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Oggi siamo tutti agricoltori, una storia di accaparramento di terra.


Castell'Azzara, colline

Castell’Azzara, colline

Silvia Passetti e Cèdric Hevraud sono due giornalisti e stanno frequentando il master in giornalismo europeo presso l’Istituto Ihecs di Bruxelles.

Hanno svolto un’inchiesta sul sempre più grave fenomeno del land grabbing, l’accaparramento di terre a fini speculativi (attualmente soprattutto nel campo dell’energia) e l’Unione europea.

Eccola, da leggere.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

Ungheria, Kishantos, Centro per lo sviluppo rurale

Ungheria, Kishantos, Centro per lo sviluppo rurale

Oggi siamo tutti agricoltori – Una storia di accaparramento di terra.  Silvia Passetti, Cèdric Hevraud

L’accaparramento di terra o land grabbing è un fenomeno crescente nell’Unione Europea. Ma il nuovo piano sul clima presentato recentemente dalla Commissione Europea non è abbastanza ambizioso e non sembra offrire soluzioni tangibili al problema in Europa. Dato che l’agricoltura è un pilastro nel progetto dell’Unione Europea è importante alzare la domanda sulle politiche agricole a livello europeo e  su come esse influenzino gli agricoltori attori in prima linea e noi consumatori. Questo testo ha lo scopo di far nascere un dibattito essenziale sull’industrializzazione della produzione di cibo e sulle politiche volte a mitigare il cambiamento climatico, sulle sfide economiche ed etiche relative all’uso della terra.

 

campo di granoL’agricoltore può assaporare l’aroma della terra, mentre cammina nel campo. Sono le quattro del mattino.  Il raccolto danza nel vento e così il suo fragile futuro. Questo agricoltore locale conosce come rendere fertile il suo campo e condivide con esso un forte legame.

Lavora in un’organizzazione no profit, il centro per lo sviluppo rurale di Kishantos in Ungheria che porta avanti insieme agricoltura biologica ed educazione.  Il centro è stato fondato vent’anni fa dagli sforzi congiunti del Governo Ungherese e di quello Tedesco.  Da allora ogni anno ha educato centinaia di agricoltori all’agricoltura sostenibile. Il centro comprende due parti: la Folk High School Centre e 452 ettari fattoria biologica. La sua missione principale è quella di diffondere i principi della sostenibilità in ecologia e della democrazia.

Fondata dagli agricoltori locali nel 1998 quest’iniziativa di base si era aggiudicata un contratto valido fino all’ottobre del 2013. Piuttosto che rinnovarlo, il Fondo terra ungherese (che rappresenta lo Stato come proprietario) ha emesso un bando di gara per l’affitto delle terre in dieci lotti. Il Centro di Sviluppo Rurale ha presentato 10 domande, ma non ha ottenuto un centimetro quadrato di terra.

Kishantos rischiava di perdere la sua terra e il certificato di agricoltura biologica Suisse. Questo avrebbe significato la fine del centro, dove per vent’anni la terra non era stata trattata con agenti chimici o fertilizzanti.  La comunità locale ha reagito e lanciato una campagna per fermare l’operazione di acquisizione di terreno. “Salva Kishantos”, lo slogan della campagna diffuso su Internet. Róbert Fidrich coordinatore di  “Friends of the Earth Hungary ha raccontato , “tanti attivisti sono venuti a dimostrare il loro supporto… L’associazione ha rifiutato di dare la terra allo Stato e due settimane dopo il Centro per lo sviluppo rurale ha ottenuto la protezione istituzionale, è stata una grande vittoria per noi”.

Ungheria, Kishantos, Centro per lo sviluppo rurale

Ungheria, Kishantos, Centro per lo sviluppo rurale

Storie con il lieto fine, quindi, esistono.

