dei lecci arrivano molte specie colonizzatrici che prima non erano presenti a causa dell’ombreggiamento esercitato dalle chiome dei lecci. Pero’ e’ altrettanto vero che altre (come il nostro caro amico ghiro) spariscono. Il ragionamento, fazioso, dell’EFS e’ che il numero complessivo di specie aumenta. Sarebbe come sostenere che bisogna aumentare la biodiversita’ dei deserti, irrigandoli per esempio. Così ci sarebbero molte più specie ma si perderebbero per sempre quelle uniche tipiche dei deserti. Questo e’ il loro concetto, limitato, di biodiversita’. Sempre che siano in buona fede e non sappiano anche essi che sono solo deformazioni dell’informazione, necessarie a coprire gli intenti veri, meramente venali temo, dell’intera operazione ceduo lanciata dall’EFS. FERMIAMOLI!

  37. sgrunf
    giugno 18, 2014 alle 7:40 am

    Non c’è bisogno di far risaltare proprio niente perchè basta rendersi conto che se i boschi di leccio (ovvero non misti con le altre sclerofille quindi non la macchia foresta) sono estesi poco più di 1000 ettari a Marganai e si cedua su 541 ettari questa superficie rappresenta circa la metà di tutti i boschi veri di leccio sul Marganai. Ma perchè, per cosa tutto questo?

    • Juri
      giugno 18, 2014 alle 9:45 am

      Chissà se la “manutenzione dei boschi del Sulcis” per questa centrale a biomasse c’entra qualcosa..

      http://www.rinnovabili.it/energia/biomassa/sulcis-biomassa-a-km-0-666/

    • Riccardo Pusceddu
      giugno 18, 2014 alle 2:02 pm

      sgrunf, non dimenticare che gli interventi a ceduo sono previsti su 2 sottocategorie (come le chiama l’EFS): quella delle leccete e l’altra delle leccete miste ad altre sclerofille sempreverdi (vedi pagina 15 del più volte citato documento informativo di cui al seguente link:

      Fai clic per accedere a 3_226_20140604191112.pdf


      Comunque questi sono dettagli che non cambiano il preoccupante quadro d’insieme, ovvero la reale portata di questi interventi di ceduazione. Avevamo pensato che le foreste sarde si stessero riprendendo dagli incendi ed ecco spuntare un nuovo nemico, o meglio un vecchio amico che si trasforma in nemico: l’Ente Foreste Sardegna. FERMIAMOLI!

  38. Genius Loci
    giugno 18, 2014 alle 9:35 am

    Penso che Riccardo, a proposito di meccanismi naturali e antropici della biodiversità negli ecosistemi, abbia fatto centro. FERMIAMOLI!
    Saluti.

  1. febbraio 15, 2018 alle 6:15 pm

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