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In Sardegna ritornano i tagli delle foreste demaniali di ottocentesca memoria?


Sardegna, foresta mediterranea

Sardegna, foresta mediterranea

Sia in epoca romana (III sec. a C. – V sec. d.C.) che durante la dominazione catalano-aragonese e spagnola (XV-XVIII sec.) le foreste, i boschi e le macchie della Sardegna subirono l’attenzione della scure per ragioni sostanzialmente economico-speculative.

Sicuramente, però, è stato l’800 il secolo nel quale la copertura forestale isolana ha subito le peggiori e più pesanti devastazioni: dall’Editto delle chiudende (1820) all’abolizione del feudalesimo (1835-1843), alla creazione della rete ferroviaria (1865), questi sono i momenti storici nei quali il disboscamento della Sardegna creò le condizioni per l’attuale situazione diffusa di rischio idrogeologico.

Fra il 1820 e il 1883 le foreste della Sardegna vennero abbattute per i quattro quinti, con un picco nel 1847.

Bultei, Foresta demaniale "Fiorentini", Caserma Milizia forestale (1937)

Bultei, Foresta demaniale “Fiorentini”, Caserma Milizia forestale (1937)

Con i primi decenni del ‘900, fra mille difficoltà, prima lo Stato, poi la Regione autonoma della Sardegna, attraverso la gestione del Corpo forestale e dell’Azienda Foreste Demaniali (oggi Corpo forestale e di vigilanza ambientale e Ente foreste della Sardegna), hanno portato avanti una strenua attività per la ricostituzione del patrimonio forestale isolano, in particolar modo nell’ambito delle Foreste demaniali.

Di grande rilievo è la ricostituzione del bosco ad alto fusto dal precedente ceduo.

Oggi la Sardegna è la prima regione italiana per superficie forestale (1.213.250 ettari, il 50,36% dell’Isola), secondo l’Inventario nazionale foreste e carbonio, anche se in buona parte si tratta di macchia mediterranea evoluta e bosco misto a macchia.

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

frane e dilavamento dei terreni a causa dei tagli boschivi

Ora, però, sembra prossima una drastica inversione di tendenza, potenzialmente negativa per le foreste demaniali sarde.

Infatti, l’Ente foreste della Sardegna, con la redazione dei piani forestali particolareggiati di tredici complessi forestali, predisposti dall’A.T.I. D.R.E.AM. ItaliaR.D.M. Progetti, ha avviato un nuovo utilizzo dei boschi sardi.   L’obiettivo dichiarato è quello della gestione forestale sostenibile, ma alcune scelte segnalate appaiono in palese contrasto, come quella della ripresa del governo a ceduo di centinaia di ettari di boschi, in particolare nelle foreste demaniali di Is Cannoneris e del Marganai.

Sarebbe solo il preludio di quanto si vorrebbe fare anche nelle altre foreste demaniali, come sembra comprendersi dalla deliberazione C.d.A. 12 marzo 2014, n. 47.

corso d'acqua nel bosco

corso d’acqua nel bosco

La retrocessione a ceduo di ampie superfici di bosco e la conseguente ripresa dei tagli boschivi servono alla produzione di banale legna da ardere e biomassa?

Sarebbe una follìa e un ritorno al passato del quale la Sardegna non ha minimamente bisogno: auspichiamo una rapida presa di posizione da parte della nuova Giunta Pigliaru per la salvaguardia delle foreste demaniali.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

da L'Unione Sarda, 11 aprile 2014

Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus)

Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus)

(foto da Sardegna Ambiente, A.L.C., S.D., archivio GrIG)

  1. capitonegatto
    aprile 9, 2014 alle 9:05 am

    E con quello che costa la legna da ardere, non si ha nemmeno il diritto di avere una emissione di fattura o scontrino , visto che la legge non lo prevede. Sono tutti guadagni in nero, meramente malpagati da basse tassazioni demaniali.

  2. Raimondo Cossa
    aprile 9, 2014 alle 1:35 pm

    Scusa GrIG …. ad “auspichiamo una rapida presa di posizione da parte della nuova Giunta Pigliaru per la salvaguardia delle foreste demaniali. ” aggiungerei: “e di tutti i boschi gravati da uso civico”.
    Sarebbe inoltre opportuno, da parte della nuova Giunta Pigliaru, una legge che finalmente regolamenti le attività dei mezzi fuoristrada all’interno di queste aree, come del resto in molte regioni italiane dove i trofei, le gare, le competizioni ecc. sono consentite esclusivamente in appositi circuiti adibiti.
    Purtroppo in Sardegna l’unico vincolo è posto dal PMPF (Piano di Massima di Polizia Forestale) dell’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente, che vieta tali attività solo nei sentieri larghi meno di 1,50 mt, e purtroppo in tutta la Sardegna aumenta di anno in anno la pressione fuoristrada, anche con manifestazioni e competizioni con 80-100 mezzi.
    E’ora di intervenire e dire BASTA! Saluti.

    • aprile 11, 2014 alle 4:35 pm

      considera, Raimondo, che – senza falsa modestia – non riesco a trovare alcun Soggetto associazionistico che in Sardegna si sia battuto e si batte più del GrIG per difendere i demani civici e i diritti di uso civico.

      Naturalmente siamo per la difesa anche di tutti i boschi e macchie ad uso civico, ma nel caso specifico “a rischio” sono, incredibilmente, le foreste demaniali.

      Ed è per questo che si parla solo di foreste demaniali nell’articolo.

      Stefano Deliperi

  3. M.A.
    aprile 9, 2014 alle 6:11 pm

    Estirperei tutti gli eucalyptus a favore del ripristino della nostra macchia autoctona! Che pianta insulsa, adatta per i koala, non per la nostra fauna! Non so se siano dicerie o meno, ma è vero che le foglie di quest’albero alterano il pH e la “salute” del suolo??

    • Occhio nudo
      aprile 9, 2014 alle 6:53 pm

      Ma hai capito di cosa si tratta?? Far fuori mezzo bosco per produrre legna da ardere, altro che insalata per i koala.

  4. Sgruma
    aprile 9, 2014 alle 7:03 pm

    Si ceduazioni estese e traffico Veicolare sono ormai l’emblema del corso politico gestionale portato avanti finora dall’attuale organo politico direzionale in totale antitesi con gli attuali indirizzi conservativi di sistemi forestali cosi importanti in piena area mediterranea quali le foreste demaniali della Sardegna ultimi baluardi della lotta alla desertificazione e autentici santuari verdi i cui cicli ad alto fusto (gli ecosistemi forestali piu stabili ed evoluti in assoluto)possono durare anche 8-10 secoli. Ci vuole rispetto per le foreste del popolo sardo altroché’ e la nuova Giunta regionale deve intervenire responsabilmente prima che sui calcari del Marganai o sui versanti del Sulcis non rimangano altro che ruderi e non solo minerari con la finta aspettativa di facili guadagni da legna che viceversa e’ già’ in partenza a bilancio in perdita. Serietà’ per favore.

  5. Pietro Pirredda - Arzachena (ss)
    aprile 9, 2014 alle 10:57 pm

    ?…….tagli boschivi? Sinceramente non capisco di chi sia questa genialata. Speriamo che le foreste sarde rimangano dove sono e con l’estensione che abbiamo sempre conosciuto

  6. Juri
    aprile 10, 2014 alle 12:09 am

    Giusto qualche giorno fa scrivevo che la Sardegna fortunatamente non conosce da tempo i devastanti tagli a raso o quasi che abbiamo visto nelle fotografie provenienti dall’Appennino. E ora ecco che invece si profila questo pericolo anche da noi.
    Solo delle menti gravemente afflitte dall’ossessione della speculazione sempre e dovunque possono pensare di invertire il processo di riqualificazione delle foreste sarde, che al contrario necessitano di un’attenta continuazione degli interventi di conversione verso l’alto fusto (che tra l’altro possono anch’essi garantire una discreta produzione di legname).

  7. aprile 10, 2014 alle 8:52 am

    forse sarebbe necessario avere più informazioni. Anche perchè l’Ente Foreste ha interesse a tutelare e preservare la risorsa bosco. Non si tratta di tagli indiscriminati, la ceduazione riguarda superfici al taglio di pochi ettari di estensione nelle quali verrà effettuato un taglio con rilascio abbondante di matricine (sopra le prescrizioni delle PMPF).
    L’apertura del bosco consente la creazione di condizioni ideali per la gestione della biodiversità. Si creano infatti aree aperte che consentono la presenza di specie (vegetali ed animali) che in condizioni di copertura continua non potrebbero insediarsi.
    Si tratta infatti di creare condizioni di apertura della copertura che favoriscono la presenza, all’interno del bosco di specie di grande interesse dal punto di vista scientifico e naturalistico. Basta solo l’esempio del Cervo sardo, che spesso è costretto ad allontanarsi dalle aree boschive creando gravi danni alle coltivazioni e situazioni di pericolose tensioni con i coltivatori.

    • Juri
      aprile 10, 2014 alle 9:56 am

      Per quella finalità (“apertura” del bosco) sono sufficienti i diradamenti finalizzati alla conversione da ceduo a fustaia, che già si fanno regolarmente.
      Qui si paventa un cambio di gestione forestale con il ritorno alla ceduazione che, per definizione, è una degradazione della qualità forestale.

  8. Raimondo Cossa
    aprile 10, 2014 alle 9:23 am

    Scusa DSecci, io non sono un biologo ma penso che di fronte ad un bosco ad alto fusto, con condizioni ideali per la presenza di specie (vegetali ed animali), non mi sembra il caso di alterarlo per indirizzarlo verso la ceduazione quindi consentire le condizioni ideali per la presenza di altre specie.
    Mi sembra un circolo vizioso. O è anche questo un sistema per creare lavoro?
    Sarebbe come entrare nell’ottica di alcuni dipendenti stagionali dell’Ente Foreste che alcuni anni fa appiccavano gli incendi per creare così le condizioni per poter rimboschire.
    O un sistema per appagare l’ingordigia dei taglialegna?

  9. aprile 10, 2014 alle 2:21 pm

    E’ necessario chiarire che non si parla di interventi su boschi con caratteri strutturali naturaliformi, con presenza di piante di grande diametro (piante ultrasecolari), piante vetuste o senescenti e chiarie da schianti naturali, molto ricchi dal punto di vista della biodiversità. Si tratta piuttosto di tagli su boschi giovani con una struttura coetaneiforme, con assenza di piante di grandi diametri, risultato delle passate utilizzazioni, nei quali è previsto il mantenimento della forma a ceduo anziché l’avviamento a fustaia.
    Mi rendo conto che può sembrare strano, ma facendo interventi di ceduazione leggeri su questi soprassuoli boschivi (non tagli a raso!), logicamente facendo particolare attenzione alla sistemazione dei materiali di risulta (ramaglie) per impedire fenomeni erosivi, si ottengono effetti positivi sulla biodiversità. Tra l’altro si stanno studiando accorgimenti di attenuazione dell’impatto anche dal punto di vista del mantenimento di necromasse “in piedi”, che sono una componente fondamentale dell’ecosistema “bosco”.

