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Le calamità “innaturali” di quest’Italia distratta. Sotto a chi tocca.



Bomba acqua Trevigiano: bilancio 4 morti e 4 feriti gravi
Oggi tocca a Refrontolo, in provincia di Treviso, con i suoi quattro morti e i milioni di parole, che creano le promesse di una classe politica, in realtà, troppo distratta da giochi di potere e perenni campagne elettorali per potersi occupare della grave situazione nella quale versa l’intero territorio italiano. Eppure, i dati sul rischio idrogeologico in Italia sono noti a tutti: secondo un Rapporto del Corpo Forestale dello Stato, pubblicato nel 2012, “il numero dei Comuni in aree ad elevato rischio idrogeologico, straordinariamente cresciuto, è passato a 6.631, equivalente al 10% della superficie territoriale italiana (29,5mila kmq), e quello dei Comuni a rischio sismico è salito a 2.893, il 44% del territorio complessivo (131mila kmq). La popolazione italiana esposta a rischio idrogeologico e sismico supera i 27 milioni di persone”. 

Quali sono le cause? 

Sempre secondo i dati del Corpo Forestale, la cementificazione, l’urbanizzazione, l’abusivismo edilizio, il disboscamento, la mancata manutenzione dei corsi d’acqua stanno rendendo i suoli italiani più poveri e quindi più vulnerabili agli agenti atmosferici. C’è poi la piaga degliincendi boschivi che indeboliscono la capacità statica dei terreni. Secondo i dati del Corpo Forestale dal 1970 al 2012 sono andati in fumo circa 4.451.831 Ha di territorio, il 46% di superficie boscata ed il 64% di superficie non boscata.

E i costi?

I danni provocati dalle calamità “innaturali” hanno un prezzo molto alto (oltre al costo in termini di vite umane, incommensurabile). Infatti “dal 1944 ad oggi il Paese ha speso circa 242,5 miliardi di euro per fronteggiare i danni provocati da terremoti e da eventi franosi ed alluvionali: circa 3,5 miliardi all’anno. Tra il 1944 e il 1990, la media è stata di circa 2,8 miliardi all’anno. Tra il 1991 e il 2009, circa 4,7 miliardi all’anno; mentre negli ultimi anni (dal 2010 ad oggi) la media è addirittura cresciuta a 6,8 miliardi all’anno”.

Non serve essere dei grandi scienziati per comprendere che non c’è molto tempo da perdere. Occorre lavorare sugli interventi di prevenzione del rischio idrogeologico.

Bomba acqua trevigiano: vf, ispezionate auto travolte, vuote

Quali interventi?

Chiaramente, è necessario intervenire sulle cause, come illustrate dal Corpo Forestale, ossia sulla cementificazione, sull’abusivismo edilizio, il disboscamento, gli incendi, la mancata manutenzione dei corsi d’acqua.  E si dovranno studiare interventi, come spiegato in modo molto chiaro anche dall’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, “generalmente realizzati attraverso il ricorso a opere di ingegneria civile e idraulica, i quali hanno lo scopo di mitigare il livello di rischio attraverso la riduzione sia della pericolosità (intensità) dell’evento atteso sia della vulnerabilità dei soggetti a rischio.
Nel primo caso vengono realizzati interventi di sistemazione dei versanti (consolidamento delle aree in frana, drenaggi, piantumazioni) e di regimazione delle acque lungo tutta la rete idrica superficiale (vasche di laminazione, pennelli trasversali, canali scolmatori, briglie); nel secondo caso vengono costruite opere di difesa passiva (muri di contenimento, canalizzazioni, argini, sistemi di allerta e di allarme) nelle aree dove sono presenti soggetti a rischio. Riguardo a tali misure di carattere strutturale, va sottolineato che la loro realizzazione deve sempre essere preceduta da uno studio accurato di compatibilità ambientale non solo rispetto all’impatto paesaggistico che necessariamente opere del genere comportano, ma anche nei confronti delle modificazioni indotte dall’opera in tutto il bacino idrografico considerato nel suo insieme. A tal fine è fondamentale anche una approfondita analisi costi/benefici che giustifichi la realizzazione dell’opera sia rispetto a quanto si vuole salvaguardare, sia rispetto alla tipologia dell’intervento proposto.

