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Quanto vale il patrimonio culturale italiano.


Roma, Colonna Traiana e Chiesa del SS. Nome di Maria al Foro Traiano

Roma, Colonna Traiana e Chiesa del SS. Nome di Maria al Foro Traiano

Insipienza, cattiva gestione, scarsa cultura dell’ospitalità, cafonaggine pura, superficialità.

Sono tanti, vari e avariati i motivi per cui il patrimonio storico-culturale italiano, sicuramente uno dei più importanti a livello mondiale, non riesce a rendere quanto potrebbe in termini di presenze turistiche nel Bel Paese.

Nel 1950 l’Italia era la prima meta turistica sulla Terra, oggi solo la quinta.

Gian Antonio Stella, per Il Corriere della Sera, e Luigi Franco, per Il Fatto Quotidiano, ne spiegano i motivi.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

 

 

Milano, Duomo

Milano, Duomo

 

da Il Corriere della Sera, 29 marzo 2014

Turismo, prezzi alti e poca cultura dell’ospitalità: l’Italia non è più prima.

Nel 1950 i viaggiatori stranieri che avevano scelto il nostro Paese erano il 19%, oggi sono appena il 4,4. E l’Italia è scivolata al quinto posto tra le mete mondiali.   Gian Antonio Stella

Uno su cinque veniva da noi, dei turisti internazionali, nel 1950: adesso uno su ventitrè. È cambiato il pianeta, d’accordo, ma una frana così non l’ha subita nessuno. Andiamo giù nonostante il boom mondiale. Andiamo giù nonostante il turismo sia «l’industria del futuro». Nonostante l’Italia, coi suoi tesori e la sua cucina e i suoi paesaggi, resti in cima ai sogni di tutti. E non serve a nulla, se si usano male, avere il record di siti Unesco: lo dicono i tracolli di visitatori alla Reggia di Caserta o a Villa Adriana. Sarebbe ora che il turismo diventasse sul serio, per la politica, uno dei temi per uscire da questi anni bui. Serve un’occasione per parlarne? Eccola: l’uscita dei dati per il 2013 del ministero dei Beni Culturali e di un rapporto scomodo dell’associazione «italiadecide» presieduta da Luciano Violante che sarà presentato lunedì a Montecitorio, davanti a Giorgio Napolitano. Titolo ambizioso: «Turismo: dopo trent’anni, tornare primi».

Ed eravamo davvero i primi, una volta. La tabella che pubblichiamo, costruita dal Touring club italiano su dati dell’Unwto, l’organizzazione mondiale per il turismo, dice che la nostra quota planetaria in quella che Jeremy Rifkin ha definito «l’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza» destinata a diventare «rapidamente una delle più importanti industrie del mondo», era nel Dopoguerra davanti a tutti. Su poco più di 25 milioni di viaggiatori internazionali, poco meno di cinque venivano allora in vacanza da noi.

Da allora, la nostra quota si è ridotta di decennio in decennio dal 19% del 1950 al 15,9% del 1960 e poi al 7,7% del 1970 (quando eravamo comunque i primi davanti al Canada, alla Francia, alla Spagna e agli Stati Uniti) e giù giù, dopo una breve risalita nel 1980, fino al 6,1% del 1990 (rimasto tale fino al 2000) per poi calare ancora al 4,6% del 2010 e infine al 4,4% di oggi. Certo, si sono aperti nuovi mercati, si sono spalancati nuovi Paesi, si sono arricchiti e messi in movimento nuovi popoli di viaggiatori. E c’è poco da piangere sul destino cinico e baro. Era un destino ineluttabile. Del quale hanno fatto le spese anche la Francia, la Spagna o gli Stati Uniti. Quello che fa rabbia, però, è che nessuno è andato giù quanto siamo andati giù noi. E soprattutto che nessuno ha approfittato poco quanto noi del boom del turismo mondiale. Un boom mai visto.

Firenze by night

Firenze by night

Due numeri: dal 1950 ad oggi i turisti stranieri che vengono in Italia si sono moltiplicati per 10 volte: da 4,8 a 47,8 milioni. Ma l’immenso popolo di turisti del mondo, grazie all’impetuoso arricchimento soprattutto della Cina, della Corea e altri Paesi asiatici si è moltiplicato per quasi 43 volte. Il che significa che noi siamo riusciti a fare nostra soltanto una fetta molto piccola della torta.

Dicono le classifiche del «Country Brand Index 2012-2013» che misura la popolarità dei «marchi» di 118 Paesi, che l’Italia è primissima o ai primissimi posti nell’immaginario di tremila importanti opinion leader di tutto il mondo (e dunque dei potenziali visitatori stranieri) per la ricchezza culturale, la gastronomia, la moda. E, come ricorda in «Destination Italy» Silvia Angeloni, «l’Italia è la prima destinazione dove i turisti vorrebbero andare». Eppure, se negli ultimi tre anni si sono affacciati alle frontiere 137 milioni di turisti mondiali in più rispetto al 2010, uno scoppio di salute impensabile solo trent’anni fa, noi siamo rimasti al palo. O siamo andati addirittura indietro. Come spiega in una delle relazioni del dossier di «italiadecide» il direttore del centro studi del Touring club Massimiliano Vavassori, «i dati sui flussi turistici diffusi dall’Istat, e relativi al 2012, hanno registrato 98,1 milioni di arrivi (- 5,4% rispetto al 2011) e 362 milioni di presenze totali (- 4,8% rispetto al 2011)». E le cose non sembrano essere migliorate nel 2013: «Secondo le stime del Wttc (World Travel & Tourism Council), il valore aggiunto dell’industria turistica in Italia – le attività che possono considerarsi core business – è stato di 63,9 miliardi di euro, ovvero pari al 4% del Pil nazionale». Una quota bassissima. Che calcolando il valore aggiunto dell’intera economia turistica (dalle pasticcerie che forniscono i croissant agli alberghi alle sartorie che fanno le camicie per i camerieri) sale fino a «161 miliardi che corrispondono al 10,2% del Pil». Una percentuale assai lontana dai proclami guasconi di vari premier del passato, un po’ tutti concordi nel promettere «un turismo al 20% del prodotto interno lordo».