    • Juri
      aprile 10, 2014 alle 10:16 pm

      Non capisco.
      Fino ad oggi l’Ente Foreste ha giustamente vantato la propria oculata gestione forestale improntata alla conversione da ceduo (stato forestale degradato per definizione) a fustaia (stato forestale ottimale per definizione).
      Ora, all’improvviso, contrordine: il ceduo è ottimo e benefico e pure i cervi ci saranno grati.
      Ora è evidente che non ce la state raccontando giusta e che, al contrario, è probabile che stiate nascondendo i veri interessi che si celano dietro questa deleteria svolta, ossia lo sfruttamento commerciale delle foreste sarde.
      Sospetto alimentato dal fatto che questo ritorno a ceduazioni estese è stato concepito dalla precedente giunta dove l’allora assessore all’ambiente si vantava di non voler difendere l’ambiente, non nascondeva la sua avversione nei confronti degli ambientalisti e sbandierava la sua visione monetaria degli ecosistemi (tragicomica la sua sortita sul Limbara, che Biancareddu reputava inutile fintanto che non avesse prodotto un profitto).

      https://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2013/10/27/in-che-mani-siamo-e-in-che-mani-e-lambiente-e-il-territorio-della-sardegna/

      Quindi c’è davvero da augurarsi che la nuova Amministrazione regionale sventi, dopo la manomissione cementizia del PPR, anche questo tentativo di impoverimento dell’ambiente sardo.

      • Giovanni Monaci
        aprile 27, 2014 alle 4:08 pm

        Ma davvero siete così convinti che dietro ogni espressione amministrativa della PA e in partcolare della Regione ci sia l’occulta regia di un assessore, di un capo di gabinetto o di un Direttore generale compiacente? Ma guardate che nella massima parte il politico se ne strafrega di quello che fanno gli uffici. Figuriamoci riguardo ai boschi quanto gliene può importare. Ma via, siamo seri e facciamola finita con queste manie complottistiche dietro ad ogni azione di un povero funzionario o dietro ogni atto di un dirigente, che poi il dirigente non fa altro che firmare quello che gli scrivono i funzionari o il povero dipendente qualunque.

      • Juri
        aprile 27, 2014 alle 5:48 pm

        Caro Giovanni, in assenza di informazioni sufficientemente precise e in presenza di una connotazione fortemente anti-ambientalista che caratterizzava la precedente guida politica dell’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente (sotto la quale questi piani forestali sono stati redatti o portati a termine e sotto la quale il valore del Limbara veniva misurato in Euro potenziali) penso sia più che lecito sospettare interventi speculativi, anche alla luce dell’affidamento dell’appalto a imprese private (a un costo molto alto per l’Amministrazione). Se i nostri timori si riveleranno infondati (come si desumerebbe da questo suo intervento, che riconduce tutto all’ordinaria azione amministrativa e non ad un cambio di politica forestale) saremmo davvero molto sollevati.
        Nessuno teorizza un prelievo zero dalle foreste demaniali, però tra le vaste ceduazioni semplici (inaccettabile degradazione della foresta) e i tagli colturali di avviamento a fustaia o perlomeno di mantenimento di cedui composti corre tutta la differenza tra la speculazione e un davvero sostenibile utilizzo forestale.

  10. Shardana
    aprile 10, 2014 alle 3:24 pm

    Mi scusi D.Secci,lei sicuramente stà dalla parte dei bravi,io invece dei cattivi perchè non credo più alle cazzate che ci vogliono propinare.Essendo i posti di lavoro dati sempre in cambio di voti,i pulitori di boschi messi dal sistema vincente, sono quasi sempre dei vandal che più tagliano più legna si portano a casa.Provare (a seguire i lavori)per credere.Come Raimondo non sono un biologo ma se penso ai capi cantiere del mio paese,ci scappa sà risa.

  11. Sgruma
    aprile 10, 2014 alle 5:21 pm

    Purtroppo i tagli sono estesi fino a centinaia di ettari, e sono tagli di utilizzazione perché’ la ceduazione non è ‘ certamente un intervento leggero e non regola certo la copertura ma determina viceversa un’immediata vasta scopertura dunque un rapido cambiamento delle condizioni ecologiche sul terreno e nell’ecosistema più’ in generale su vaste superfici che d’altra parte rappresenta la convenienza economica che giustifica il taglio. E i risvolti idrogeologici valutabili non solo quando si verificano alluvioni o eventi simili? E certo il cervo frequentava l’alto fusto presistente le ceduazioni e le utilizzazioni selvagge che fino ai primi del secolo scorso queste foreste hanno subito! La ceduazione non viene riattivata per amicizia dei cervi..! Oggi un ritorno al passato di questa fatta rappresenterebbe un grave rischio per il futuro di questi ecosistemi che lentamente si stavano rievolvendo verso formazioni più’ stabili , più complesse e più’ naturali dopo anni di sovrasfruttamento che ha portato pur essendoci la foresta ad un forte rischio di desertificazione soprattutto negli ambienti caldo aridi del sud Sardegna e negli ambiente calcarei. lLa Regione deve assicurare una gestione davvero sostenibile di queste foreste la cui demanializzazione ha sempre rappresentato il primo strumento di difesa e conservazione da qualsivoglia speculazione. Concordo pienamente con Juri, Shardna e con tutti coloro che vogliono veramente bene agli ultimi santuari verdi della nostra Isola.

  12. aprile 10, 2014 alle 7:05 pm

    Buonasera.
    Coordino il centro studi Nuoro Forestry School ed insegno nel corso di laurea in scienze forestali dell’università di Sassari.
    Da tempo seguiamo ed apprezziamo le vostre battaglie a difesa degli usi civici.
    Possiamo capire e in parte condividere le motivazioni a monte della denuncia della ripresa delle ceduazioni.
    Scrivo però per evidenzare la contraddizione tra le due istanze ed il fatto che la seconda, nei termini esposti, non é affatto apprezzabile.
    Ci farebbe molto piacere invitarvi a Nuoro, i primi di maggio, per approfondire la conoscenza e l’argomento specifico.
    A presto, Roberto Scotti (scotti@uniss.it)

    • aprile 10, 2014 alle 9:07 pm

      Buonasera,
      siamo sempre disponibili a qualsiasi confronto possa esser utile per la salvaguardia dell’ambiente e per il corretto utilizzo delle risorse ambientali.
      A presto.

      Stefano Deliperi (grigsardegna5@gmail.com)

      • aprile 11, 2014 alle 11:48 pm

        Buonasera.
        Allora lancio la proposta: se potete venire, organizziamo un incontro a Nuoro, presso l’Università (a Carta Loi) il giorno 7 maggio alle 15:30.
        Se sei interessato lascia Cognome e Nome ed email nella nostra pagina: https://www.facebook.com/NuoroForestrySchoolUniSS

        Saluti, Roberto Scotti (scotti@uniss.it)

  13. Raimondo Cossa
    aprile 10, 2014 alle 7:38 pm

    E poi da che pulpito viene la predica? dall’Ente foreste della Sardegna? Quello che si dovrebbe occupare del ripristino dei sistemi boschivi ed impedire così fenomeni di dissesto idrogeologico?
    Qualche anno fa ha percepito circa due milioni e mezzo di Euro (Misura 4.14b del POR Sardegna 2000/2006) per la realizzazione di sistemi escursionistici e “per l’attivazione di interventi finalizzati alla tutela e valorizzazione turistica del patrimonio rurale nell’ambito di una gestione sostenibile dell’ambiente”.
    Peccato che nel Montiferru, all’interno della loro azienda tutti gli anni consentono il transito di diverse decine di potentissime moto (tipo quelle della Paris-Dakar) con alto potere devastante, nell’ambito dell’annuale Sardegna Rally Race.
    Alla faccia dell’asseto geologico del territorio!!!!!

  14. Sgruma
    aprile 11, 2014 alle 12:18 am

    Il pulpito potrebbe venire anche dalla ” school ” tutto è’ possibile in questi tempi di magra ora all’ultimo atto come la “miniera verde “ai tempi del fascismo e la miniera era sempre la povera e isolata Sardegna non certo la Toscana o le Marche dove la gente oggi fortunatamente da forte battaglia contro le ceduazioni figuriamoci nei demani dello Stato o regionali santuari della natura nel resto d’Italia. Suvvia siamo seri! Non c’è’ bisogno di professori tutto è’ possibile in Sardistan. Prova a farlo a Sassofratino o a Vallombrosa, e vedrai; hai ragione Juri qualcuno non la racconta giusta!

  15. aprile 11, 2014 alle 9:13 am

    Dispiace sentire critiche da parte di tanti giustamente attenti alla gestione e tutela del territorio sardo. Purtroppo in questo caso ritengo che le energie positive vengano sprecate in una battaglia che rischia di coinvolgere persone schierate dalla stessa parte della barricata.
    Forse sarebbe meglio prima valutare le cose in maniera oggettiva.

    • Juri
      aprile 11, 2014 alle 10:00 am

      Esiste documentazione di dettaglio sulle pianificate retrocessioni a ceduo?

    • aprile 11, 2014 alle 4:44 pm

      dott. Secci, abbia pazienza, ma anche sull’edizione odierna de L’Unione Sarda (pag. 50) c’è il Sindaco di Domusnovas (CI) Angelo Deidda che canta vittoria perchè il Consiglio di amministrazione dell’Ente foreste della Sardegna avrebbe deciso nella seduta del 9 aprile 2014 di destinare “un’area di 1300 ettari … al taglio all’interno del Marganai-Linas”.

      Più di 100 ettari all’anno per 10 anni.

      E lei pensa che si taglieranno 1300 ettari di foresta demaniale solo per tutelare il “Cervo sardo, che spesso è costretto ad allontanarsi dalle aree boschive creando gravi danni alle coltivazioni e situazioni di pericolose tensioni con i coltivatori”?

      Non sono un agronomo, non sono un dottore forestale, non sono un biologo, ma non sono nemmeno un idiota.

      Credo che l’E.F.S. debba spontaneamente una spiegazione pubblica molto esauriente. In caso contrario faremo in modo che la dia ugualmente.