Non vogliamo più sentire milioni di parole, ora ci aspettiamo fatti concreti.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

ANSA  REFRONTOLO (TREVISO), 3 AGO – La bomba d’acqua che ha distrutto l’area della festa paesana che si teneva la notte scorsa a Refrontolo, che ha provocato 4 morti, è piombata sull’area con un’onda di altezza stimata in oltre 3 metri.
Secondo una prima ricostruzione della Protezione Civile, la pioggia intensissima avrebbe trovato un ‘tappo’ di materiale e balle di paglia su un ponticello a monte del torrente Lierza, provocando così l’esondazione.

L’esondazione del Lienza, con un bilancio di 4 morti, sarebbe stata provocata dallo scivolamento nel torrente di materiali vari, tra cui numerose rotoballe di fieno che hanno provocato un effetto “tappo”, ostruendo il corso del torrente e determinandone lo sversamento. Lo si apprende dal Corpo Forestale dello Stato che sta lavorando a questa ipotesi investigativa.

Governo, ora si volta pagina 

Per quanto accaduto la scorsa notte nel Trevigiano, il Governo esprime il cordoglio per le vittime al presidente Zaia, ma annuncia di aver “voltato pagina. Basta inseguire e fare i ‘notai’ delle emergenze – è scritto sul sito di Palazzo Chigi – adesso investiamo in opere di difesa, prevenzione e sicurezza. Al via anche i 570 cantieri anti dissesto”. “Quanto accaduto nel trevigiano – si legge sul sito del GOverno – è solo l’ultimo dei numerosi campanelli d’allarme che in questo inizio estate ha visto vittime e danni causati da un clima sempre più caratterizzato da fenomeni meteorologici un tempo definiti estremi e purtroppo ormai ordinari. Piangiamo altre vittime che allungano la lista dei lutti ma questo Governo, a differenza di quanto è sempre avvenuto in passato, ha scelto di chiudere la stagione che ha visto l’Italia inseguire le emergenze e iniziamo ad investire in difesa e mitigazione dei rischi, in prevenzione e sicurezza. Per questo, già nello sblocca Italia, sblocchiamo cantieri anti-dissesto investendo i primi 650 milioni non spesi da anni. Per questo è al lavoro la Struttura di missione del Governo – è scritto ancora sul sito di Palazzo Chigi – che coordina questo settore ed abbiamo già effettuato incontri con tutte le Regioni, a partire dal Veneto, per individuare le opere più urgenti da realizzare, i troppi finanziamenti dello stato mai trasformati in cantieri, anche per il patto di stabilità, e il percorso più rapido per superare i paradossali vincoli burocratici che rallentano o bloccano opere anti emergenza”. “Con lo sblocca dissesto e opere idriche, mettiamo a gara entro il 2014 circa 1,1 miliardi di euro ancora non spesi per opere urgenti (650 per cantieri antidissesto e 480 milioni per l’idrico). Lo spiega Erasmo D’Angelis, capo di #italiasicura, la struttura di missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico e lo sviluppo delle infrastrutture idriche. “Sono interventi – dice – che portano 31 mila occupati e sono già finanziati e in ritardo di anni o addirittura decenni”.

Identificate le vittime

Intanto, sono state identificate anche le altre due vittime del disastro di Refrontolo, uccise dallo straripamento del torrente Lierza. Si tratta di Luciano Stella, 50 anni, di Pieve di Soligo, e Fabrizio Bortolin, 48 anni, di Santa Lucia di Piave. Si aggiungono a Giannino Breda, 67 anni, di Falzè di Piave, e Maurizio Lot, 52, di Farra di Soligo, identificati in precedenza. Le quattro salme sono state portate nell’ospedale di Conegliano (Treviso). Da questa mattina personale della Forestale, a bordo di un elicottero, sta sorvolando la zona per chiarire la dinamica e le cause degli accadimenti e monitorare il territorio. Secondo i primi rilievi, l’esondazione – fa sapere la Forestale – “pare sia stata provocata dallo scivolamento nell’alveo del torrente di materiali vari a causa delle ingenti precipitazioni; in particolare, risulta che il Lierza sia stato ostruito anche da numerose rotoballe di fieno che hanno provocato un effetto ‘tappo’ col successivo sversamento dell’enorme mole di acqua, fango e detriti”. La particolarità del territorio, caratterizzato da colline coltivate a vigneti – si tratta, infatti, della zona del Prosecco – è quella di non offrire grande resistenza in caso di piogge incessanti come quelle che hanno imperversato in questo periodo: di conseguenza – spiega la Forestale – “aumenta il rischio di scivolamenti dei detriti nei torrenti, con successivo pericolo di esondazione”. L’elicottero del Corpo forestale, inoltre, sorvolerà il territorio dei comuni di Cison di Val Marino e Tarzo (Treviso) che nei giorni scorsi hanno segnalato “eventi calamitosi di simile natura ma fortunatamente senza esiti nefasti per la cittadinanza, per monitorare lo stato dei torrenti e dei territori, anche con l’ausilio di esperti geologi, per predisporre in tempi utili eventuali piani di evacuazione o interventi specifici”.

