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Il prelievo sostenibile nelle foreste tropicali non esiste?


Brasile, foresta pluviale

Brasile, foresta pluviale

Nella prestigiosa Rivista scientifica internazionale PLOS One è stato pubblicato recentemente lo studio Temporal decay in timber species composition and value in Amazonian logging concessions, a cura  di Vanessa A. Richardson e di Carlos A. Peres, concernente la sostenibilità ambientale o meno del taglio selettivo nelle foreste tropicali.

Le conclusioni dello studio sono piuttosto drammatiche: “la nostra analisi mostra che anche il cosiddetto prelievo sostenibile, nelle foreste tropicali ben raramente può essere definito come realmente sostenibile dal punto di vista della composizione della foresta all’indomani del prelievo – anche senza prendere in considerazione il rischio di incendi catastrofici, che è stato dimostrato essere maggiore nelle foreste già sfruttate”.   E ancora: “le licenze ambientali e la certificazione forestale devono tenerne conto di queste dinamiche e rivedere le quote volumetriche di tronchi prelevati sulla base della reale rigenerazione di ciascuna specie”.

E’ ormai improcrastinabile modificare radicalmente sul piano giuridico autorizzazioni e criteri perché il polmone verde della Terra rappresentato dalla foresta tropicale possa continuare a vivere.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

Brasile, foresta pluviale

Brasile, foresta pluviale

dalla newsletter di Salva le Foreste, 14 luglio 2016

Lo dicono gli scienziati: le compagnie del legno stanno esaurendo le foreste tropicali.

Malgrado sia da molti considerato una risorsa naturale rinnovabile, il legname tropicale proveniente da foreste tropicali è abbattuto in tutto il mondo in una scala senza precedenti. Malgrado si tratti di taglio selettivo, ossia finalizzato al prelievo di alcuni alberi soltanto in un’area di foresta, secondo uno studio scientifico realizzato dalla University of East Anglia rivela che questo legname è tutt’altro che sostenibile o ecologico.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE, rivela che una volta che gli alberi di legno duro tropicali – come il cedro del Brasile, l’Ipe (noce brasiliana), e i palissandri – sono stati abbattuti, la ricrescita non riesce a tenere il ritmo del prelievo commerciale: l’albero cresce lentamente, in centinaia di anni, mentre i piani di gestione forestale durano al massimo venti anni, così la volta successiva vengono abbattuti alberi sempre più giovani, fino a che intere specie rischiano di scomparire del tutto.

“Specie a crescita lenta e di valore valore commerciali sono stati sfruttati in eccesso nel corso della storia umana – basta guardare l’industria baleniera o quella della della pesca – spiega l’autore principale dello studio, Dr Vanessa Richardson, dalla UEA’s School of Environmental Sciences. “Eppure, il legname tropicali viene ancora considerati come una risorsa rinnovabile. Stiamo cominciando solo ora a vedere l’impatto dello sfruttamento delle specie arboree.
“La nostra ricerca dimostra che gli alberi di molte specie di legno di alto valore commerciale vengono abbattuti fino a quando le loro popolazioni sono crollate del tutto.”
Il gruppo di ricerca ha studiato 824 siti forestali sparsi nello stato brasiliano del Pará, e hanno analizzato i dati provenienti da operazioni forestali legali, per un ammontare di circa 17,3 milioni di metri cubi di legname prelevato, che include  314 specie arboree del Pará. Si tratta di quasi la metà della produzione dell’Amazzonia brasiliana, pa più vasta riserva mondiale di legname tropicale maturo.

Il team di scienziati ha scoperto che le compagnie del legno non sono in grado di ottenere profitti da una foresta dopo il primo prelievo, e sono continuamente costretti a prelevare alberi ad alto fusto da nuove aree di foreste primarie non sfruttate.

“La nostra analisi mostra che anche il cosiddetto prelievo sostenibile, nelle foreste tropicali ben raramente può essere definito come realmente sostenibile dal punto di vista della composizione della foresta all’indomani del prelievo – anche senza prendere in considerazione il rischio di incendi catastrofici, che è stato dimostrato essere maggiore nelle foreste già sfruttate.” insiste il Prof Carlos Peres. “Le licenze ambientali e la certificazione forestale devono tenerne conto di queste dinamiche e rivedere le quote volumetriche di tronchi prelevati sulla base della reale rigenerazione di ciascuna specie”.