      Stefano Deliperi

      • Juri
        aprile 11, 2014 alle 10:15 pm

        1300 ettari sono un rettangolo di 2 Km x 6,5 Km. Pensare di degradare a ceduo una simile estensione forestale vuol semplicemente dire che si sta pianificando uno scempio ambientale, che non consiste soltanto nella grave degradazione forestale ma anche nella creazione di tutta la viabilità camionabile e la realizzazione dei cantiere di lavoro con tutti gli annessi e connessi. Un disastro, per l’ecosistema. A mio parere tutto ciò è semplicemente inaccettabile all’interno di foreste demaniali, bene collettivo che non può essere usato per far cassa o per alimentare le proprie clientele politico-occupazionali.

  16. Shardana
    aprile 11, 2014 alle 10:38 am

    Non si offenda SecciD,forse siamo stati un pò aggressivi verbalmente con lei,ma avere fiducia nelle istituzioni oggi,anche se sicuramente c’è una parte sana non è facile.Guardi ad esempio cosa ha fatto la provincia nelle saline di carloforte,durante il periodo della nidificazione……….È veramente ignoranza pura,gente messa lì a fare sti lavori che non capisce un pazzo…….o nò.Cordialità

  17. Raimondo Cossa
    aprile 11, 2014 alle 3:02 pm

    Sono cosciente delle mie polemiche opinioni in fatto di gestione forestale, ma abito in un posto con un magnifico bosco dove ogni biennio vengono prelevati (tagliati) oltre 26.000 quintali di legna da ardere. La ceduazione, senza alcuna pianificazione, è operata a “macchia di leopardo” a seconda degli umori delle amministrazioni che si susseguono, col risultato che si sta coltivando un bosco ….. ibrido, né carne né pesce, insomma un minestrone. In questa ecatombe non sono risparmiati i patriarchi di leccio anche di 3-400 anni e, successivamente, le piste di esbosco sono percorse da mezzi fuoristrada che amplificano il disastro (succede in Sardegna).
    Dunque conosco l’argomento, mi appassiona e mi tocca il cuore.
    Riconosco che gli interventi portati avanti nel tempo da parte degli enti preposti per la ricostituzione del manto forestale in Sardegna siano stati positivi. Ritengo però che questo patrimonio sia attualmente sottoposto a diverse pressioni antropiche, spesso gratuite, che piuttosto che indirizzate a garantirne la salvaguardia mirano a interessi di carattere economico-speculativo o di svago.
    Inoltre in alcuni casi le aree interessate da uso civico, per le amministrazioni che le gestiscono, per incompetenza o scarsa mentalità civica, rappresentano serbatoio di voti a scopi elettoralistici o, in altri casi le amministrazioni sono in mano a delle lobby che su quelle aree hanno interesse, impedendone addirittura l’applicazione della L.R. 14.3.1994, volta a “conservare e recuperare i caratteri specifici e salvaguardare la destinazione a vantaggio della collettività delle terre soggette agli usi civici”.
    Ben altra considerazione invece meriterebbero, rialacciandosi alle note di Sgruma e di Juri, riconoscendone la fondamentale funzione ecologica e culturale.
    In questo contesto ritengo che solo decisi interventi normativi di protezione possano garantire la tutela di questi magnifici ecosistemi che, per definirsi tali, hanno bisogno di concludere il loro ciclo vitale.
    Solo a questo punto si può parlare di patrimonio, di biodiversità, di richezza.
    Ecco perché si auspica una presa di posizione da parte della Giunta Regionale per la salvaguardia delle foreste sarde.
    Buonasera.

  18. Shardana
    aprile 11, 2014 alle 5:10 pm

    E vai Raimondo………..

  19. aprile 12, 2014 alle 7:40 am

    Roberto Scotti :

    Buonasera.
    Allora lancio la proposta: se potete venire, organizziamo un incontro a Nuoro, presso l’Università (a Carta Loi) il giorno 7 maggio alle 15:30.
    Se sei interessato lascia Cognome e Nome ed email nella nostra pagina: https://www.facebook.com/NuoroForestrySchoolUniSS

    Saluti, Roberto Scotti (scotti@uniss.it)

    buongiorno prof. Scotti,confermo che siamo sempre disponibili a qualsiasi confronto possa esser utile per la salvaguardia dell’ambiente e per il corretto utilizzo delle risorse ambientali, ma in casi come questo prima è necessario conoscere progetti e programmi dell’E.F.S. per potersi esprimere compiutamente.
    Non so se lei ne sia a conoscenza, noi no e per noi, com’è intuitivo, è fondamentale.
    Grazie ancora, a presto.

    Stefano Deliperi

    • aprile 14, 2014 alle 5:11 pm

      Buongiorno dott. Deliperi.
      Sono professore all’Università, inquadrato nel settore scientifico-disciplinare denominato “selvicoltura ed assestamento forestale”. Insieme ad alcuni colleghi stiamo attivando a Nuoro, la sede dei corsi di laurea forestali, due centri studi del Dipartimento di Agraria, Università di Sassari. Uno dedicato al recupero ed alla salvaguardia dei “diritti di collettivo godimento” ed uno teso a fare emergere il valore, percepito dalle comunità locali e dalle migliaia di frequentatori non locali, dei boschi della Sardegna.
      Io coordino questo secondo centro “Nuoro Forestry School”.

      Non sono quindi responsabile di Ente Foreste Sardegna, non ho titolo a parlare come EFS. Certamente sono a conoscenza dei “piani particolareggiati”: sono stato coinvolto dal raggruppamento di imprese che li ha realizzati per offrire supporto.
      Il lavoro di realizzazione di tali piani ha comportato, ovviamente, l’attivazione di processi partecipativi. In questo senso è stata riconosciuta esplicitamente la necessità di procedere a scelte supportate e radicate nel sentire delle comunità locali.
      Tutta l’operazione e le sue modalità di realizzazione presentano aspetti criticabili ma quale intervento non ne presenta? La mia valutazione, nel bilancio complessivo è piuttosto positiva, se vogliamo posso provare a sviluppare questo argomento.

      Mi sembra però che l’argomento iniziale fosse diverso, focalizzato su una particolare scelta che alcuni piani includono. Si tratta dell’affermazione dell’esistenza di un contrasto tra sostenibilità e ceduazione: “L’obiettivo dichiarato è quello della gestione forestale sostenibile, ma alcune scelte segnalate appaiono in palese contrasto, come quella della ripresa del governo a ceduo di centinaia di ettari di boschi, in particolare nelle foreste demaniali di Is Cannoneris e del Marganai.” Poichè la “questione forestale” in Sardegna non è confinabile alla gestione dell’Ente Foreste, rimandando ad un incontro con le ditte che hanno realizzato i piani l’occasione per “conoscere progetti e programmi dell’E.F.S.”, l’invito per il 7 è teso ad affrontare invece specificatamente il “contrasto” in questione: su quali basi si fonda l’affermazione? quali i suoi limiti? è possibile affrontarlo costruttivamente?

      Concludo con un breve riferimento, temo necessario, alle contraddizioni (almeno apparenti) contenute nei flussi di comunicazione (sempre troppo esigui) tra “specialisti forestali” e pubblica opinione. E’ innegabile, il messaggio dominante, da decenni a questa parte, è stato: “convertire il ceduo a fustaia” è salvaguardia dei boschi. In realtà, come è ovvio, anche questa affermazione andrebbe circoscritta: non può essere applicata indiscriminatamente! In particolare, la “salvaguardia dei boschi” assume, per questa china, i connotati di una distorta concezione di sostenibilità. Si tratta di una distorsione profondamente radicata, oggetto, ad esempio, di uno specifico programma di cooperazione tra UNESCO e SCBD (Secretariat of the Convention on Biological Diversity):
      http://www.unesco.org/new/en/natural-sciences/special-themes/biodiversity-initiative/biodiversity-culture/unesco-cbd-joint-programme/
      http://www.landscapeunifi.it/en/concept

      Grazie per l’attenzione, al 7 maggio a Nuoro allora? Saluti, Roberto Scotti

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 11, 2014 alle 11:55 pm

        Caro sig. Scotti, ho letto i links che Lei ha segnalato nel suo commento. Mi aspettavo di trovare qualche informazione sui benefici del governo a ceduo del bosco ma invece nel primo link non c’e’ nulla di specifico mentre nel secondo si tessono le lodi ai paesaggi europei che sono stati oggetto di intervento umano da più o meno lungo tempo. Sono d’accordo con la tesi che i paesaggi antropici possono creare nuovi ecosistemi (anche se più poveri di quelli di partenza) che quindi in quanto differenti da quelli originari aumentano per così dire la variabilità paesaggistica e ecologica del nostro continente e più in generale dell’intero pianeta. Ma la domanda e’: perché proporre questi ecosistemi alterati dall’uomo anche nei piccoli lembi residui di ecosistemi naturali rappresentati per esempio dalle foreste demaniali? Come se non ci fossero abbastanza ambienti antropici.

  20. Giovanni Monaci
    aprile 14, 2014 alle 12:02 am

    Ai dottori forestali e a chi è impegnato professionalmente nella gestione dei boschi dico che bisogna impegnarsi per ribaltare il preconcetto per cui rendere le foreste produttive equivale a distruggerle. Tecnicamente è vero semmai il contrario. Infatti attribuendo un valore economico e non solo ecologico consente di pianificare e programmare un’economia di sistema che va ben oltre la semplice e banale economia di sussistenza basata sul conservazionismo. Faccio presente che la maggior parte della legna da ardere consumata in Sardegna viene importata dal continente, dove viene tagliata nei boschi, gestiti secondo piani di gestione forestale rigorosi e attenti alla sostenibilità dei sistemi. Invece in Sardegna la legna rimane secca nel bosco, contribuendo ad incrementare il propagarsi di incendi devastanti ed impedendo la creazione di occupazione basata su economia reale, non assistita, attraverso l’utilizzo produttivo dei boschi. La gestione cedua del bosco prevede tagliate su particelle di piccole dimensioni, in cui la successiva utilizzazione avviene una volta che il soprassuolo ricostituitosi sia per via gamica che agamica, è nuovamente maturo, ossia a fine turno, che per i boschi di leccio corrisponde come minimo a 25 anni, ma di solito è di 30-35. La gestione è attiva, e il presupposto irrinunciabile per ogni forestale è il perseguimento della “massima produzione costante nel tempo”, principio che presuppone il massimo incremento consentito dalla fertilità della stazione e la conservazione del capitale produttivo in forma dinamica nello spazio. Per illustrare meglio la scienza della gestione forestale ci possiamo vedere a Nuoro il 7 maggio.