Bomba acqua trevigiano:su stand della festa 3 metri d’acqua

La bomba d’acqua che ha distrutto l’area della festa paesana che si teneva la notte scorsa a Refrontolo, che ha provocato 4 morti, è piombata sull’area con un’onda di altezza stimata in oltre 3 metri. Secondo una prima ricostruzione della Protezione Civile, la pioggia intensissima avrebbe trovato un ‘tappo’ di materiale e balle di paglia su un ponticello a monte del torrente Lierza, provocando così l’esondazione. La violenza dell’acqua ha travolto persone, suppellettili, auto, provocando smottamenti del terreno e divellendo gli alberi. Cessata l’onda d’urto, il parcheggio vicino alla sagra era ancora sommerso da due metri e mezzo d’acqua, che a fatica sono defluiti nella notte. Dopo il primo intervento dell’elicottero della Protezione Civile ora la zona è sorvolata da quello dei Vigili del fuoco che, messa in sicurezza la frazione, stanno valutando le operazioni da fare. L’urgenza delle operazioni – hanno spiegato i pompieri – è anche dettata dal fatto che è prevista per il pomeriggio di oggi una nuova perturbazione.

Aggiornato bilancio, 4 morti 8 feriti

Il bilancio aggiornato a poco fa della bomba d’acqua che ha colpito Refrontolo è di quattro morti e 8 feriti, 6 dei quali ancora in ospedale. Uno di loro è rianimazione. Il dato è stato reso noto dal presidente del Veneto, Luca Zaia, da stamane sul luogo del disastro assieme a Protezione Civile, Vigili del Fuoco e forze dell’ordine. Zaia ha visitato i luoghi prima percorrendo la zona a piedi poi con con un elicottero, per verificare l’entità dei danni.

Napolitano: dolore per vittime

“Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, avuta notizia del tragico bilancio dell’evento alluvionale che ha colpito, nella tarda serata di ieri, il Comune di Refrontolo, esprime la propria solidarietà alla comunità locale e la sua commossa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime e l’augurio di pronta guarigione ai feriti”: è quanto si legge in una nota del Quirinale. “Il Capo dello Stato manifesta vivo apprezzamento a quanti si sono impegnati nelle difficili operazioni di soccorso”,conclude.

Galletti: pensiero a vittime e feriti

“Siamo profondamente addolorati per le morti provocate dal maltempo nel Trevigiano. Il nostro pensiero e la nostra vicinanza va alle loro famiglie e alle persone rimaste ferite”. Lo afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Un dramma del genere – aggiunge – deve far riflettere sulla fondamentale importanza della messa in sicurezza del territorio, ma soprattutto delle politiche di prevenzione per rispondere alla fragilità strutturale del suolo italiano”.

Vigili del fuoco: ispezionate auto travolte, vuote

Non c’erano altre vittime nelle carcasse d’auto trascinate via dalla bomba d’acqua di stanotte e Refrontolo, nel Trevigiano, in cui sono morte quattro persone. Lo hanno fatto sapere i Vigili del Fuoco al termine delle operazioni di ispezione. “Sono quattro i corpi senza vita – confermano i Vigili del Fuoco in una nota ufficiale – recuperati nella notte a Refrontolo dopo il violento temporale che ha colpito la zona pedemontana del trevigiano nella tarda serata di ieri, causando lo straripamento del torrente Lierza”. “Coinvolto un gruppo di persone che partecipavano a una festa di paese, i soccorritori – aggiunge la nota – hanno svolto per tutta la notte le operazioni di ricerca dei quattro dispersi segnalati. Impegnati nell’intervento 40 vigili del fuoco con il nucleo sommozzatori di Vicenza, squadre Saf (speleo, alpino, fluviali) e cinofili provenienti anche dai comandi limitrofi”. “Terminato alle prime luci dell’alba il difficoltoso lavoro di verifica delle tante carcasse d’auto trascinate dall’acqua, è stata esclusa la presenza di persone all’interno”, conclude la nota.