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica

Cagliari, Tuvixeddu, area archeologica

Come mai? Perché, accusa lo studio del Touring, «il comparto si avvale da anni di rendite di posizione ancorate al grande “turisdotto” delle città d’arte o delle aree costiere» ma c’è da sempre una «cronica assenza» di strategie: «Il turismo non è mai stato, e non è tuttora, un’opzione di sviluppo economico presa seriamente in considerazione dalla politica». Tutta colpa del Palazzo? No: il dossier infila infatti il dito nella piaga della mancanza anche di una «cultura dell’ospitalità». Troppi bidoni ai turisti, troppi disservizi, troppa scortesia verso chi viene a trovarci. Come se tutto ci fosse dovuto in quanto «Paese più bello del mondo». Peccato, perché quella che è la nostra carta migliore, e cioè il nostro patrimonio culturale, potrebbe godere dei frutti di una stagione eccezionale. Spiega infatti Emilio Becheri, coordinatore del rapporto di Turistica.it , che «nel 2011 (ultimo anno con dati definitivi) la maggiore quota di arrivi di turisti in Italia è determinata dal turismo delle città di interesse artistico e storico (d’arte) con il 35,6%, davanti al turismo delle località marine (balneare) con il 21,5%». Di più: «L’analisi dei differenziali rivela che l’aumento complessivo degli arrivi verificatosi nel periodo 2000-2010, pari a 23,692 milioni è imputabile in gran parte, per il 42,5%, all’aumento del turismo culturale, per il 20,2% alle località non classificate come turistiche, per l’11,3 alle località balneari, per il 10,9% alle località montane e per il 7,3% a quelle lacuali».

Le potenzialità sono enormi. Ma come vengono trattati, gli ospiti? Siamo onesti: così così. Se non proprio malamente. Al punto di spingere moltissimi visitatori, spaventati dai prezzi, ad andare a dormire fuori mano. Un esempio? «Calenzano è un Comune industriale e di servizi di circa 17.000 abitanti vicino a Firenze che nel 2012 ha raccolto 183.207 arrivi di turisti, tre quarti dei quali stranieri, che visitano Firenze e la Toscana». Pistoia e Arezzo sono più belle? Sarà, ma «rilevano solo 129.308 e 49.475 arrivi, cioè, rispettivamente, il 70,6% e il 27%». Colpa dei turisti brutti e cattivi? Ma va là…

Non basta avere belle piazze e bei monumenti e bei musei. Non basta neppure avere il «bollino» di sito Unesco. Siamo i primi in assoluto, con 49 «bollini»? «Valgono poco», sospira Vavassori, «se le notizie e le immagini sul degrado e la quotidiana rovina di Pompei, ad esempio, fanno il giro del mondo».
E siamo ai dati del ministero dei Beni Culturali. I quali dicono che negli ultimi dieci anni, mentre i turisti nel mondo crescevano di circa 50%, i visitatori di tutti i nostri musei, siti archeologici, gallerie d’arte statali messi insieme (tolti la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige e la Sicilia, anch’essa al palo) sono cresciuti da 30 milioni e mezzo a poco più di 38. Con un aumento del 25%: la metà. Se poi contiamo solo i paganti, l’incremento è ancora più basso: da 14 milioni e mezzo a 17 e mezzo: +22%.

Roma, San Pietro

Roma, San Pietro

Vanno benissimo il Colosseo e i Fori imperiali (+79%), molto bene Venaria Reale che dieci anni fa era ancora in fase di restauro, bene la galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano (+25% ma troppa gente non può ospitarne) e benino nonostante tutti i nostri dolori Pompei, che cresce del 17%.
Mettono i brividi, al contrario, i numeri ad esempio di Villa Adriana. Nel 2003 era al 14º posto tra i luoghi più visitati ed ebbe tra paganti e non paganti 322 mila ospiti: nel 2013 solo 207 mila. Peggio ancora la Reggia di Caserta: era sesta con 687 mila visitatori, è precipitata al 10º posto con 439 mila. Un crollo del 36% nel decennio del boom. C’era da aspettarselo. I tesori vanno curati con amore. Non possono essere abbandonati a se stessi. Sono la nostra ricchezza. Potrebbero essere il nostro futuro. Tenere insieme la tutela e il turismo è possibile. Deve essere possibile. E forse, come dice il rapporto del Touring, «se l’Italia credesse di più nel turismo, sarebbe un Paese migliore».

 

 

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, Siena (1338-1339)

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, Siena (1338-1339)

 

 

da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2013

Con la cultura si mangia: vale 80 miliardi, il 5,8% del Pil. Nonostante i tagli.

Il nostro paese ha un patrimonio artistico da record: 5mila tra musei, monumenti e aree archeologiche, con 49 siti Unesco. Che attirano turisti per 10 miliardi di euro l’anno. Ma si crea il paradosso: le risorse per conservare si disperdono in mille rivoli. E negli ultimi 12 anni il bilancio del ministero si è quasi dimezzato. La palma delle visite al Colosseo, con 5,2 milioni di persone e 37,4 milioni di incasso. I confronti con l’estero e le ricette degli esperti: razionalizzare le risorse e promuovere la “filiera”.  Luigi Franco

Nel 1997 la visitarono 1,1 milioni di persone. L’anno scorso meno della metà: 531mila. Eccola la Reggia di Caserta, altro che la residenza reale voluta da Carlo di Borbone per reggere il confronto con Versailles. Nel parco dove un tempo passeggiavano Luigi XIV e la sua corte, nel 2012 sono arrivati più di 10 milioni di visitatori. Il confronto, quanto meno nei numeri, non regge proprio. E il complesso del Vanvitelli diventa il simbolo dei problemi tutti italiani a valorizzare i beni culturali. Un patrimonio immenso, quasi 5mila tra musei, monumenti e aree archeologiche. Con più siti patrimonio dell’Unesco di qualsiasi altro paese. Ma più che davanti a una ricchezza, spesso pare di trovarsi davanti a un malanno da curare.

