Pesca illegale con esplosivi.


mare e coste (foto Benthos)

Purtroppo accade anche questo, la pesca illegale con esplosivi.

La Corte di cassazione, con la sentenza, Sez. I, 9 giugno 2020, n. 17646, ne ha delineato i gravissimi confini sul piano ambientale. La commenta l’Avv. Tommaso Gioia, del Foro di Brindisi.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

Occhiate (Oblada melanura)

L’invisibile piaga della pesca illegale con l’uso di ordigni esplosivi: La Corte di Cassazione ha inquadrato tale condotta tra quelle che riconducono al reato di disastro ambientale.

I giudici della Suprema Corte hanno confermato le condanne per disastro ambientale,così come previsto dall’art. 452 quater c.p.,inflitte in sede di appello all’equipaggio di un peschereccio che era solito pescare con l’ausilio di armi esplosive

Per arginare la scarsa sensibilità alle problematiche ambientali il legislatore è intervenuto con la legge del 22 maggio 2015, n.68 per introdurre all’interno del codice penale, le diverse ipotesi di commissione di un reato di natura ambientale. All’interno del predetto codice è stato inserito infatti un intero titolo, denominato “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”.

Ad oggi sono passati circa sei anni dall’introduzione di questa legge, ed ecco che iniziano ad arrivare le prime interpretazioni da parte della Suprema Corte di Cassazione.

Con la sentenza n. 17646 del 2020, gli ermellini hanno ritenuto opportuno far rientrare la tecnica della pesca con l’uso di esplosivi tra i reati previsti dagli artt. 452 bis e452 quater c.p., che disciplinano rispettivamente le ipotesi di inquinamento ambientale  e di disastro ambientale, un buon traguardo per gli amanti dell’ambiente, atteso che la pena prevista può arrivare fino a 15 anni di reclusione.

I fatti risalgono all’anno 2015 (poco dopo l’introduzione dei “delitto contro l’ambiente”) quando, due famiglie, attraverso attività di intercettazione e riprese video venivano ripetutamente sorpresi mentre,in concorso tra loro, con l’utilizzo di esplosivo svolgevano importanti attività di pesca di frodo. Tale pratica di pesca, poiché pericolosa per l’incolumità dell’ecosistema marino, era già oggetto di pesanti sanzioni da prima dell’introduzione dei reati ambientali.

Sulla base di questi elementi, tutti gli autori dei reati a loro ascritti, venivano rinviati a giudizio e condannati sia in primo grado, sia in fase di appello. Dinanzi alla Corte di Appello le condanne alla reclusione sono andate da un minimo di due anni e due mesi a un massimo di cinque anni e due mesi.

I legali delle parti coinvolte, impugnando la sentenza dei giudici di secondo grado, ricorrevano per Cassazione non per contestare l’accadimento dei fatti così come accertati dinanzi al giudice di prime cure, bensì chiedendo l’applicazione della sola contravvenzione per la pratica di pesca vietata.

È proprio su questo motivo di impugnazione che i giudici di legittimità hanno inteso tracciare un solco tra l’ipotesi di pesca vietata e la ben più grave ipotesi di disastro ambientale. Infatti, dalle motivazioni della sentenza i giudici hanno voluto far emergere con estrema logica e chiarezza che: “La norma prevede che, al fine di tutelare le risorse biologiche il cui ambiente abituale o naturale di vita sono le acque marine, nonché di prevenire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, è fatto divieto di danneggiare le risorse biologiche delle acque marine con l’uso di materie esplodenti, dell’energia elettrica o di sostanze tossiche atte ad intorpidire, stordire o uccidere i pesci e gli altri organismi acquatici.

La ragion d’essere dell’intervento penale si individua nell’esigenza di tutela della fauna ittica e di conservazione in un habitat non aggredito da mezzi innaturali. L’impiego di essi determina, infatti, morie di pesi e riduzione del patrimonio ittico con alterazione nell’equilibrio tra le specie marine. L’incriminazione, oltre alla tutela della fauna ittica, mira a tutelare l’incolumità pubblica e, là dove siano impiegati gli esplosivi, la salute pubblica”.

Proseguendo nelle motivazioni, la prima sezione penale della Suprema Corte ha precisato che le loro deduzioni in questo senso poggiano anche sulla relazione tecnica prodotta dall’Istituto per l’Ambiente Marino proprio per la medesima circostanza. Nella relazione si erano analizzati gli aspetti chimici e biologici del fenomeno con indicazione dei gravissimi danni prodotti dalle esplosioni sull’ecosistema marino. Erano state redatte, infatti, tabelle diversificate, proprio al fine di valutare la significatività, la misurabilità della compromissione, la reversibilità e le stesse possibilità di recupero attraverso processi rigenerativi naturali con relativi tempi di reversibilità.

L’area marina di Taranto, si è osservato, secondo gli esperti, rappresenta un esempio di zona costiera ove convivono diverse tipologie di ambiente in un raggio di poche miglia. Le esplosioni hanno determinato l’alterazione delle caratteristiche della colonna d’acqua sia da un punto di vista fisico, riducendo la penetrazione della luce, sia da un punto di vista chimico con il rilascio di sostanze tossiche. Sui fondali l’energia liberata dall’esplosione provoca la sospensione dei sedimenti con alterazione del fondale e della colonna d’acqua sovrastante. Ciò con perdita di anfratti, cavità utilizzate dalle specie animali con gravi conseguenze ecologiche.

Per concludere collegando definitivamente la pesca con esplosivo a quella di disastro ambientale si è osservato in definitiva che: “si comprende, allora, come lo studio in questione non sia frutto di una verifica astratta o di una elaborazione generale delle conseguenze che sono provocate dalla pesca di frodo. Piuttosto, la verifica operata si è svolta nell’area marina di riferimento, interessata dalle attività illecite e ne ha constatato le conseguenze prodottesi nel corso degli anni, per effetto di una continuativa azione di prelievo innaturale, con l’impiego di esplosivo, della fauna ittica in quella zona”.

La sentenza fin qui esaminata ha fatto notizia e ha ridato speranza affinchè lo Stato sia sempre più attento e severo nei confronti di chi nel 2021 non ha ancora capito cosa vuol dire aver rispetto per l’ambiente.

Avv. Tommaso Gioia

mare

(foto Benthos, M.F., S.D., archivio GrIG)

  1. Amico
    marzo 23, 2021 alle 10:07 am

    Meno male. Il minimo. Pratica che tempo fa era praticata anche in Sardegna anche dalla costa.

  2. marzo 23, 2021 alle 7:56 PM

    a Capri e a Napoli.

    A.N.S.A., 23 marzo 2021
    Faraglioni di Capri danneggiati da raccolta ‘datteri’.
    Distrutto 48% degli pareti. Anche in porto Napoli. Prima indagine: https://www.ansa.it/campania/notizie/2021/03/23/faraglioni-capri-danneggiati-da-raccolta-datteri-19-misure_f363df45-6f5a-43c6-a6d9-cb7190ed686e.html

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