Zaia: chiederemo stato di calamità, via i curiosi

“Chiederemo subito lo stato di calamità per tutta la zona colpita. Questo è un lutto per tutto il Veneto e per l’Italia”. Lo ha detto a Refrontolo il presidente del Veneto, Luca Zaia, che per tutta la notte si è tenuto in costante contatto con i soccorritori. Zaia ha annunciato che la Regione ha già attuato lo stato di crisi per la zona. Alle 11, al Comune di Refrontolo, farà il punto della situazione con i responsabili dei soccorsi e il sindaco. “Curiosi andatevene! Qui ci sono dei morti e state intralciando il lavoro di chi sta mettendo in sicurezza il territorio”. Lo ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia, visitando il luogo colpito dal fortunale, a Refrontolo. “Ho visto gente andare a passeggio con tanto di cane al guinzaglio – ha aggiunto – c ‘era chi faceva trekking e ciclisti in tenuta sportiva proprio dove è avvenuto il disastro Questo è vergognoso”. Zaia ha confermato di aver chiesto “lo stato di crisi” per l’intera zona.

Bomba acqua Trevigiano: bilancio 4 morti e 4 feriti gravi

Corpo Forestale dello Stato Maltempo: bomba d’acqua nel Trevigiano, la Forestale verifica la stabilità del suolo.

UN ELICOTTERO DELLA FORESTALE CON ALCUNI GEOLOGI SORVOLERÀ LE AREE INTERESSATE DAL MALTEMPO

All’indomani della tragica bomba d’acqua che ha provocato l’esondazione a Molinetto della Croda nel comune di Refrontolo (TV) e la morte di 4 persone e numerosi feriti, si stanno svolgendo indagini della Forestale con l’ausilio di un elicottero per verificare la dinamica e le cause degli accadimenti e monitorare il territorio.
L’esondazione infatti, pare sia stata provocata dallo scivolamento nell’alveo del torrente di materiali vari a causa delle ingenti precipitazioni ed in particolare risulta che il Lierza sia stato ostruito anche da numerose rotoballe di fieno che hanno provocato un effetto “tappo” col successivo sversamento dell’enorme mole di acqua, fango e detriti.
La particolarità del territorio caratterizzato da colline coltivate a vigneti, si tratta infatti della zona del Prosecco, è quella di non offrire grande resistenza in caso di piogge incessanti come quelle che hanno imperversato in questo periodo, di conseguenza aumenta il rischio di scivolamenti dei detriti nei torrenti e successivo pericolo di esondazione.
L’elicottero del Corpo forestale sorvolerà il territorio dei comuni di Cison di Val Marino e Tarzo (TV) che nei giorni precedenti hanno segnalato eventi calamitosi di simile natura ma fortunatamente senza esiti nefasti per la cittadinanza, per monitorare lo stato dei torrenti e dei territori, anche con l’ausilio di esperti geologi, per predisporre in tempi utili eventuali piani di evacuazione o interventi specifici.