Le risorse investite finiscono per perdersi in mille rivoli: “Altri paesi riescono a gestire meglio di noi i loro beni culturali, proprio perché ne hanno di meno”, sostiene Enrico Eraldo Bertacchini, docente di Economia della cultura all’università di Torino. Finisce così che il nostro patrimonio storico-artistico non viene valorizzato, mentre la politica, alla parola ‘cultura’, ne associa quasi sempre un’altra: ‘tagli’. Tanto che il bilancio del ministero dei Beni e delle attività culturali (Mibac) in 13 anni è stato quasi dimezzato. Fa niente se la spesa dei turisti stranieri nel 2011 per vacanze artistico-culturali è stata di ben 10 miliardi di euro. Noi fatichiamo lo stesso a conservare e tutelare quello che già esiste. E in più – accusa Pierluigi Sacco dello Iulm di Milano – non creiamo le condizioni per riempire di nuovi contenuti quei settori dell’industria culturale e creativa che sono redditizi. Per non parlare dell’assenza di investimenti sulle tecnologie che consentiranno in futuro di fruire di monumenti e opere d’arte in modo innovativo. Così fra un po’ di tempo noi avremo il Colosseo. Ma i soldi sulle visite li farà la Corea del Sud.

Cagliari, Torre dell'Elefante

Cagliari, Torre dell’Elefante

TUTTI I MUSEI ITALIANI? FANNO UN LOUVRE. Il record di visitatori in Italia, secondo i dati del Mibac, ce l’ha il Colosseo: nel 2012 5,2 milioni di persone sono entrate nel circuito che oltre all’Anfiteatro Flavio comprende Foro Romano e Palatino. L’incasso in biglietteria è stato di 37,4 milioni di euro. Segue Pompei, con 2,3 milioni di visitatori che hanno portato 19,2 milioni. Terzo posto per gli Uffizi1,8 milioni di visitatori e 8,7 milioni di euro. In tutto, i 202 musei e 221 tra monumenti e aree archeologiche gestiti dallo Stato sono stati visitati da 36,4 milioni di persone, per un incasso di 113,3 milioni di euro. A questi vanno aggiunti gli introiti per i servizi ausiliari, come audioguide, visite guidate, bookshop, bar e ristorante: 6,1 milioni di euro nel 2011, una parte dei 44,5 milioni incassati dai concessionari privati che hanno in gestione i servizi. Tanto? Poco? Un confronto colpisce: se si guarda ancora alla Francia e ci si sposta da Versailles al centro di Parigi, l’anno scorso al Louvre sono entrati ben 9,7 milioni di visitatori (6 milioni i paganti). E l’incasso in biglietteria è stato di 58 milioni di euro, a cui si aggiungono 15 milioni in servizi ausiliari, 16 in donazioni di privati e alcune altre voci, per un totale di entrate proprie pari a100 milioni. Un Louvre da solo, insomma, fa quasi come tutti i musei, i monumenti e le aree archeologiche in Italia.

Ok, il Louvre è il museo di tutta la Francia, non è paragonabile – dicono gli esperti – a nessun museo italiano per dimensioni e quantità di opere esposte. Ma da noi gli indizi di un patrimonio non valorizzato sono disseminati un po’ ovunque nella lista dei siti statali. Certo, valorizzare un bene culturale non vuol dire ricavare il più possibile dai biglietti. Nemmeno a Parigi, del resto, sotto la piramide di vetro progettata da Pei, riescono a rifarsi dei costi con gli ingressi, visto che il Louvre nel 2012 ha ricevuto 116 milioni di sovvenzioni statali. Ma viene da chiedersi una cosa: perché in Italia pagano il biglietto meno della metà dei visitatori? Da noi 204 tra siti e musei sono gratuiti (11,6 milioni di visitatori nel 2012), mentre nei 219 a pagamento ben 8,7 milioni di persone sono entrate gratis. In provincia di Piacenza, tanto per non sparare sempre sul Meridione, l’area archeologica di Lugagnano Val D’Arda è stata visitata nel 2012 da 11.412 persone: di queste quelle paganti sono state appena 489, poco più di una al giorno. Se i resti antichi finiscono per essere interessanti solo per scolaresche e pensionati, forse un problema di valorizzazione c’è. E i casi analoghi sono tanti, da nord a sud.

Castell'Azzara (GR), Selvena, Rocca Silvana

Castell’Azzara (GR), Selvena, Rocca Silvana

UN PATRIMONIO IMMENSO. CHE NON RIUSCIAMO A GESTIRE. Oltre ai 423 musei e monumenti statali, ce ne sono più di 4mila che dipendono da enti locali o privati, e poi più di 50mila beni archeologici e architettonici vincolati. Un patrimonio immenso, quello del nostro Paese, che ha anche il record mondiale di siti tutelati dall’Unesco: 49 su 981, tra beni culturali e naturali. Un patrimonio talmente vasto che finisce per essere una grana da trattare. “Altri paesi hanno pochi siti identificabili e quindi riescono a gestire meglio di noi il loro patrimonio storico-artistico”, commenta ancora Bertacchini dell’università di Torino. Con un’altra conseguenza: “Mentre i paesi del Sud Europa sono più legati a politiche di conservazione, paesi come Inghilterra e Svezia sono riusciti a mettere prima l’accento sulla produzione culturale contemporanea”. Un errore il nostro, fa notare Bertacchini, visto che, senza la creatività delle epoche passate, oggi di beni culturali non ne avremmo nemmeno mezzo.