    • Juri
      aprile 14, 2014 alle 10:49 am

      Nessuno ha scritto che la retrocessione a ceduo significa distruggere le foreste.
      Io e altri, abbiamo scritto che l’utilizzo a ceduo è una forma di degradazione forestale. La foresta si impoverisce, perde biodiversità, peggiora la capacità di difesa idrogeologica e aumenta la vulnerabilità al fuoco. Vengono aperte decine di chilometri di piste e molte aree vedono di conseguenza fortemente ridotta la loro naturalità.
      Queste nozioni le ho apprese, tra le altri fonti, dalle produzioni editoriali dell’Ente Foreste, che hanno sempre indicato la conversione da ceduo a fustaia come un ottimo esempio di governo forestale che era perseguito attentamente (e orgogliosamente) dall’Ente regionale. Adesso, a quanto pare, dev’essere arrivato un contr’ordine e ciò che prima era dannoso (la gestione a ceduo) adesso fa bene alla foresta, mentre ciò che prima che la corretta forma di gestione forestale ora diventa “conservazionismo”. Evidentemente devono esserci state improvvise nuove scoperte in ambito forestale che a molti non sono ancora note.

      Poi mi pare che ci sia un evidente problema di merito: si è deciso un radicale cambiamento, nella gestione di un bene pubblico con una pubblicità del tutto inadeguata. Ancora oggi nel sito web regionale non sono sono riuscito a trovare i documenti che illustrano nel dettaglio in cosa consistano questi piani forestale particolareggiati. E infatti siamo qui a doverci rifare ad articoli pubblicati sulla stampa, il che, francamente, non sta nè in cielo nè in terra, vista l’importanza della materia.
      Quanto poi ai presunti buoni esempi provenienti dal “continente”, mi pare che, in realtà, il governo a ceduo abbia portato ad una situazione complessiva tutt’altro che rosea, per non dire gravemente compromessa, a giudicare da quanto denunciato in questo documentato articolo.
      https://gruppodinterventogiuridicoweb.wordpress.com/2014/03/18/restaurare-la-foresta-italiana/

      E allora forse sarebbe più apprezzabile se i fautori delle retrocessioni a ceduo dicessero chiaramente che è preferibile degradare le foreste pur di ottenere un vantaggio commerciale e occupazionale.

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 10, 2014 alle 2:12 am

        Juri, mi hai letto nel pensiero. Purtroppo non c’e’ limite alle cattive notizie e all’arroganza umana di quelli che credono di saper fare meglio della natura stessa.

      • Giovanni Monaci
        maggio 10, 2014 alle 8:18 pm

        Per Riccardo: la tragedia sta quando l’arroganza si unisce all’ignoranza.

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 11, 2014 alle 11:38 pm

        Non sono sicuro di poter interpretare correttamente il Suo commento. A me piacerebbe leggerlo così: gli arroganti sono spesso anche ignoranti. Invece penso che Lei mi abbia semplicemente dato dell’ignorante per controbattere alle mie accuse di arroganza inviate a coloro i quali pensano, con arroganza appunto, di poter fare meglio della Natura, intervenendo nei boschi in modi nell’ambito dei quali il taglio (anche quello a ceduo) ne rappresenta uno dei peggiori. Detto questo non mi sento di dare degli ignoranti agli arroganti che propongono il ceduo. Secondo me si tratta di molto peggio: bieca malafede e disonesta’ intellettuale per meri scopi di lucro alla faccia dell’ambiente che si pretende tanto di proteggere e beffa ancor più grande, di migliorare!

      • giovanni monaci
        maggio 14, 2014 alle 9:39 pm

        Lasciamo perdere. È inutile

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 15, 2014 alle 12:23 pm

        Come desidera

  21. Raimondo Cossa
    aprile 14, 2014 alle 1:15 pm

    Certo Giovanni, è risaputo che in Sardegna abbiamo ancora la benda negli occhi, come prima i quattro mori. E dobbiamo credere che attribuire ai boschi solo valore ecologico non consente di pianificare e programmare una gestione, o un’economia se preferite, sostenibile.
    Attribuiamo pure un valore economico, e non solo ecologico, ai boschi, alle zone umide, ai sistemi dunali, ai litorali, ai corsi d’acqua, ecc., poi programmiamoci un’ecomomia di sistema, creiamo enti per la gestione e sicuramente scaturiranno anche posti di lavoro e tante consulenze e poltrone superstipendiate.
    Conosco bene le bandite di Scarlino, da dove arriva buona parte della legna da ardere che abbiamo modo di vedere in quei grossi TIR che regolarmente attraversano la 131, e posso assicurare che insieme alle aree dove è praticata la ceduazione, secondo pianificazioni “rigorose e attente”, ci sono altrettante aree di massima protezione e riserve biogenetiche. In queste aree, non solo è rigorosamente vietato il transito ai mezzi fuoristrada (figuriamoci trofei, gare e competizioni varie), ma è vietato anche alle normali autovetture, tanto che le famose spiagge di Cala Violine e Cala le Donne sono raggiungibili esclusivamente a piedi (dopo aver pagato un parcheggio).
    In Sardegna la legna che rimane secca nel bosco forma un meraviglioso humus, carico di tante belle sostanze organiche che, è vero, può contribuire alla propagazione degli incendi, ma non venitemi a giustificare le ceduazioni come prevenzione antincendio. Ma non voglio divagare su questo argomento.
    Se poi siamo di fronte a nuovi orizzonti scientifico-forestali non vedo perché debbano essere sperimentati negli ecosistemi della Sardegna.

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 15, 2014 alle 11:34 pm

      A Raimondo: forse dovrebbe andarci Lei ad insegnare a Nuoro. Il sig. Monaci potrebbe così imparare qualcosa sulla legna secca lasciata seccare nel sottobosco

  22. aprile 14, 2014 alle 6:34 pm

    L’Ente Foreste della Sardegna ha predisposto un primo comunicato ufficiale con alcune osservazioni su questo articolo. Il comunicato si trova anche qui: http://www.sardegnaambiente.it/j/v/152?s=254119&v=2&c=1577&t=1
    Nei prossimi giorni verrà inoltre predisposta sul sito SardegnaForeste una apposita sezione informativa con tutte le informazioni disponibili sulle nostre attività in tema di Pianificazione Forestale.
    Nel frattempo, un grazie (per la sola parte costruttiva) e per il contributo che anche questo blog ha dato sul fronte di una migliore diffusione ed un maggiore approfondimento sul complesso e delicatissimo tema.
    A.Saba
    Ufficio Comunicazione
    Ente Foreste della Sardegna

    • aprile 14, 2014 alle 7:39 pm

      buonasera A. Saba,

      dal Vs. stesso comunicato (http://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20140414180705.pdf) emerge innanzitutto una cosa fondamentale: c’è un deficit di informazione di proporzioni notevoli.

      Quello che abbiamo sottolineato in questo articolo.

      E’ pur vero che sono state tenute negli anni scorsi varie conferenze di presentazione, ma presso le stesse foreste demaniali, così da renderle di difficile partecipazione, quasi per soli “addetti ai lavori”.

      Attendiamo con fiducia e interesse la “sezione” del sito web istituzionale dell’E.F.S. dedicata ai piani forestali, anche per comprendere i motivi che hanno portato a queste nuove scelte, diverse al “filo comune” della tutela e riconversione del bosco ad alto fusto, sostenuto e comunicato per decenni ai cittadini.

      Stefano Deliperi

  23. Occhio nudo
    aprile 14, 2014 alle 9:48 pm

    Alla faccia della comunicazione ai cittadini.

  24. Amico di juri
    aprile 14, 2014 alle 10:53 pm

    Ma ci si sta rendendo conto realmente che si trattando di interventi di utilizzazione (tagli a raso di vaste proporzioni) di foreste di enorme importanza ambientale al centro del mediterraneo che hanno processi evolutivi che sfiorano i mille anni in Sardegna, e non semplici “bandite” della Toscana (di scarlino per esempio) o Marchigiane? Infatti non parlano certo di Sassofratino o Vallombrosa i forestali toscani che sono venuti nuovamente a dirci dopo due secoli che fine devono fare le foreste demaniali della Regione autonoma della Sardegna. Le indicazioni gestionali in ambiente mediterraneo non sono solo quelle della UE! La FAO per esempio prevede tutta un’altra gestione in ambiente mediterraneo che privilegia ed è’ attentissima alla conservazione! ma “i nostri” non sembrano saperlo e soprattutto studiarlo anche se vanno a “scuola” e allora il principale rischio non è’ la desertificazione o l’incendio ma quello che non passi l’idea che non si possa tornare al governo a ceduo. Perche’? C’è’ un bando così’ unico e totalizzante? Sta scritto sulle tavole del vecchio testamento? Se abbiamo avuto bisogno di progettisti non indigeni per pianificare l’assestamento delle nostre foreste demaniali non possiamo poi aspettarci una difesa all’arma bianca per così’ dire ma piuttosto “scolastica” anche perché e’ proprio la “scuola” che spesso diventa il cavallo di troia per far passare la tesi. E’ come se A suo tempo l’ ente fluendosa avesse appaltato il piano dighe tutto all’esterno. Anni fa l’eolico purtroppo e’ diventato puntualmente disastro ambientale paludato da grande risorsa economica (una manciata di collanine). Poi il fotovoltaico, e ancora il nuovo PPR perché’ la conservazione non era di moda e ancora i piani per poter tornare a ceduare. Speriamo che la Giunta Pigliaru come ha fatto con il PPR approfondisca questo “problemino” delle foreste demaniali da ceduare perché davvero non abbiamo bisogno di altre “pellet” per capire che si tratta dello scippo finale al cuore della nostra terra. E non chiediamo poi alla scuola di educare quando i primi a non farlo sono proprio i genitori.

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 15, 2014 alle 11:39 pm

      a parte il punto sull’eolico condivido tutto! Ma lo sanno anche i bambini che una foresta mediterranea in una zona a piovosità limitata come la Sardegna e’ molto più fragile di una foresta temperata come quelle che hanno in Toscana o in Umbria!

  25. Juri
    aprile 14, 2014 alle 11:33 pm

    Un’altra osservazione ispirata dal mio amico 🙂
    L’Ente foreste ha sempre vantato, oltre al suo impegno a riconvertire a fustaia le foreste sarde, la presenza tra le sue fila di tanti dipendenti di elevata competenza in ambito di gestione forestale. E i buoni risultati che abbiamo visto in questi anni hanno confermato appieno la qualità del lavoro svolto, mi pare.
    Ora si scopre che – sempre improvvisamente – queste competenze sarebbero svanite o perlomeno non sarebbero sufficienti per gestire le foreste demaniali sarde (compito istituzionale dell’Ente!), tanto che ci si è dovuti rivolgere, con un esborso di soldi pubblici che immagino non trascurabile, ad imprese private!
    L’Ente foreste sarde si fa dire come svolgere la sua funzione primaria (governare le foreste demaniali sarde) da imprese continentali!