L’Ungheria ha terre fertili e a buon mercato, come molti Stati dell’Est – due aspetti che nel passato hanno reso questo Stato molto attraente nei confronti degli investitori stranieri. Secondo la relazione intitolata “Land Grabbing, Land Concentration and People’s Struggles in Europe” pubblicata nel giugno 2013 dal Movimento internazionale degli agricoltori Via Campesina negli anni novanta il prezzo di un ettaro di terra in Ungheria era 100 volte meno che in Austria.

Casi di land grabbing o concentrazione della terra accadono anche nel Sud dell’Europa dove le maggiori forzi direttrice sono gli investimenti in energie rinnovabili.

Suolo e vento sono risorse chiave in questo tipo di economia.

Archeologi ad esempio stanno protestando contro un piano di costruzione di un gigantesco impianto eolico a Creta.

La storia è stata pubblicata sul sito di Amici della Terra. Dal 2011 sembra che siano state concesse autorizzazioni, per creare un grande sistema di energia rinnovabile per produrre 6500 MW. L’isola è esposta a forti venti. Ma è anche la culla della civiltà occidentale e dovrebbe rimanere intatta secondo gli storici.

Sardegna, paesaggio agrario

Sardegna, paesaggio agrario

In Sardegna, una società italiana insieme ad investitori giapponesi hanno proposto di realizzare un complesso impianto di energia rinnovabile. L’isola conosciuta per la Costa Smeralda, è anche meta di investitori in energia rinnovabile. In Sardegna è allo studio un pacchetto di quattro centrali solari termodinamiche a concentrazione. Siamo a Villasor, un paese a 20 km da Cagliari, nel cuore della campagna di Su Padru- Campu Giavesu. Il progetto cambierà totalmente il paesaggio agricolo, introducendo un grande impianto per produrre energia. Quest’area comprende 875 ettari tra campi e pascoli alberati. Le associazioni Gruppo di intervento giuridico e Amici della Terra hanno cominciato una campagna contro questo progetto. “Chi ha bisogno di un impianto di energia di così grande portata a discapito di centinaia e centinaia di acri di terra agricola- ha scritto il portavoce del Gruppo di intervento giuridico, “Non la Sardegna, che già produce più energia di quanto ne abbia bisogno”.

Un altro caso simile di land grabbing è in corso in Italia. In Basilicata dove il progetto di una centrale solare termodinamica copre 226 ettari di terra.

Gli ambientalisti dicono che la politica europea delle energie rinnovabili e gli obiettivi di basse emissioni di carbonio stanno conducendo a nuovi risvolti politici, economici e sociali, riguardo alla distribuzione della terra, che in genere sono associati agli Stati in via di sviluppo. Nel corso del tempo nella politica agricola comune dell’Unione Europea (CAP) c’è stato un cambiamento, dai contributi ai prodotti ai contributi alla produzione. Questo ha portato alla tendenza di concentrare e acquisire la terra per la produzione di biocarburanti in Europa.

campo di grano

campo di grano

In altre parole contributi per ettaro di terra. Questo ha portato alla tendenza di concentrare la proprietà della terra per la produzione di biocarburanti in Europa. Nel bilancio del Cap nel 2000, I contributi ai prodotti ammontavano a €26.6 bilioni comparati a soli 4.7 bilioni nel 2011. Dall’altra parte i contributi alla produzione sono cresciuti da €2 bilioni a 50,9 bilioni nello stesso periodo. Inoltre, quando guardiamo agli input intermedi e ai costi di produzione per gli agricoltori, è chiaro che il settore dell’agricoltura è diventato sempre più industriale e dipendente dai biocarburanti e da risorse naturali come la terra e l’acqua. Secondo uno studio eseguito nel 2011 negli Stati membri, il principali input intermedi per la produzione di coltivazioni sono i fertilizzanti, i prodotti fitosanitari, i semi e piante, che rappresentano il 17 per cento del costi intermedi totali.