Non che i siti di importanza minore vadano lasciati andare in rovina. Innanzitutto c’è l’articolo 9 della Costituzione che impone la tutela del patrimonio storico e artistico. E poi – ricorda Bertacchini – sono tutti i siti nel loro complesso, quelli più importanti e quelli meno, che creano “un paesaggio culturale, una dimensione tipica dell’Italia”. Proprio ciò che rende il nostro Paese uno dei più visitati al mondo. “Ma – si chiede Bertacchini – ha senso aprire tutti i musei al pubblico e quindi metterli in un sistema che richiede la presenza di custodi e strumenti di fruizione? Forse si potrebbe pensare a una razionalizzazione dell’offerta. Tutti i musei piccoli devono rimanere aperti nelle stesse ore o si può pensare a una turnazione?”. Valutazioni su cui non tutti gli studiosi sono d’accordo. “Non bisogna utilizzare logiche aziendalistiche – sostiene Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna all’università Federico II di Napoli e blogger de ilfattoquotidiano.it-. Stiamo parlando di ciò che rappresenta l’identità passata e futura dell’Italia. E’ giusto che rimangano aperti anche i musei con pochi visitatori e va detto che il patrimonio artistico è fortemente legato al territorio”. Il problema vero, secondo Montanari, è che per la cultura investiamo molto meno di quello che in media investe il resto dell’Europa.

Milano, Basilica di S. Ambrogio

Milano, Basilica di S. Ambrogio

CON LA CULTURA SI MANGIA? INTANTO SI TAGLIA. Per giustificare i suoi tagli, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha scelto uno spot: “Con la cultura non si mangia”. Enrico Letta, nei suoi primi giorni a Palazzo Chigi, ha fatto invece una promessa: “Se ci saranno altri tagli, mi dimetto”. Non che ci sia più granché da tirar via, verrebbe però da dire. Il bilancio del ministero dei Beni e delle attività culturali è passato dai 2,7 miliardi di euro del 2001 (lo 0,37 per cento del bilancio totale dello stato) a 1,5 miliardi previsti per il 2013 (appena lo 0,2 per cento del bilancio dello Stato). Il budget 2013 del Mibac è un terzo di quello dell’omologo ministero francese (circa 4 miliardi) e corrisponde allo 0,11 per cento del Pil (in Francia è lo 0,24). La cultura, in Italia, pesa sempre meno. E a tutti i livelli. Secondo il rapporto annuale 2013 di Federculturedal 2008 a oggi il settore culturale ha perso in tutto 1,3 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private. Investimenti che sono venuti a mancare non solo a livello centrale, ma anche a livello di enti locali. Nel 2008 i comuni spendevano in cultura 2,4 miliardi di euro, scesi a 2,1 nel 2011. Le provincie, nello stesso periodo, sono passate da 295 milioni a 213.

I tagli del ministero vanno a pesare su cinemaspettacoli, e poi su tutto il patrimonio costituito da archivibiblioteche, musei e monumenti. I fondi a disposizione per gli interventi di conservazione programmata finalizzati alla tutela dei beni culturali sono sempre meno. La programmazione straordinaria finanziata con gli introiti del Lotto è passata da 60,9 milioni nel 2010 a 29,4 nel 2013. Quella ordinaria è scesa a 47,8 milioni di euro nel 2013, da 87,6 che era nel 2010. Qualche passo in avanti è stato fatto dall’attuale ministro Massimo Bray, il primo ad avere contemporaneamente in mano sia la delega dei Beni culturali che quella del Turismo: il decreto Valore cultura, appena convertito in Parlamento, prevede circa 200 milioni per il settore culturale finanziati con accise su alcol e oli combustibili, mentre lo sblocco dei fondi strutturali europeiconsentirà di utilizzare circa 370 milioni di euro per opere di restauro e riqualificazione di siti archeologici e strutture architettoniche, tra i quali anche la Reggia di Caserta.

Firenze

Firenze

CON IL BIGLIETTO NON SI MANGIA, MA… Inutile fare il conto della serva. Con i biglietti dei musei non si incasserà mai abbastanza per mantenere e conservare i beni culturali. Ma se si guarda ai settori per cui i beni culturali sono una risorsa, il discorso cambia. Secondo i dati diffusi dal Mibac, nel 2011 la spesa dei turisti stranieri per vacanze artistico-culturali è stata di 10 miliardi di euro, il 32,6 per cento del totale sborsato da chi è venuto da noi in vacanza: 103,7 milioni di persone, 37 milioni delle quali hanno riempito hotel e ristoranti dei 352 comuni italiani considerati di interesse storico e artistico.

Ma occhio. Se si punta solo sul turismo per decantare l’importanza dei beni culturali si corre il rischio di trasformare il paese in un bed and breakfast a cielo aperto: “Troppo sfruttamento turistico mina la sostenibilità fisica e sociale del nostro patrimonio – sostiene Pierluigi Sacco dello Iulm di Milano -. Prendiamo per esempio Venezia, ormai è una città che si è svuotata di un tessuto sociale”. Non è solo per il turismo, quindi, che bisogna investire sui beni culturali. E’ necessario un cambio di logica, secondo Sacco: i beni culturali e gli spettacoli dal vivo vanno considerati come parte integrante di tutta la filiera del settore culturale, che comprende anche le industrie culturali e creative, ovvero cinema, musica, editoria, videogiochi, e anche architettura, design, moda e comunicazione. “Un macrosettore che è uno dei più grandi dell’economia europea”, spiega Sacco. Nel nostro Paese, secondo il rapporto 2013 ‘Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida’, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere, nel suo complesso il settore culturale ha prodotto un valore aggiunto di 80,8 miliardi di euro (5,8 per cento dell’economia nazionale).

Sovana, Tomba etrusca della Sirena (III-II sec. a. C.)

Sovana, Tomba etrusca della Sirena (III-II sec. a. C.)