La ricerca ha evidenziato tre principali risultati:
• Nel caso del  taglio selettivo, non vi sono dati sulla composizione delle specie legnose e sul valore totale della foresta recupera oltre il primo taglio. Ciò suggerisce che le specie legnose di alto valore commerciale sono a rischio di estinzione nelle aree sfruttate a lungo.
• Solo nelle aree di prelievo più recenti, situate più lontane dalle strade, il taglio è realmente  selettivo, concentrandosi ricavi maggiori su alcune specie di alto valore.
• La gestione delle rese delle foreste a taglio selettivo è di fondamentale importanza per l’integrità a lungo termine della biodiversità forestale e per la sostenibilità economica delle industrie locali.
“Precedenti studi effettuati sui mercati asiatici suggeriscono che gli attuali accordi commerciali potrebbero portare a un ‘picco del legno’ e a estinzioni economiche in tutta la regione tropicali.” ha aggiunto il Dr Richardson “Il nostro studio aggiunge un nuove prove a sostegno di questa tesi. Vediamo già un cambiamento del mercato, in base al quale le foreste esaurite da rinnovati cicli di prelievo selettivo non sono più in grado di dare ritorno economico, e debbono essere convertite in piantagioni di conifere a crescita rapida.”

Lo studio “Temporal decay in timber species composition and value in Amazonian logging concessions” (Decadimento temporale nella composizione del valore del legname nelle concessioni forestali amazzoniche) è stato pubblicato sulla rivista PLoS ONE il 13 luglio 2016.

 

Brasile, foreste tropicali, stato di conservazione e di deforestazione (aprile 2015, da Imazon)

Brasile, foreste tropicali, stato di conservazione e di deforestazione (aprile 2015, da Imazon)

(foto da Imazon, da newsletter ambientalista, archivio GrIG)

 

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  1. Riccardo Pusceddu
    luglio 27, 2016 alle 11:53 pm

    Terrificante documento. Me lo sono letto tutto e’ uno dei dati piu preoccupanti e’ che lo studio in questione riguarda solo le concessioni legali e non il prelievo illegale che ammonta, (reggetevi forte) a qualcosa come fra il 50 e il 90% di tutta la produzione mondiale nella fascia tropicale! Anche fra le aziende concessionarie si sono rilevate attivita’ illegali di prelievo selettivo di specie a crescita lenta al di fuori delle zone date in concessione e i controlli governativi sono rari o inisistenti. Ne deriva che il costo dei legni tropicali piu’ pregiati e’ nettamente deprezzato a causa dell’estrazione di tale legname da zone di foresta vergine. Solo quando tutti gli esemplari piu’ grossi saranno abbattuti in tutte le foreste vergini rimaste, solo allora i prezzi rispecchieranno il reale valore di queste specie. Ma sara’ troppo tardi perche’ il danno sara’ gia’ fatto. L’abbattimento selettivo infatti causa una estinzione di una media di 18 specie a parcella, secondo uno studio citato dalla ricerca.
    L’unica soluzione mi sembra quella di bandire la commercializzazione di tali legnami a livello globale. Certe specie come la Aniba rosaeodora vengono abbattute per l’olio che se ne estrae, al quale vengono attribuite poteri afrodisiaci; insomma il corrispettivo arboreo del corno di rinoceronte! Ma come si fa a estinguere una specie credendo di migliorare le proprie prestazioni sessuali!

  2. Riccardo Pusceddu
    luglio 28, 2016 alle 12:01 am

    Fino ad allora, non compriamo niente fatto di legno tropicale pregiato perche’ il loro sfruttamento non e’, allo stato attuale, sostenibile.

  3. Riccardo Pusceddu
    luglio 28, 2016 alle 1:37 am

    Una piccola correzione all’articolo: l’ipê non e’ il nome volgare del noce del Brasile (che invece si chiama castanha do Brazil nel linguaggio vernacolare) ma invece di alcune delle specie appartenti al genere Tabebuia (T. serratifolia, T. impetiginosa). Il nome scentifico del noce del Brasile, se a qualcuno importa, e’ invece Bertholletia excelsa.

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