L’allevamento e l’agricoltura forniscono il sostentamento a oltre 25 milioni di persone in Europa. Purtroppo questi produttori di cibo su piccola scala stanno perdendo le loro terre a favore di grandi investitori agroalimentari internazionali ed europei che usano la terra per produrre biocarburanti per i mercati esteri e dell’UE. Gli oli vegetali a base di soia, colza, girasole o di palma, tra le molte altre piante, sono utilizzati per produrre biodiesel utilizzato nelle automobili. Il 4 settembre 2013 davanti al Parlamento europeo c’è stata un’iniziativa per protestare contro il crescente uso dei terreni per la produzione di biocarburanti piuttosto che per il cibo per sfamare le persone e il bestiame. Questo fenomeno avviene in paesi come l’Indonesia, ma anche in Europa.

Toscana, oliveto

Toscana, oliveto

Lo stato della distribuzione di terra in Unione Europea e alla sua periferia è al momento allarmante. La crescita nelle dimensioni delle holding costituite da gruppi di investitori non è una novità ed è stata una tendenza delle passate decadi. Ma l’impatto di questo sta uccidendo le piccole aziende agricole da 2 o 5 ettari, mentre le aziende agricole di oltre 30 ettari rappresentano la maggior parte della superficie agricola utilizzata regionale ( SAU ), come in Andalusia. Dall’altra parte gli studi dimostrano che si è verificato un aumento del numero di aziende agricole e terreni coltivabili nell’UE tra il 1966 e oggi, ma questo è dovuto soprattutto all’adesione di nuovi Stati membri e in quanto  i membri più recenti, dall’Europa dell’Est hanno ampi spazi agricoli e terreni disponibili. Secondo la relazione pubblicata nel 2013 dal Movimento internazionale degli agricoltori, nella maggior parte degli Stati membri dell’UE come la Germania, la Francia o l’Italia, il numero delle aziende agricole è sceso drammaticamente. Da 1.246.000 nel 1966 a 299.100 nel 2010  in Germania , da 1.708.000 nel 1966 a 516.100 nel 2010 in Francia , da 2.980.500 nel 1966 a 1620.900 nel 2010 in Italia . L’accumulazione del capitale, l’aumento dei costi intermedi e l’industrializzazione dell’agricoltura, hanno reso estremamente difficile per le piccole aziende agricole competere con le grandi aziende agricole. La produzione agricola deve anche competere sul mercato e proprietà più grandi sono più competitive e capaci di ottenere maggiori sovvenzioni di aziende meno competitive e più piccole. In questo modo la terra diventa sempre più concentrata nelle mani di pochi ma grandi investitori, e i sussidi PAC vengono ottenuti da meno investitori, ma con dimensioni più grandi. Per illustrare questa tendenza , guardiamo l’Italia. Secondo la relazione del collettivo di Via Campesina in Italia nel 2010 , solo lo O.29 % delle aziende ha ricevuto il 18 % del totale degli incentivi della PAC e 0,0001 di questi ha ricevuto il 6% di tutti i sussidi . Questa situazione può essere osservato in molti paesi d’Europa.

Toscana, cavalli al pascolo

Toscana, cavalli al pascolo

In Europa orientale e centrale il quadro è più complesso. Secondo la stessa relazione del collettivo di Via Campesina la concentrazione della proprietà della terra è stata particolarmente segnata dal crollo del muro di Berlino. Molti agricoltori persero tutto, quando i loro Stati entrarono nell’Unione Europea e sovvenzioni ai prodotti agricoli iniziarono a inondare i loro mercati. Nei primi sei anni, la maggior parte dei piccoli agricoltori non aveva i requisiti per richiedere sovvenzioni agricole. Questo alimentò la vendita delle aziende agricole ad imprese agricole su larga scale. In alcuni Stati, quindi, iniziò una speculazione da parte degli investitori stranieri. Alcuni Stati come la Polonia e l’Ungheria hanno adottato misure a livello nazionale per proteggere i loro agricoltori, ma questo non ha impedito agli investitori stranieri di comprare la terra e trovare modi per aggirare queste regole nazionali.

Ciò che è sempre più evidente in Europa è oggi l’accaparramento di terreni da parte di aziende straniere provenienti dal Medio Oriente, ad esempio, per la pianificazione della produzione su larga scala delle colture. Questo accade in Romania.