I profitti che non è possibile fare con i musei, è quindi possibile farli con l’industria culturale e creativa. Secondo Sacco, “investire sui beni culturali, che non sono redditizi, serve a creare le condizioni per riempire di contenuti i settori redditizi”. Ma in Italia questo non accade: “Non stiamo incentivando la capacità di essere innovativi sulla produzione culturale, così da attrarre investimenti per rendere sostenibile il patrimonio storico-artistico”. Ad Abu Dhabi, ricorda il docente, verrà costruita una nuova sede del Louvre. L’emirato spenderà più di un miliardo di euro e, senza generare profitti direttamente dal museo, grazie a questo riuscirà ad attrarre investimenti su altri settori e magari a dare vita a un’industria creativa. Ora, il caso di Abu Dhabi non è il nostro, che di musei ne abbiamo già tanti. Ma qualcosa di analogo è accaduto in Spagna, dove a Bilbao – secondo un’analisi fatta per la Ue dai consulenti di Kea European Affairs – il Guggenheim Museum in nove anni ha portato a ricavi diretti e nell’indotto pari a 18 volte il denaro investito nella costruzione dell’edificio.

SE LA REALTA’ AUMENTATA CONTERA’ PIU’ DEL COLOSSEO. Senza innovazione rischiamo di perdere la sfida del futuro. “Un museo – spiega Sacco – non può più essere considerato solo come una collezione di oggetti con una targhetta. Sta cambiando il concetto di fruizione. La stessa distinzione tra chi produce cultura e il pubblico sta diminuendo. Oggi anche i fruitori producono contenuti”. In Italia, da questo punto di vista, si fa poco. E non si investe sullo sviluppo di tecnologie che permettano di fruire in modo nuovo dei contenuti, come la realtà aumentata, l’olografia e l’internet delle cose.

Fra qualche anno rischierà così di cadere quella che per ora è una certezza, ovvero che i nostri beni culturali hanno un punto di forza: non possono essere delocalizzati. “Nella fruizione dei siti la realtà aumentata giocherà un ruolo sempre più importante – spiega Bertacchini -. Chi controllerà questa tecnologia nella visita al Colosseo, sarà chi ci guadagnerà”. E così i prodotti a maggior valore aggiunto saranno in mano a paesi come la Corea del Sud. E a noi non rimarranno che le briciole.

 

Roma, Pantheon

Roma, Pantheon

(foto E.R., S.D., archivio GrIG)

 

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  1. Mara
    marzo 30, 2014 alle 6:26 pm

    Purtroppo le utime generazioni di italiani, in primis i politici, non meritano l’Italia.

  2. francesco
    aprile 1, 2014 alle 11:05 am

    Nell’Italia spolpata di tutta la sua imprenditorialità, delle sue industrie, della capacità di salvaguardare il proprio patrimonio ambientale, artistico, culturale, peasaggistico… il vero sviluppo può venire solo se siamo capaci di reinventare un modello basato sulla salvaguardia, la sostenibilità e l’uso di nuove tecnologie. Un modello che sappia controllare i flussi turistici, senza perdere di mira la salvaguardia dell’esistente in termnini sociali e culturali. Non lasciamoci snaturare dal turismo, Facciamo del turismo un’industria sostenibile, intelligente, capace di apprezzare le diversità del territorio. Riprogettiamo le città d’arte chiudendole al traffico. Si crei un sistema di accoglienza che non metta nuovo cemento nelle città, ma che funzioni attraverso la diffusione nel territorio e si sposti attraverso un sistema di trasporto moderno ed efficiente. Inventiamo un nuovo modo di fare turismo, un sistema unico al mondo ed innovativo, in linea con l’unicità delle nostre risorse artistiche, storiche e culturali. Facciamo che il turista si senta ospite ben accolto, e non padrone di casa, e che riscopra un modo di girare e visitare le nostre città senza sentirsi intruppato, e senza essere derubato, Facciamo sì che visitare l’Italia diventi un’esperienza a 360 gradi fatta di bellezze, di sapori, di sorprese, di spiritualità…
    La grandezza del nostro patrimonio artistico merita davvero che si inizi a pensare e ad agire in grande!

    • Mara
      aprile 1, 2014 alle 11:11 am

      Francesco, sottoscrivo dalla prima all’ultima le tue parole, virgole comprese. Grazie!
      Posso proporti per guidare un nuovo Ministero del Turismo? 🙂

      • francesco
        aprile 1, 2014 alle 1:40 pm

        🙂

  3. agosto 14, 2014 alle 9:35 am

    da Il Corriere della Sera, 12 agosto 2014
    L’archeologia italiana è florida (ma l’archeologo stenta a trovare lavoro).
    Mentre crescono flussi e introiti del turismo legato alle «rovine», le figure professionali impiegate fanno i conti con precarietà e stipendi bassi. Però non mancano gli spiragli. (Roberta Scorranese): http://www.corriere.it/cultura/14_agosto_11/archeologia-italiana-florida-ma-l-archeologo-stenta-trovare-lavoro-f3507072-217c-11e4-b6e4-ef62a8b70320.shtml

  4. settembre 3, 2014 alle 2:50 pm

    “valorizzazione” del patrimonio storico-culturale in Sardistàn, oscura isola del Mediterraneo centrale.

    da La Nuova Sardegna, 3 settembre 2014
    L’antico menhir ad Aidomaggiore diventa una panchina.
    Il reperto si trova nel sagrato della chiesa di Santa Barbara. Prima era in posizione verticale, ora è diventato un sedile. (Elia Sanna): http://lanuovasardegna.gelocal.it/oristano/cronaca/2014/09/03/news/l-antico-menhir-ad-aidomaggiore-diventa-una-panchina-1.9863665

  5. dicembre 10, 2014 alle 2:56 pm

    da Il Corriere della Sera, 10 dicembre 2014
    IL TURISMO? NON INTERESSA. Il tesoro che l’Italia disprezza. (Gian Antonio Stella) (http://www.corriere.it/editoriali/14_dicembre_10/tesoro-che-l-italia-disprezza-faf4afe8-8034-11e4-bf7c-95a1b87351f5.shtml)

    Dallo scudetto alla zona retrocessione: come abbiamo potuto precipitare in soli dieci anni dal 1° al 18º posto come «marchio» turistico mondiale? L’ultima edizione del «Country Brand Index 2014-15», compilato in base ai giudizi di migliaia di opinion maker, la dice lunga sulla reputazione di cui godiamo. Restiamo primi per appeal : il sogno di un viaggio in Italia è ancora in cima ai pensieri di tutti. E primi per il fascino delle ricchezze culturali e paesaggistiche. E così per i nostri piatti e i nostri vini. Sul resto, però… Soprattutto sul rapporto prezzi/qualità. Eravamo al 28º posto: due anni e siamo precipitati al 57º. Un incubo.