    A me pare davvero una vicenda che richiede la massima attenzione, anche perché quando le informazioni saltano fuori solo a giochi già fatti o quasi (come ora si annuncia) non è per niente un buon segnale.

  26. aprile 16, 2014 alle 3:48 pm

    Da L’Unione Sarda 16 aprile 2014

    Alberi in Sardegna, scatta l’allarme: «Torna il tempo del disboscamento».
    I timori del Gruppo d’Intervento Giuridico: «Preoccupano i piani dell’Ente Foreste».
    Il polmone verde, tra boschi e foreste copre il 50,36 per cento del territorio della Sardegna, ma gli ambientalisti temono un’offensiva contro gli alberi. (https://www.regione.sardegna.it/rassegnastampa/1_231_20140416093150.pdf)

    Di Mauro MADEDDU

    Un patrimonio immenso, «che rischia di essere tagliato, alterando il sistema idrogeologico». I boschi sardi, le foreste demaniali che si estendono per una superficie di 1.213.250 ettari, un gigantesco polmone verde che ricopre il 50,36% della Sardegna, corrono un grande pericolo. La minaccia, secondo Stefano Deliperi, rappresentante di Gruppo d’Intervento Giuridico onlus (l’associazione ecologista che tutela l’ambiente e la salute), verrebbe dal nuovo progetto dell’Ente foreste della Sardegna che ha predisposto i piani forestali particolareggiati di tredici complessi, «praticamente tutti quelli presenti nell’Isola», spiega Deliperi. Se il progetto dovesse andare in porto, sostiene il rappresentante dell’associazione, «si corre il serio rischio di distruggere un secolo di vita delle foreste». In realtà, però, di questi “piani” ancora si sa poco, ma «all’orizzonte sembra spuntare di nuovo l’implacabile motosega della storia» sottolinea Deliperi. «Ecco perché vogliamo sollevare il velo su una programmazione dell’Ente foreste che, pur con l’obiettivo di una “gestione forestale sostenibile”, potrebbe invece azzerare centinaia di ettari di bosco».
    I TIMORI DEGLI AMBIENTALISTI. La denuncia del “Gruppo d’Intervento Giuridico” nasce dal fatto che «alcune scelte», quelle poche che sono state comunicate, «appaiono in palese contraddizione con il principio enunciato dall’Ente circa la gestione sostenibile del patrimonio boschivo». Le maggiori preoccupazioni, in questa fase, riguardano soprattutto «le foreste demaniali di Is Cannoneris, nel Cagliaritano, e quelle del complesso del Marganai, nel Sulcis», sottolinea Deliperi. «Ma se i nostri timori fossero confermati, tutto questo sarebbe soltanto la prova generale di quel che potrebbe accadere anche nelle altre foreste demaniali», aggiunge. Ma tutto questo, per che cosa verrebbe fatto? «Dicono che in questo modo si possono creare condizioni più favorevoli per il ripopolamento dei cervi», afferma Deliperi, «ma sarebbe un’eresia tagliare centinaia di ettari per questa ragione. Non sarà, invece, che la ripresa dei tagli boschivi serva soltanto alla banale produzione di legna da ardere e biomassa?», domanda con preoccupazione.
    RITORNO AL PASSATO. Il problema, se i timori del Gruppo d’Intervento Giuridico trovassero conferma, non sarebbe solo «un salto culturale all’indietro, nell’Ottocento, quando la gestione dei boschi “a ceduo” aveva cancellato quattro quinti delle foreste sarde», spiega ancora Deliperi. «Per porre rimedio a quel disastro, nei primi anni del Novecento, prima lo Stato, poi la Regione, attraverso il Corpo Forestale e l’Azienda Foreste Demaniali, hanno dovuto portare avanti un complesso progetto finalizzato alla ricostituzione del patrimonio forestale isolano, in particolar modo nell’ambito delle foreste demaniali», aggiunge. Perché, quindi, varare adesso un piano che mette a rischio tutto questo prezioso “tesoro” così tanto faticosamente ricostituito? «Sarebbe una follia», spiega ancora Deliperi, «anche perché senza le sue foreste, la Sardegna vedrebbe aumentare la sua fragilità idrogeologica, con tutti i rischi facilmente immaginabili. Per questa ragione», conclude, «auspichiamo un’immediata presa di posizione da parte della Giunta Pigliaru per la tutela delle foreste demaniali».

  27. aprile 16, 2014 alle 7:04 pm

    Nel link, giù indicato, si trova il regolamento dei boschi in Sardegna, a cui anche Ente Foreste, deve suo malgrado attenersi. Non capisco come possano ignorare che nell’articolato è stabilito :
    art.4 Divieto di conversione dei boschi di alto fusto in cedui.

    Questo pone un caso politico in quanto, gli amministratori dell’Ente, pianificano e deliberano, ponendosi in contrasto ai Regolamenti della Regione, dai quali sono nominati. Ora vedremo quali intendimenti la neo Giunta intende perseguire, per le Foreste Sarde.

    Fai clic per accedere a 19_173_20090324161842.pdf

    • aprile 16, 2014 alle 11:43 pm

      Buonasera.
      Ormai siamo in ballo e balliamo. La sua annotazione è ricorrente e, sollevata da chi solo di passaggio si interessa di leggi e regolamenti, è comprensibile.
      Purtroppo osservazioni similmente male impostate si riscontrano anche in consessi teoricamente informati. E’ per questo che colgo l’occasione per riordinare i concetti sottesi.

      1 – Il documento citato si intitola “PRESCRIZIONI DI MASSIMA E DI POLIZIA FORESTALE PER I BOSCHI E TERRENI SOTTOPOSTI A VINCOLO IDROGEOLOGICO”. Il titolo enuncia chiaramente la portata del documento: le “prescrizioni di massima” in questione riguardano i terreni soggetti al vincolo enunciato (riguardano tutti i terreni, non solo i boschi, inclusi nell’area specificata dalle mappe in cui il vincolo è identificato)
      2 – Il testo del decreto di emanazione delle PMPF recita: “Prescrizioni di massima e di polizia forestale per i boschi e terreni sottoposti a vincolo idrogeologico”, in attuazione del R.D.1126/1926 (Regolamento per l’esecuzione del R.D.L.3267/1923) valide per tutte le province della Sardegna (P.M.P.F.).
      3 – La fonte normativa primaria (R.D.L.3267/1923) è di fatto, ancora oggi, la “legge forestale”. Tale norma, all’art 130, stabilisce l’obbligo per Comuni ed altri enti di dotarsi di un “piano economico” per la gestione dei boschi ed esplicita altresì che il piano in questione (dopo essere stato regolarmente approvato) sostituisce per quella proprietà le PMPF.

      D’altra parte perché le prescrizioni di cui sopra sono dette “di massima”? Perché non sono emanate in riferimento ad una specifica situazione, in conseguenza di una analisi puntuale di quell’area. Si tratta di prescrizioni cautelative, che riguardano indistintamente l’intera Provincia (più recentemente l’intera Sardegna), quindi per loro natura generalmente più limitanti di quanto non sia in realtà utile e necessario. Norme necessarie per avere un riferimento in assenza di meglio.
      Che cosa è meglio? Redigere un piano di gestione (ex economico) ed ottenerne l’approvazione da parte dell’autorità competente è evidentemente meglio. Si tratta infatti di un elaborato che mette a frutto l’analisi puntuale e specifica per quell’area che le PMPF non possono contenere.

      La spiegazione richiede qualche riga ma in fondo è piuttosto lineare. Mi sembra si possa affermare che, una volta spiegato il contesto, sia assolutamente evidente che il richiamo all’articolo 4 delle PMPF è fuori contesto in riferimento alle indicazioni di gestione che un Piano può contenere. E’ chiaro anche per lei?

      Distinti saluti, Roberto Scotti

      • aprile 17, 2014 alle 9:39 pm

        A detto benissimo al punto 3°, deve essere approvato dall’ex Comitato Forestale. Ora Direzione Generale del C.F.V.A.. Come si possano derogare le politiche intraprese dagli ultimi 50 anni, derogando le norme Comunitarie in materia, stabilendo un cambio di destinazione delle Foreste della Sardegna. Ora non ve dubbio che il controllore principale, non possa, con tanta facilità derogare le norme guida date alla generalità degli enti, derogando dalle prescrizione di massima datosi nell’agosto del 2006? non certo solamente con un criterio economico, dato che non si capisce come un ente pubblico possa mettersi su un mercato del quale diverrebbe monopolista, mettendo in seria difficoltà gli operatori esistenti.

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 16, 2014 alle 12:18 am

        Al Sig. Scotti:
        eh no! Allora anche Lei e’ in mala fede! Leggendo i Suoi interventi precedenti avevo sperato che Lei fosse diverso. Ma che argomenti usa? Un PIANO DI GESTIONE e’ “meglio” delle PRESCRIZIONI DI MASSIMA E DI POLIZIA FORESTALE tanto da poterle disattendere cosi platealmente? Fino a violarne uno degli articoli (l’articolo 4 nella fattispecie)?
        L’unica cosa che i piani di gestione da Lei auspicati possono fare e’ quella di classificare in loco le diverse tipologie individuate dalle PRESCRIZIONI DI MASSIMA: bosco d’alto fusto, bosco ceduo composto, ceduo semplice e via discorrendo. Basta con le prese in giro e soprattutto:
        FERMIAMO QUESTO SCEMPIO! Anche rivolgendoci al Parlamento Europeo se necessario e se ci sono i presupposti. O devo tornare in Sardegna e incatenarmi ad uno degli alberi destinati al taglio?

    • Juri
      aprile 17, 2014 alle 11:02 am

      Mi sembra del tutto coerente che un piano attuativo, qual è un piano forestale particolareggiato, serva a dettagliare puntualmente ciò che altri strumenti enunciano o prescrivono più genericamente (PMPF).
      Mi pare invece molto più arduo sostenere che i piani forestali particolareggiati possano essere in contrasto con le PMPF in senso più permissivo.
      E comunque, anche al di là degli aspetti giuridici, sarebbe davvero bizzarro che i piani forestali accolgano come prassi, o comunque consentano diffusamente, ciò che le PMPF vietano.
      Il divieto prescritto dalle PMPF è ovviamente finalizzato alla tutela dell’ecosistema forestale e alla protezione idrogeologica e dunque c’è da augurarsi che questi piani forestali si attengano ad esse.

      E faccio notare che lo stesso art. 4 delle PMPF dice che “E’ altresì vietata senza la preventiva autorizzazione del S.T.I.R. la conversione dei cedui composti in cedui semplici anche se matricinati”
      Prescrizione che ben si capisce se si pensa che il ceduo semplice matricinato determina una assai rilevante degradazione forestale, è un bosco povero sotto tutti i punti di vista, trasformato sostanzialmente in una coltura finalizzata a ricavare un profitto.