ISPRARISCHIO IDROGEOLOGICO

Nell’ambito dei rischi geologici che caratterizzano il nostro paese, uno di quelli che comporta un maggior impatto socio-economico è il rischio geologico-idraulico; con questo termine si fa riferimento al rischio derivante dal verificarsi di eventi meteorici estremi che inducono a tipologie di dissesto tra loro strettamente interconnesse, quali frane ed esondazioni.
Le dimensioni del fenomeno vengono rese chiaramente da una panoramica di alcuni degli eventi che hanno interessato l’area italiana: 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi 80 anni, 70.000 persone coinvolte e 30.000 miliardi di danni negli ultimi 20 anni.
In conseguenza dell’alto impatto causato da tali fenomeni e, soprattutto, in seguito ai tragici eventi di Sarno (1998) il Ministero dell’Ambiente e gli Enti istituzionalmente competenti in quegli anni (Anpa, Dipartimento dei Servizi tecnici nazionali e Dipartimento della Protezione civile) hanno dato avvio a un’analisi conoscitiva delle condizioni di rischio su tutto il territorio nazionale con lo scopo di giungere ad una sua mitigazione attraverso una politica congiunta di previsione e prevenzione.
Tale studio ha portato all’individuazione e perimetrazione, attraverso una metodologia qualitativa, dei comuni suddivisi per le varie regioni con diverso “livello di attenzione per il rischio idrogeologico” (molto elevato, elevato, medio, basso, non classificabile).
L’aggiornamento effettuato nel gennaio del 2003 mostra i seguenti risultati riportati in figura 1: 5.581 comuni italiani (68,9% del totale) ricadono in aree classificate a potenziale rischio idrogeologico più alto. Questi sono così suddivisi: il 21,1% dei comuni ha nel proprio territorio di competenza aree franabili, il 15,8% aree alluvionabili e il 32,0% aree a dissesto misto (aree franabili e aree alluvionabili). La superficie nazionale, classificata a potenziale rischio idrogeologico più alto, è pari a 21.551,3 Km2 (7,1% del totale nazionale) suddivisa in 13.760 Km2 di aree franabili e 7.791 Km2 di aree alluvionabili; le aree a potenziale rischio da valanga (1.544 Km2) sono accorpate a quelle di frana.
La regione con il maggior numero di comuni interessati (1046) è il Piemonte, mentre la Sardegna è la regione con il minor numero (42). Le regioni caratterizzate dalla percentuale più alta (100%), relativa al numero totale dei comuni interessati da aree a rischio potenziale più alto, sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta, mentre la Sardegna è quella con la percentuale minore (11,2%) (dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio).
Preso atto dell’alto livello di rischio che caratterizza gran parte del territorio italiano, si è provveduto ad un aggiornamento della normativa vigente in materia di difesa del suolo, accompagnato da un nuovo impulso della ricerca scientifica nei confronti di tali problematiche. Lo studio di queste ultime, oltre ad avere un indubbio interesse scientifico, riveste particolare importanza poiché costituisce un indispensabile supporto alle Amministrazioni competenti nella definizione delle metodologie di studio del rischio geologico-idraulico, nell’individuazione e perimetrazione delle aree a rischio, nella sperimentazione di nuovi sistemi di controllo e di intervento per la salvaguardia dei soggetti a rischio (popolazione, centri abitati, infrastrutture).
Le ricerche svolte fino a oggi hanno messo in luce la complessità, nel nostro paese, dell’analisi del rischio geologico-idraulico, diretta conseguenza dell’estrema eterogeneità degli assetti geologico-strutturali, idrogeologici e geologico-tecnici e di un’ampia gamma di condizioni microclimatiche differenti anche in aree limitrofe o apparentemente simili. Se a tutto questo si somma il fatto che la penisola italiana, essendo geologicamente “giovane” , è ancora soggetta a intensi processi morfogenetici che ne modellano in modo sostanziale il paesaggio, si comprende come i fenomeni di dissesto legati al rischio geologico-idraulico possano manifestarsi, in relazione alle molteplici combinazioni di tutte le variabili in gioco, secondo diverse modalità; sono perciò riscontrabili evidenti diversità dei suddetti fenomeni, soprattutto legate alle differenti entità dei volumi coinvolti, alla velocità del movimento, ai numerosi contesti territoriali in cui si possono verificare (area di fondovalle, pedemontana o di versante) e alle numerose tipologie (ad esempio crolli, scivolamenti, colate, debris e mud flow). Per una efficace valutazione del rischio associato a un determinato evento atteso per una certa porzione di territorio diventa allora indispensabile la conoscenza di tutti i fattori sopra indicati e, quindi, un approfondito studio dello stesso e dei fenomeni naturali che lo caratterizzano.

(immagini ANSA)

 

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  1. capitonegatto
    agosto 4, 2014 alle 9:53 am

    Altro che abolire il corpo della G.F. Occorre invece potenziarla come corpo unico dello stato e svincolata dalle regioni. I poteri devono essere reali ,anche vietando quello che puo danneggiare il territorio, anche se questo va contro i poteri speculativi.
    Nel contempo occorre piu professionalita’ e piu presenza nel territorio.