    «Nessun dorma», titola il capitolo dedicato al nostro Paese. Perché è da pazzi trascurare un settore come il turismo che sta vivendo il più grande boom mondiale di tutti i tempi e che potrebbe darci una formidabile spinta per cavarci dai guai. Invece, poco o niente. Rari accenni (10 citazioni su 46.059 parole) nello sblocca Italia, dove si parla dei «condhotel» o della necessità di «armonizzare» le offerte dei vari enti locali. Fine. Ma dov’è la piena consapevolezza di quanto il tema sia vitale per il nostro presente e il nostro futuro?

    Dice il rapporto World Travel & Tourism Council che nel 2013 l’Italia ha ricavato dal turismo in senso stretto il 4,2% del Pil e compreso l’indotto il 10,3. La metà della promessa di troppi premier… Dice ancora che il turismo in senso stretto occupa 1.106.000 addetti (dieci volte più della chimica) e con l’indotto (compresi per capirci gli artigiani che fanno i gilè dei camerieri) 2.619.000, cioè un milione più degli addetti dell’industria metalmeccanica. Bene: dice l’archivio dell’ Ansa che su 1.521 titoli con Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, non ce n’è uno associato alle parole turismo, turistico, turisti. Peggio ancora per Susanna Camusso: su 4.988 titoli, uno solo (uno!) associato al turismo. Per la Cgil ci sono solo i metalmeccanici, chimici, i pensionati… E il settore che impiega quasi il 14% degli occupati? Boh…
    Una cecità insensata e collettiva che negli anni ha fatto disastri: dall’abolizione del ministero alle deleghe alle regioni chiamate ciascuna a giocar per conto proprio sul mercato mondiale, dai pasticci sull’Enit al sito italia.it per il quale furono stanziati 45 milioni di euro con risultati comici come le musiche dei filmati che raccontavano le regioni ai cinesi, in 19 casi su 20 di compositori stranieri. Soldi buttati. Col cesello finale di Matteo Renzi che due mesi fa ha chiesto ai ragazzi d’una startup palermitana: «Ce lo preparate voi un progetto gratuito sul turismo? Sarebbe una figata bestiale».

    Secondo il premier, «ci manca una adeguata strategia e non sappiamo raccontare nel modo giusto il nostro prodotto. C’è bisogno di una grande campagna di comunicazione web, un’operazione di marketing in Rete per rilanciare il nostro turismo…». Giusto. Le classifiche «Brand Index», però, dimostrano inequivocabilmente che possiamo pure «raccontare» l’Italia con le parole più immaginifiche possibili, ma ciò non scioglierebbe i nodi fondamentali. Che sono altri.

    Dicono quelle classifiche infatti che il «marchio» Italia è già conosciutissimo e primissimo per ciò di cui andiamo fieri: i tesori artistici, monumentali, paesaggistici. Ma, come spiega il dossier a noi dedicato, non possiamo più campare di rendita: tutte quelle cose «non sono più sufficienti a farci preferire ad altre destinazioni, specie perché il nostro rapporto qualità-prezzo è precipitato dal 28° al 57° posto, un tracollo!». Quasi trenta punti persi rispetto all’ultimo rapporto biennale.

    Venezia resta Venezia, Roma resta a Roma e Capri resta Capri, ma i turisti stranieri non sono baccalà: non tornano, se si sentono bidonati. Peggio: scoraggiano gli amici e i parenti dal venire in un Paese stupendo ma che pretende di avere una sorta di diritto di imporre ai visitatori pedaggi ingiusti. Tanto più se, intorno, troppe cose sono insoddisfacenti.

    «L’Italia perde posizioni proprio perché il suo percepito e anche il suo vissuto», spiega il rapporto Brand Index, «è quello di un Paese penalizzato da una cattiva gestione politica (24° posto), con un sistema valori che si va opacizzando sempre più (23° posto), poco attrattivo come destinazione per studi e investimenti (19° e 28°), con infrastrutture insoddisfacenti (23°), intolleranza (23°), scarsa tecnologia (29°) e una qualità della vita sempre più bassa (25°)».
    L’ultimo dossier del World Economic Forum nel settore Travel & Tourism, come denuncia uno studio di Silvia Angeloni, ci rinfaccia per di più il modo in cui gestiamo le nostre ricchezze paesaggistiche: nella «sostenibilità ambientale» siamo cinquantatreesimi. Peggio ancora nell’indice «Applicazione delle norme ambientali», dove ci inabissiamo all’84º posto. Qualcuno pensa che sia furbo continuare ad aggiungere cemento e cemento da Taormina a Cortina, da Courmayeur a Santa Maria di Leuca? Ecco la risposta: i turisti internazionali ci dicono che quella roba lì non gli interessa. L’Italia che vogliono vedere è un’altra.
    Fatto sta che, come dicevamo, nel primo Brand Index del 2005 il marchio Italia era primo assoluto. Nel 2007 quinto. Nel 2009 sesto. Nel 2011 decimo. Nel 2013 quindicesimo e nell’ultimo, 2014-2015, appunto, diciottesimo. Certo, rispetto al primo monitoraggio alcuni criteri sono stati cambiati. E l’insieme della «accoglienza» di un Paese, dall’igiene alla qualità dei prodotti locali, dalla sicurezza ai prezzi, è diventato più importante che non la ricchezza di tesori. Il tracollo segnala un problema: chiunque sia a Palazzo Chigi la nostra reputazione è a pezzi. Ma soprattutto il mondo del turismo ha preso atto che l’Italia non è impegnata, se non a chiacchiere, in un progetto di rilancio vero. Corposo. Decisivo. Capace di coinvolgere tutto il Paese.