      Le stesse foto pubblicate nel sito sardegnaambiente.it sono molto eloquenti in tal senso: viene risparmiato un solo albero ogni 80-90 mq, per il resto tabula rasa con prelievi di massa legnosa dell’ordine delle 150-250 tonnellate a ettaro.

      p.s. nella foto sopra si vedono distintamente le tracce dei trattori nel bel mezzo del suolo forestale sottoposto a taglio e lo stesso trattore viene ripreso in bella evidenza mentre vi scorrazza sopra. Alla faccia dell’art. 16 delle PMPF: “E’ vietato il transito di veicoli a motore e mezzi meccanici (trattori, ruspe etc.) all’interno delle tagliate sul suolo naturale forestale.”

  28. Shardana
    aprile 17, 2014 alle 10:23 am

    Mi scusi “occupandomi anch’io di passaggio”del problema,chiedo gentilmente una ulteriore spiegazioneSe un comune ha l’obbligo di dotarsi di un piano economico per la gestione dei boschi,vuol dire che decide lui della futura destinazione dell’uso dell’area ?Se invece il comune non ha un piano cosa succede?Grazie

    • Giovanni Monaci
      aprile 26, 2014 alle 10:19 am

      Posso rispondere io. Ogni utilizzazione boschiva deve essere autorizzata di volta in volta dell’Ispettorato Forestale del CFVA il quale ha la prerogativa anche in caso di vendita di approvare il capitolato speciale tecnico, il prezzo a base d’asta e il collaudo finale.

  29. Occhio nudo
    aprile 17, 2014 alle 10:32 am

    E già che ci siamo, l’Ente Foreste può anche fornire motivazioni convincenti su questa operazione?

  30. aprile 17, 2014 alle 3:05 pm

    da Il Manifesto Sardo, 16 aprile 2014
    A volte ritornano. (Stefano Deliperi): http://www.manifestosardo.org/volte-ritornano/

  31. Amico
    aprile 17, 2014 alle 4:31 pm

    C’è’ poco da ballare e molto da lottare! Esigenze produttive di legna da destinare a fini energetici e/o da ardere oggigiorno in Sardegna dovrebbero essere soddisfatte soprattutto dal “fuori foresta” in particolare se si considera che la Sardegna ha già’ fatto delle scelte di campo in materia di approvvigionamenti energetici alternativi per questo già’ dando in termini di perdita di suolo, montagne e altre foreste, a causa di eolico, fotovoltaico ecc. Le foreste demaniali rappresentano gli ultimi santuari verdi della nostra Isola e del mediterraneo intero e la loro conservazione deve essere preminente rispetto a qualunque altro disegno il che non vuol dire assenza di interventi ma questi non possono che essere estremamente cauti. Se vogliamo considerare le pmpf un optional oppure un fastidioso punto di riferimento questo fa capire solo la caparbietà’ con cui si intende perseguire il disegno di ritornare al governo a ceduo. Ma questo lasciamolo ai progettisti “stranieri” sicuramente ben pagati ed a tutti coloro che offrono loro il “supporto” del caso. Dispiace comunque che pervicacemente possa essere avvallato questo disegno senza rendersi realmente conto del capitale ambientale e dei servizi ecosistemici fondamentali, e di valore estremamente superiore alle sole e semplici produzioni di legna da ardere, di cui tutti i Sardi, grazie a questi straordinari boschi, oggi dispongono. Se si sta parlando di foreste demaniali, quindi pubbliche, alcune di queste acquistate a suo tempo dalla Regione proprio per fornire una molteplicità’ di servizi pubblici, queste non possono essere messe in discussione anche da uno solo di questi i servizi non compatibile con la loro stessa conservazione. La ceduazione non può’ essere e non rappresenta la mediazione attesa per assicurare conservazione e gestione nello stesso tempo. Non è’ mediazione in questo preciso momento storico, e’ altro. Occorre fare scelte di campo, meglio “di foresta”, questa ringrazierà’ ma soprattutto ringrazieranno coloro ai quali l’avremo lasciata, anche se verranno dopo di noi.

  32. Shardana
    aprile 17, 2014 alle 5:37 pm

    A volte ritornano?Per mè non se ne sono mai andati……subiamo dai tempi dei romani.Ritornano con nuovi tipi di rapine,saccheggi del territorio in nome della modernità.Cosa volete trasformare il marginai in bio(va molto forte il termine)massa,magari per alimentare la centrale grazia deledda di portovesme?Ne avete del tempo a parlare il politichese si tratta sempre di rapina ai danni del territorio e delle generazioni future.BOGA IS MANUSU O ENEL

    • stella
      aprile 17, 2014 alle 10:25 pm

      Signori,
      si sta parlando di questo?

      http://WWW.bing.com/maps/?FORM=Z9Lh3;

      ma quale sostenibilità ambientale o tagli colturali, mi sembra che questi interventi assomiglino più ad ampie tagliate (10-20 ettari) ad occhiometro, sarebbe interessante disporre di dati reali, a beneficio di chi? Non credo della collettività, mi riferisco a chi va per funghi o semplicemente per godere di una passeggiata per sentieri, c’è né di segnati adatti per ogni età, chi sa per quanto ancora.

  33. aldo loris cucchiarini
    aprile 18, 2014 alle 12:37 am

    Attenzione: questa bella idea di ceduare le foreste demaniali si sta facendo largo da tempo; lo si è fatto in certe aree della Toscana e lo si è fatto in Umbria (allegherò in seguito foto dei risultati) lo scorso anno. Anche se probabilmente le nsotre proteste hanno sortito effetto, abbiamo chiesto un incontro all’assessore regionale umbro(assieme al CAI), ma fino ad ora non ci ha nemmeno risposto ( e meno male che le donne sarebbero più sensibili alle tematiche ambientali). Sono appetiti “di ritorno”. L’ex ASFD aveva fatto un grande lavoro fino agli anni settanta e la filosofia di fondo era che il demanio dovesse essere l’esempio, il meglio. L’ASFD (che distinguo dal Corpo Forestale) fu sciolta anche se aveva i bilanci in attivo e il patrimonio fu devoluto alle regioni. E fin qui, anche se la demanializzazione terminò (nel senso che le regioni smisero di acquisire terreni) i danni furono decisamente contenuti. Però poi la devolution è continuata e i demani sono finiti alle CM e ora forse ai comuni. Come dire: siamo fritti.
    In un contesto nazionale in cui il ceduo prevale su tutto, non vi sono, a mio avviso, motivi che tengano per giustificare la introduzione della ceduazione nei demani che, per quanto estesi, sono dei picccoli francobolli suilla carta geografica, isole di futuro in un mare di nulla. A meno, naturalmente, di non essere disposti a credere alla fantastica tesi secondo la quale “la ceduazione serve ad aumentare la biodiversità…

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 16, 2014 alle 12:29 am

      la mentalità corrente e’ talmente rapace che fino a quando rimarrà un solo bosco ad alto fusto ci sarà sempre qualcuno nel potere costituito che vorrà farci un ceduo dandoci a bere che si fa bene alla biodiversita’. Facendo una metafora dovrei dire che si vuole dare ai cittadini non del vino annacquato al posto di quello vero ma addirittura un bicchiere vuoto! E hanno la pretesa che noi non ci se ne accorga! Giù le zampe dalle poche foreste rimaste in Europa!

  34. leonardo peddio
    maggio 15, 2014 alle 4:08 pm

    la legna da ardere non è l’obiettivo ultimo di chi ha in mente la spoliazione dello stentato mantello in via di ricomposizione in Sardegna dopo il folle, spietato e miserabile saccheggio perpetrato dalla mano piemontese dai primi decenni dell’ottocento con i risultati che non starò a ricordare perchè tristemente noti.
    da ormai oltre trent’anni l’isola si approvvigiona di legna da ardere importandola dalla maremma toscana e dalla Tuscia viterbese ricchissime di latifondi boschivi, essenze di cerro e leccio che, a prezzi non esorbitanti nonostante l’esosità del passaggio sui traghetti , oggi la legna viene distribuita a domicilio al costo di circa 17 euro al quintale.
    Negli ultimi dieci anni la richiesta della legna da ardere è drasticamente calata, forse del cinquanta per cento rispetto ai dati degli anni ’90 del novecento., metodi di riscaldamento più soddisfacenti, meno impegnativi e più economici quali stufe e caldaie a pellet stanno velocemente soppiantando il camino , almeno per l’uso del riscaldare casa.
    La minor richiesta ha di conseguenza inflazionato il mercato di tale prodotto, oggi portare in Sardegna ottime essenze di leccio, corbezzolo, carpino e cerro, costa addirittura meno che negli anni scorsi, qualsiasi intrapresa a scopo di lucro commerciale avrebbe quindi in Sardegna pochissimo spazio di manovra, considerate le difficoltà di taglio ed esbosco delle nostre macchie, molto più impervie che quelle di lazio e toscana.
    So queste cose perchè vendo legna da ardere da quaranta anni e prima di me mio padre,taglialegna e carbonaio, come mio nonno e mio bisnonno, tal Pietro Chiti da Pistoia che fu braccio e scure dei boia che distrussero il paradiso sardo , sfruttandolo come quello di una colonia che sempre siamo stati senza mai smetter, cambiando solo padrone.
    Ho invece il sospetto che siano le centrali a bio masse ad ambire il ritorno della motosega.
    Forse bisognerebbe indagare sulle lobby dell’energia “pulita “,e farlo anche di fretta, non siamo ancora guariti dalle ferite inferte nel passato, evitiamo di infliggercene di nuove.