  2. Carlo Poddi
    agosto 4, 2014 alle 3:29 pm

    questo è uno dei casi in cui le cosidette variazioni climatiche vengo come si suol dire ipervalutate e citate come causa prima .. Poi che l’uomo abbia fatto altro non se ne parla nemmeno…
    http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2013/03/26/news/zaia-cancella-il-bosco-per-fare-vigneti-1.6765893.
    Poi magari la respondabilità non è legata al singolo evento ma a diversi fattori che compartecipano alla cosa…Ma diciamo che l’uomo ha un discreto peso !

  3. agosto 4, 2014 alle 3:30 pm

    da Corriere della Sera, 4 agosto 2014

    Gli assalti alla natura e la bomba d’acqua: genesi di una strage.
    Di Gian Antonio Stella

    Esplora il significato del termine: Solo fatalità? No: era già tutto scritto, annunciato, provato da altre frane. Se non fosse caduta la «bomba d’acqua», ovvio, il tendone della sagra non sarebbe stato spazzato via. Ma la strage di Refrontolo è figlia anche (anche) degli assalti al territorio. Come l’abbattimento dei boschi per fare spazio alle vigne del «Prosecco-shire».(Nella foto, il torrente Lierza in piena al Molinetto della Croda di Refrontolo, dove sono morte 4 persone l’altra notte). Davanti alla spianata di fango, il governatore Luca Zaia ha tracciato un parallelo con il Vajont. Giusto. Ma non solo nel senso emotivo che intendeva lui. Anche allora, cantò Alberto D’Amico («Xe sta na note che ‘l Signor / ga vudo un palpito de cuor / el monte Toc se ga spacà / el lago in cielo xe rivà…») la sorte ci mise del suo. La catastrofe, però, fu ingigantita dagli errori umani.Solo fatalità? No: era già tutto scritto, annunciato, provato da altre frane. Se non fosse caduta la «bomba d’acqua», ovvio, il tendone della sagra non sarebbe stato spazzato via. Ma la strage di Refrontolo è figlia anche (anche) degli assalti al territorio. Come l’abbattimento dei boschi per fare spazio alle vigne del «Prosecco-shire».(Nella foto, il torrente Lierza in piena al Molinetto della Croda di Refrontolo, dove sono morte 4 persone l’altra notte). Davanti alla spianata di fango, il governatore Luca Zaia ha tracciato un parallelo con il Vajont. Giusto. Ma non solo nel senso emotivo che intendeva lui. Anche allora, cantò Alberto D’Amico («Xe sta na note che ‘l Signor / ga vudo un palpito de cuor / el monte Toc se ga spacà / el lago in cielo xe rivà…») la sorte ci mise del suo. La catastrofe, però, fu ingigantita dagli errori umani.
    L’inchiesta della magistratura trevisana dirà se e quanto abbiano pesato, stavolta, superficialità, sciatterie e distrazioni nella tutela di un territorio esposto al rischio idrogeologico. Ma se è vero che «del senno di poi sono piene le fosse», stavolta decine e decine di denunce sono state fatte da geologi, ambientalisti e giornali «prima». In tempi non sospetti.
    Basti leggere queste righe tratte da un articolo di Daniele Ferrazza su La tribuna di Treviso di un anno e mezzo fa: «Ad ogni inverno, con le prime piogge, in queste colline della Pedemontana si registrano smottamenti e movimenti franosi di ogni tipo. Solo nell’inverno del 2010, quando in tre giorni sono caduti 300 millimetri di pioggia, tra Borso del Grappa e Vittorio Veneto si sono aperte un centinaio di frane. In tutta la provincia di Treviso le frane censite dal progetto Iffi sono 523, ma l’elenco si allunga ogni giorno». Non è il quadro di un territorio normale. Ma fragile.
    Quale sia la situazione generale è noto. Dice lo studio «Societal landslide and flood risk in Italy» pubblicato sul «Natural Hazard and Earth System Sciences» che nel periodo 1950-2008 l’Italia ha subito 967 eventi franosi e 613 eventi alluvionali con 3.868 morti per le frane e 1226 per le alluvioni. In questo contesto, la pedemontana veneta è particolarmente esposta. E ogni intervento invasivo sull’ambiente modellato dalla natura nei millenni dovrebbe essere pensato e ripensato settanta volte sette: guai a sbagliare. Guai.
    Eppure, nel marzo 2013 il consigliere regionale leghista Andrea Bassi annunciava trionfante un «ritocco» alle norme (già insufficienti) che tutelavano i boschi: «Con l’emendamento al Bilancio regionale andremo a recuperare ad area agricola tutte quelle zone finora considerate boschive da una vetusta («vetusta»!, ndr ) legge regionale, ma che semplicemente recependo un decreto Monti possono essere piantumate e rivalutate dal punto di vista produttivo». Obiettivo: moltiplicare le «aree terrazzate vitivinicole». Di più: fino a un tetto di 10 ettari, un bosco poteva ora essere abbattuto e rimpiazzato da un vigneto senza neppure la Via, la valutazione di impatto ambientale.