    Vogliamo fare qualche confronto fastidioso? Proviamo con la Gran Bretagna, che oggi viaggia con un Pil che cresce del 3% l’anno e ha i nostri stessi abitanti. Noi siamo al quinto e loro all’ottavo posto, staccati, tra i Paesi più visitati dai turisti internazionali, ma ci hanno quasi raggiunti per i ricavi: 40,6 miliardi di dollari contro i nostri 43,9. Qualche anno e ci pigliano.
    Loro hanno 17 siti Unesco, noi il triplo (50 più due del Vaticano più un paio di patrimoni immateriali) per non dire delle Dolomiti, della costa Smeralda o della Riviera sorrentina, del cibo e dei vini dove non c’è confronto. E ti chiedi: com’è possibile che loro siano sei posti davanti a noi nel «marchio» e addirittura 24 posti (loro al 4°, noi al 28°) nella competitività turistica? Com’è possibile che, stando al dossier Wttc, il turismo con l’indotto pesi sul loro Pil per il 10,5%, cioè più che sul nostro o che abbiano nel turismo (sempre incluso l’indotto) oltre 4 milioni di addetti e cioè quasi un milione e mezzo più di noi?

    Un piccolo dettaglio dice tutto: il nostro sito web ufficiale italia.it è in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) e il loro visitbritain.com in dieci, il doppio, compresi il russo e il cinese. E vi risparmiamo altri confronti. Umilianti.
    Ecco: non sarebbe il caso che nel Paese di Pompei, degli Uffizi, di Venezia, della Valle dei Templi e del Cenacolo leonardiano il turismo diventasse, finalmente, una grande questione nazionale?

  6. agosto 10, 2015 alle 11:19 pm

    da Il Corriere della Sera, 10 agosto 2015
    Turismo, ci batte pure la Norvegia. Renzi può anche mettere 12 miliardi sulla banda larga.
    Ma senza una svolta culturale rischiamo di restare indietro. (Gian Antonio Stella): http://www.corriere.it/opinioni/15_agosto_10/turismo-ci-batte-pure-norvegia-6fd59a9a-3f1e-11e5-9e04-ae44b08d59fb.shtml

  7. gennaio 15, 2016 alle 2:53 pm

    da La Nuova Sardegna, 14 gennaio 2016
    Musei: in Italia un 2015 da record, anche in Sardegna.
    Nell’isola i visitatori sono aumentati del 4%. Il dato è inferiore però alla media nazionale: 6%. (Silvia Lambertucci): http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2016/01/14/news/musei-in-italia-un-2015-da-record-anche-in-sardegna-1.12776559

  8. aprile 5, 2016 alle 2:52 pm

    sempre peggio.

    da Il Corriere della Sera, 5 aprile 2016
    Italia, la Grande Bellezza sprecata: Germania e Macao incassano di più.
    Record di siti Unesco, musei e paesaggi: ma i visitatori spendono sempre meno. (Gian Antonio Stella) (http://www.corriere.it/cronache/16_aprile_05/turismo-grande-bellezza-sprecata-dall-italia-germania-macao-incassano-piu-noi-26616542-fab2-11e5-9ffb-8df96003b436.shtml)