Molti esempi di land grabbing si possono trovare nel rapporto finanziato dall’UE e pubblicato nel giugno 2013 da parte del Coordinamento Europeo Via Campesina e di Hands off our Land Network.

Toscana, paesaggio agrario

Toscana, paesaggio agrario

Infine guardiamo alla situazione attuale. Nel settembre dello scorso anno la Commissione Europea ha acconsentito ad un compromesso affinché le terre destinate ai biocarburanti non rappresentino più del 6% dell’obiettivo del 10% entro il 2020 per le energie rinnovabili nel settore dei trasporti, come previsto nella direttiva 2009 in materia di energia rinnovabile. Anche il Parlamento Europeo ha deciso di cominciare a prendere in considerazione le emissioni di carbonio prodotte dai biocarburanti nel 2020. Questo lascia le porte aperte al sistema agricolo in Europa.

Gli esperti dicono che la produzione di biocarburanti in sostituzione di fonti energetiche combustibili fossili porterà ad aumenti dei prezzi alimentari e metterà in pericolo i mezzi di sussistenza agricola, provocando cambiamenti nell’uso del suolo e continuando a causare deforestazione e cambiamento climatico.

Dopo tre anni di intensi negoziati, nel giugno 2013  i politici dell’Unione Europea hanno approvato una vasta riforma della politica agricola comune. Le riforme in materia di pagamenti diretti a sostenere gli agricoltori e lo sviluppo rurale e la conservazione, l’abolizione delle quote e altre forme di sostegno del mercato, e, infine, una maggiore enfasi sulle misure ambientali sono i principali cambiamenti apportati alla PAC. Ma non saranno applicate nuove misure prima del 2015. Per di più, le politiche messe in atto per realizzare la strategia Europa 2020 e il recentissimo  piano per il clima 2030, non stanno aiutando a fermare land grab in Europa.

Appennino, boschi dell'Umbria

Appennino, boschi dell’Umbria

Mercoledì 19 febbraio, il presidente francese Hollande e il cancelliere tedesco Angela Merkel si sono incontrati a Parigi per discutere il “risveglio dell’Europa” , secondo lo stesso Presidente. Tra le questioni discusse anche l’energia rinnovabile. Per l’occasione , gli agricoltori e gli attivisti ambientali hanno sparso terreno e concime per protestare contro le riforme della PAC e l’iniqua distribuzione delle sovvenzioni . La produzione di energia rinnovabile sta causando accaparramento di terre per eolico e impianti di energia solare e intensa crescita delle colture per i biocarburanti . Secondo Via Campesina e altre ONG ambientaliste come Greenpeace il land grabbing in nome dell’ambiente – o accaparramento verde – è un fenomeno emergente in Europa. Politiche ambientali europee e incentivi stanno creando un contesto per un massiccio accaparramento di terreno, aumentando gli investimenti delle imprese nelle energie rinnovabili, che richiedono acquisizioni su larga scala di terra. Come risultato , questo fenomeno sta interessando i piccoli agricoltori e i loro mezzi di sussistenza .

Dall’altra parte la politica ufficiale dell’Unione Europea sostiene le recenti riforme della PAC per aiutare più di tutti i piccoli agricoltori. Questi rappresentano un terzo della popolazione agricola europea. Le riforme mirano a semplificare la burocrazia e le domande di sussidi consentono agli agricoltori di dedicare più tempo alla loro terra piuttosto che fare il lavoro di ufficio. L’accento è posto su di loro.
“Abbiamo pensato che le nuove misure potrebbero giocare a nostro favore, ma il diavolo si nasconde nei dettagli”, ha affermato Luc Jeannin, della Federazione Nazionale dei Sindacati di imprenditori agricoli per il distretto di Autun, in Francia.