  35. Paolo Mori
    maggio 21, 2014 alle 12:20 pm

    Buongiorno a tutti,
    sono Paolo Mori, sono un dottore forestale e da 19 anni sono il direttore della rivista Sherwood – Foreste ed Alberi Oggi. Buona parte del mio lavoro consiste nel fornire nuova conoscenza a chi si occupa di gestione forestale e nel farlo cerco di documentarmi il più possibile.
    Talvolta infatti è proprio la carenza di informazioni che può portare fuori strada una discussione tra persone che puntano nella stessa direzione.
    Mi sono imbattuto per caso nel vostro “articolo/blog” e sono rimasto molto colpito da alcuni aspetti che rivelano da una parte una passione per il bene comune che mi sento di condividere e dall’altra però una visione del bene comune che mi pare parziale. La riflessione con cui voglio contribuire è semplice: le foreste demaniali sono di tutti, ma proprio di tutti nel senso più ampio del termine. Sono di chi ritiene assolutamente prioritaria la tutela integrale, di chi le vede come una “miniera verde”, di chi ci raccoglie funghi, chi fa la guida ambientale, il boscaiolo, di chi ci passeggia, di chi ci va a fare sport e di moltissime altre “categorie” di persone. Ognuna vorrebbe che il bosco fosse gestito massimizzando i propri interessi, ma purtroppo per ognuna delle categorie nel corso degli anni ci siamo “accorti” che massimizzare solo una delle “richieste” che si fanno al bosco, come ad esempio la produzione o la tutela integrale, nel lungo periodo, non porta alla sostenibilità nel senso più ampio del termine: ambientale, economica e sociale.
    Per questo è necessario pianificare, perché questo permette di dare ad ogni area delle priorità senza per questo dimenticarsi completamente di tutte le altre. E’ per questo che su un demanio forestale di migliaia di ettari si dedica una parte alla protezione e una parte alla produzione, una parte all’alto fusto (dove questo ha un senso sociale, ambientale ed economico) e una parte alla gestione a ceduo. Nel caso di questa discussione mi pare che la paura e forse anche la poca fiducia in un’istituzione che, per vostra stessa ammissione, fino ad oggi a lavorato per le foreste sarde e non contro le foreste sarde, abbia fatto dimenticare l’importanza dei dati. In genere è su quelli che si discute, invece, dopo essermi letto qualche decina di messaggi mi sono accorto che si sta discutendo senza avere la minima idea dell’incidenza delle aree da sottoporre a ceduazione rispetto a quelle pianificate. Questo fa pensare che, per principio, sia meglio tagliare le foreste degli altri piuttosto che gestire bene le proprie e non ho scritto gestire bene a caso, poiché la ceduazione si può fare in tanti modi, alcuni hanno dimostrato di potersi ripetere per oltre 600 anni senza avere conseguenze significative sulla composizione e sulla “produttività” del bosco, altri hanno portato a “degradare” il bosco ad arbusteto. Di cosa si sta parlando in questo dibattito? Sui circa 230.000 ettari gestiti dall’Ente Foreste ne stanno pianificando circa 51.500. Quanti di questi saranno sottoposti a ceduazione? Siamo sicuri che non si trattasse di boschi già “governati” a ceduo e che quindi l’intervento non rappresenti un’inversione, ma solo una continuazione?
    Queste informazioni sono importanti da avere, poiché è su queste che si possono fare valutazioni e pesare l’equilibrio di una gestione sostenibile oppure insostenibile. Invito pertanto i “continentali” della DREAm Italia o l’Ente Foreste a sciogliere quanto prima questi dubbi fornendo i dati precisi o almeno l’ordine di grandezza delle aree da governare a ceduo, poiché più tempo passa e più si alimentano timori di inversioni importanti.
    In conclusione cambio un po’ discorso, ma c’è un argomento, sempre legato ai dati, che mi sta particolarmente a cuore. Qualcuno infatti il 16 maggio ha dichiarato “giù le mani dalle poche foreste rimaste in Europa!”. Anche qui plaudo all’entusiasmo, ma ricordo che i dati Eurostat ci dicono che in Europa le foreste sono in espansione da molti decenni e che avanzano al ritmo di circa 350.000 ha all’anno (ogni 3,5 anni aumentano in Europa Superfici peri a tutti i boschi della Sardegna). La Sardegna non è da meno, secondo i dati preliminari dell’inventario forestale italiano (INFC) negli ultimi 10 anni la superficie forestale della Sardegna è aumentata di circa 53.700 ettari (cioè più di 5.300 ha all’anno) http://www3.corpoforestale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9263 .
    Non c’è da esserne particolarmente felici poiché questo significa che sempre più persone non sono in grado di vivere un’esistenza dignitosa nelle nostre colline e nelle nostre montagne e le abbandonano per andare in città. Le foreste avanzano e l’uomo arretra. Proprio per questo forse va rivisto in chiave di sostenibilità, in senso lato, il nostro rapporto con l’ambiente e con il bosco.
    Spero vogliate considerare il contenuto di quanto ho scritto e non il fatto che questo contenuto proviene dal “continente”.

    • Giovanni Monaci
      maggio 21, 2014 alle 8:31 pm

      Grazie Paolo per aver fatto sentire una voce senz’altro autorevole sulla materia. Purtroppo i pregiuzizi e la diffidenza sono i mali atavici di questa meravigliosa terra ed è difficile riuscire a portare avanti progetti a beneficio comune a causa di ostilità “a prescindere”.
      Un saluto.
      Giovanni Monaci

      • Riccardo Pusceddu
        maggio 22, 2014 alle 12:58 am

        e’ vero che noi sardi siamo diffidenti (anche fra di noi). Ma non penso che ci si possa biasimare per questo dopo secoli, se non millenni, di sfruttamento altrui. Purtroppo e’ nella nostra natura di restare ancorati alle consuetudini del passato che alle volte ci portano a rigettare “a prescindere” interventi imprenditoriali importati dall’esterno. Alle volte tali interventi sono buoni altre volte no come nel caso in ispecie.
        Io ho cercato di controbattere ai vari argomenti in favore del governo a ceduo anche di una limitata area delle foreste demaniali sarde cercando di non farmi prendere da questa atavica diffidenza che ci contraddistingue. Spero di esserci riuscito. Ai lettori di questo blog l’ardua sentenza.
        Inoltre sono sempre aperto a cambiare idea se mi si dimostri che la mia sia sbagliata (cambiare idea a volte e’ l’unico modo di migliorarsi) quindi mi sarebbe proprio piaciuto di sentire delle argomentazioni un poco più solide e mi dispiace dirlo non così spesso intellettualmente incoerenti

    • maggio 21, 2014 alle 10:04 pm

      di sicuro, Paolo, manca l’informazione (preventiva) e la trasparenza.
      Poi non si può proprio parlare di “continuazione” del governo del bosco a ceduo solo perchè ciò accadeva 50-60 anni fa.
      Oggi quel bosco non è più governato “a ceduo”, inutile giocare con le parole, no?
      A noi sta bene qualsiasi intervento sensato: dalla Sardegna, da Forlimpopoli, dal Kazachistan 😉

      Stefano Deliperi

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 22, 2014 alle 12:45 am

      Dott. Mori, mi consenta di ribattere o convenire su quello che ha scritto.
      Visto che l’ha citata, la Sua rivista da chi e’ finanziata? E ancora: e’ una rivista cartacea o e’ interamente in rete?
      Le foreste demaniali sono di tutti ne convengo. Questo aspetto e’ anche purtroppo esposto e ribadito nello stesso atto costitutivo dello stesso ente gestore (l’Ente Foreste Sarde). Pero’ io auspico che tale Statuto venga riscritto nel senso di vietare qualsiasi uso delle foreste demaniali a fini selvicolturali; quindi il boscaiolo dovrà piantarseli lui gli alberi che poi desidera tagliare. Tutti gli altri soggetti da lei elencati sono i benvenuti invece, motociclisti compresi seppur con moderazione. Dai dati da Lei forniti si evince che quasi un quarto dell’intero patrimonio boschivo demaniale sia destinato agli interventi di ceduazione. Lasciando anche da parte di riscrivere lo Statuto dell’EFS non le pare che al boscaiolo venga data una preponderanza rispetto agli altri soggetti? Lei mi potrebbe obbiettare pero’ che il bosco a ceduo tra un taglio e l’altro serva anche agli altri soggetti oppure che al boscaiolo va data una fetta più grande perché dietro di lui stanno tutti quelli che al boscaiolo comprano la legna. Tutti argomenti validi come pure quello che c’e’ dell’ipocrisia nel comprare la legna delle foreste degli altri. Io direi che sarebbe giusto che ognuno si usi la sua di legna. In Sardegna si bruci la legna del luogo e in Toscana quella della Toscana. Ma questo mio atteggiamento e’ contro moda visto che oggi e’ tutto globale, alla faccia dei cambiamenti climatici e dello spreco di ecosistemi e combustibili fossili. Avevo scritto in precedenza che le foreste mediterranee sono molto più fragili di quelle temperate ma sono d’accordo che questo fatto non debba giustificare questo atteggiamento da “meglio in casa degli altri che in casa mia”. Questo stesso atteggiamento e’ la causa principale dell’espansione delle foreste europee (anche se dati recenti mostrano un rallentamento di tale espansione a causa della vetusta’ degli alberi ma questo e’ un’altro discorso) a dispetto dell’aumento della domanda di legname sia di quello da ardere sia di quello industriale (mobili, pavimenti in legno, polpa di legno per la carta e via discorrendo). In questo caso l’Europa rappresenta “casa mia” e il resto del mondo la “casa degli altri”. Ecco perché le foreste europee si stanno espandendo. Sono d’accordo con Lei che questo fenomeno apparentemente positivo nasconda una realtà ben più amara (legna di provenienza extraeuropea con conseguente depauperamento delle riserve forestali altrui e la sostituzione del riscaldamento ottenuto dalla legna da ardere con quello da combustibili fossili che infatti sono in rapida ascesa. Ma anche qui il discorso ci porterebbe lontano, a una gestione globale delle foreste mondiali, cosa dalla quale siamo lontanissimi ancora, purtroppo.
      Per quanto riguarda il governo a ceduo essere una continuazione di una tecnica colturale degli ultimi anni, lo trovo un pessimo argomento ai limiti della disonesta’ intellettuale. Non dimentichiamoci che tra il 1820 ed il 1883 le foreste dell’isola vennero abbattute per i quattro quinti. E non c’erano tante persone come oggi nel mondo. Quindi le condizioni sono profondamente mutate e vanno tenute nella più alta considerazione prima di propagandare interventi a ceduo di più o meno accertata continuazione. Certo se quei 4/5 di foresta tornassero allora chi obietterebbe mai al governo a ceduo? Ammettiamo che 60 anni fa una data foresta si coltivasse a ceduo, basta questo? Allora si dovrebbe applicare per coerenza lo stesso principio ai terreni disboscati per uso agricolo o per la pastorizia. Dovrebbero anche essi ritornare bosco seppure bosco ceduo? Non si possono usare 2 pesi 2 misure.