    Passi per i cinesi: che abbiano 65 milioni di persone occupate nel turismo,
    indotto compreso, è nell’ordine delle cose. Sono tantissimi, abbondano di luoghi e capolavori da vedere e hanno una classe media sempre più ricca. Ma perché, a dispetto delle vanterie sul Bel Paese, ricaviamo dall’industria turistica meno della Germania o della Gran Bretagna sia in termini di occupati sia di soldi? E perché la politica, davanti a un tema così centrale, sembra distratta?
    Le ultime tabelle di Wttc sono impietose. E dicono che l’anno scorso, rispetto
    al 2014, siamo scesi di un altro gradino. Eravamo settimi al mondo per contributo del turismo puro al Pil: siamo all’ottavo. Irraggiungibili gli Stati Uniti (488 miliardi) e la Cina (224), fatichiamo con 76,3 dietro Germania (130), Giappone (106), Regno Unito (103), Francia (89) e Messico (80). Sul comparto allargato all’indotto, ci lasciamo dietro il Messico ma ci supera la Spagna. E ottavi restiamo.
    Certo, rispetto al 1970 quando per numero di visitatori eravamo i primi, è cambiato il mondo. Nel 2000, spiega uno studio di Knoema.com, incassavamo da viaggi e turismo 28 miliardi e mezzo di dollari (moneta di oggi) contro i 25 della Germania, i 17 della Cina o i 3,2 di Macao. Nel 2013 noi stavamo a 46, la Germania a 55, la Cina a 56 e Macao a 52. Nonostante fossimo ancora quinti per numero di arrivi. Nettamente davanti (oltre che ai turchi) agli amici tedeschi.
    Vantarsi di avere più siti Unesco di qualunque altro sulla terra (51 più due del Vaticano più alcuni siti immateriali come il teatro dei Pupi o lo Zibibbo di Pantelleria) è a questo punto non solo inutile perché sventoliamo un record ereditato, immeritatamente, dai nostri nonni, ma autolesionistico. Lo meritiamo questo patrimonio immenso di paesaggi, musei, chiese, città d’arte? Diceva nel 2010 un dossier Pwc che se noi ricaviamo dai nostri siti Unesco 100, Spagna e Brasile ricavano 130, Regno Unito, Germania e Francia da 180 a 190 e la Cina 270. Oggi va meglio? Mah…
    Colpisce in particolare l’apatia che pare aver accolto gli allarmi lanciati giorni fa a Cernobbio dal rapporto Confturismo e Ciset. L’uso del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Che gli arrivi di stranieri dal 2001 al 2015 siano saliti del 48% è davvero positivo se nello stesso tempo i turisti son cresciuti nel mondo (nonostante il terrorismo dalle Torri Gemelle a Parigi) di circa il 75% arrivando a un miliardo e 187 milioni? O non c’è da chiederci come mai abbiamo intercettato solo in parte questo boom?
    Di più: non è piuttosto preoccupante la sforbiciata che gli stranieri hanno dato alle vacanze da noi? «La permanenza media è passata da 4,1 giorni del 2001 a 3,6 giorni del 2015», dice il dossier citato. La domanda sempre «più orientata al mordi e fuggi» ha ridotto la spesa pro capite di ogni visitatore, in 15 anni, da 1.035 a 676 euro. Un crollo del 35%. Tanto da far dire a Confturismo che senza questa sforbiciata avremmo avuto 195 milioni di presenze e 38 miliardi in più. Due miliardi e mezzo l’anno. Buttati senza che alcuno si chiedesse seriamente: c’entrerà qualcosa, ad esempio, il fatto che l’ultimo rapporto biennale «Country Brand Index 2014-15» ci abbia visti scivolare nella classifica qualità-prezzo dal 28º al 57º posto?
    Confimpresa, in vista di un convegno a Roma, ha fatto fare a Nielsen una ricerca su «Il nostro Paese visto con gli occhi degli altri»: americani, inglesi, francesi, tedeschi, cinesi, russi e giapponesi. Tra la miriade di dati (come la quota di chi si organizza sul web, quasi il 65%, o le spese dei cinesi: 326 euro procapite al giorno, viaggio escluso) emergono dettagli interessanti. Abbastanza soddisfatti (tranne per il caro-benzina) di autostrade e treni (eccezione: i regionali), quattro stranieri su dieci, per quanto bendisposti, si dicono «per nulla o poco soddisfatti» dei nostri hotel medi, a due stelle. I più scontenti (pur amando l’Italia per paesaggi e musei) sono i giapponesi: uno su tre ha da ridire sui treni, i trasporti urbani, le autostrade…
    Spiccano, nel diluvio di numeri di questi giorni, alcuni dati. Dice Wttc che nel 2015 viaggi, turismo e ciò che gira intorno hanno contribuito con 7200 miliardi di dollari (il 9,8%) al Pil mondiale, che il settore in crescita da anni (alla faccia della crisi) è destinato a crescere ancora del 4% l’anno fino al 2016, che i posti di lavoro nel mondo sono 284 milioni: uno su 11.
    Ed è qui che da noi non tornano i conti. Tanto più che le difficoltà geopolitiche di altri concorrenti dovrebbero sulla carta favorire noi. Stando al dossier Wttc ci sono oggi in Italia 1.119.000 occupati nel turismo diretto (dieci volte più che nella chimica) e compreso l’indotto (per capirci: compresi i laboratori che fanno i gilè per i camerieri o i mobilifici dei tavoli da trattoria…) 2.609.000. A dispetto dei sindacati, che non ne parlano quasi mai, uno ogni dieci occupati. Eppure sono pochi, rispetto ad altri Paesi meno «turistici» di noi. Può darsi che altrove contino in maniera diversa gli stagionali. Ma vi pare possibile che la Gran Bretagna abbia 672 mila occupati più di noi nel turismo diretto? O che la Germania, per quanto sia ricca non solo di industrie ma di bellezze artistiche e paesaggistiche (dai musei alla valle del Reno) abbia tre milioni e 10 mila addetti al turismo diretto cioè quasi il triplo di noi? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nella gestione dell’enorme pepita d’oro che potrebbe essere il nostro turismo?
    Vale più ancora per il nostro Mezzogiorno. Che ha 18 «patrimoni dell’umanità» e cioè più di tutta l’Inghilterra ma nel 2014 ha incassato 3,238 miliardi di dollari contro i 45,5 del Regno Unito. E nel 2015, dice il dossier Ciset e Confturismo, ha accolto in totale il 12,2% dei turisti stranieri. Poco più della metà del solo Veneto (20,5%) che con Lombardia, Toscana, Lazio e Trentino Alto Adige copre il 71,5% del totale.
    Ed è lì che vedi ancora una volta i ritardi con cui il turismo è stato trattato da troppi governi. Anche nella tabella Wttc degli investimenti nel 2015 andiamo indietro: dal 15º al 16º posto. Dicono tutto, del resto, le difficoltà incontrate da Evelina Christillin e Fabio Lazzerini nel prendere in mano e rilanciare, questo era l’obiettivo, l’Enit. Sono passati mesi e mesi da quando, tra diffide sindacali e cause giudiziarie, si sono insediati. E sono ancora lì, alle prese con liti, trattative, bracci di ferro, ricorsi al Tar, carte bollate, da far saltare i nervi non solo a Gonzalo Higuain ma a un santo. E neppure uno dei dipendenti del carrozzone si è ancora spostato, come previsto, in altri uffici statali. Colpa dei nuovi vertici che forse non sono bravi come parevano? Per carità, può darsi. Ma forse perfino Napoleone, in quel contesto, avrebbe poco tempo e pochi mezzi per concentrarsi solo sul turismo. E certo il governo, distratto da altri impicci, non dà l’impressione di essere deciso a dare un taglio al tormentone…

  9. settembre 8, 2017 alle 2:48 pm

    oscenità.

    da Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2017
    Foggia, incendio nel sito archeologico di Faragola ad Ascoli Satriano. ‘Quattordici anni di scavi buttati, danni irreparabili’.
    La causa del rogo è ancora da accertare. Il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici, Giuliano Volpe, denuncia: “Sembra un intervento programmato, fatto da persone esperte”: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/07/foggia-incendio-nel-sito-archeologico-di-faragola-ad-ascoli-satriano-quattordici-anni-di-scavi-buttati-danni-irreparabili/3842680/

  10. novembre 13, 2017 alle 2:52 pm

    non è frutto del caso.

    da La Stampa, 13 novembre 2017
    Boom di visitatori e incassi nei musei statali, 50 milioni di euro in più in tre anni.
    Oggi a Roma l’incontro dei direttori con il ministro Franceschini: http://www.lastampa.it/2017/11/13/cultura/boom-dei-visitatori-e-incassi-nei-musei-statali-milioni-di-euro-in-pi-in-tre-anni-s8J5LKyLN9WuGZfiprG0UM/pagina.html

  1. marzo 31, 2014 alle 7:59 am

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