Ci rendiamo conto che se non ci preoccupiamo di più per la nostra terra , per il modo in cui la usiamo e per cosa cresce da essa, vi è un pericolo reale per il futuro dell’umanità . Ma vogliamo ancora mangiare il cibo dei nostri supermercati e vogliamo comprare a prezzi scontati perché i nostri portafogli sono troppo affamati. Ci dimentichiamo che gli agricoltori locali lavorano duramente per soddisfare le nostre esigenze. Ci dimentichiamo che la terra e il suolo hanno grande valore .
Come i politici scelgono di contemperare interessi finanziari e interessi umani? Come i legislatori dell’Unione Europea decidono di investire nelle energie rinnovabili? Per rispondere a queste domande occorre tenere in considerazione soprattutto  l’interesse delle persone. Perché è per le persone che le politiche sono svolte e le decisioni prese. Possiamo, quindi, sacrificare la nostra terra in nome dell’energia?
Un vero e proprio dibattito è necessario sul modo in cui trattiamo la nostra terra , il modo in cui trattiamo noi stessi. La terra non è come un’altra merce in un mercato globalizzato . Siamo tutti contadini del terreno su cui cresciamo . Ma facciamo del nostro meglio per dimenticarlo.

 

 

Desulo, Gennargentu, foresta di Girgini

Desulo, Gennargentu, foresta di Girgini

(foto Silvia Passetti, Cèdric Hevraud, C.B., E.R., S.L., J.I., S.D., archivio GrIG)

 

 

  1. Riccardo Pusceddu
    aprile 2, 2014 alle 12:10 PM

    ma il Gruppo d’intervento giuridico ce l’ha una idea sul se produrre energia col vento e il sole e come produrla invece che scagliarsi sempre contro chiunque voglia fare qualcosa in tal senso? Lo so, I proponenti di questi mega impianti sono solo degli speculatori a cui forse non potrebbe fregare di meno dell’ambiente, ma almeno speculano dalla parte giusta, secondo me. Altrimenti sembra che sia meglio lo status quo, con i piccoli agricoltori che coltivano i loro bei campi coi trattori e li concimano perlopiù coi fertilizzanti chimici e li trattano con i pesticidi. Peraltro la meccanizzazione e’ meno inquinante se attuata su appezzamenti estesi di terra. Bisogna sempre mettersi anche nei panni di Gaia (per Gaia intendo ovviamente il nostro benamato pianeta Terra). Sono meglio 10 trattori per 10 ettari suddivisi in parcelle di 1 ettaro o mettiamo 2 o 3 trattori per coltivare tutti e 10 quegli ettari uniti in un unico appezzamento?

  2. aprile 13, 2016 alle 2:50 PM

    sensata idea della Regione autonoma della Sardegna 🙂

    dal sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna
    Agricoltura, con progetto Terra ai giovani 700 ettari di terre incolte regionali agli under 40.
    Terra ai giovani è un progetto elaborato dall’assessorato dell’Agricoltura, in collaborazione con la presidenza della Giunta regionale e l’assessorato degli Enti locali, per favorire il ricambio generazionale e la crescita del comparto agricolo. (http://www.regione.sardegna.it/xml/getpage.php?cat=7873)

    CAGLIARI, 12 APRILE 2016 – Terra ai giovani è un progetto elaborato dall’assessorato dell’Agricoltura, in collaborazione con la presidenza della Giunta regionale e l’assessorato degli Enti locali, per favorire il ricambio generazionale e la crescita del comparto agricolo. 695 ettari di terre incolte di proprietà della Regione Autonoma della Sardegna saranno messe a bando in 11 lotti e concesse in affitto agevolato per 10 anni, eventualmente rinnovabili per un altro decennio. Otto i territori interessati dalla delibera approvata oggi in seduta di Giunta: Sassari, Alghero, Serramanna, Villasor, Vallermosa, Ussana, Donori e San Vito.
    I bandi si rivolgono ai giovani d’età non superiore ai 40 anni (non compiuti) e prevedono una serie di premialità legate alla presentazione di un piano aziendale con chiari obiettivi di valorizzazione economica e delle qualità agroalimentari da raggiungere anche attraverso l’uso di tecnologie innovative nelle fasi di produzione, trasformazione e commercializzazione. Stessa attenzione sarà data ai progetti di tutela ambientale, alla formazione dei candidati, compreso l’aver seguito corsi di studio specifici in agricoltura, alle capacità tecniche e alle esperienze lavorative maturate sul campo. In fase di selezione si terrà conto inoltre dell’adesione a Organizzazioni dei Produttori, Consorzi di Tutela, all’essere cooperativa sociale, imprenditore agricolo professionale, coltivatore diretto, cooperativa agricola di produzione o di trasformazione/ commercializzazione.