    Inutilmente si levò un coro: «Fermi, è rischioso!» Niente da fare. Poche settimane dopo il giornale on-line Trevisotoday titolava: «Bosco tra Refrontolo, Tarzo e Cison raso al suolo per i vigneti». E spiegava che il Corpo forestale di Valdobbiadene aveva «effettuato un’ispezione dopo aver ricevuto la segnalazione di un escursionista e albergatore di Refrontolo, che per primo ha documentato quanto stava avvenendo sulle colline del Molinetto della Croda». Prendete nota: la zona del disastro di sabato sera. E proseguiva ricordando come l’anno prima «quaranta ettari del bosco intercomunale» fossero stati «venduti all’asta dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane ad una cantina vinicola di Valdobbiadene per 225mila euro».
    Totale: 56 centesimi al metro. Spiccioli, in confronto a quanto costano, sostiene Ferrazza, i terreni vinicoli che possono esserne ricavati: «Da queste parti il prosecchista conta più di un banchiere. Qui un metro di terra vale dagli 80 ai 120 euro (180 se nel colle di Cartizze): tre volte un terreno industriale».
    Va da sé, accusa l’eurodeputato pd Andrea Zanoni, deciso a presentarsi oggi in Procura con un malloppo di documenti, che «le colline della Marca non solo vedono i loro boschi rasi al suolo ma vengono rimodellate in base alle esigenze della coltivazione con degli interventi massicci di potentissime ruspe» con lo stravolgimento dei loro profili «formati da madre natura in centinaia di migliaia di anni».
    Risultato? «Il risultato di queste liberalizzazioni sono vaste aree di collina coltivate con nuovi vigneti incapaci di assorbire le quantità d’acqua che un bosco con le sue piante centenarie riesce ad assorbire; in un vigneto l’acqua assorbita, specie se si tratta delle coltivazioni di nuovo impianto, è pressoché nulla. Tutta quest’acqua non più assorbita dai boschi delle colline va pertanto a confluire nei corsi d’acqua naturali che madre natura, con milioni di anni, aveva dimensionato per quantità d’acqua di gran lunga inferiori».

    Una tesi che ieri mattina pareva convincere anche la Forestale: «La particolarità del territorio caratterizzato da colline coltivate a vigneti, si tratta infatti della zona del Prosecco, è quella di non offrire grande resistenza in caso di piogge incessanti». Al pomeriggio, retromarcia: «Tutto lascia supporre che proprio la inusuale e smodata quantità di precipitazioni estremamente concentrata nel tempo e nello spazio…» Insomma, le terrazze di vigneti, peraltro bellissime, non c’entrano…
    La tesi dei «prosecchisti»: «La presenza dei vigneti è una garanzia di sicurezza in più, perché le acque sono regimentate e la manutenzione è rigorosa e costante», ha detto al Corriere del Veneto Innocente Nardi, presidente del consorzio dei produttori, «Un bosco non gestito non ha una capacità idraulica paragonabile». Ha ragione? Ha torto? Battaglie di periti in vista.
    Il paradosso, accusano gli ambientalisti, è che «l’industrializzazione del Prosecco» ha costretto due anni fa il Consorzio del Doc ordinare alle cantine di stoccare il 10% del prodotto così da ridurre l’offerta «in modo che il prezzo della bottiglia non calasse troppo»…
    «Prevedere un fenomeno così violento e improvviso era impossibile», ha spiegato ieri Luca Zaia. Vero. Non c’è meteorologo al mondo, per ora, che possa lanciare l’allarme su una «bomba d’acqua» in arrivo. Se capita, capita. Il rispetto per la natura «prima», però, è obbligatorio. Tanto più là dove le frane hanno già colpito spesso. E duramente.

  1. ottobre 17, 2018 alle 12:00 pm

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