  36. Carlo Poddi
    maggio 21, 2014 alle 8:10 pm

    Buongiorno a tutti
    Nella strada irta di difficoltà per rendere trasparenti le scelte pianificatorie in ambito forestale credo che sia una occasione partecipare al seguente appuntamento:

    http://www.sardegnaambiente.it/j/v/982?s=255978&v=2&c=6466&nc=1&qr=1&qp=2&vd=2&fa=1&t=3
    __________________________________________________________________–
    Incontro – Dibattito sulla Pianificazione Forestale dell’Ente Foreste della Sardegna ed escursione in bosco per l’esemplificazione di alcuni interventi selvicolturali proposti Recenti interventi di taglio produttivo a Marganai: il bosco ricresce rigoglioso!27.05.2014
    Dove
    Centro Minerario di Arenas – Fluminimaggiore (CI).
    Come arrivare
    Da Cagliari raggiungere Iglesias attraverso la Strada Statale 130 e poi imboccare la Strada Statale 126 (Sud Occidentale Sarda/SS126) in direzione Fluminimaggiore (CI). Dopo circa 25 km uscire al bivio a destra per il Tempio di Antas e proseguire sulla strada, dapprima asfaltata (fino al tempio) e poi sterrata per circa 11 km, seguendo le indicazioni per Bau Edu ed Arenas fino a raggiungere il villaggio minerario di Arenas.
    Descrizione
    La giornata sarà l’occasione per discutere e confrontarsi su tutte le tematiche e le criticità legate alla pianificazione forestale di vario livello ed agli orientamenti gestionali perseguiti dall’Ente Foreste della Sardegna. I previsti sopralluoghi in campo saranno una preziosa opportunità per osservare direttamente in bosco, con il supporto ed i chiarimenti forniti da tecnici, docenti ed esperti del settore, gli effetti dei vari interventi selvicolturali sulle tipologie forestali presenti.
    _________________________________________________________________
    Io potro esserci solo nella tarda mattinata dato che saro impegnato in Corte d’Appello a Cagliari ma poi mi rechero sicuramente all’incontro..
    Credo che sia l’occasione per toccare con mano le cose e chiedere le cose per risolvere gli eventuali dubbi….

  37. Carlo Poddi
    maggio 22, 2014 alle 3:28 pm

    Ho letto con attenzione gli argomenti da una parte che conosco bene perchè scritto o da tecnici come me e o da chi dall’altra parte ha la prevalenza la paura di una nuova predazione nei confronti del patrimonio naturale con diverse motivazioni possa concrettizarsi.. Credo che entrambi comunque da posizioni divese vogliano comunque il mantenimento del Bosco anche se con modalità diverse..
    Una piccola premessa come dice Giovanni Monaci il CFVA autorizza e controlla che i tagli siano effettuati come pianificato e autorizzato. …E tutto si può dire ma il CFVA in Sardegna svolge bene il suo lavoro di vigilanza ambientale..Parlo per esperienza diretta come gestore di una delle poche comprese forestali in Sardegna dotata di un piano di assestamento o economico.
    Quindi riguardo all’argomento di cui si sta parlando e cioè sull’opportunità o meno di continuare il governo a ceduo, sia attraverso il ripristino di forme di governo che sono sempre presenti ma che si presentano nelle diverse forme possibili (cedui invecchiati etc…), che a prescindere da tutto mi sembra che sia l’argomento centrale.
    Naturalmente vale anche sapere se si sta parlando di boschi che comunque sono frutto di utilizzazioni del passato e da qui si passa agli argomenti toccati nella discussione:

    – Ceduo si o ceduo no ?

    PMPF o Piani di Gestione ?

    – Mantenimento della naturalità in fase di ripristino o cercare di ripristinare un utilizzo economico dei complessi forestali compatibilmente con il suo mantenimento della copertura?

    – Accettare il discorso che si debba lasciare tutto alle dinamiche naturali o cercare di capire come gestire attraverso gli interventi selvicolturali quale sia il tipo di governo del soprassuolo che si vuole seguire?

    – Mettere da parte il nostro patrimonio di carbonio fissato nelle nostre foreste rigeneratisi in un secolo di non utilizzo o cercare un opportunita economica per le popolazioni locali?

    – Lasciare tutto alla dinamica naturale trascurando che questo nasce anche dall’abbandono colturale che è avvenuto nei decenni?

    – Accettare che non “coltivare ” il bosco ci espone a diverse problematiche legate all’abbandono dei suoi storici utilizzi)?

    Questo mi sa che sono i temi e da parte mia credo che l’amministrazione EFS nella scelta di pianificare abbia cercato di trovare la “giusta posizione” perche non credo che la gestione cosi come sia pianificata permetta “tagli rasi”su elevate estensioni… o altre cose che si paventano come pèossibili..
    Anche io non conosco i piani particolareggiati a cui mi hanno proposto di partecipare ma non ci siamo trovati sull’accordo economico, ma credo che i miei colleghi abbiano fatto delle scelte ponderate che nascono dalle analisi del soprassuolo oggetto della gestione forestale dei diversi distretti di cui si occupano i vari piani particolareggiati.
    Poi non credo che il CFVA permetta cose che non rispettino le norme vigenti ( che poi è quella legge forestale del 23) e meriterebbe una discussione a parte le PMPF e i cosidetti Piani economici delle comprese forestali (i cosidetti piani di gestione o di assestamento forestale vecchia dicitura..)
    Ecco perchè anche io partecipero all’evento oranizzato perchè rappresenta un occasione per porre le necessarie domande per chiarire i propri dubbi e interpretazioni di cio che sono (saranno ) i piani particolareggiati.
    Cordialmente
    Carlo Poddi

  38. gianni
    maggio 23, 2014 alle 9:20 am

    A proposito di cedui e biomasse forestali
    E’ un concetto ormai scientificamente acquisito ed affermato che la produzione di biomassa forestale per scopi energetici (legna da ardere e cippato di legno) sarà fondamentale per rispondere alla crescente domanda di fonti energetiche rinnovabili. Questa produzione è promossa e favorita dalle politiche europee, nazionali e regionali sulle fonti energetiche rinnovabili e garantisce gli impegni internazionali dell’Italia per ridurre le emissioni di CO2 e contrastare il cambiamento climatico.
    A fronte di questa premessa va rilevato che la Regione Sardegna consuma annualmente 967.000 ton di legna da ardere all’anno (nota 1) e nonostante sia la regione italiana con la più ampia superficie forestale (1.213.250 ettari) (nota 2) produce meno del 6% del suo fabbisogno di legna combustibile. Infatti, nonostante presenti un numero di addetti del settore forestale tra i più alti in Italia, a fronte di una produzione potenziale di biomassa legnosa per usi energetici stimata in 1.235.000 ton (nota 3), il prelievo legnoso è di sole 50.000 ton (nota 4) e di conseguenza il 95% dei suoi consumi viene coperto dall’importazione.
    La Regione Sardegna, purtroppo, anziché promuovere la produzione legnosa interna, con i conseguenti benefici economici e sociali (innanzitutto per l’occupazione nelle aree rurali più bisognose di nuove opportunità lavorative), importa le legna da ardere pagandola un 40% in più del costo medio del mercato italiano (riferimento dati della Camera di Commercio di Sassari), costo che va a gravare sul costo della vita dei cittadini sardi.
    La recente costruzione in Sardegna di un grande impianto di cogenerazione a biomasse finanziato con i fondi per il contrasto al cambiamento climatico, (biomasse che dovrebbero essere prodotte a chilometro zero o per lo meno totalmente sull’Isola), ha portato a situazioni paradossali come quella segnalata perfino da un quotidiano straniero come “El Pais” dove si informa che la Sardegna compra la legna dai boschi bruciati della Catalogna per produrre energia elettrica
    http://ccaa.elpais.com/ccaa/2014/03/08/catalunya/1394300525_153610.html,
    e, così, i cittadini Sardi e Italiani finanziano con le loro bollette elettriche carissime la ricostituzione dei boschi bruciati spagnoli.

    In merito al governo a ceduo, va ricordato, infine – last but not least – che si tratta di una pratica selvicolturale antichissima, praticata da secoli dalle popolazioni rurali in Italia e negli altri Paesi del Mediterraneo per la produzione di legna da ardere, la quale pratica , correttamente eseguita, garantisce una produzione ecologicamente ed economicamente sostenibile.
    A commento dell’editoriale “Foreste demaniali in Sardegna: non vogliamo polemiche, vogliamo trasparenza” non sono necessarie altre considerazioni, che avrebbero solo l’effetto di alimentare una sterile polemica.

    (1) RUDI DRIGO (*) – GHERARDO CHIRICI (*) – BRUNO LASSERRE (*) MARCO MARCHETTI (*) – ANALISI SU BASE GEOGRAFICA DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA DI COMBUSTIBILI LEGNOSI IN ITALIA -L’ITALIA FORESTALE E MONTANA, Vol 62, No 5-6 (2007)
    (2) Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio – Corpo Forestale dello Stato – http://www.sian.it/inventarioforestale/
    (3) Vedi nota 1
    (4) Vedi nota 2

    • Riccardo Pusceddu
      maggio 23, 2014 alle 4:18 pm

      avresti una stima più recente? Quella che hai usato risale al 2007. Comunque ho la sensazione che oggi le importazioni di legna da ardere siano ancora maggiori che nel 2007.
      Certo definire ingiusto importare il 95% di legna da ardere da fuori e’ un eufemismo e un ipocrisia. La legna da ardere va prodotta in Sardegna, sono d’accordo. Che ipocrisia e’ questa di lottare per il mantenimento integrale delle foreste sarde a scapito delle foreste degli altri? Questo vale non solo per la Sardegna ma anche a livello nazionale (credo) e soprattutto europeo. Le foreste europee si stanno allargando non perché l’Europa consumi meno legna ma perché l’Europa deforesta i boschi altrui, soprattutto tropicali ahimè, non tanto per esportare legna quanto prodotti agricoli (soia e carne) che cosi non necessitano di essere coltivati in Europa e i terreni non più usati a tali scopi vengono ricolonizzati dal bosco. Assurdo. E’ veramente tutto da rifare a livello globale! Nel frattempo pero’ qualche decisione piccola per mitigare questo disastro commerciale la si può prendere. Per esempio usare il vento e il sole per produrre energia elettrica e per scaldarci invece che la legna che ha anche lo svantaggio di riimmettere in circolo la CO2 immobilizzata nella sua biomassa mentre il vento e il sole potenzialmente sono immuni da questa inesorabilità.
      Mi fa poi un po sorridere la tua analisi sul ceduo come pratica colturale antichissima. Se si avulse questa pratica dal momento contingente allora si distorce l’analisi. Oggi ci sono 7 miliardi di esseri umani nel pianeta. Questa e’ la differenza col passato. Inoltre i consumi sono aumentati esorbitantemente a causa del maggiore benessere. Quindi non puoi importare il concetto di ceduo pratica antichissima fuori da questo mutatissimo nuovo contesto!
      Il ceduo lo si potrebbe fare nei terreni non più usati a scopo agricolo o in quelli che producono eccedenze alimentari. Non nelle foreste demaniali. Quelle andrebbero lasciate al naturale o al massimo coltivate colla pratica molto più antica a cui oggi e’ stato dato il nome di selvicoltura sistemica. Informati qui se vuoi:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Selvicoltura_sistemica
      Buona lettura

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