    I 695 ettari sono solo una prima fase del progetto Terra ai giovani, che nei prossimi mesi interesserà altre centinaia di ettari in tutta l’Isola. Gli uffici regionali, in collaborazione con le Agenzie agricole Laore e Agris, sono infatti già al lavoro per recuperare proprietà dismesse o poco utilizzate da rimettere in produzione e sul mercato.

    Le tipologie dei siti individuati permetteranno l’avvio di attività imprenditoriali che varieranno da territorio a territorio. I lotti di Vallermosa, San Vito e Donori-Ussana sono per esempio più indicati per la zootecnia (ovicaprino e bovino), mentre i terreni di Villasor, Serramanna o del nord ovest dell’Isola possono dare il meglio sul versante dell’ortofrutticolo, del cerealicolo e delle coltura a ciclo breve.
    Nuovo lavoro dalle terre incolte regionali. “Siamo profondamente convinti che l’agricoltura, con la filiera agroalimentare, sia un settore fondamentale per l’economia della Sardegna, quello che più di qualunque altro può diffondersi nel territorio creando in breve tempo sviluppo, lavoro e produzione di qualità”, ha detto il presidente della Regione Francesco Pigliaru. “Sarebbe quindi assurdo che la Regione, per prima, non desse il segnale sbloccando migliaia di ettari oggi improduttivi che sono di sua proprietà. Abbiamo già aperto la strada annunciando la volontà di rimettere in produzione gli oltre 1200 ettari di Surigheddu e Mamuntanas. Oggi destiniamo 700 ettari a giovani che vogliano dedicare le loro energie e competenze all’agricoltura. Significa occupazione e reddito in un ambito che per noi ha un potenziale in gran parte inesplorato e in cui abbiamo un evidente vantaggio competitivo.”

    Impegno raggiunto. “Lo avevamo messo in programma e lo abbiamo fatto”. Così l’assessore dell’Agricoltura, Elisabetta Falchi, nel commentare l’approvazione della progetto Terra ai giovani. “C’è voluto un anno di intenso lavoro tra assessorati e Agenzie agricole, ma la delibera di oggi dimostra che è obiettivo di questa Giunta valorizzare il patrimonio agricolo regionale favorendo l’avvio di attività di impresa che puntino sul ricambio generazionale, sull’aggregazione e sui percorsi di filiera. Parole d’ordine irrinunciabili se vogliamo stare al passo con i nostri competitor nazionali ed esteri, soprattutto adesso che tutti i dati parlano di un ritorno alle attività agricole molto sentito fra i giovani. È perciò importante che anche la Regione faccia la sua parte mettendo a disposizione di progetti validi e innovativi le terre incolte in suo possesso”.

    Patrimonio pubblico da valorizzare. “È un’iniziativa importante, che mira a valorizzare il patrimonio della Regione, in questo caso con riferimento a terreni coltivabili che possono generare un valore sociale ed economico attraverso il coinvolgimento di giovani agricoltori qualificati – spiega l’assessore degli Enti locali, finanze e patrimonio Cristiano Erriu -. Il patrimonio pubblico è una risorsa da valorizzare nell’interesse di tutta la comunità sarda, anche ai fini produttivi oltre che occupazionali, superando la logica del l’immobilismo. Lo stesso ragionamento è applicabile al settore dell’artigianato, con il recupero degli ex centri Isola, e per i beni dismessi delle ferrovie”.

    qui i lotti: http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_146_20160413081622.pdf

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